Le strane cose di Raul Montanari

28 febbraio 2010
Pubblicato da

di Mauro Baldrati

Esistono dei romanzi che seguono un percorso apparentemente obbligato, che neanche l’autore – talvolta identificabile col conduttore di una diligenza lanciata lungo un itinerario da lui stesso stabilito – riesce a modificare. Vanno avanti per i fatti loro, perché così sono stati iniziati, indirizzati. I motivi posso essere diversi: certe caratterizzazioni di personaggi molto forti, più forti del loro creatore, che vede ridursi sempre più i margini di manovra sulle loro vite e i loro destini; trappole morali, o etiche, o ideologiche, per cui alcune “sterzate” risultano impossibili senza cadute nei sentimenti bassi. Sono i cosiddetti romanzi pericolosi, perché l’autore rischia di ridursi a un semplice portavoce, ostaggio delle regole che lui stesso ha applicato alla storia e ai personaggi, scegliendo quel determinato impianto, quella struttura o sovrastruttura.

E’ il caso dell’ultimo romanzo di Raul Montanari, Strane cose, domani (Baldini Castoldi Dalai, 2009), una narrazione che fila su una lama di rasoio, pronta a cadere, a negare se stessa, a lavorare per la propria autodistruzione, tanto più per un’affermazione netta e molto impegnativa del suo autore: “Se la scrittura non è etica non è scrittura” (intervista al mensile Jesus).

Etica. Come dobbiamo considerare il personaggio narrante, Danio Ascari, uno psicologo con pazienti esclusivamente femminili (e anche amiche e conoscenti, potrebbe essere una versione moderna de l’uomo che amava le donne), che fa il passaggio all’atto, cioè se le porta a letto? C’è da dire che quella dello psicologo è una categoria particolarmente avversata – anche sbeffeggiata – dal cinema, dalla letteratura, per motivi che sarebbe interessante approfondire (Valter Binaghi, nel suo prossimo romanzo in uscita da Perdisa Pop, addirittura lo uccide); tuttavia è una figura di riferimento importante per i pazienti, che riversano su di lui, attraverso il procedimento del transfert, sentimenti ancestrali, desideri, rancori, e tentativi di seduzione; accettare queste “proposte”, cioè passare all’atto, può rappresentare un danno notevole per la persona che chiede aiuto attraverso l’analisi. Danio lo fa, o l’ha fatto, ma l’autore, che si è lanciato in questa avventura narrativa che presenta trappole etiche, riesce a tenersi in bilico, con straordinario talento di equilibrista, con l’ironia, e un gioco sottile, insidioso, di impegno/disimpegno, di indifferenza/amore, di noia/rispetto. E’ pervaso da un taurismo sessuale che fa pensare a Henry Miller, l’eroe letterario metropolitano che batte la città tentacolare restando vivo, e felice, attraverso una furiosa attività erotica. A tratti sembra deridere le sue pazienti e amanti – tutte strafighe look velina – o le “depresse”, che definisce insopportabili, ma ci lascia anche capire che le rispetta, le capisce (tracciando delle mini-diagnosi con finezza psicologica e una cura dei dettagli invidiabili) e vuole aiutarle.

Danio le possiede, le donne, le ha possedute, asseconda i loro desideri, i loro capricci. E’ un tipo fisico, pratico, sincero, diretto, ed è per questo, gli rivela la ex moglie Eliana, che le donne lo desiderano, non perché è bello. E’ anche poco idealista, è materiale, almeno così sembra, così si propone a noi lettori. Finché un giorno, finalmente, conosce la ragazzina che ha abbandonato il suo diario su una panchina del parco Sempione, a Milano. Federica frequenta il liceo, è una persona tormentata, con tratti autodistruttivi, che si fa del male, producendosi ferite da taglio sulle braccia. Il diario è una delle copie che ha lasciato in giro, come messaggi nelle bottiglie, con lo scopo di farle ritrovare, come richieste di aiuto. Danio la rintraccia, con la collaborazione di una amante genio del computer, e parte un immediato processo di idealizzazione: Federica è il contrario delle veline, veste normalmente, non ha i soliti tacchi a spillo, le minigonne, le scollature mozzafiato, è avvolta in un poncho informe, e ha le maniche della maglia fin sulla punta delle dita. Danio se ne innamora subito, e cerca di entrare nel suo mondo. Un mondo oscuro, un mondo dannato.

