Nella bocca di Milano

22 febbraio 2010
Pubblicato da

di Giuseppe Catozzella

“Negli anni dal 2001 al 2006 in cui sono stato alla Commissione parlamentare antimafia,  non siamo mai riusciti a portare la Commissione in Lombardia. Tutte le istituzioni si rifiutano di parlare di mafia in Lombardia, persino il prefetto. Parlare di mafia in Lombardia è vietato.”  Nando Dalla Chiesa, Milano, 02/02/2010

Sta nella bocca, il male risiede nella bocca. Come la lingua, come l’ostia sconsacrata che ti mangi, che ti succhi, che ti tocchi con la lingua. Risiede dentro la bocca, il male: come il verbo.

La prima cosa che fa è sorridermi. Mi sorride di un sorriso sgangherato, aperto, eccessivo, brutto, lo tira con due dita, come dal dentista: come una pernacchia. Mi mostra il dente che gli hanno spaccato, a luglio. Nella bocca, risiede il male. In due, lo hanno menato. Gli hanno detto: “Ti ammazziamo stronzo. Questo è perché così non te lo scordi”. Quella era la quarta minaccia, poi è arrivata la quinta. Cinque, le minacce. A morte. A non parlare più.

La Scrittura te lo dice: “Non nominare Dio”. Non: “invano”. Togli proprio il nome, il Dio non nominarlo, non ti provare. Morte a te. La tentazione, la morte segnata, giurata: il tuo cedimento alla nascita. L’anagrafe.
Eppure. Il primo dio che nomini è la pelle che ti porti addosso, aggrappata ai tuoi stessi nervi. Il primo dio che nomini è il cane che ti azzanna alla gola quando ti rigiri dall’altra parte, sul materasso. Il secondo dio che nomini sono i nervi. I nervi cuciti nella fibra del tuo Paese. Cuciti male, cuciti in fretta. Attaccati sopra. Nascosti sotto uno strato troppo sottile di pelle. Il male: il male naturale. Il terzo dio che nomini sono i nervi che ti prudono, sottopelle, e tu non li raggiungi. Il terzo dio che nomini te lo porti dentro come un cancro. Come il cancro. Il terzo dio che nomini è l’occhio che ti prude da dentro. È l’occhio che non puoi raggiungere. Il terzo dio che nomini è il male che tu sei quando t’inginocchi davanti all’altare. Il quarto dio che nomini è quello che piangi tutte le notti dopo la preghiera della sera. La preghiera dei giusti. Il quinto dio che nomini è tutto il male che ti spinge a fare il bene. Cinque, le minacce. A non parlare più. Gli hanno anche bruciato la casa.

Micco Spicola. Un lavoro all’Ortomercato, al porto di Milano, un contratto a termine, 50 e passa anni, tanti anni, quelli rimasti dietro la bile che scola, la bile che continua a scolare da sola, quando lui si gira dall’altra parte, quando urla, quando grida nel megafono, quando parla piano per i clandestini che non capiscono subito che sono schiavi, poi dopo che glielo urla anche loro lo sanno, lo sanno che 3 euro sono poche, e poi lo dicono, lui, sindacalista, addetto al controllo della marea alta di cooperative di facchinaggio che preparano ogni notte la torta da 3 milioni di euro fumante alla mattina dentro il mercato più grande d’Italia, il porto franco più grande d’Italia. Tutte le notti, in via Lombroso, nel quartiere di spaccio prostituzione clandestini ’ndrangheta, nella zona Corvetto, la zona del re, la zona del For a King, il locale aperto come una ferita purulenta proprio sotto l’Ortomercato, inaugurato da Antonio Paolo, il socio in affari e prestanome del boss della cosca calabrese di Africo, Salvatore Morabito.

Tutte le notti, al primo piano, tra le onde che vanno e che vengono dei lunghissimi tir che continuano a non rispettare le norme antimafia. Dei tir che entrano, una processione infinita di carne, pesce, di frutta, verdura, di clandestini, di caporali, di 3 euro l’ora, di lavoro nero, di lavoro grigio, di spaccio di coca. I tir che continuano a scaricare dentro i capannoni, e non fuori, come dovrebbero per il regolamento antimafia. I tir che vanno e che vengono, in una processione oscena di ventri di balena rigonfi, ricolmi dei boli che saranno i nostri sangui, le nostre ossa, le nostre ciglia, i nostri capelli. Dentro, al coperto. Al sicuro. Coprendo anche le nostre arance, le pere, le cicorie, i kiwi, il lattughino, la carne di bovino, il pesce spada, dei fumi di scarico al diesel pesante.

