I 60 anni di Filmcritica (III)

18 marzo 2010
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Filmcritica ha negli anni più volte invitato studiosi d’ogni provenienza a riflettere sull’immagine. Il caso del filosofo, psichiatra e psicanalista cileno Ignacio Matte Blanco, in Italia alla metà degli anni ottanta, è forse uno dei più clamorosi.
Il testo è tratto dalla sezione Sentire (a cura di A. Cappabianca), pp. 68-79.
(Lorenzo Esposito)

Riflessioni sulla creazione artistica
Ignacio Matte Blanco
n. 365/366, giugno/luglio 1986

Introduzione

1. Sento che devo spiegare perché oso parlare in una riunione come questa. Non sono un critico di arte, non sono un artista e non posso vantarmi di avere una conoscenza ampia e profonda dell’argomento. Posso, invece, dire che sono sensibile a diverse manifestazioni artistiche e aggiungere che esse giocano un ruolo molto importante nella mia vita intima. Tuttavia, sono ben consapevole che niente di tutto ciò è sufficiente a conferirmi il diritto di parlare di questo argomento.
Tuttavia, credo di avere una credenziale. Ed è questa: parecchi anni di studio mi hanno portato gradualmente a riformulare il concetto di inconscio in termini tali che permettono di ricavare il valore epistemologico contenuto nelle scoperte di Freud e, di conseguenza, di gettare le basi di una nuova epistemologia che scaturisce da queste scoperte e che sembra potere espandersi in svariate direzioni.
Una di queste direzioni porta, credo, a nuovi angoli di studio della creazione artistica, che possono essere significativi. Questa è, dunque, la unica credenziale che posso presentarvi.
2. Sono molto lontano dal considerare queste riflessioni come qualcosa di compiuto. Per me questo è soltanto un inizio. Sono anche consapevole del fatto che le cose che sto proponendo possono destare critiche e anche essere sbagliate. Allo scopo di fare capire meglio il loro senso, come io le vedo e come vorrei che altri le vedessero, penso che sia utile raccontare qualcosa sul loro sviluppo. Da molto tempo sto riflettendo sull’argomento. Ho preso numerose note sui suoi diversi aspetti. Quando mi sembra che qualcosa sia diventata più chiara, faccio una stesura più formale. Rapidamente mi accorgo che non è soddisfacente. Ricomincio. E così via. Spero che adesso si possa capire che quel che sto proponendo non può pretendere di essere definitivo. D’altronde, questo è il destino di ogni processo di pensiero e di ogni ricerca: per quanto valida, presto o tardi dovrà cedere il posto a qualcosa di più preciso che contenga quello che essa contiene di valido. Il guaio è che a volte questo non succede e allora una verità degna di ascolto viene dimenticata. Mi auguro che non sia il caso degli aspetti validi di ciò che sto proponendo.
In questo convegno vorrei avere l’opportunità di discutere le idee che sto presentando, e di sentire i vostri punti di vista, nella speranza che possiamo, insieme, dare un contributo al’ chiarimento degli importanti quesiti ed emozioni che insorgono nella contemplazione delle manifestazioni artistiche.
3. Queste riflessioni riguardano, gli aspetti più generali della questione. Proprio per questo, esse valgono, credo, in tutte le varietà di creazione artistica, sia essa arte plastica, letteratura, musica, teatro e cinema; o negli aspetti artistici delle arti applicate, per esempio architettura, moda, decorazione; o, infine, opere d’arte della natura, come i dipinti colorati che si vedono nel tramonto del sole in un cielo fondamentalmente limpido che ha qualche nuvola sparsa qua e là; o nella bellezza di un pavone.
4. So di cinque persone che, nei loro studi sulla creazione artistica, hanno fatto riferimento ai miei lavori. In ordine cronologico sono, a quanto mi risulta: F. Orlando, S. Bernardi, S. Agosti, L. Albano e F. Acernese. I loro scritti sono molto stimolanti e portano a capire nuovi aspetti della questione. Vorrei avere l’opportunità di poter commentarli e discuterli in dettaglio. Purtroppo non sembra che questa sia l’occasione di farlo. Vorrei almeno esprimere loro la mia gratitudine.
5. Concludo questa introduzione con una premessa che, come si vedrà presto, è anche un post scriptum. Ho incominciato con l’intenzione di utilizzare le conoscenze della epistemologia bilogica nel l’argomento della creazione artistica. Man mano che andavo avanti mi rendevo conto che vi erano aspetti di quello che intendevo utilizzare che non erano sufficientemente sviluppati per lo scopo che avevo in mente. Così, lentamente il mio lavoro si trasformò in una ricerca simultanea su due argomenti: creazione artistica e gli aspetti appena menzionati. Credo di avere imparato molto su tutti e due.
Ho scritto questa premessa non all’inizio bensì verso la fine di questo studio. La consapevolezza acquisita mi ha richiesto di rivedere il testo, allo scopo di separare meglio ciò che è conosciuto da quello che lo è meno.
6. Ciò che segue è la prima parte di uno studio più lungo, ancora in corso.

2. Nozioni preliminari indispensabili

2.0. Avvalendomi di alcune idee che sto proponendo da qualche tempo, cercherò adesso di riformulare in un linguaggio preciso e conciso alcuni concetti che sono indispensabili per capire l’argomento.