E qui il rischio è davvero alto. L’autore si trova a dovere gestire il rapporto tra Danio e Federica, e se la scrittura non è etica non è scrittura, come impostarlo? Li farà scopare? Lui psicologo padre di famiglia separato, 48 anni, e lei studentessa della scuola superiore? L’etica, ovviamente, non riguarda la differenza di età, ma la distruzione dell’idealizzazione. Dopo averne fatto un oggetto misterioso, con infinite sfaccettature, una anti-velina, avatar di giovinezza, di malinconia, di durezza, di poesia, può abbatterla con un passaggio all’atto così sbrigativo e scontato? D’altra parte, se non la distrugge, se non la oltraggia inserendola nella sua dotazione di amanti, come può restare nell’idealizzazione in sé per sé, cioè lontano dalla vita vera, prigioniero di un assoluto, di una irrealtà, dei propri fantasmi interiori, del proprio narcisismo solipsista, che sta alla base dell’idealizzazione? Perché l’idealizzazione è un tiranno che non ammette eccezioni: anche Swann idealizza, applica a Odette le immagini di donne divine che prende dai quadri classici, mentre la donna reale, che lui non vede, è ordinaria, banale; anche Humbert idealizza Lolita, e la ferisce, la tiene prigioniera, ma finisce per esserne schiavo, e, proprio come Swann, lavora per la propria fine.

Con un simile enunciato, se la scrittura non è etica non è scrittura, di fronte a questo dilemma c’è da incartarsi. E invece con una soluzione che ci mostra la forza del suo autore, e il suo coraggio, Danio risolve l’impasse con un artificio geniale: sarà la stessa Federica a decidere per lui, a toglierlo dai guai, evitandogli un imbarazzante fallimento narrativo. Federica si fa donna terrena, con le sue paure, le sue debolezze, ma anche la sua forza, e lo fa crescere, lo fa maturare. Così la storia decolla, e prosegue in un crescendo che porta il lettore in una vicenda noir narrata con tecnica da maestro: entriamo nel mondo violento e abietto di Federica, la sua famiglia, tipi orribili, luoghi oscuri. Entra in azione anche il figlio Tommaso, un ragazzo che non lo chiama mai “papà”, ma appunto Danio, e un investigatore privato che non può non evocare Dudley Smith, il poliziotto marcio di Ellroy, gli stessi modi soft ironici che evocano violenze abissali, ma un Dudley buono, leale, una colonna del romanzo. Ci accompagnano i pensieri, gli incubi di Danio, che in passato ha ucciso due persone, perché è stato costretto, perché era nello stato delle cose, era nel karma, ma ha lasciato i cadaveri al loro destino, che tornano come spettri, creature del buio che lo seguono di giorno e di notte.

Procede fiero e cazzuto Danio, mena le mani, si arrabbia, affronta il mondo a muso duro, cerca di amare, cerca di cambiare la propria vita, cerca di sfuggire a un destino di uomo sconfitto, di solitudine, che gli appare dietro il velo delle sue facili conquiste. Cerca di riscattarsi. Perché se la scrittura non è etica non è scrittura.

Proprio per questo il finale può suscitare discussioni e conclusioni contrapposte. Ma essendo Strane cose, domani un libro pericoloso, che non permette molte deroghe, ci si chiede quale altro finale avrebbe potuto pretendere dal suo autore. Forse nessuno. Forse è l’unico possibile, vista la piega che hanno preso gli eventi, le avventure dei personaggi, la loro maturazione. L’unica conclusione logica di questo romanzo italiano, un testo da non perdere.

