La responsabilità dell’autore: Tommaso Pincio

23 marzo 2010
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[Dopo gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo Erri De Luca, Luigi Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti e Dario Voltolini, ecco le risposte di Tommaso Pincio]

Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici, che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?

Circa la poesia, sapendone poco o nulla, mi astengo da qualunque commento. Dissento invece con i critici in merito alla «totale» mancanza di vitalità del romanzo. Nell’ultimo decennio la narrativa italiana ha offerto un numero insolitamente elevato di opere significative, e dico «insolitamente» perché la finzione romanzesca è per tradizione un genere penalizzato dalla nostra letteratura. Certo, se si paragonano gli esiti locali con quanto si fa altrove, il panorama può apparire poco esaltante, ma bisogna per l’appunto fare i conti con un passato che non ci aiuta. Va inoltre considerato che alcuni fra i critici che si lamentano della produzione contemporanea bollano pregiudizialmente il romanzo come forma espressiva di retroguardia, se non del tutto defunta.

Ti sembra che la tendenza verso un’industrializzazione crescente dell’editoria freni in qualche modo l’apparizione di opere di qualità?

Gli editori non sono per principio contro la qualità. Se vendesse ne farebbero a carrettate. Il guaio è che la qualità dei lettori si è alquanto abbassata. Gli editori si sono limitati ad andare incontro al pubblico. Ora si può discutere a lungo su cosa abbia determinato queste condizioni, ma servirebbe a poco. Dobbiamo guardare ai fatti, e il fatto rilevante è che un tempo gli editori dicevano «Dobbiamo fare libri commerciali per finanziare quelli di qualità». Oggi questa cosa non la dice più nessuno o quasi. I veri colpevoli non sono però gli editori ma la grande distruzione libraria, i cosiddetti megastore dove trovano spazio soltanto i best-seller. Soltanto una decina di anni fa, le Feltrinelli erano biblioteche: ci trovavi praticamente tutto. Oggi 1984 di Orwell è esposto sui banchi in pile da 40 copie, ma se cerchi un titolo meno popolare dell’autore come Omaggio alla Catalogna ci sono alte probabilità che tu lo debba ordinare al servizio clienti. Se poi ti interessa Fiorirà l’aspidistra non hai nessuna speranza. Lo spazio costa: meglio occuparlo 100 copie di uno stesso titolo facilmente smerciabile anziché con 5 di 20 titoli diversi. Il principio è questo. Ed è questo principio ad avere determinato una certa passività di scelta da parte del pubblico. Del grosso pubblico, intendo.

Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?

Sta diventando sempre meno rilevante come siano fatte le pagine culturali giacché di fatto i quotidiani non li legge più nessuno. Che è poi un’altra delle cause che hanno portato al livellamento del gusto.

Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?

Dipende dagli editori, ovvio. Alcuni, come minimumfax, fanno questo mestiere perché mossi da un autentica passione per la letteratura. Altri un po’ meno, mi sembra.

Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?

Il web ha cambiato moltissime cose, ma finora tutte perlopiù legate al discorso intorno alla letteratura. L’autentica rivoluzione giungerà con il reale superamento della carta stampata.

Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme?

Ci fosse la volontà si potrebbero fare molte cose a costo quasi zero. Per esempio, si potrebbe istituire una sorta di «win for life» per gli scrittori. Ogni anno una commissione di esperti seleziona un autore cui assegnare un vitalizio «simbolico» di mille euro. Ovviamente, la scelta dovrebbe escludere i best-seller e favorire quegli scrittori che, a dispetto della qualità espressa, non sono stati premiati dal mercato.

Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo…), che ha una risonanza sempre maggiore all’estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?

Il modo per dire le cose c’è ancora, che poi queste cose abbiano un peso effettivo e immediato è questione diversa. Io non credo però che scrittori e artisti debbano avere la presunzione di puntare al ruolo di salvatori della patria; più modestamente dovrebbero accettare la funzione di custodi dei valori in cui credono. Alla lunga, ciò che davvero conta è il percorso di un artista nel suo complesso, l’esempio che offre alla comunità, non il fatto che sia sceso in piazza a urlare assieme a una folla di manifestanti.

Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?

Mi pare di aver già risposto nel punto 7.

Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?

La politica contemporanea è in sostanza consenso preconfezionato ovvero l’esatto contrario di ciò che dovrebbe essere la cultura. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti.

Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali “Libero” e il Giornale, caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell’informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe …), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?

Mi sembra fortemente inopportuno. Ma ancor più indecente trovo chi giustifica simili licenze, se così vogliamo chiamarle, in base al presupposto che l’artista è per definizione irresponsabile e risponde pertanto solo a se stesso e alla propria arte. Il culto del genio individuale è un’aberrazione tutta italiana del talento creativo, un retaggio cattolico che favorisce l’assoluzione di sconsideratezze e infamie imperdonabili.