2.1. Che cosa è una relazione?

1. Non entrerò in una dissertazione logica su questo concetto. Come minimo necessario per il nostro studio basta dire che non si può concepire una relazione senza considerare tre aspetti diversi. Prendiamo un esempio qualsiasi, per esempio “Rodolfo è più anziano di Massimiliano”. Il primo concetto è, in questo caso, Rodolfo. In termini generali, il concetto che viene per primo nella relazione si chiama referente. Il termine che occupa la posizione di Massimiliano nel nostro esempio si chiama relato. Tra questi due vi è la relazione, in questo caso “essere più anziano”.
2. In logica e matematica si descrivono diversi tipi di relazioni. Per i nostri scopi del momento ne menzionerò soltanto due. Consideriamo in primo luogo quella dell’esempio appena proposto. Si vede subito che la relazione che il referente ha con il relato è: “essere più grande”. Invertiamo adesso i termini, mettendo il relato al posto del referente ed il referente al posto del relato. Se adoperiamo un termine logico possiamo dire: esprimiamo adesso la relazione inversa. Subito ci rendiamo conto, che la relazione è in questo caso: “essere più piccolo”. Come si vede, essa è diversa della relazione iniziale. Si dice in logica che la relazione “essere più grande” è asimmetrica.
3. Quando, invece, la relazione inversa di una data relazione è identica alla relazione, si dice che la relazione è simmetrica. Esempi: “uguale”, “della stessa età”, “fratello” (tra uomini), “sorella” (tra donne), “correligionario”, ecc.
4. Presto ci accorgiamo che, delle relazioni che impieghiamo abitualmente, le asimmetriche sono molto più numerose di quelle simmetriche. Ne menzionerò alcune, mettendo tra parentesi, im mediatamente dopo, le loro inverse: “padre” (“figlio” o “figlia”), “madre” (“figlio” o “figlia”); “prima” (“dopo”): relazione temporale; “a destra” (“a sinistra”), “sopra” (“sotto”), “davanti” (“dietro”): relazioni spaziali; “precede” (“segue”): si applica sia nelle relazioni spaziali che in quelle temporali. Ci accorgiamo anche che la relazione temporale e quelle spaziali sono tutte asimmetriche.

2.2. La logica dell’inconscio

1. Freud ha scoperto che ciò che egli chiama il sistema inconscio non rispetta le leggi che si impiegano nel pensare abituale, che si svolge nel rispetto della logica bivalente. Tra altre cose:
1.1. Non rispetta il principio di non contraddizione.
1.2. Non rispetta l’ordinamento temporale: «I processi del sistema inconscio sono atemporali; cioè non sono ordinati temporalmente, non sono alterati con il passaggio del tempo; non hanno alcun riferimento al tempo» (S. Freud, L’inconscio, 1915, sezione 5).
1.3. «Non esistono in questo sistema la negazione, il dubbio, i gradi di certezza» (S. Freud, cit., sezione 5).
2.1. Penso di essere riuscito a mostrare che in tutte le caratteristiche del sistema inconscio si vedono esempi particolari, in diversi aspetti, di un principio che ho proposto di chiamare il principio di simmetria (PS): ogni relazione ha la proprietà di essere simmetrica.
2.2. Si noti che questo principio è una descrizione, in termini di logica bivalente, delle violazioni di questa logica, che nel caso che stiamo studiando sono espressione dell’inconscio. Allo scopo di vedere come “agisce” il principio di simmetria vediamo in primo luogo un suo corollario importante:
2.3. Quando vale il PS la parte è uguale al tutto. Infatti se a è parte di B e vale il PS, allora B è parte di a. Si sa che in logica bivalente l’unico caso in cui succede che due cose siano l’una parte dell’altra e viceversa, è quando le due cose in questione sono identiche. In questo caso si parla di parte impropria. Invece, la parte propria, cioè quella che non è uguale al tutto in logica bivalente, lo diventa quando vale il PS. Non siamo più nei confini della logica bivalente, bensì di quella che possiamo chiamare logica simmetrica. Si noti che il PS, assieme a questo corollario, ci permette di esprimere in termini di logica bivalente le violazioni di questa logica che Freud ha trovato nell’inconscio. Infatti:
2.4. Supponiamo un insieme i cui elementi siano tutte le affermazioni possibili e tutte le loro corrispondenti negazioni. Prendiamo una di queste coppie, e sia essa “la neve è bianca”, “la neve non bianca”. Supponiamo che valga il PS in questo insieme. Allora la prima affermazione è identica a tutto l’insieme e lo è anche la seconda. Se entrambe sono uguali all’insieme, allora sono uguali tra di loro. Quindi, affermare una cosa è, in questo insieme o ambiente dove vale il PS, identico a negarla. In altre parole, in questo assieme non vale il principio di non contraddizione.
2.5. Abbiamo già visto (cfr. 2.1.4.) che la relazione temporale e le relazioni spaziali sono asimmetriche. Ebbene, se in un dato ambiente vale il PS, allora non esistono né lo spazio né il tempo, poiché non esistono le relazioni asimmetriche.
2.6. In un ambiente dove vale il PS negazione è uguale ad affermazione, quindi non si può distinguere se si tratta di una o dell’altra. Si capisce che nemmeno possono esistere in questo ambiente dei dubbi o gradi diversi di certezza.

