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Un bilancio della giornata senza immigrati: I mandarini e le olive non cadono dal cielo

di Davide Galati
Lo scorso lunedì 1° marzo si è svolta la prima giornata di sciopero dei lavoratori stranieri nella storia d’Italia. Analoghe manifestazioni di protesta non violente hanno avuto luogo nello stesso giorno in Francia, Spagna [sp] e Grecia [gr].

In Italia, il comitato organizzatore Primo Marzo 2010 (costituito da attivisti della società civile, giornalisti e imprenditori immigrati) ha diffuso la proposta attraverso gli strumenti online sin dal novembre scorso, attraverso un  blog dedicato e numerosi gruppi locali su Facebook. Così il comitato ha presentato l’evento:

Cosa succederebbe se i quattro milioni e mezzo di immigrati che vivono in Italia decidessero di incrociare le braccia per un giorno? E se a sostenere la loro azione ci fossero anche i milioni di italiani stanchi del razzismo? Primo marzo 2010 si propone di organizzare una grande manifestazione non violenta per far capire all’opinione pubblica italiana quanto sia determinante l’apporto dei migranti alla tenuta e al funzionamento della nostra società. Questo movimento nasce meticcio ed è orgoglioso di riunire al proprio interno italiani, stranieri, seconde generazioni, e chiunque condivida il rifiuto del razzismo e delle discriminazioni verso i più deboli. Il colore di riferimento di Primo marzo 2010 è il giallo. Lo abbiamo scelto perché è considerato il colore del cambiamento e per la sua neutralità politica: il giallo non rimanda infatti ad alcuno schieramento in particolare.”

Peggioramento delle relazioni

Nel corso dell’ultimo anno le condizioni di vita dei migranti che risiedono in Italia o che cercano di entrarvi sono peggiorate. Si sono verificati diversi episodi emblematici. In maggio, il rifiuto di accettare 227 africani che, attraverso il Canale di Sicilia, cercavano di sbarcare a Lampedusa. In luglio viene approvato dal Parlamento un severo decreto legge sulla sicurezza, con l’introduzione del reato di clandestinità.

Sulla percezione comune degli immigrati in Italia, Mauro Biancaniello scrive su Facebook:

L’Istat conferma dei dati di cui molti di noi erano già convinti: l’immigrato non è il criminale che lo si dipinge, ovvero che, come abbiamo visto, il reato principalmente commesso è la violazione sulla legge dell’immigrazione […]. L’immigrato (regolare o non), non è un santo. Ebbene sorpresa: nemmeno l’italiano è pronto per la beatificazione.”

Il momento più difficile coincide probabilmente con la cosiddetta rivolta di Rosarno, in Calabria, tra il 7 e il 9 gennaio 2010: dopo l’assalto a tre braccianti africani da parte di sconosciuti, scatta la furiosa reazione degli immigrati con conseguenti, violente, rappresaglie dei residenti locali. Dietro agli avvenimenti si può intravedere la mano della ‘ndrangheta, mentre il governo egiziano ha ufficialmente protestato (fr) con l’Italia per l’episodio.

Questo il documentario Rosarno: il tempo delle arance, di Nicola Angrisano:

Giuseppe Civati, blogger e politico, pubblica invece un’infografica che mostra attraverso una mappatura la dipendenza del Nord Italia dai migranti. E che illustra la domanda che si pongono molti: è possibile immaginare un’Italia senza i lavoratori immigrati?

I cittadini si uniscono

Un documentario della rivista Carta, dal titolo In Between, ha avuto larga diffusione in vista dell’evento. E’ interpretato da giovani di sei diverse nazioni europee che raccontano le proprie esperienze, la quotidianità in cui devono fare i conti, tra la cultura del Paese in cui vivono e quella del Paese da cui provengono le loro famiglie:

Nove città europee di sei differenti Paesi. In ognuna di queste città, alcuni giovani, figli di migranti, raccontano le proprie esperienze, le proprie sensazioni e ricordi, il loro modo di percepirsi e di essere percepiti, la loro quotidianità e le sue sfide. Italia, Francia, Germania, Olanda, Portogallo, Spagna. Nonostante le diversità, tutti i protagonisti del video si raccontano in una situazione che li accomuna: persone che si trovano nel mezzo, portatori di un’identità di confine che li colloca fra il paese da cui provengono i loro parenti e quello dove vivono, seconde e poi terze e poi enne-esime generazioni, sempre ri-conosciuti solo a partire dalla loro provenienza.”