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217 Responses to La responsabilità dell’autore: Tommaso Pincio

  1. franz krauspenhaar il 23 marzo 2010 alle 18:47

    mah.

  2. AMA il 23 marzo 2010 alle 19:23

    Le cose contenute nella seconda risposta le sostevevo anche io qua sopra da qualche altra parte. Condivido in linea di massima quasi tutto.

  3. fabio teti il 23 marzo 2010 alle 21:08

    in linea di massima, sì.

    certo che l’ignoramus et ignorabimus nei confronti della poesia contemporanea (ma chissà se solo di quella), per come emerge dalle parole di quasi tutti gli intervistati, mette i brividi. (e la dice molto lunga).

    hail,

    f.t.

  4. AMA il 23 marzo 2010 alle 21:20

    @ fabio teti

    Spesso, spessissimo, si ignorano anche fra di loro. I poeti.

  5. cfu il 24 marzo 2010 alle 00:44

    nell’ultima risposta sospetto che pincio si riferisca a emanuele trevi…eppure erano amici

  6. franz krauspenhaar il 24 marzo 2010 alle 01:43

    come si ignorano i componenti di sei divisioni corazzate. i numeri sono quelli.

  7. AMA il 24 marzo 2010 alle 10:57

    Un danno enorme tutto questo ignorarsi.

  8. dinosauro il 24 marzo 2010 alle 10:58

    Peccato che alcuni scrittori ignorino la poesia. Non voglio credere che chi scrive romanzi possa disinvoltamente, e senza danni, evitare la poesia. E’ onesto dirlo, ma ciò m’inquieta un po’. La poesia, come scriveva qualcuno, è il risonar del dire oltre il concetto, non può, per chi s’interessa di letteratura, essere bandita. Pinci sì che è “responsabile”, scrive su repubblica!

  9. lucia cossu il 24 marzo 2010 alle 11:08

    una superficialità colpevole tutto questo ignorarsi

  10. Tommaso Pincio il 24 marzo 2010 alle 12:47

    Una precisazione che mi pare doverosa: non ignoro in assoluto la poesia né lontanamente mi sogno di disconoscerne l’importanza. Mi capita di leggerla e apprezzarla, nondimeno queste mie esperienze sono troppo occasionali perché possa permettermi un giudizio di bilancio complessivo come quello richiesto. E non è soltanto questione di leggere o conoscere. Non passa giorno che non legga narrativa e rifletta su cosa è e dovrebbe essere un romanzo. A torto o ragione, ne ho fatto un oggetto di studio quotidiano per cui mi sento autorizzato ad affermare che quanto si produce oggi in Italia è carico di una sua inedita vitalità. Il fatto che, per fare un esempio a caso, abbia adorato quella sorta di poemetto a firma Tiziano Scarpa risalente a qualche anno fa, Groppi d’amore nella scuraglia, sarebbe sufficiente, per me e solo per me, per testimoniare che anche la poesia è viva. Ma proprio in virtù dell’onestà che qualcuno constatava mi sembrerebbe poco serio. Premesso ciò, non trovo scandalo alcuno in un narratore che ammetta di leggere poca poesia o di non disporre di sufficienti strumenti per soppesarla. Sono forme espressive profondamente diverse, il peso che riveste ogni singola parola è così abissalmente diverso che la conoscenza di una non presuppone una necessaria adesione per l’altra. Ritengo per contro più opinabile che alcuni critici (e li tiro in ballo un po’ perché questo è l’oggetto originario della domanda, un po’ per lanciare un thread più piccante di «tutto questo ignorarsi»), recensiscano singoli romanzi alla cui lettura si sono dedicati per occasione e a dispetto di una pregiudiziale convinzione (convinzione legittima, sia chiaro) che il romanzo in quanto tale sia ormai lettera morta e cosa retriva. Dico ciò senza intenti malevoli, giacché quel paio di critici cui mi riferisco sono persone amiche che stimo grandemente e con la quali ho discusso della questione più volte faccia a faccia, senza peraltro giungere a un punto d’accordo. Se non li nomino per esteso, qui e ora, non è tanto per stuzzicare la bizantina ossessione per la filologia di qualcuno, quanto perché preferirei un mondo dove l’azzardo di avventate iperboli volte al positivo sia più frequente. E cerco di spiegarmi con un esempio: di recente è uscito un romanzo, L’uomo verticale di Davide Longo, che mi ha molto impressionato. Meritava apprezzamenti e difatti ne ha riscossi. Meritava però anche qualche commento più coraggioso, del tipo: questo romanzo ha il sapore di Cormac McCarthy ma è di gran lunga superiore a La strada. Mi si obietterà che probabilmente gli altri sono rimasti sì colpiti ma non quanto me. E mi sta bene. Ma non è Longo il punto, bensì il fatto che, piaccia tanto o poco, il suo romanzo è buona e vera letteratura e meriterebbe una visibilità in libreria non dico pari a quella di McCarthy, ma perlomeno non troppo inferiore agli italiani che solitamente scalano le classifiche. È vero che le pagine culturali dei quotidiani incidono sempre meno sui destini di un libro, ma per valorizzare al meglio quel che ancora possono smuovere ci sarebbe bisogno di una critica più urlata perché mossa dall’entusiasmo anziché dal sottile piacere di sminuire e delle frecciatine sagaci. E quando dico “critica” non penso soltanto ai critici per professione, penso a tutti noi che a vario titolo e in vari luoghi commentiamo: perché a molti dei cosiddetti lettori forti che leggono Repubblica capita anche di visitare posti come Nazione Indiana. Così, giusto per non lasciare solo ai D’Orrico il ruolo di presunti Re Mida dell’editoria. Giusto perché i megastore non trabocchino soltanto dei noti best seller. Giusto perché i libri decenti non restino sui banchi una settimana o poco più. Così, just a thought. Grazie per i commenti.