2.3. La natura dell’inconscio freudiano

Freud ha trovato che le caratteristiche da lui scoperte e che abbiamo menzionato, non si osservano in ogni aspetto delle manifestazioni inconsce. Infatti, esse si trovano frequentemente intrecciate con aspetti normali del pensiero. In altre parole, l’inconscio rispetta a volte la logica bivalente e altre volte ignora la proprietà asimmetrica delle relazioni, cioè si comporta d’accordo con il PS. Detto in altre parole, le manifestazioni inconsce sono un intreccio li due logiche, la logica bivalente e la logica simmetrica: sono strutture bilogiche.
2.4. Dalla psicoanalisi verso altri territori: le strutture bi-logiche e l’infinito matematico
1. Tipi di strutture bi-logiche. Una volta acquisito questo concetto, la sua esplorazione porta a rendersi conto che i modi. di intrecciarsi della logica bivalente con quella simmetrica sono assai variati. Finora sono riuscito ad identificare quindici tipi diversi di intreccio. Ne menzionerò soltanto due. (D’ora in poi per distinguere la logica bivalente dalla logica simmetrica, e solo per questo scopo, possiamo chiamarla logica asimmetrica). A volte vediamo in discorso, per esempio negli schizofrenici in cui si vede una alternanza di logica asimmetrica con la logica simmetrica. Ho proposto di chiamare questo intreccio con il nome di struttura bi-logica Alassi: Altre. volte, invece, vediamo che lo stesso insieme di cose è visto simultaneamente in termini di logica asimmetrica e simmetrica. La possiamo chiamare struttura bi-logica Simassi.
2. Così arriviamo a renderci conto che queste nozioni, acquisite nello studio dell’inconscio, possono essere applicate in altri territori. Ne menzionerò due: l’infinito matematico e la creazione artistica. Di entrambi si parlerà più avanti. Riguardo il primo, qui dirò soltanto che penso che sia una struttura Simassi.

3. I due modi di essere.
Se consideriamo l’azione del PS su un dato processo di pensiero, presto ci accorgiamo che esso esercita un’azione dissolvente delle differenze tra le cose. Un attento esame delle caratteristiche dell’inconscio che abbiamo esaminato, e delle altre che non ho menzionato, ci porta subito a renderci conto di quanto ho appena affermato. Infatti; sotto l’azione del PS, l’affermazione di qualcosa non può essere differenziata dalla sua negazione; un istante di tempo o una porzione di spazio non possono essere distinti da altri; e lo stesso vale per i gradi di certezza e per la distinzione tra certezza e dubbio. Insomma, dove vale il PS si cancellano le differenze e si assumono tutte le cose in una sola cosa non pensabile: tutte confluiscono in una unità indivisibile.
4. Questa peculiare “azione” del PS è parte integrante .dell’inconscio e questo è parte integrante dell’essere umano. A sua volta il concetto di infinito, struttura bi-logica, è diventato indispensabile per la comprensione della natura – e ciò ci fa capire che vi è una forma di corrispondenza o morfismo tra natura ed infinito. Possiamo, quindi, pensare che quando siamo confrontati con qualcosa che si conforma con le manifestazioni del PS, stiamo davanti ad un modo di essere dell’uomo e del mondo. Ho proposto di chiamarlo il modo indivisibile.
5. Invece, l’essenza del pensare è di stabilire o scoprire delle relazioni. Voglio rilevare a questo punto che nella Interpretazione dei sogni, quando sta esponendo le sue scoperte sul lavoro onirico, Freud menziona esplicitamente questa caratteristica del pensare, ed è alla sua luce che egli fa notare le violazioni che se ne osservano nei sogni.
5.1. Il pensare d’accordo con la logica bivalente è parte integrante della struttura degli esseri umani. Siccome ciò che il pensiero dell’uomo scopre nella natura sembra conformarsi decisamente, almeno in parte, con la logica bivalente, possiamo anche dire che quest’ultima riflette qualcosa del mondo. Siccome, infine, una caratteristica molto fondamentale del pensiero è quella di distinguere ogni cosa da ogni altro, di creare o scoprire l’eterogeneità, di separare o dividere le cose tra di loro, possiamo dire che esiste nell’uomo e nel mondo un modo di essere eterogeneo, ed eterogenico o dividente.
6. Bi-modalità bi-logica e bi-modalità logico-bivalente. Abbiamo trovato due modi di essere dell’uomo e del mondo. Abbiamo anche trovato nelle strutture bi-logiche un intreccio di entrambi. Bisogna aggiungere che la bi-logica non è l’unico modo di co-presenza dei due modi. Ne esiste un altro: la bi-modalità logico-bivalente. Per spiegare, esistono manifestazioni logico-bivalenti in cui si vede la presenza del modo indivisibile: la astrazione e la generalizzazione. Nella prima si trovano le proprietà che cose diverse hanno in comune e si costruisce una classe di equivalenza i cui elementi sono tutte le cose che hanno questa proprietà. In tale caso queste cose sono identiche riguardo la proprietà in questione e non sono distinguibili nei suoi confronti. Per esempio prendiamo un insieme di cani, pesci, uomini, galline, serpenti e rane. Essi sono molto diversi tra di loro in rapporto ad una grande quantità di caratteristiche. Sono tuttavia identici riguardo una proprietà: tutti sono animali vertebrati. Nella generalizzazione si considerano delle nozioni o proposizioni particolari e, a partire da esse, si scoprono delle nozioni più generali che si trovano implicite in ognuna delle nozioni particolari in questione. Come si vede subito, queste ultime, pur essendo diverse tra di loro, hanno tutte qualche nozione più generale in comune; ed in questo aspetto sono identiche. Si potrebbe pensare che la generalizzazione e l’astrazione siano in fondo la stessa cosa. Non sembra che questo sia vero. Infatti, nella astrazione si identifica una proprietà comune a molti individui, mentre nella generalizzazione si identifica un tratto più generale che è implicito in svariate proprietà che sono diverse tra di loro. Rimane, però, il fatto che esiste in tutte e due la presenza di una indivisione non bi-logica, bensì logicobivalente.
6.1. In conclusione, la bi-modalità può essere logico-bivalente, bi-logica ed una mistura di entrambe.
7. Infinito matematico: espressione dell’indivisibilità. Avverto che ciò che sto per dire sarebbe, a prima vista, contestato dai matematici. Dopo anni di riflessioni sono arrivato alla conclusione che non mi sbaglio in ciò che sto per dire. Per spiegarla molto brevemente: in matematica si dimostra che per ogni numero naturale esiste un numero pari: basta moltiplicare il numero per due. D’altronde, il buon senso dice che i pari sono la metà dei naturali, poiché esistono anche i dispari e sono tanti quanti i naturali. Ciò significa che, da una parte i numeri naturali sono tanti quanti i pari e, d’altra parte, sono il doppio. Questa è l’antinomia proposta da Galileo, impiegando l’esempio dei naturali e dei quadrati, che è equivalente a quello dei pari, soltanto un poco più complesso. Se le cose stanno così, allora, per un semplice ragionamento, si arriva alla conclusione che uno è uguale a due. Questo ragionamento non è accettato in matematica. L’unica ragione che sono riuscito a trovare è semplicemente che porta a conclusioni che sconvolgono la matematica. Infatti, se uno è uguale a due, allora due è uguale a tre e tre è uguale a 4, e così via: tutti i numeri sono uguali, pur essendo diversi: un’incompatibilità inconcepibile nella matematica “normale”, che è logico-bivalente. Se, invece, usiamo la bi-logica, allora tali incompatibilità sono normalissime nell’inconscio. Perché non accettare un nuovo modo di fare matematica e trattare l’infinito matematico come struttura bi-logica? Se ci decidiamo a farlo, allora ci accorgiamo che l’infinito matematico è un tentativo del pensiero, che è dividente, di esprimere l’indivisibile. Infatti, ogni numero rimane se stesso, diverso da tutti gli altri: logica matematica normale, modo eterogenico-dividente. Tuttavia, in qualsiasi insieme di numeri naturali dove vale il PS, ogni numero è anche tutti gli altri: modo indivisibile. Questo è incomprensibile per il pensiero. Che cosa fa davanti ad un numero che è allo stesso tempo tutti i numeri? La mia risposta: sdoppia questo numero tante volte quanti numeri contiene l’insieme in questione. Ogni volta ricava un numero naturale. Allora risulta che, se la fine dell’insieme non è determinata in anticipo, il processo di sdoppiamento non finisce