Micco Spicola lo incontro una notte, dopo la sua quinta minaccia di morte, l’immonda collezione del culo che ti si stringe la paura da sotto i pantaloni, che ti prende da sotto e non ti lascia dormire, che ti infilza dolore fin sotto gli occhi, là dove ti prudono i nervi, là dove arrivi solo con un ferro da maglia, o con il catenaccio che ti tieni in macchina, per terrore che vengano a prenderti, che ti ammazzino. La macchina.

La macchina è una Fiat Uno, e noi ci stiamo dentro ore, di notte. La macchina è vecchia, si vergogna, si vede quasi, parcheggiata di fianco ai suv neri lucidi, alle bmw con i cerchi a ragnatela e le gomme larghe. La macchina è blu, e tace. Noi, dentro, a guardare con gli occhi piccoli a tutte le macchine che si fermavano, a uncinargli le carrozzerie, a quelle macchine minacciose. Micco di tic ne ha qualcuno, gli vengono fuori quando non lo sa, quando per un momento non si pensa, non pensa a ciò che gli stringe da dentro i pantaloni. Ogni tanto c’è l’occhio che gli scivola dietro, come a dirsi di stare tranquillo, che il catenaccio è lì. Io ero arrivato e l’avevo trovato nella sua Uno vecchia di tanti anni. Lui mi aveva fatto segno di tic al labbro di sotto e all’occhio destro di scendere dalla mia, di macchina. E mi aveva aperto la sottile portiera. Mi aveva guardato con minaccia, quasi. Non sapeva chi ero. Il terzo dio che nomini gli diceva paura. Una delle prime cose che fa è sorridermi. Mi sorride con quel sorriso sgangherato, aperto, eccessivo, brutto, tirato da parte a parte con i due indici: la pernacchia. Mi mostra il dente che per metà non c’è. Ti ammazziamo, stronzo. Poi subito mi parla di Hasan, che due notti prima aveva incontrato sul piazzale 63 di carico dei furgoni degli acquirenti. Hasan è egiziano, e in Egitto è avvocato. Hasan. Quando mi parla di Hasan gli brillano gli occhi piccoli e verticali di paura. Si gira, si assicura che lo stia ascoltando, che sia lì con lui, che non me ne vada ancora. Hasan, sono tre anni che tutte le notti scarica centinaia di casse dai tir e le ricarica sui bancali che poi vanno a finire ai mercati, ai supermercati, nella mia mano, nel mio piatto, dentro il mio coltello: nella mia bocca. Lavora come una gru con i nervi, lavora nel silenzio e nel buio, non lo vede sua madre, non lo vede soprattutto suo padre. Lui lavora come una gru con i nervi, la polvere sottile del diesel pesante che gli entra dal naso mentre si abbassa e tira su le casse, la polvere sottile al diesel che si deposita sui suoi polmoni, lui lo sa, questo ha un nome, si chiama sfruttamento di lavoro nero, lui in Egitto è avvocato, in Italia un cazzo. E sono tre anni che lavora in nero, perché è clandestino, perché è nero pure lui, è uno di quegli egiziani neri che sembrano senegalesi. Un avvocato clandestino. Poi segue il padrone al mercato, e lì continua a lavorare fino alle tre del pomeriggio. Lavora 15 ore al giorno, Hasan. E i soldi che tira su gli bastano a malapena a vivere. Per cavarsi l’energia per bestemmiare al cielo nero della notte di Milano quanto è puttana la vita. Micco mi raccontava di Hasan e gli passava il tic, si fermava, si sospendeva, gli dava tregua. Parlava di Hasan e si ritrovava, si distendeva.

Poi mi ha portato a vedere il suo ufficio, Micco. La notte prima era arrivato, e di fuori, sul muro e sulla porta aveva visto il sangue. Il suo sangue. A forma di croce, che dice morte. “Bastardo” gli hanno scritto. Bastardo con la croce. Un bastardo ancora vivo per non molto. Con la vernice rossa. A non parlare più.