  11. lucia cossu il 24 marzo 2010 alle 13:34

    grazie della precisazione, ci rifletto

  12. helena il 24 marzo 2010 alle 13:35

    In un commento all’intervista a Voltolini, ho scritto questo -più o meno in sincro con Tommasio:-))

    Per me sarebbe insensato fornire una lista dei critici e/o giornalisti culturali che deplorano la mancanza di vitalità della letteratura italiana. Il discorso del “oggi non c’è più la letteratura di una volta”è più una tonalità, un mi-be molle che permea gran parte dei discorsi che circolano nell’ambiente per iscritto e non, o che semplicemente emergono ex negativo attraverso il disinteresse per quel che viene pubblicato oggi. Spesso può esserci la variante di chi elogiando l’eccezione, tinge di grigio ancor più uniforme lo sfondo dal quale si stacca il proprio campione.
    La percezione pervasiva della “crisi” letteraria, articolata in modi, sensibilità e argomenti diversi, fa sì che caio e tizio possono anche aver in mente una bel numero di autori che vale la pena di seguire (io ci arrivo senza pensarci), ma che questi appariranno sempre come singole rondini che non fanno primavera.
    Questo è il punto critico. Ridurrlo a un tot di nomi – e non ci vuole molto- lo falsificherebbe. Proprio perché isolerebbe arbitrariamente dei “nemici” laddove il problema è il “luogo comune” o il “comun sentire”.

  13. miriam il 24 marzo 2010 alle 15:46

    Viva Tommaso Pincio. Scrittore bravo, che crede in quello che fa, che è capace di starsene anni a scrivere un libro senza fare il ruffiano. Alcuni libri gli escono meravigliosamente. Altri gli riescono meno. Poi gli riescono di nuovo molto bene. Rispetto. Bravo. Grazie per le risposte. E. Soprattutto – ma non solo – del suo ultimo post. L’altro lato del provincialismo italiano è l’esterofilia.
    Perché nessun giornalista ha il coraggio appunto di scrivere cose del tipo (e per me vere), come:

    “Un amore dell’altro mondo” è meglio di “Molto forte, incredibilmente vicino”
    “Troppi paradisi” e “Il contagio” sono moooolto meglio degli ultimi McEwan o P. Auster
    e cos’ via

  14. Matteo il 24 marzo 2010 alle 19:13

    Ma ritornando senza faziosità all’argomento del divario di coscienza degli scrittori tra poesia e romanzo, o poesia e prosa in genere, in che misura il mondo editoriale ha influenza in questo settore?
    Per chiarirci, mi sembra abbastanza evidente, semplicemente entrando in una libreria, che la poesia, in particolare quella contemporanea, abbia sbocchi editoriali irrisori, sostanzialmente nulli.
    Come si possono formare le coscienza poetiche se l’individuo, dall’infanzia, non è in grado di rapportarsi alla poesia contemporanea, e vive all’ombra delle poesie di Dante e Leopardi imparate alle elementari?
    Insomma, un problema c’è, e mi sembra abbastanza evidente.
    Sono io che sono cieco? Ci sono già soluzioni che non ho visto? Se sì, vi prego, indicatemele.