mai, poiché basta aggiungere una unità a qualsiasi numero naturale per ottenere un nuovo numero: ecco l’indivisibile trasformato in infinitamente divisibile. Quindi, infinito matematico, struttura bi-logica. La ragione per cui menziono questo argomento è perché l’emozione, o almeno alcune emozioni, trattano, in modo dissimulato, l’infinito come espressione dell’indivisibile. Ne parleremo più avanti. Per il momento diciamo:

8. Emozione: struttura primariamente bi-modale logico-bivalente, tuttavia, a volte, anche mischiata con bi-modalità bi-logica. Credo questa proposizione sia comprensibile. Quindi non mi soffermerò a spiegarlo.

8.1. L’emozione, struttura bi-modale e a volte bi-logica, sembra essere la più evidente manifestazione dell’indivisibile nell’uomo. Per spiegare brevemente, nell’emozione si vive l’indivisibile, non come un concetto bensì come parte integrante di questo aspetto psicofisico dell’uomo chiamato emozione. Nell’aspetto pensante dell’emozione si esprime oscuramente l’indivisibile come se fosse infinito: indivisibile ed infinito stranamente ed oscuramente, a volte mescolati come cose distinte, a volte sentiti come la stessa cosa. In ciò che segue ritorneremo su questo argomento e vedremo che lo sforzo per capire la creazione artistica ci porterà a capire meglio i rapporti esistenti tra creazione artistica, modo indivisibile, infinito ed emozione. Il lettore potrà accorgersi che, per una parte del nostro percorso, la comprensione di uno di questi quattro argomenti ci permetterà di arrivare ad una comprensione più profonda degli altri tre.

3. La natura della creazione artistica messa a paragone con quella della scoperta scientifica

3.0. Questo capitolo cercherà di capire un aspetto fondamentale del prodotto della creazione artistica, cioè, l’opera d’arte: il ruolo che l’infinito gioca nella trasmissione dell’emozione artistica esperimentata dal suo creatore. Il paragone con la verbalizzazione della scoperta di tipo scientifico servirà a mettere in luce la natura del problema. Incomincerò con un breve riassunto delle differenze tra formulazione scientifica ed opera d’arte. In seguito farò uno studio di due esempi che appaiono molto pertinenti per lo scopo in questione.

1. Un tratto costitutivo centrale della formulazione scientifica è di dire con precisione soltanto ed esclusivamente ciò che si dice esplicitamente: né più, né meno. Questo scopo è stato sempre raggiunto, finora, per mezzo della totale conformità con i principi e le leggi della logica bivalente.

Esempi: a) Il principio di Archimede: un corpo immerso in un liquido perde tanto del suo peso quanto pesa il liquido che sloggia. b) Il quadrato di a + b è uguale ad a quadro + 2ab + b quadro. c) Il cuore umano è composto di due atri e due ventricoli. d) La velocità della luce è trecentomila chilometri al secondo. e) La molecola dell’acqua è un composto di due atomi di idrogeno e uno di ossigeno. f) Cristoforo Colombo scopri l’America il 12 ottobre 1492. Ecc. È facile costatare che questi esempi si conformano con quanto appena affermato sulla scienza.

2. Un tratto costitutivo e distintivo della creazione artistica e del suo prodotto, l’opera d’arte, è di dire molto di più di quanto dica esplicitamente. In altre parole, ogni opera d’arte ha attorno a sé un alone di significati apparentemente non visibili ma tuttavia presenti e costitutivi della natura dell’arte. Questo è un primo aspetto della creazione artistica. Tuttavia, se la parola “significato” si riferisce, come abitualmente, a qualcosa che può essere espresso in termini logico-bivalenti precisi, per esempio quello che si intende quando dico: «sta piovendo», allora questo non è un aspetto costitutivo-distintivo della creazione artistica né dell’opera d’arte.

