Elogio della macchia cieca. Lazy Suzie di Suzanne Doppelt

10 marzo 2010
Pubblicato da

di Rinaldo Censi

Rue Vieille du Temple, un sabato soleggiato di febbraio, a Parigi. Tagli per una traversa e giungi in rue Sainte Anastase, dove ha sede la galleria d’arte Martine Aboucaya. Percorri un lungo corridoio bianco e ti ritrovi in una sala dove sono esposte minuscole fotografie, miniature d’emulsione. Sono le foto che espone Suzanne Doppelt. Fanno parte della serie che ha intitolato Un homme est tombé de la lune: un frammento presocratico, probabilmente di Eraclito. Un uomo è caduto dalla luna, dunque. Suzanne dice che è come se questa caduta corrispondesse ad un passaggio: dal sogno al pensiero. Piccole capsule di tempo lavorate chimicamente, esposte alla luce, bagnate dal riverbero di riflessi luminosi: sono i fotogrammi di Moholy-Nagy, l’incontro, l’effetto serendipity, l’inaspettato caro a Man Ray. Chiusa in una stanza buia, Suzanne osserva i risultati raggiunti. Prodigi del rivelatore. Come un piccolo chimico altera i supporti, li riquadra, isola dettagli: il risultato è prodigioso, aloni, linee, griglie, paesaggi flou, insetti, masse curvilinee. È la materia che si riassesta, l’aria che si sposta, si posa sulla pellicola, sulla carta fotografica. È una danza. Gli elementi sedimentano sul supporto. Basta avere un po’ di pazienza. L’esposizione fotografica è stata accompagnata da letture e dalla proiezione di alcuni film delle origini: esperimenti scientifici, piccoli poemi di celluloide. La scelta non poteva essere più pertinente.

Suzanne Doppelt ha insegnato filosofia a Parigi. Scrittrice e fotografa, ha fondato con Pierre Alferi la rivista letteraria «Détail». È membro del comitato di redazione della rivista «Vacarme». Dirige la magnifica collana «Le rayon des curiosités» per i tipi di Bayard. Ha scritto numerosi libri dove riesce a coniugare tutti i suoi interessi: filosofia, pittura, cinema, scrittura, fotografia. Ha vissuto in Italia. A Roma per un anno, poi a Napoli. In Italia – che io sappia – è stato pubblicato solo un suo libro, 36 candele, per i tipi di Cronopio. In Francia, molti dei suoi libri vengono pubblicati dalla casa editrice P.O.L. È il caso dell’ultimo, magnifico, che contiene alcune delle foto esposte presso la galleria Aboucaya. Lazy Suzie è apparso nel novembre del 2009.

Suzie la pigra? Il titolo si presta a diverse interpretazioni. Lazy Suzie è – pure – quel vassoio girevole che si usa in Cina, su cui vengono posate vivande, condimenti: è un disco rotante per alimenti. C’è chi giura che questo vassoio sia stato inventato dalla moglie di Thomas Jefferson. Piccolo formato, senza numerazione, Lazy Suzie è un breve trattato sull’anamorfosi e i suoi effetti. Sarebbe piaciuto a Baltrusaitis. Punto linea superficie. Effetto di rotazione. Cornice. Inquadratura. Luce. Camera oscura. Sguardo. Specchi convessi. Flusso. Spostamento. Sono alcuni degli elementi che tengono insieme questa macchinazione tipografica, una condensazione di effetti che fanno di questo piccolo libro un esperimento cinetico, cinematografico, un poema degli elementi, una riflessione sulla visione, come se l’uomo dagli occhi a raggi X di Roger Corman fosse finito tra le pagine del libro e ci narrasse il suo stupore davanti ad oggetti che mutano di stato, si alterano a seconda del punto da cui li si osserva (la nostra scatola cranica è una cinepresa, oppure una camera oscura con due finestre e una porta). Depravazioni ottiche, rifrazioni e prospettive alterate, enigmi: l’anamorfosi non è che questo. La realtà, come viene scritto, non è che questione di regolazione, il passaggio ridotto da un mondo, una pittura gigantesca, a un’altra per semplice rotazione. Lazy Suzie: un’incessante rotazione, appunto. Il sole, la luna. Gli sbalzi luminosi, qualche nuvola, pietre che sono nasi, alberi che sono capelli. Ogni cosa si disgrega in un moto circolare: cambia di stato. La cornice non fissa nulla. Ogni cosa è in movimento. Le forme si allungano, scompaiono inghiottite nel vuoto per effetto di una macchia cieca. O forse è uno zoom che ne disperde la figura.

Questa circolarità è una gravitazione terrestre. A noi non resta che seguirne il flusso. A volte, per vedere meglio le cose, può esserci utile una lente (ce la porgono Giambattista della Porta, o – faute de mieux – Charles Baudelaire). Lazy Suzie in rotazione, le evoluzioni di una trottola (E.A. Poe sull’Etna). Le cose arrivano, prendono forma. Eppure, un leggero spostamento dello sguardo può disgregarle nell’aria, mostrando l’instabilità della loro materia. Splendore dell’anamorfosi. La realtà sfuma, si disfa, per ricomporsi differente in un altro punto dello spazio, ad ogni pagina di questo libro.

L’articolo è apparso sul «manifesto» sabato 27 febbraio 2010.

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3 Responses to Elogio della macchia cieca. Lazy Suzie di Suzanne Doppelt

  1. rc il 10 marzo 2010 alle 11:58
  2. véronique vergé il 10 marzo 2010 alle 15:09

    Ringrazio Domenico Pinto e Rinaldo Censi per aver dedicato un articolo su Suzanne Doppelt -Lady Suzie-.
    Piccola formica mi sono intrufolato nel suo mondo, presa nel suo occhio
    e il mondo si è rovesciato: “Il suffit d’un beau soleil et d’un petit trou de la taille d’une épingle pour dessiner sur le mur opposé l’image renversée du monde mais si nette: un paysage unique sous un bel éclairage, les couleurs, les ombres portées, les nuages, les rides sur l’eau, le vol des oiseaux et tout ce que l’on peut voir sous un soleil brillant.
    La scrittura di Suzanne Doppelt è nitida, chiara, superficie umida, rifletto, sabbia, prato, orizzontale e luminosa.
    Il lettore è il bambino che di notte sveglie per vedere il mistero della natura.
    Lady Suzie l’ho nelle mani, una meraviglia. Ogni pagina è attraversa dall’ombra di un occhio, passano l’uccello civetta e il nuvole, passano la donna e l’uccello, il giardino, la macchia fiore.
    Un universo roteando sul perno del sogno.

  3. véronique vergé il 11 marzo 2010 alle 08:21

    oups lazy suzie: mi sono sbagliata…



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