  15. francesco pecoraro il 24 marzo 2010 alle 19:59

    Qualche appunto per ribadire l’ovvio.
    Mi sembra ci sia questa divaricazione tra una critica che afferma, e non da oggi, l’indebolimento della forma romanzo (per perdita di capacità di rappresentazione? per inutilità e superamento di fatto della forma chiusa ed della narrazione lineare? per sostanziale incapacità di dire il contemporaneo? non so, non saprei affermare niente che abbia valore generale e nemmeno so se sia vero) e un pubblico che invece brama di essere trascinato via dalla narrazione romanzesca e del tipo più scorrevole e coinvolgente e avvincente.
    Non ho un’idea dello stato della letteratura contemporanea, non ho una cultura specificamente letteraria, i miei rapporti con la letteratura si sono sempre basati sul principio del piacere.
    Chi fa percorsi ondivaghi, a zig zag e salta da un libro a un altro senza un vero criterio, difficile che possa farsi un’idea seria di quello che realmente accade.
    Se alcuni critici (quali?) denunciano una “mancanza di vitalità” del romanzo italiano, non ho elementi per confermare o confutare questa affermazione.
    Tuttavia credo che occorra capire di cosa si sta realmente parlando.
    Prendo spesso la metropolitana di Roma e lì dentro ho modo di osservare che, in un clima generale piuttosto sciatto e affaticato e depresso, molte persone, quasi sempre donne, siedono immerse nella lettura di un libro.
    Cerco di sbirciare le copertine e, quando ci riesco, quasi sempre leggo i soliti titoli di romanzi in classifica, più raramente di qualche classico.
    Letteratura «di consumo»? Può darsi, anzi, sicuramente.
    E tuttavia l’espressione compresa di queste lettrici, completamente estraniata dal contesto deprimente della metro, mi fa pensare che quel romanzo «di consumo» in quel momento e su quella persona, sta «funzionando», eccome.
    Quelle lettrici non sono lì, ma altrove, rapite da una narrazione capace di avvincerle e trascinarle con sé.
    Si tratterà di roba scadente, d’accordo, però in quel senso «funziona», perché estrae il lettore dalla realtà circostante: talvolta sul volto della lettrice che mi siede di fronte noto un sorriso che subito sparisce non appena si guarda intorno.
    Quindi se parliamo di mancanza di «vitalità» non ci dobbiamo riferire a questa letteratura, che cerca e trova un rapporto diretto e simbiotico con i suoi lettori, dando loro ciò di cui hanno bisogno, ma ad un’altra letteratura, con ambizioni diverse dall’intrattenimento (sarà corretto usare questo termine?), sovente disposta in opposizione critica nei confronti dell’esistente, molto spesso tesa al voler essere opera, indirizzata verso la qualità assoluta dell’opera, dove linguaggio e contenuti e struttura puntano ad una complessa sintesi estetica, magari di ardua lettura.
    Immagino che è di QUESTO tipo di libri che si denuncia la carenza o la debolezza vitale – anche se a tutti noi capita ancora di leggere ottimi libri –, perché il romanzo dell’ALTRO tipo gode invece di grande vitalità.
    Il romanzo, in quanto forma specifica di narrazione, è vitale finché molta gente lo compra, lo legge e ne trae godimento, ciò è vero anche se quelli che legge e compra a molti di noi non piacciono.
    Insomma la mia è una posizione sostanzialmente anti-intellettuale e anti-valoriale: accetto la selezione del mercato come un dato inevitabile, non si possono vendere chiavi inglesi e chi non sa cos’è un bullone.
    Come afferma Tommaso, se il lettore fosse di qualità i libri sarebbero di qualità, se sull’effetto di trascinamento prevalesse un intelligenza estetica più esigente i libri che si leggono «d’un fiato» e subito dopo si dimenticano co-esisterebbero con libri più ambiziosi, invece di schiacciarli completamente, come accade oggi.
    Ma dato che non è così, l’offerta editoriale, come precisa Pincio, si adegua alla domanda, anche se non del tutto.
    Quindi a me pare che la «vera» domanda (cui Tommaso aaferma giustamente che è molto complicato rispondere, anche se poi accenna a una delle possibili spiegazioni) casomai sarebbe: come mai oggi il lettore ci appare cambiato e cambiato in peggio?
    E poi: è proprio vero che è cambiato in peggio? E, se sì, perché?
    Chi, o cosa, avrebbe modificato in peggio il lettore?
    E poi: molti libri non-vendibili escono lo stesso: come mai, se sono già in partenza fuori mercato? Non sarà che quel lettore che ci sembra cambiato è invece sempre esistito ed oggi, semplicemente, ha assunto una posizione egemone?
    In questi giorni ho ri-affrontato, dopo tanti anni, «Il nudo e il morto» di Norman Mailer (Einaudi, con prefazione dello stesso Pincio), che uscì ne ’47, se non sbaglio, e fu un best seller mondiale. Bene, se un libro così uscisse oggi non solo non potrebbe diventare un best seller, ma forse farebbe addirittura fatica ad uscire.
    Perché è un libro lento e complesso, molto bello, di stesura corposa et multi-dimensionale, un libro politico nel senso vero e autentico del termine, nel senso che sono profondamente politiche le contraddizioni che mette in scena.
    Tutto il contrario di quello che oggi «deve» essere un best seller.
    Quindi è vero, il lettore è cambiato.