3. A questo punto viene in nostro aiuto il concetto di bi-modalità. Per spiegare ciò che intendo dire, prendiamo un esempio, e sia quello di una poesia di Paul Valéry, Anne. Si tratta di una donna mezzo addormentata che “galleggia” sul suo letto. La descrizione è piena di cose che evocano una ricchezza aliena ad un parlare logico-bivalente che dica, per esempio “Anna sta dormendo”. Vale la pena di leggerla tutta ma dobbiamo accontentarci di qualche verso. Scegliamo questi: Invoquait la vigueur et les gestes étranges / Que pour tuer l’amour inventent les amants / …A peine effleurents-ils de doigts errants ta vie, / Tout leur sang les accable aussi lourd que la mer, / Et quelque violence aux abimes ravie / Jette ces blancs nageurs sur tes roches de chair… / Récifs délicieux, Ile toute prochaine, / Terre tendre, promise aux démons apalsés, / L’amour t’aborde, armé des regards de la haine, / Pour combattre dans l’ombre une hydre de baisers! «Invocava il vigore ed i gesti sì strani / per uccider l’amore che inventano gli amanti / …Appena le loro dita vagabonde sfiorano la tua vita / Il loro sangue li schiaccia, pesante come il mare, / E qualche violenza strappata dagli abissi / getta questi bianchi nuotatori sulle tue rocce di carne… / Scogliere deliziose, Isola così vicina, / Terra

tenera promessa ai demoni placati, /Amor ti si accosta, armato dagli sguardi dell’odio, / Per combatter nell’ombra un’idra di baci».

4. Prendiamo i primi due versi. Il commento sul fare l’amore espresso in queste righe non si sofferma in una descrizione dettagliata del processo in questione. Non dice niente di concreto su que sto atto: non è una descrizione scientifica! Se arrivasse in questa terra uno che viene da un altro pianeta dove la riproduzione non deve seguire la nostra via, così impersonale ed allo stesso tempo così intimamente personale, fisica, emozionalmente e spiritualmente fusiva e confusivi di due esseri, dai versi di Valéry questo signore non capirebbe niente, non ricorderebbe niente, non sentirebbe niente di quello che può sentire qualcuno che abbia avuto l’esperienza. Inoltre, è sicuro che non imparerebbe a fare l’amore. Da questi versi non imparerebbe alcunché sull’amore. Invece, per colui che abbia avuto l’esperienza in questione e che sia allo stesso tempo dotato di una certa sensibilità, la cosa è molto diversa. Ci si chiede: quale è il tipo di impatto che hanno queste dieci righe di Paul Valéry? Quanto è difficile rispondere! Forse in questa difficoltà si nasconde il segreto della creazione artistica. Tentiamo di strappare questo segreto al poeta Valéry. Per non attirare

su. di noi, perché non ci cada addosso la sua tristezza e la sua ira, forse pesante come il sangue dei suoi bianchi nuotatori, e per non essere travolti dalla violenza strappata dagli abissi, incominciamo con dire che vogliamo entrare in questo tempio della sua arte come un bambino vestito di bianco che sta per ricevere la prima comunione. Vogliamo cioè, – usare le nostre conoscenze con innocente ed ingenua semplicità. Tentiamo, dunque.

4.1. Credo che la difficoltà di esprimere in parole chiare e precise in che consiste il fascino di questi versi stia nel fatto che essi ci portano in un mondo che, sebbene non sia alieno alla conoscenza e alla comprensione, è, tuttavia, alieno alla conoscenza che, da solo, ci fornisce il pensiero. Pascal ci apre la porta di questo mondo, vicino e tuttavia così lontano dal nostro pensiero: il cuore ha le sue ragioni che la ragione non capisce. Molto bello, molto vero, molto preciso. Tuttavia… ci lascia con il desiderio, direi la bramosia di immergerci nelle ragioni del cuore. Propongo una via da tentare in questa avventura metafisica. Considerando il fatto che stiamo cercando, se non di capire le ragioni del cuore, poiché accettiamo con Pascal che questo non è concesso al pensiero, tentiamo almeno di immergerci il più possibile in queste ragioni. Propongo di tentare questo con tutto il cuore, anzi, con tutto il nostro essere, incluso l’intelletto. Entriamo, cioè, come esseri umani integrali; poiché siamo

fatti così, con cuore ed intelletto. Nella nostra impresa rifiutiamo, quindi, di rinunciare a sentire senza pensare e a pensare senza sentire. In questo modo, forse, il nostro pensare troverà le ragioni del cuore e, pur non capendole, potrà delimitare il suo territorio. Bisogna anche aggiungere, capovolgendo la sentenza di Pascal appena citata, che il nostro cuore, in modo equivalente a quello della ragione, nemmeno capisce «le ragioni della ragione»: due modi di essere nel mondo che non si intendono tra di loro perché sono incompatibili. Infatti, per il modo indivisibile non si può essere diviso e per il modo dividente non si può essere indivisibile. Tuttavia, il nostro essere può immergersi contemporaneamente, sia nelle ragioni del cuore che in quelle della ragione! Insieme avremo, forse, una esperienza integrale. Esperienza simultanea dei due modi che sono in noi e che, in noi, sono, finora, irriducibili l’uno all’altro malgrado il loro. perenne intreccio.