All’Ortomercato di Milano ci sono le cosche della ’ndrangheta. La società che lo gestisce, l’Ortomercato, 450mila metri quadrati, un porto vivo praticamente, più di tremila persone che ogni notte si spaccano la schiena, i facchini si chiamano, una terra di nessuno che rifiorisce ogni notte, come un tubero cacato male, ficcato all’incontrario, nessun controllo, i caporali fuori a reclutare italiani e clandestini, ficcati a sforzo dentro un tir che scarica in un punto cieco oppure direttamente a scavalcare, tanti, ogni notte che scavalcano le inferriate basse, tenute basse come una marea senza energia viva, un’emorragia. Dalla porta 3, poi, dalle tre e mezzo ogni notte si entra anche senza scavalcare, non c’è nessuno a vigilare, niente. Questo lo sanno tutti, basta che chiedi in giro e ti dicono si entra, entrano tutti, dalle tre e mezzo in poi. La società che gestisce l’Ortomercato di Milano si chiama Sogemi, e al 99 percento è di proprietà del Comune di Milano, se ne sta placida all’ombra della Madonna d’oro che dorme alta, che infilza i piccioni.

For a King. The king, in questo caso, è Salvatore Morabito, rivale ad Africo di Peppe Morabito, u tiradrittu, uno dei padrini più potenti di tutte le ’ndrine. L’operazione For a King prende il nome dal locale dei velluti raffinati, dal night che Salvatore Morabito aveva fatto costruire proprio nel cuore degli edifici di Sogemi, nella via Lombroso, una delle vie più purulente di Milano, che la Madonna d’oro non la sa. Il primo agosto del 2007 il Gup di Milano dà 13 anni di prigione al rivale du tiradrittu, dopo che la squadra Mobile e la sezione Criminalità organizzata della Questura di Milano avevano sequestrato 250 chili di coca, dopo le indagini della pm Laura Barbaini. Spaccio internazionale, si chiama, questo lo sa pure Hasan. Dal Sudamerica al Senegal, poi Portogallo, Spagna. Italia. Milano. Ortomercato. I locali di corso Como, i locali dell’Arco della Pace. I locali dietro la Scala. Dentro ai nasi. Dentro ai nasi e poi ai polmoni, e poi al sangue, e poi al cervello.

Il processo che si è chiuso troppo in fretta. È la stessa pm Barbaini a dirlo, quando dice di aver “fatto appena in tempo a firmare la richiesta per dieci arresti, quelli della droga”. Dieci arresti pesanti, e fuori dal suo ufficio tre angeli custodi della squadra scorte: Salvatore Morabito, Francesco Pizzinga, Antonino Palamara, Pasquale Modafferi, Francesco Bruzzaniti, più un vigile della polizia annonaria e una funzionaria della banca Unicredit. Quel processo andava chiuso. Ma quel processo, piano, è continuato, sono continuate le indagini della procura, come la tana che fa la talpa nascosta, da sotto, quando continua a scavare e nessuno la vede. L’Ortomercato a Milano non è solo il luogo ideale in cui la luce è bandita, è oscena, la notte, il porto franco benedetto, il girone dello schiavismo denunciato in continuazione e mai fermato, la patria e il tetto di clandestini a 3 euro l’ora, la destinazione di tutto quello che non può avere destinazione, del lavoro nero e del lavoro grigio (40 ore in busta paga, lavorate 250), non è solo il luogo ideale di incontri, di sodalizi, non è solo una bolla magica dentro la città, una bolla che a entrarci dentro poi sparisci, ci entri e non ti trovi. Perché è così che è Milano, dai tempi di Sindona e poi di Calvi. È così: tu entri in una banca, e poi ti dicono facciamo questo, facciamo quest’altro, e tu dietro ai soldi non ti trovi. C’è la ’ndrangheta, siamo coperti. Facciamo questo. E tu entri nella bolla e lo fai. Poi tu sparisci, o non ti sai. L’Ortomercato è il terreno delle ’ndrine di Calabria a Milano, il loro concime e nutrimento. L’inchiesta è continuata, e così il processo. Antonio Paolo, calabrese di Melicuccia, ex facchino ed ex sindacalista Cgil, reinventatosi imprenditore, amministrava il consorzio Nuovo Coseli, gli uffici nello stesso identico edificio della Sogemi, la società al 99 percento del Comune. Gli uffici negli uffici, sotto la Madonna d’oro che dorme.