  16. Tommaso Pincio il 24 marzo 2010 alle 23:30

    Non posso che convenire con Matteo. Quel che lamenta è vero, ma purtroppo nemmeno io ho soluzioni da offrire. Mi sento però di aggiungere qualche considerazione al pertinentissimo commento di Francesco. Cerco di essere il più succinto e chiaro possibile. Il punto centrale è: la qualità media del grande pubblico si è abbassata. Il punto di domanda è: perché ciò è avvenuto? Quali sono le cause? È ovvio che il problema concerne la società nel suo complesso, ma se ci mettiamo a ragionare sul perché gli italiani si sono imbarbariti (ammesso che ciò sia vero) abbiano la certezza di non uscirne. Restringendo il campo, mi sento di ribadire che una bella fetta di responsabilità è imputabile alla logica che presiede la grande distribuzione libraria. I megastore sono concepiti per indirizzare gli acquisti del pubblico sul più ristretto numero di titoli possibile. Anni fa, quando il mutamento era ancora agli inizi, nel corso di una cena ebbi l’opportunità di contestare a un direttore di questi supermercati il danno che si stava recando al mercato letterario. Obiettai che a questa maniera si sarebbe ottenuto un livellamento della domanda con conseguente abbassamento della sua qualità. Mi fu risposto che avevo ragione. Sbagliavo soltanto nell’usare il condizionale, giacché lo scopo era appunto il livellamento. Mi fu detto: noi siamo una società per azioni, il che significa che il semplice guadagno non è sufficiente. Ogni anno dobbiamo guadagnare più del precedente, perché questo si aspettano gli azionisti: che cresciamo Il guaio è che il mercato non è affatto in crescita, ma il contrario. Livellamento della domanda significa riduzione dei costi, che a sua volta significa guadagni maggiori a dispetto di minori incassi. Questo mi fu spiegato. Ora, non voglio certo qui scagliarmi contro le aberrazioni del capitalismo né sono così ingenuo da pensare sia possibile contrastare un simile andazzo. È il mondo in cui viviamo, punto. Ma possiamo farci i conti in termini minimamente positivi, vale a dire ridurre il più possibile i danni. Creare delle piccole faglie nel livellamento generale. E questo non è affatto utopia. Suttree di Cormac McCarthy è un romanzo ben più impegnativo del Nudo e il morto, eppure è rimasto un bel po’ tra i primi venti titoli di Feltrinelli. Bella forza, direte. Dopo il film dei Coen è diventato un best-seller anche in Italia. Vero, nondimeno un autore obiettivamente difficile e certamente distante anni luce dalle letture d’evasione che Francesco adocchia in metropolitana, può vendere e vendere bene. Significa che c’è spazio, significa che il grande pubblico delle classifiche non è la realtà pura e semplice ma un’entità pilotata. I buoni lettori esistono ancora, sono soltanto dispersi, esclusi dal grande pubblico. Il successo commerciale di cui godette Mailer non è affatto un fenomeno d’altri tempi. Al suo apparire in libreria, Le correzioni di Jonathan Franzen vendette più del Nudo e il morto, e anche qui non stiamo parlando di un romanzetto qualunque. Le sortite degli autori “alti” nelle classifiche non sono un fenomeno poi tanto raro negli Stati Uniti. In Italia siamo messi indubbiamente peggio, ma una delle cause è proprio la scarsa considerazione di cui gode il romanzo. In tutta sincerità, non trovo molto accettabile che questa forma letteraria venga identificata a priori come un prodotto commerciale di estrema leggibilità. Nella accezione comune i romanzi sono perlopiù prodotti di consumo e da ciò si fa discendere che vengano confezionati soltanto essere venduti in gran numero. I titoli concepiti in base a simili criteri sono effettivamente numerosi, chi lo nega, ma non costituiscono la norma né tantomeno l’essenza del romanzo. Esistono prodotti d’intrattenimento ed evasione, probabilmente la maggioranza, ma esistono anche romanzi che hanno diritto alla maiuscola. Le due specie sono contigue ma andrebbero tenute distinte. Negli Stati Uniti nessuno si sognerebbe di testare la vitalità del romanzo sulla base del fatto che Twilight vende milioni di copie. Nessuno si sognerebbe di scrivere che «il romanzo non è più il mestiere di nessuno». In questo pecchiamo di provincialismo, ha ragione Mirian (che non posso non ringraziare per le sue parole fin troppo generose). Ma non è tanto l’esterofilia il problema, quanto la nostra scarsa fiducia verso il romanzo in sé e per sé. Non è storia di oggi. È un pregiudizio atavico. Lo dimostrano i memorandum di chi, pur con buone intenzioni, escogita eccentriche definizioni alternative per testimoniare che la nostra narrativa è viva. Anziché scomodare impropriamente Benjamin dovremmo più umilmente riflettere sul perché l’Italia è stata a lungo la patria del fotoromanzo. Dovremmo andare alle radici di certi impedimenti, dovremmo rileggere le osservazioni sulla morale cattolica di Manzoni per fare luce sul nostro contorto rapporto con questo atto semplice e immediato che è il raccontare. Il nostro dna culturale è permeato di scetticismo, ci sentiamo troppo scaltri per credere nell’utilità delle storie inventate, così le lasciamo alle segretarie che fanno su e giù in metro. In epoca moderna, si è aggiunto poi un altro male che ancora perdura, l’avanguardia. Per alcuni, se un testo non sventola il vessillo della sperimentazione diventa sospetto o comunque poco rilevante sul piano artistico. La sperimentazione viene considerata l’unica alternativa accettabile alla letteratura della realtà nuda e cruda, a quell’amore per il vero che ci trasciniamo dietro dai tempi di Manzoni se non prima E questo costituisce un altro bel problema perché la naturale vocazione del romanzo non è l’avanguardia bensì la tradizione. È però una tradizione viva, anzi vivissima. Talvolta anche controcorrente. Basterebbe crederci.