5. Incominciamo con il nostro umile, sottile e limitato intelletto. Che cosa ci dice su questi versi di Valéry? In parole povere e prosaiche ci dice che egli sta riferendosi all’attrazione che l’uomo sente per la donna nei primi due versi, a processi psico-motori del rapporto nei seguenti quattro; e aggiunge ulteriori dettagli nel resto. Ci dice anche che nessuno di questi versi esprime i fatti fisici del rapporto, bensì parla di cose che sembrano avere delle somiglianze, ma certamente in nessun caso identità con questi fatti fisici. Diciamo che il pensiero scopre, forse, isomorfismi tra:

– uccidere e ottenere soddisfazione sessuale, facendo in questo modo scomparire il desiderio (“uccidendolo”).

– il pesante ed agitato mare che schiaccia e l’eccitazione sessuale;

– le scogliere ed il corpo della donna;

– intensità dei baci e l’idra.

Si noti, inoltre che in due casi egli non parla di isomorfismi. Il primo è quando parla della violenza dell’eccitazione, il secondo è la violenza degli abissi.

5.1. Avverto subito che le riflessioni che seguono possono sembrare. o assurde o arzigogolate o entrambe. Spero che colui che avrà la pazienza di seguirmi troverà alla fine che esse ci portano proprio a scoprire un bel segreto dell’arte di Valéry. Se le faccio è perché so che Valéry non dice niente a vanvera. Ho sentito dire che gli ci vollero diciassette anni per finire “Il cimitero marino”. È proprio per questa esigente e leonardesca sottigliezza e preoccupazione per i minimi aspetti che, assieme ad altre cose, egli è un grandissimo poeta. Permettetemi, quindi, quest’analisi. La mia intenzione è di scrutinizzare attentamente, alla luce rigorosa della logica bivalente le parole ed i concetti in questione, allo scopo di vedere se rientrano nell’ambito della logica bivalente o se, invece, suggeriscono l’impiego di un’altra logica.

5.2. La violenza dell’eccitazione è strappata dagli abissi. Questo suggerisce che essa si trova negli abissi. Quali abissi? Sembra che, proprio nella imprecisione di questa frase, Valéry lasci la porta aperta a diverse possibilità o ipotesi. Incominciamo con una di queste. Se, per esempio, strappiamo la violenza sessuale da quella dell’abisso del dolore, allora si potrebbe concludere che la violenza di entrambi gli abissi sarebbe la stessa, anche se gli abissi fossero diversi in altri aspetti. Ci si chiede allora se altri abissi – per esempio quello di una montagna, della iniquità, dell’ignoranza e tanti altri abissi simbolici – abbiano violenze diverse da quella di questo esempio. Sembra troppo artificiale ed improduttivo continuare per questa via. Se, invece, e questa è una seconda ipotesi, pensiamo

che tutti gli abissi hanno una caratteristica in comune, la violenza, allora ci troviamo davanti ad un problema diverso, ma sempre problema: che sia possibile. Strappare cioè separare violentemente, per esempio come si fa quando si strappa un braccio – la violenza. La risposta sembra ovvia: il concetto «strappare» non combacia con il concetto «violenza», sia essa di ognuno di questi abissi. Come si può strappare loro questa violenza? A me sembra che sarebbe come strappare la triangolarità ad un triangolo: non ha senso. Assumiamo, dunque, una terza ipotesi, che sembra una delle varie implicate nell’oscura sentenza di Valéry, cioè, che la violenza sia una caratteristica di tutti gli abissi. Infatti, tra tutte le diverse proprietà degli abissi, è possibile astrarre certe proprietà che hanno in comune. Una di queste può essere la violenza, nello stesso modo che la triangolarità

è una caratteristica di tutti i triangoli. Facciamo lo stesso nel nostro caso: astrarre il concetto di violenza dall’abisso della sessualità o di tutti gli abissi: è lo stesso. Allora, che se ne fa? Non è che la si dia ai bianchi nuotatori in modo che si gettino violentemente sulle rocce di Anna. Se loro sono eccitati, già avrebbero questa violenza! Ciò ci porta ad un’ultima ipotesi, che credo sia quella che corrisponde all’intenzione di Valéry, sia essa cosciente o inconscia, probabilmente galleggiando tra queste due alternative: egli voleva immergere la violenza dell’eccitazione sessuale in una violenza più vasta e, nel complesso, immensamente più intensa e violenta della più violenta e intensa sessualità. Perché lo voleva fare? Penso per due ragioni, e sembra molto probabile che nessuna delle due sia stata pienamente presente nella coscienza di Valéry: questa sarebbe proprio la capacità che il poeta ha, e che lo distingue dagli altri esseri umani: «lanciare senza pensare la sua frase di cristallo», per dirla con le parole di un altro grande poeta, il nicaraguense Ruben Dario.

6. La prima ragione che ipotizzo sarebbe che egli voleva insinuare che il desiderio sessuale è qualcosa di così intenso da essere partecipe di tutte le violenze degli abissi e di tutte le loro intensità messe insieme. Questo suggerisce una identificazione di tutti gli abissi violenti in modo che ognuno sia sé stesso e tutti gli altri: tutti sarebbero la stessa cosa. D’accordo con il PS ogni elemento di questa classe o insieme sarebbe identico a tutto l’insieme e, quindi, identico ad ogni altro: una simmetrizzazione. In questo modo ognuno degli elementi ha a disposizione tutte le possibilità degli altri elementi. In altre parole, la violenza della eccitazione sessuale diventa identica a, ed inseparabile da tutte le altre: un modo indivisibile localizzato, per così dure, a un aspetto dell’essere. Si noti che l’idea di un solo essere indivisibile che sia tutti gli esseri che il pensiero conosce, è una estrapolazione e generalizzazione fatta a partire dalle esperienze di indivisioni localizzate. Così lo vediamo negli schizofrenici e nelle manifestazioni inconsce. Reputo che per capire il senso profondo dell’impatto di Valéry poeta, sia di grande importanza la constatazione che in nessun momento egli sia uscito esplicitamente dai confini della logica bivalente. Se avesse detto che la sessualità era la stessa cosa di questa violenza di abissi indeterminati, avrebbe trasformato due cose simili ma, tuttavia, diverse, in una sola cosa: avrebbe fatto una simmetrizzazione che, in logica bivalente, sarebbe stata una falsità. Invece, il suo genio poetico riesce a usare con tanta maestria il