Novanta società, novanta cooperative, novanta srl, dentro l’Ortomercato. Tutte in mano alla ’ndrangheta, tutte sotto il consorzio Nuovo Coseli. Tutte con scadenza programmata: dopo cinque anni tutte messe in liquidazione in Sicilia. Il giochino semplice, quello delle fatture false che riempiono i portafogli. Nuovo Coseli prende enormi appalti da Sda (Poste Italiane), Dhl, Tnt. Poi li gira a una cerchia di società cooperative di secondo grado, sempre sotto Nuovo Coseli, che di nuovo li passa a società di terzo livello: scatole vuote usate come fabbriche di carte per l’emissione di fatture false incassate e depositate su conti correnti intestati a prestanome. Fatture false per prestazioni mai fornite, e che alla fine portano alla liquidazione le società di secondo livello. La New Coop, per esempio, che in sei mesi monetizza 530mila euro. Nove milioni di euro in meno di tre anni. E così, nove milioni di euro in tre anni, e Micco che mi guarda e con la bocca chiusa mi chiede perché lui che ha cinquanta e passa anni deve prendere mille e tre al mese, ed è precario, e c’ha la famiglia, la moglie le figlie, e c’ha cinque minacce di morte addosso che gli puzzano sotto le ascelle, che gli puzzano dentro la parlata, che gli occhi sono verticali e piccoli e asciutti perché suda troppo, di acqua dentro non ne ha più. Denaro che secondo i pm andava a gonfiare le casse per l’acquisto di enormi partite di droga. Nel 2003 Nuovo Coseli ha debiti per 700mila euro. Antonio Paolo, come ricostruisce il procuratore generale Felice Isnardi, in Appello, manda una lettera a Sogemi e dice che i debiti saranno risanati grazie a un nuovo socio: Salvatore Morabito. Antonio Paolo è il tramite delle cosche di Africo dentro l’Ortomercato di Milano, dentro il porto senza acqua di Milano, con la Madonna d’oro che fa da faro, nelle notti buie e con le nuvole lei è sempre illuminata. “Questo è il vero riciclaggio” dice la pm Barbaini. “Il denaro sporco entra nelle casse della Nuova Coseli per finanziare operazioni in apparenza pulite. Dopodiché, attraverso i fondi neri, torna a disposizione della cosca.”

Micco Spicola di queste cose non mi dice proprio niente. Nella strada tra il suo ufficio e il parcheggio esterno dove stiamo ore a parlare chiusi dentro una Fiat Uno incrociamo Mohamed. Mohamed è un vecchio. Quando lo vede, Micco ferma la macchina e tira giù il finestrino. Gli fa il cenno con la mano, Mohamed gli allarga il sorriso e gli fa vedere i denti. I denti. Chissà perché la bocca, il dentro della bocca si fa vedere sempre per primo, si presenta come a dire guarda sono il tuo cavallo, guardami dentro la bocca, guardami i denti e la lingua. Guardami il verbo, guarda, non ti sto offrendo niente che non va. Mohamed fatica in nero. Così dice Mohamed: che lui fatica. E lo dice perché ha vissuto a Napoli, prima, e quello gli è rimasto come il timbro al braccio per la vecchia tbc. Prima lavorava in un’impresa edile, poi è caduto da un ponteggio, è rimasto in coma due settimane, e nessuno lo voleva più a faticare. Mi giro verso il parcheggio 60, che è la zona dove Mohamed lavora: zoppica un po’, andando via, quasi incespica nei suoi passi ma non cade, non cade mai, è una danza. Carica camion, si appropria dei bancali lasciati ovunque e li rivende a 50 centesimi l’uno ai grossisti della frutta, sono suoi i bancali dell’Ortomercato, lo sanno tutti. Anche questo sanno tutti, se lo chiedi te lo dicono. I bancali sono tutti di Mohamed, ti dicono. Lasciali lì, i bancali, che ci pensa Mohamed a tirarli su. Mohamed, come Hasan, lavora. Vuole il permesso di soggiorno, vuole uscire dal ricatto.