  17. paperinoramone il 24 marzo 2010 alle 23:38

    @ Francesco Pecoraro e anche alle domande di NI

    concludi dicendo che il lettore è cambiato. Ma prima ti domandavi “come mai il lettore ci appare cambiato?”
    Allora nel tuo modo di ragionare ( cioè ponendo l’esistenza del lettore tipo, di un pubblico medio, che già di per sé è sbagliato ) il lettore o è cambiato o non è cambiato, oppure sta cambiando. l’unica cosa che non può fare è cambiare in peggio o in meglio.

    l’affermazione “se il lettore fosse di qualità allora…” è assurda per una serie di motivi.

    ma davvero pensi che i libri si fanno leggere tutti d’un fiato? non dipenderà forse da chi li legge?

    Ora, tutte le volte che viene intervistato uno scrittore, il titolo del post è “la responsabilità dell’autore: ” . L’intervento davvero apprezzabile di Helena Janeczek aveva un senso preciso: si può pubblicare per…?
    é una domanda che nasce da un dubbio etico, un dubbio difficile da affrontare. Poi invece si comincia il questionario chiedendo se si è d’accordo con dei fantomatici critici che denuncerebbero una mancanza di vitalità nella letteratura contemporanea nostrana. Ma io vi chiedo, siete tutte persone serie e appassionate, vi rendete conto di quanto siano ridicoli dei critici che pensano una cosa del genere? Ma si può ragionare in termini così antichi, la vitalità? le opere di qualità?,

    p.s.

    “DOVE CREDI DI ANDARE, letto qualche anno fa, a casa di mia nonna, un pomeriggio assolato, lettura sorprendente. Di qualità?

  18. Yanez De Gomera il 25 marzo 2010 alle 00:26

    I megastore favoriscono (solo) quei titoli singoli che vendono di tanto in tanto.
    Allora qualcuno deve spiegarmi PERCHE’ GLI EDITORI STAMPANO GRANDI TIRATURE DI TITOLI, PER POI (S)VENDERLI ALLE LIBRERIE PIU’ GRANDI CHE ABBIAMO IN ITALIA AD UN PREZZO ASSURDO.
    Editori nazionali che svendono a sconti fortissimi, talvolta superiori al 50-60% del prezzo di copertina, DIVERSI BEST SELLER. Questo vogliamo dirlo o no? Vogliamo dirlo che ci sono librerie italiane collocate in luoghi strategici capaci di pretendere ASSURDO? PERCHE’ gli EDITORI, PUR DI LIBERARE I MAGAZZINI, ACCETTANO QUEL RICATTO?
    E io come faccio a saperlo? Forse lavoravo anche io nella filiera di cui sopra. Forse non ne potevo più.

  19. Yanez De Gomera il 25 marzo 2010 alle 00:28

    ERRATA CORRIGE:
    LIBRERIE ITALIANE, COLLOCATE IN LUOGHI STRATEGICI, CAPACI DI PRETENDERE UN PREZZO ASSURDO.

  20. Yanez De Gomera il 25 marzo 2010 alle 00:47

    * Vogliamo dirlo che ci sono librerie italiane collocate in luoghi strategici capaci di pretendere UN PREZZO ASSURDO? PERCHE’ gli EDITORI, PUR DI LIBERARE I MAGAZZINI, ACCETTANO QUEL RICATTO?