linguaggio da elidere nel suo lettore il vissuto dell’indivisibile senza che, nemmeno il lettore,

faccia delle simmetrizzazioni. Questo potere magnetico, evocatore-convocatore del vissuto della indivisione, questo potere pieno di intime e variate ricchezze, che sono esprimibili in logica bivalente e, tuttavia, vissute in modo indivisibile, mi sembra essere un tratto costitutivo essenziale

della creazione artistica. Là dove vi è una folla di significati diversi ma con qualcosa in comune, il modo indivisibile, dell’artista e del contemplatore, fa di tutto questo fascio una sola erba senza parti e, senza mai uscire dalla logica bivalente, riesce a vivere, in un modo misterioso, la bi-modalità non-bi-logica. Strana sintesi, in cui il dividente ed eterogenico pensiero riesce a diventare uno solo con l’essere indivisibile, senza che nessuno dei due perda niente della propria individualità.

6.1. La prima ragione che ipotizzavo all’inizio di questo numero 6 era la trasmissione- evocazione del modo indivisibile per arrivare ad una sintesi bi-modale nel sentimento. Passo adesso a descrivere la seconda ragione, che si desume da quello che ho già detto: mettendo insieme la violenza di tutti gli abissi si trasmette l’impressione di una intensità tale che punta verso l’infinito. Ebbene, si dà il caso che l’infinito è, secondo la mia ipotesi, il modo dividente di esprimere l’indivisibile. Questo ci fa capire, ancora una volta, che una funzione centrale dell’opera d’arte sarebbe l’evocazione ed il vissuto dell’indivisibile.

7. Quando Valéry parla “dell’amore armato con gli sguardi dell’odio…”: non simmetrizza, rimane dentro la logica bivalente, eppur trasmette qualcosa del modo indivisibile che l’emozione sente come qualcosa di indivisibile e dentro la quale vi è tutto; e che il pensiero vede come infinito.

8. Ancora un momento di ulteriore riflessione, con la speranza che ci aiuti a capire meglio questa difficile sfida della poesia di Valéry. Possiamo dire che i quattro isomorfismi menzionati sopra sono in perfetto rispetto della logica bivalente: sarebbero semplicemente delle metafore per descrivere il rapporto sessuale. Forniscono, tuttavia, l’opportunità di introdurre questo rapporto in una struttura più vasta, di cui le metafore sarebbero anche elementi. Questa impressione si conferma quando si ricorda che ognuna delle metafore in questione si riferisce ad un aspetto, diverso da quello ‘considerato nelle altre. A tutto ciò si aggiunga che la sua descrizione è molto bella in sé, che le metafore scelte sono evocatrici di svariate emozioni, e che la cadenza delle strofe contribuisce alla bellezza. Allora possiamo renderci consci dell’immenso territorio emozionale in cui Valéry ci introduce e ci immerge: esso si espande verso l’infinito. Assieme ad Anne, la sua protagonista, la poesia ci invita e ci porta a galleggiare nell’indivisibile e, nell’infinito.

8.1. Se, infine, troviamo ché l’eccitazione sessuale è parte degli abissi e che l’amore si arma con gli sguardi dell’odio, allora ci rendiamo conto che il galleggiare nell’indivisibile e nell’infinito ci porta a territori dove la logica del pensiero non esiste più, dove gli opposti si con-fondono. Detto in modo più generale, dove le incompatibilità diventano delle compatibilità. Sono queste le ragioni del cuore di cui parla Pascal? Se lo sono, possiamo dire che la nostra limitata capacità di pensare riesce a definire le differenze che esse hanno con il pensare. Ma il pensiero non riesce a viverle: è umilmente sottoposto alla logica biva-lente. Ha, però, sufficiente grandezza per scoprire un mondo alieno al proprio e che noi viviamo nell’emozione!

9. Riassumendo, Paul Valéry riesce a farci sentire come se stessimo nel mezzo del modo indivisibile pur senza rinunciare al modo bivalente. La sua poesia è intensamente bi-modale. Ma non è mai bi-logica. Per evitare la “scogliera” della bi-logica egli fa ricorso a sottili accostamenti che possono sembrare inesattezze, dentro le quali egli ci invita a partecipare della sua intensamente vissuta bimodalità. In questo modo egli riesce a contagiare il suo lettore.

9.1. Questa procedura di Valéry per fare vivere un mondo più ampio di quello degli aspetti puramente fisico-biologici dell’attività sessuale, un mondo che va ben oltre la sessualità e che, tuttavia, non è aliena ad essa, questa procedura, ripeto, merita un ulteriore commento. Penso che possa portare ad una migliore comprensione del rapporto tra il modo di essere eterogeneo ed eterogenico ed il modo indivisibile. Cercherò di spiegarmi per mezzo di un paragone, quello del rocchetto di induzione. Un cilindro di fil di ferro avvolto in un altro cilindro dello stesso materiale. Non si toccano. Passa la corrente elettrica attraverso uno dei due e ciò induce la generazione di corrente in un altro: l’induzione agisce a distanza. Torniamo adesso a Valéry. Le sue immagini si riferiscono a fatti o attività concreti e delimitati, ognuno dei quali provoca emozione, diciamo che porta con sé un alone di emozione. Più o meno intensa. Si aggiunge adesso, come fa Valéry, una saggia scelta di questi fatti, in modo tale che tutti, pur essendo diversi tra di loro, abbiano delle corrispondenze che sono morfismi.