Le pupille piccole, attente, verticali, ritmate da un tic violento, continuo, non gli lasciano il tempo. Lui, Micco, mi parla degli scioperi. Hanno organizzato due scioperi, qui dentro l’Ortomercato, la giostra dell’inferno. Due scioperi. “Il miracolo a Milano”, mi dice Micco. Il miracolo. I primi e unici scioperi della storia dell’Ortomercato. Per dire no allo schiavismo dei padroni delle cooperative. Per dire di no al lavoro a nero. Per dire di no al lavoro senza il rispetto delle norme di sicurezza, e ai licenziamenti che ti tengono per le palle. Per dire che bisogna rispettare i regolamenti antimafia. Per dire che l’accesso al porto che è l’Ortomercato deve essere regolamentato. Per chiedere gare, per gli imprenditori che vogliono lavorare dentro l’Ortomercato, non la discrezionalità di si sa bene chi è. È dal maggio del 2005, quando hanno fatto il primo sciopero, che Micco è minacciato. Gli hanno detto che si deve fare i cazzi suoi. Una delle cooperative che più fa lavorare a nero, a grigio, la Liberty di Claudio Donnolo, nata dalle ceneri della Ncm, potrebbe avere le sue ragioni per non volerlo vedere più, lì. La Liberty. Nata dopo che la Ncm è stata sciolta proprio per alcune inchieste che avevano dimostrato che faceva lavorare a nero i facchini. Gli uffici negli stessi uffici della Ncm. Lo stesso edificio di Sogemi, la società controllata al 99 percento dal Comune di Milano. E la stessa Liberty: il 28 ottobre del 2008 nuovamente pescata per somministrazione illecita di manodopera. E poi di nuovo il 15 gennaio 2010, mi dice l’ispettore del lavoro.

Micco Spicola vive con la morsa nelle mutande. Una morsa costante che non lo lascia mai. Per avere gridato per chi non ha la voce, non ha la lingua, nella città del silenzio ipocrita e calunnioso, sotto l’ombra della Madonna d’oro. Per aver gridato che dove lavora lui la criminalità deve sparire.

Ci avevano messo un anno. Me lo dice in macchina, e quasi gli si mozza la voce dentro la gola: per la rabbia, per le lacrime ficcate che ingoia. Un anno per scrivere un bando, insieme a quello che pochissimi giorni fa ha detto pubblicamente che lascerà l’Ortomercato: Roberto Predolin, l’amministratore di Sogemi. Un amministratore pulito, che si è messo contro qualche interesse importante. Un anno per scrivere un complesso documento che disciplinava l’ingresso delle cooperative dentro l’Ortomercato. Solo tre cooperative. Non di più. Tre che dovevano passare le più minuziose indagini antimafia. Viene promulgato il bando. Tre cooperative vincono: quelle pulite. Le altre, le solite, stavolta escluse. Micco viene minacciato. “Bastardo”, la croce. Gli esclusi fanno ricorso al Tribunale amministrativo regionale. Non ci sono ragioni perché vincano il ricorso, sembra, al Tar. Eppure. Il Tar doveva esprimersi entro la fine di gennaio.

Ha rimandato al 15 di aprile, dopo le elezioni regionali. Roberto Predolin, l’amministratore di Sogemi, che ha cercato di ripulire insieme al sindacato, per quanto ha potuto, il porto di Milano, l’Ortomercato, è stato accompagnato alla porta. Che si faccia i cazzi suoi, insieme a Spicola. Che i cazzi di Milano, quelli, se li fanno altri.

“È la fine dell’Ortomercato” sputa Micco insieme a un grumo di saliva mentre mi guarda dritto in mezzo agli occhi. “Questo è un segnale chiaro che qui non deve mai cambiare niente.”