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4 Responses to Le strane cose di Raul Montanari

  1. lambertibocconi il 28 febbraio 2010 alle 12:11

    Santo cielo, non lo leggerò. Ma almeno, proprio come provvedimento minimo, l’hanno radiato dall’albo il Dottor De’ Scopatoribus?

  2. callettino il 28 febbraio 2010 alle 13:10

    …non volendo scomodare l’etica, mi pare che di questi tempi la psicanalisi sia materia molto sfruttata dagli autori; indubbiamente egli fatica di meno, laddove un sentiero creativo te lo offre di fatto la psiche e non devi fare altro che abbinarci una storia credibile con personaggi più o meno che rappresentino l’una o tal malattia psichica.
    Voglio dire che l’autore, in questo campo che è la psiche, secondo me, deve saper filtrare quello che è farina del sacco della psicanalisi e quello che è, intrinsecamente, materiale narrativo, quantomeno per discostarsi dal linguaggio freudiano tipo de “Il caso di Dora” e trattati simili, che di narrativo tuttavia contiene molto (che Freud possedesse un talento creativo del miglior romanziere, spero sia un fatto assodato). Quindi, a mio modesto parere all’etica ci dobbiamo ancora arrivare, anzi non avendo io letto il romanzo in questione (e da quel po’ che c’ho capito, glisso), non ci arrivo proprio a toccarlo l’argomento.
    Interessante è invece quel percorso obbligato di cui si parla all’inizio nell’articolo, in cui l’autore sembra seguire percorsi apparentemente obbligati. Be’ ragazzi, l’inconscio mi pare faccia di questi scherzi a chi scrive: è svuotando l’inconscio che l’autore diventa veramente lettore del libro che sta scrivendo (penso). Volendo, un lettore tipo Freud saprebbe individuare non solo parte la inconscia della scrittura, ma anche i motivi psichici che hanno condotto l’autore a manifestare certi lati oscuri.
    Certo, quella di ritrovarti nella condizione di visitare tu medico pazienti donne è un inconscio comune a molti maschietti, io non faccio altro :)

  3. Mauro Baldrati il 28 febbraio 2010 alle 16:37

    Anna, non saltare a conclusioni drastiche. Il passaggio all’atto dello piscologo è una componente narrativa importante, ma non è una tesi, né un dato di fatto scontato. Anzi, te lo consiglio, da leggere senza pregiudizi (oppure superandoli strada facendo).

    Calettino, il punto centrale del rapporto psicanalisi/scrittura è, secondo me, non l’analisi dei “motivi psichici che hanno condotto l’autore a manifestare certi lati oscuri”, ma una eventuale analisi, se proprio si deve fare, di un personaggio creato dall’autore. Perché il personaggio, una volta creato, gode di libero arbitrio, e assume una psiche sua (e questo vale sia per la prima che per la terza persona). Invece analizzare i rapporti tra personaggio e autore (ma anche tra autore e storia, ambiente, ecc), è lo stesso procedimento dell’esegesi dei romanzi in chiave teologica (che fu già fatta più volte con Kafka, per esempio), che non porta a nulla.

  4. callettino il 28 febbraio 2010 alle 17:35

    … d’accordo Baldrati, e preciso che a me non piace questo modo di analizzare i testi degli altri, perché toglie il bello della lettura. Io sono di quelli che leggono le prefazioni, recensioni solo dopo aver letto il libro: non gradisco in nessun modo essere influenzato.

    Mi ricordo anzi, leggendo Jung che riferiva della psicologia della scrittura di autori del passato, che questa analisi psicologica mi dava un po’ fastidio. Poi da quando una volta ho letto che in un famoso incontro tra Jung e Freud (a casa di Jung), Jung ha preteso di psicanalizzare persino Freud (il suo maestro) solo perché nella stanza dove stavano parlando si sentivano degli strani scricchiolii da richiamar dentro non so quale inconscio collettivo, be’, da allora, i miei sospetti sulla psicanalisi sono aumentati. Pertanto, se devo giudicare uno scritto mi affido al mio piglio di lettore, che è meglio.



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