  21. ng il 25 marzo 2010 alle 08:56

    Devo essermi perso nei cunicoli del mercato, o più probabilmente essere entrato da una porta sbagliata. L’è che io proprio non l’ho trovata, questa metastasi dell’avanguardia, devastante, a quanto si dice, al pari della “morale cattolica”. Se qualcuno – Pincio o altri – mi dà delle indicazioni più esatte, io volentieri vado a verificare l’assunto. Io, poi, sono uno che legge i libri per quello che sono, al di là delle etichette, e se trovo Sandokan immensamente più valido – dal punto di vista letterario, of course – di Gomorra, che devo fare? Frustarmi per avere permesso al virus dello sperimentalismo di circolare impunemente nel corpo della nostra letteratura? Spiegatemi, vi prego, ditemi dov’è questa ‘vanguardia! C’ho gl’occhi malati e non la vedo! Voi che la vedete, vi prego, fate ch’io non diventi portatore sano di una letterarietà negativa! Mi bastano anche solo dei nomi o dei tituli da buttare nel cestino. Venite incontro a questo mio grido disperato. Vedete, sono state ascritte all’avanguardia e/o allo sperimentalismo alcune invenzioni o precisazioni procedurali:
    • La necessità di interfacciarsi criticamente con la produzione poetica corrente, come corollario della necessità di porsi criticamente rispetto al presente (la politicità dell’avanguardia).
    • La forza espressiva del grottesco e della parodia (la loro capacità di produrre «sorpresa conoscitiva»).
    • La crudeltà (Artaud).
    • Il distacco tra significato e significante, così come proposto dal concetto di straniamento (interferenza tra il piano sintattico e quello semantico).
    • L’anti-lirismo inteso come rifiuto dello sguardo privato e narcisistico del poeta.
    • Il rifiuto delle funzioni salvifiche della parola (e il rifiuto di una parola “neutra”).
    • Un atteggiamento critico-semiotico indiretto (allegoria, anti-contenutismo).
    • Il ritmo come capacità di produrre senso.
    • La semantizzazione dei suoni (phoné, il corpo orale che sdelimita lo scritto – secundum Carmelo Bene).
    • L’anti-economicità delle opere (sottrarsi ai meccanismi perversi del mercato, ma anche come assenza di finalità: gratuità in senso artaudiano, ripreso di recente dall’avanguardista Badiou).
    • Il verso libero (l’inessenzialità della metrica tradizionale).

    Ecco, vi prego, davvero, fate che questo povero lettore si liberi definitivamente da questi che sono i sintomi d’una devastante malattia! Ne va della salute della letteratura intera.

    ng

  22. Andrea Cortellessa il 25 marzo 2010 alle 09:30

    Quello che dice Pincio è come al solito interessante, discutibile il giusto, e argomentato con molta buona educazione. Quanto alla pointe polemica che tale buona educazione fatica tuttavia a dissimulare, mi limito a fargli notare che il critico che, riguardo al suo ultimo «romanzo» Cinacittà ha scritto la frase da lui citata con (educatissima) esecrazione, «il romanzo non è più il mestiere di nessuno», è lo stesso che dieci anni prima, riguardo al suo primo «romanzo» M, aveva scritto invece (più prolissamente, avendo più spazio a disposizione) che era «al tempo stesso la parodia e la più acuta manifestazione della tendenza della narrativa – particolarmente spiccata in epoca tardomoderna o postmoderna, non è qui il caso di decidere – a configurarsi quale interrogazione iper-ermeneutica (cioè sovrainterpretativa) nei confronti della “realtà” (secondo una linea che, dopo l’archetipo del Castello di Kafka, passa anche per Watt di Beckett…)».
    La citazione della frase 2009 è peraltro scorretta – l’originale suonando infatti «il romanzo-romanzo non è il suo mestiere. D’altra parte, a costo di ripetersi, non è più il mestiere di nessuno». Dunque la categoria (opinabile, come ogni altra categoria) di «romanzo-romanzo» è divenuta, credo per amor di polemica personale, «romanzo» tout court. In precedenza, nello stesso esecrato artiolo, si specificava – ancor più didascalicamente – che non era il mestiere di Pincio, e tendenzialmente di nessuno nel 2009, il «novel realistico». Dunque non mi pare si possa dire che in dieci anni quel critico abbia perso fiducia nel genere-romanzo (sarebbe altrettanto assurdo che perdere fiducia nel genere-opera d’arte); è che – esecrabilmente o meno – è restato fedele a un’idea di romanzo che (per quanto riguarda le costellazioni di Pincio, passate e presenti) passa per Kafka, Beckett e Pynchon (tre autori di romanzi, sino a prova contraria). Mentre negli stessi dieci anni il Pincio medesimo quell’idea (legittimamente, per carità) l’ha abiurata – come appunto Cinacittà sta a emblematicamente dimostrare. È un fatto che i suoi primi due libri, M e Lo spazio sfinito (che, non so se provincialisticamente o meno, non ho problemi a considerare fra i maggiori in assoluto, entro la generazione del loro autore, a livello non solo italiano: fra quelli che ho letto, ovviamente) non solo non li ripubblichi, ma nemmeno li citi più nelle sue biobiblio, Pincio. Si vede che teme il giudizio del pubblico la cui «qualità» nel frattempo, a suo dire, si sarebbe «alquanto abbassata». Non posso far altro che ribadire: peccato.