La notte della decisione del Tar, l’altra notte, io all’Ortomercato poi ci sono ritornato. Alle tre e mezzo, sono entrato dalla porta 3. Nessuno mi ha visto. C’era un grande suv che girava e suonava il clacson. Festeggiavano. Festeggiavano l’amnistia. Io ho tirato fuori la mia piccola macchina fotografica, l’ho cacciata dalla tasca della giacca a vento nera che ho. Da lontano, un uomo sui sessanta mi doveva aver tenuto d’occhio. Mi ha fatto il cenno sulla bocca. Come a dire silenzio. Come a dire dentro la bocca, il male. È dalla bocca che nasce, il male. È lì dentro che risiede. È là dentro che deve stare. Tu ricorda. E magari dillo. Scrivi. È dal bozzolo di saliva che risale, il male. È nel fiato purulento che lo nomina, che lo dice. Il male risale la spina dorsale. Su su fino alla bocca, alla lingua, ai denti. Stai attento ai denti. Fammi vedere i denti, fammeli vedere, voglio controllare le carie. È nella bocca, mi dice con l’indice che censura le labbra, che le tappa, che le sigilla con la fiamma ossidrica, è dentro la bocca che risiede il male, nel Verbo che vuole nominare il dio.

 (Due estratti sono stati pubblicati su L’espresso.it e su Milanomafia.com)

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17 Responses to Nella bocca di Milano

  1. marco rovelli il 22 febbraio 2010 alle 17:58

    Non capisco come un pezzo come questo, bello e necessario, non abbia risposte. Magari molti leggono e non sanno che dire. Ma basterebbe dire Ci sono – per sostenere chi, con fatica, racconta queste cose.

  2. franco buffoni il 22 febbraio 2010 alle 18:34

    Ci sono, cavoli se ci sono. Rabbrividente.

  3. jan reister il 22 febbraio 2010 alle 18:39

    Perché è un pezzo scomodo da pensare ed è meglio, più piacevole pensare ad altro, me compreso. Poi torno nel mio quartiere e conto le saracinesche chiuse dei negozi, quelle ancora aperte, quelle dei negozi di nuova ed inspiegabile gestione e penso ai costi degli affitti, al giro di affari possibile, e penso che molti, alcuni, forse uno o mezzo sono delle lavanderie di soldi fatti altrove e ripuliti. Se penso a quanto è difficile il credito, quanto facile farseli prestare dagli usurai.

    L’ortomercato poi è un affare colossale: unisce i profitti del commercio fresco, dell’indotto (trasporti, manodopera), dell’aggio sui prezzi, i vantaggi di movimento merci continuo, nazionale e capillare.

    A Milano chi governa vuol che i soldi continuino a girare, senza disturbare il manovratore e senza fare domande scomode. Si potrebbe pensare che siamo la Svizzera dell’Italia, una lavanderia efficiente dei capitali accumulati con droga, violenze ed estorsioni. Un ruolo sporco, ma necessario, qualcuno pur lo deve fare. Invece non è così, ci sono parti della città dove il controllo del territorio è in mano alla criminalità, ci sono campi, bonifiche, cave in provincia ed in Lombardia dove vengono seppelliti rifiuti in puro stile Gomorra, ci sono progetti edilizi scriteriati imposti alla collettività. I soldi girano e sono sempre sporchi, olezzanti e cinici.

  4. gianlucagarrapa il 22 febbraio 2010 alle 18:56

    lo stile è bello, mi piace e lo volevo scrivere che lo stile è bello e che l’argomento è necessario e mi dispiace leggere il tuo commento. magari lo hanno letto in tanti e magari non rispondono perché non esiste la spontaneità. a me piace e dopo averlo letto ho rivisto su youtube quel video del romeno ammazzato a napoli tra l’indifferenza della gente, poi ho pensato al festival di san remo, poi ho bevuto dell’altro vino, poi ho detto ora scrivo, poi ho riletto il post, ho lasciato un commento a un altro post, cercando di essere educato e non scortese e di non offendere, e di essere umile e poi ho visto il tuo commento e mi sono sentito una merda: dovevo farlo subito: scrivere che questo post è bello e Catozzella è coraggioso. Cos’è? bisogna essere nell’olimpo delle star televisive con tanto di scorta perché il tuo articolo desti polemiche e critiche (o come in altra sede, non qui, che tu sia qualcuno perché il tuo racconto diventi un semi-capolavoro?) perché qualcuno ti noti? oppure dobbiamo fare finta che non sia così, cioè che un italiano su due è geneticamente un mafioso?
    o forse che la sventura per essere compresa dovrebbe sfiorarti?
    non so. mi sento vivo e disperato.