9.2. Vediamo adesso il risultato che l’azione di questa mistura provoca nell’altro rocchetto, cioè il lettore. È bombardato, per così dire, da una varietà di stimoli, ognuno diverso dall’altro, essendo in qualche modo simili. Il bombardamento provoca in lui uno strano fenomeno: pur rimanendo in questo mondo limitato e finito, egli esce da sé stesso e si trova, senza dirlo in parole, in un mondo diverso: è qui ed è là, all’altro lato dello specchio, non quello di Alice ma uno ben più sconvolgente: lo specchio dove, come negli specchi “normali”, si è uno solo; ed allo stesso tempo, assieme a tutti gli altri, si è uno solo: molti sono uno. Totalmente incomprensibile per il nostro intelletto: essere uno pur essendo molti e, simultaneamente essere uno solo.

9.3. Allo scopo di intenderci, almeno per il momento, propongo di chiamare con il seguente nome questo modo di convocare in noi il vissuto dell’indivisibile e l’infinito: metodo Valéry di induzione dell’indivisibile. Possiamo anche impiegare una parola che evoca un alone di molteplici significati, e dire semplicemente incantesimo Valéry.

9.4. Vorrei rilevare un altro aspetto già menzionato diverse volte: con il suo modo di esprimersi, Valéry riesce ad introdurci o almeno ci fa affacciare ad un mondo che è in gran parte vietato al pensiero: il mondo dell’emozione. E così che possiamo dire tranquillamente, senza timore di essere contraddetti, che l’opera d’arte ha il potere ed esercita la funzione di portarci nel mondo dell’emozione.

9.4.1. La conclusione a cui sono arrivato fin qui non è, a dire il vero, una grande scoperta: tutti la conoscono. Tuttavia, sembra che essa. contenga in sé una nuova comprensione che non è da buttar via: l’emozione che Valéry provoca è totalmente “vestita” di logica bivalente. Voglio dire che nella poesia di Valéry il modo indivisibile irrompe in noi con tutta la sua forza ma impeccabilmente ed elegantemente vestito con il solo tessuto della logica bivalente. Il mondo del pensiero occupa tutta l’estensione del mondo del non-pensiero, senza che nessuno dei due disturbi l’altro. Tuttavia, l’attore principale di questa processione, l’imperatore, è il modo indivisibile. E non passeggia nudo per le vie dei suoi poemi: è superbamente vestito di belle parole! Tutto questo è molto strano. Alcuni anni fa proposi che l’emozione non è pensiero ma è la madre del pensiero. Ognuno ha la sua grandezza. L’emozione ci fa galleggiare in una intensità che può essere dissimulata e che, tuttavia, per la sua propria natura, è vicina al rosso bianco del metallo fondente. Il pensiero, invece, più piccolo e meno grandioso, è sufficientemente persistente da poter, passo a passo, come una formica,

svelarci il mistero della natura del mondo e dell’uomo: capace di svelarci fino alla natura stessa dell’emozione. Devo aggiungere che questa volta ci sembra di avere capito qualcosa di nuovo: l’emozione ed il pensiero ci appaiono come una sola cosa. Come spettatori o studiosi del fenomeno possiamo guardare la poesia di Valéry da un certo punto di vista, quello del pensiero, che è eterogenico. Allora tutto, proprio tutto, compare come pensiero. Guardiamo di nuovo, questa volta immergendoci nell’altro modo di essere. Allora tutto, proprio tutto, appare come emozione. Conclusione: nella poesia di Valéry pensiero ed emozione sono co-estesi.L’emozione non è, questa volta, soltanto la madre del pensiero. È anche pensiero. Ed il pensiero non è soltanto pensiero: è anche emozione.

10.1. Quanto a noi stessi, nella misura in cui siamo esseri pensanti, costatiamo queste cose. Il nostro pensiero le pensa ed in certo modo le capisce. Forse lo può fare perché è figlio della Regina Emozione, che gli ha lasciato la sua eredità. Il nostro pensiero le pensa e le capisce, ma non fino in fondo, non nella loro intimità. La spiegazione è semplice ma difficilissima da capire, o meglio, da abbracciare: l’emozione ha molte più dimensioni del pensiero, quindi, quest’ultimo non può contenerla dentro se stesso.

10.2. Quanto a noi stessi, nella misura in cui siamo emozione, non siamo soltanto figli della emozione, la nostra Madre-Regina. Siamo molto di più: siamo la nostra madre Regina. E, come tali, non scendiamo a. questo territorio di minore numero di dimensioni che è il nostro figlio Pensiero.

10.3. E che cosa dice il nostro essere totale, che è pensiero ed emozione, questo involucro che in ognuno di noi risponde al proprio nome e cognome? La mia risposta è: capisco e non capisco. Pazienza…

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2 Responses to I 60 anni di Filmcritica (III)

  1. gg il 18 marzo 2010 alle 21:54

    oh….. amo matte blanco . :)

  2. gg il 18 marzo 2010 alle 23:42

    io leggo l’intera esperienza web secondo la struttura bilogica Tridim(ensionalizzata). il nickname e\o un avatar in una trama bivalente-lineare… non parliamo poi del concetto di bimodalità.
    sempre secondo me, per la mia esperienza personale, vedo molti nessi tra bimodalità elettrica e bipolarismo organico, entrambi nei loro prodotti creativi. esiste anche la patologia bimodalità-bipolare….



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