Attivisti e cittadini della Rete si sono impegnati nella preparazione dell’importante manifestazione e il primo marzo hanno finalmente avuto luogo grandi e piccoli eventi in tutto il Paese. Questa mappa Google predisposta dal comitato organizzatore evidenzia quanto siano stati numerosi i comitati locali; una Web-TV ha trasmesso uno speciale di 24 ore concentrato sull’evento.

I musicisti sono stati invitati a comporre in maniera collaborativa una colonna sonora per il primo marzo. La band Reagenti Limitanti ha ad esempio presentato un nuovo video su YouTube, e tanti altri artisti si sono impegnati in esecuzioni dal vivo.

A Roma si è tenuta in piazza Montecitorio un incontro aperto sulla ‘geografia dell’esclusione’ durante la crisi economica, con le Lezioni di clandestinità. Con questi obiettivi:

Fare della nostra clandestinità la nostra ricchezza, rivendicare la nostra eccedenza e mettere in comune le nostre esperienze e i nostri saperi [per] renderci visibili e prendere parola contro le politiche e le retoriche razziste, contro lo svilimento del mondo della formazione, contro la precarizzazione delle vite.”

Come si racconta il primo marzo

La prima giornata senza immigrati è ormai alle nostre spalle: come si può raccontare cos’è successo il primo marzo? L’evento è stato un successo: l’immagine più significativa è quella del mercato di Porta Palazzo a Torino, rimasto pressochè deserto; ma in tutta Italia, specialmente al Nord, sono decine le aziende, le cooperative e i cantieri che sono rimasti chiusi. Mentre le piazze di molte città si sono colorate riempiendosi di migranti come pure di italiani che hanno deciso di stare al fianco dei più deboli.

Foto su Flickr di neropercaso, su licenza CC.

Ma alcuni giorni sono passati e i problemi degli immigrati non sono scomparsi con la manifestazione. Sul blog del comitato organizzatore si può leggere quanto scrive il Coordinamento per lo sciopero del lavoro migrante:

Il primo marzo è successo di tutto, quindi ora è un successo di tutti. Sono successe cose bellissime. Tranne il primo sciopero diffuso su una vasta regione di migliaia di migranti e di italiani contro lo sfruttamento del lavoro migrante. Non è un caso che quanto è successo a Brescia -50 aziende in sciopero e quindi una piazza colma di 10.000 persone – sia stato quasi assente tanto dalle cronache giornalistiche quanto dalle analisi politiche. (…) Questo sciopero mantiene così il marchio di fuoco di evento letterario o folkloristico che gli avevano impresso alcuni sindacalisti di professione.

Rimangono le piazze bellissime e colorate nella cui grande novità tutti possono riconoscere il trionfo delle parole d’ordine che usavano già prima.”

Ci dimostreremo capaci di saper accogliere chi può aiutarci a crescere? Sapremo fare nostro l’appello diffuso dai lavoratori africani di Rosarno?

Non siamo venuti in Italia per fare i turisti. Il nostro lavoro e il nostro sudore serve all’Italia come serve alle nostre famiglie che hanno riposto in noi molte speranze. I mandarini, le olive, le arance non cadono dal cielo. Sono delle mani che li raccolgono.”

Per il momento gli eventi che si sono susseguiti in questi giorni, dalle mobilitazionie gli scioperi della fame in tanti Cie italiani, alla cosiddetta sanatoria trappola, fino alla recente sentenza della Corte di Cassazione sull’espulsione delle famiglie irregolari anche in presenza di figli che vanno a scuola, ci obbligano a mantenere alta la nostra soglia di attenzione.

Il team Lingua di GV in italiano ha contribuito a questo post, in particolare: Beatrice Borgato, Bernardo Parrella, Tamara Nigi.

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jan reister
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Mi occupo dell'infrastruttura digitale di Nazione Indiana dal 2005. Amo parlare di alpinismo, privacy, anonimato, mobilità intelligente. Per vivere progetto reti wi-fi. Scrivimi su questi argomenti a jan@nazioneindiana.com Qui sotto trovi gli articoli (miei e altrui) che ho pubblicato su Nazione Indiana.
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