  5. Salvatore Talia il 22 febbraio 2010 alle 19:10

    Quoto Jan Reister: “A Milano chi governa vuol che i soldi continuino a girare, senza disturbare il manovratore e senza fare domande scomode.” Recentemente, il prefetto (o forse il questore, non ricordo bene) ha dichiarato che a Milano la mafia non esiste…

  6. gianlucagarrapa il 22 febbraio 2010 alle 19:20

    sì, e Ahmadinejad sostiene che in Iran non ci siano omosessuali. ahahahahah!!!!
    milano da bere? no. milano da bare!

  7. gianlucagarrapa il 22 febbraio 2010 alle 19:21

    sostiene che non ci sono…. pardon….

  8. matteo ciucci il 22 febbraio 2010 alle 21:02

    Bel pezzo, anche se ovviamente, qui il giornalismo passa decisamente in secondo piano di fronte alla descrizione della situazione, oggettivamente agghiacciante.

    Ma chi se la sente di competere a tu per tu con la prima società italiana per fatturato, leggi di mercato alla mano? L’unico soggetto in grado di farlo per dimensioni sarebbe lo stato, ma per ovvi motivi, a questo livello tutto si inceppa. Rimane quindi il solito e magro: “Che fare?”, da declinare a seconda dei caratteri, con più o meno disperazione. Se ci penso, mi viene da piangere.

    P.S: A proposito: non c’è mica solo l’ortomercato. A quanto mi risulta a Milano, a seconda dei quartieri (zona Università, per esempio), se vuoi aprire un bar o un ristorante, c’è adesso anche da pagare il pizzo. All’ndrangheta, però, per rispetto alla libera concorrenza. Fra vent’anni, il pezzo si potrà ripubblicare pari-pari con Berlino al posto di Milano.

    Che fare?

  9. gianlucagarrapa il 22 febbraio 2010 alle 21:19

    tra l’altro carmelobene è vivo e quindi c’è sempre meno puzza di Dio. e si sa, Dio è all’origine di ogni vendetta e di ogni sanguinaria giustizia.

  10. jan il 23 febbraio 2010 alle 07:09

    andrea ciucci: in Città Studi un anno e mezzo fa sono andati a fuoco due negozi quasi nello stesso isolato e quasi lo stesso giorno, uno doloso e uno per un corto circuito. Coincidenza strana.

  11. plessus il 23 febbraio 2010 alle 09:24

    Troppo spesso ci si dimentica di chi combatte in trincea. Ammiro, davvero, la loro grande spinta morale, il loro disumano coraggio. Sono come medicinali piccoli che combattono un tumore cronico. Il quale prospera perchè attento a non far morire l’organismo in cui vive.
    Io ci sono e ringrazio.

  12. véronique vergé il 23 febbraio 2010 alle 10:04

    Qualcosa dell’incubo… E’ una scrittura bellissima, illumina la parte la più intima del corpo, la bocca.
    La bocca dove la parola non muore, invasa dalla paura, quando il grido
    è un groviglio di sabbia, l’odore mettalico è quella della morte.
    Lo scrittore crea una scrittura tattile del male: prende il corpo del lettore che non vede, ma sente la presenza del dolore.
    Forse per dire che siamo già nel punto di mira.

  13. giuseppe catozzella il 23 febbraio 2010 alle 10:44

    Grazie a tutti per i commenti.
    Per chi ancora avesse dubbi sulla presenza delle cosche in territorio lombardo o milanese consiglio di guardare queste 2 mappe della DIA:

    http://1048403763480762907-a-1802744773732722657-s-sites.googlegroups.com/site/milanocronaca/le-mappe/MAPPA%20CLANMILANOMAFIA.jpg?attachauth=ANoY7cp58Spzuk9lZXIER8nbPA_sLnM811FjL01uBs1HbeacUZodVTbevaFCgE_TorfypY_LPsMkaiTX9tWKNbsXMCUNQAd_0yOYBMXqbOB-yTxoCa5aFxjGhskvTAuScuQOkwc3ELQ63y-3ZcxHZiEQ1PlbBXsj-XbJTcy5qYqovgIMjcCHIYV3V6aGzEA21B77lAdSSLe64X_7DgMB3b6GTlNeG6xylf06n65ncoWHXgGpi5AOfQ0%3D&attredirects=0

    http://1048403763480762907-a-1802744773732722657-s-sites.googlegroups.com/site/milanocronaca/le-mappe/Mappa%20LombardiaMilanomafia.jpg?attachauth=ANoY7cpMcU0pn7BduXqIW0aUC7MuvFL8OP5WdwSf3bydq9UHD9GnZEiohAaMMxSG_ghxNVclqFxedT41R1oPAcB6lxbMi6WXgGv31KmaEjy06oeWhwuYB-4BMbupizW_bXI3jWEg5HUNhb24J-O3tgUzqefhNyj33s83Jz4sz_FXDieC0qFTwCwHDiN6iPzwOQbrl2LEqe-PT7GRFB1hL9uy1UdwOW4AV3uFP88TEsyyDRP4VWOA1k8%3D&attredirects=0

    A Milano è stato portato a termine uno dei più grandi processi per mafia di tutti i tempi, con 95 condanne per mafia.

    Attualmente in tribunale a Milano ci sono in corso almeno 4 processi di mafia, “Cerberus”, “Isola”, “Parco Sud”, “Ortomercato”. Almeno 4. Molte più inchieste e indagini preliminari. La famiglie più importanti: i Papalia, i Barbaro, i Morabito, i Fidanzati, i Bonanno, i Crisafulli.

    La mafia in Lombardia non fa solo gli affari, ma li fa con i metodi mafiosi “del sud”: intimidazioni e corruzione con gli amministratori.
    Furgoni bruciati e cantieri che saltano sono all’ordine del giorno.
    Ma, in più, anche la terza generazione commette omicidi, come i nonni. E controllano il territorio: il pizzo. Tutti i territori sud/sudovest (area di Buccinasco) sono in mano dei Barbaro-Papalia.

    Non si vuole vedere, si nasconde a se stessi. Anche le istituzioni nascondono. Addirittura il prefetto, per non parlare del sindaco e della provincia o della regione. Nando Dalla Chiesa in più di un’occasione ha paragonato questi anni in Lombardia agli anni ’70 in Sicilia, dove le istituzioni negavano, dicevano che erano fenomeni separati, non c’era nessuna testa mafiosa, nessuna organizzazione.
    Un documentatissimo sito, dove io collaboro, segue tutto: http://www.milanomafia.com/

  14. Evelina Santangelo il 23 febbraio 2010 alle 12:39

    Sì, a me che sono siciliana e penso agli ’70 come a un incubo di paura e omertà complice, questo pezzo e le ultime osservazioni di Giuseppe Catozzella hanno messo in corpo gli stessi brividi, perché proprio di questo si è sempre nutrita la mafia: di silenzio e rimozione.

  15. gianni biondillo il 23 febbraio 2010 alle 12:41

    Sottoscrivo Catozzella, compreso questo suo ultimo commento. Alla carovana antimafia, lo scorso anno, di fronte all’ortomercato eravamo quatto gatti. Perché per l’istituzione (e di riflesso per i milanesi) la mafia non esiste a Milano.

  16. giuseppe catozzella il 23 febbraio 2010 alle 13:00

    Ringrazio molto Evelina Santangelo, Gianni Biondillo, Jan Reister, Franco Buffoni, Marco Rovelli e tutti quelli che hanno lasciato un commento per l’appoggio.

    Aggiungo solo che al momento, nonostante ripetute sollecitazioni e richieste, a Milano non esiste una commissione d’inchiesta sulla mafia, e questo dovrebbe far riflettere. E specialmente dopo che la DIA e la DNA hanno esplicitamente attirato l’attenzione sul pericolo, per esempio, Expo.

    Cito solo Enzo Macrì, sostituto procuratore nazionale antimafia: “Che la ‘ndrangheta stesse colonizzando Milano lo dicevo negli anni ’80. L’ ho confermato due anni fa e i fatti mi danno ragione. Ora c’è l’Expo e non so più come dirlo”.



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