  23. ALCOR il 25 marzo 2010 alle 09:47

    @ng,

    sì,sei un portatore di infezione, anche se non vedo come il mercato dovrebbe preoccuparsi, con il sistema immunitario che si ritrova.

    quanto a Pincio, se la tradizione è vivissima, i primi a crederci dovrebbero essere gli scrittori e i lettori, io non ho nulla contro il romanzo, ma vorrei capire bene cos’è, perché da quella tradizione vivissima è uscita roba ben strana, nel nostro occidente.

    alla domanda “che cos’è un romanzo oggi” le risposte mostrerebbero che, quando è vitale, è anche quasi sempre lontanissimo dalla matrice originaria, e quando ricalca o cerca di ricalcare la matrice originaria, è il maggior produttore di materia letteraria inerte che si possa immaginare.

  24. ALCOR il 25 marzo 2010 alle 09:50

    non avevo letto Cortellessa, che lo dice molto meglio e con molta pazienza di me

  25. ALCOR il 25 marzo 2010 alle 09:50

    con molta più pazienza

  26. AMA il 25 marzo 2010 alle 10:59

    Scusi, Pincio, novel e romance sono due cose diverse. Ed una delle due forme ha prevalso sull’altra. Un dato di fatto. L’Epic invece va alla grande per certi versi.
    Poi un giorno bisognerebbe affrontare un altro tema. Il fatto che oggi una pubblicazione debba anche essere traducibile in inglese, ad esempio. Con conseguente limitazione della sperimentazione linguistica nazionale.

  27. mauro baldrati il 25 marzo 2010 alle 11:31

    Ci si interroga sulle tendenze del mercato, che sono legate – interdipendenti, concausali – alle tendenze dei lettori, i cui gusti, dice Pincio – concordando in questo con Bernardi – si sono abbassati, o livellati. Ma perché si sono livellati? E’ il disegno occulto del direttore del megastore col quale ha discusso a cena portato a compimento? Dovremmo quindi affermate che la pubblicità è una causa, più che una concausa, che genera mutazioni sociali e culturali. Un primato della retorica quindi, sul corpo sociale ed economico, sul trend socio-economico. La retorica e la pubblicità modificano, plasmano, rovinano il consumo culturale (letterario), abbassando e livellando la qualità.

    Io non credo a questa teoria. Tolstoj ci ha spiegato (anzi, ci ha raccontato, c’è differenza) nel lungo finale di Guerra e Pace che Napoleone non vinceva perché era un grande generale assistito da grandi generali, ma perché aveva dietro di sé la spinta sociale ed economica di grandi migrazioni di masse umane da occidente verso oriente. Questa spinta, in quel preciso momento storico, era inarrestabile, e solo quando la sua forza propulsiva ha perso potenza Napoleone ha iniziato a perdere.

    Così io non credo che la retorica e la pubblicità abbiano il potere di abbassare e livellare i gusti del pubblico, ma siano una concausa, interattiva con altre cause che vanno cercate nelle mutazioni del Sistema, che per noi è il sistema capitalista, che piaccia o no, che sia considerato old-fashion o no.

    Fino agli Ottanta c’era speranza, c’era fiducia, perché il sistema capitalista sembrava avere ancora terre da conquistare e da colonizzare. C’erano ancora risorse da sfruttare, terre vergini, lavori da cambiare, da inventare, ricchezze da creare alla portata (teorica, immaginaria forse) di tutti. C’erano quindi promesse.

    Ora siamo in una mutazione epocale. Le promesse non sono, e non posso essere mantenute. Il sistema capitalista non può essere etico, non può essere keynesiano, lo è se e quando gli conviene. Il sistema capitalista se si sente minacciato scatena una guerra totale, usa la mafia, la strage, rade al suolo le leggi. Manda al potere Hitler, Pinochet. Sfrutta persino ciò che resta del comunismo, vedi la Cina.

    E non ci sono più terre da conquistare, né risorse da sfruttare per “la crescita”. Il lavoro è precario, minacciato, e le masse umane sentono questa minaccia, questa paura. La lotta per la sopravvivenza è diventata più aspra, e tutto questo si ripercuote sulla lettura. Il tempo per leggere si è abbassato, ma anche l’attenzione. Di questo non si parla mai. Io credo che ci sia bisogno di evasione, più che di sperimentazione e ricerca. Per questo, forse, vincono quei libri ben confezionati, che soddisfano i requisiti di un mondo minacciato e spaventato. Per questo c’è bisogno di racconto di qualità, romanzo di qualità, perché solo il racconto, la storia, può fare breccia. Altro che fine del romanzo. Il romanzo non può che rinascere, come racconto, solo il racconto può avere un futuro, come strumento di battaglia letteraria, prima della prossima mutazione che, io ne sono convinto, ci porterà nel mondo di Suttree, che è il mondo de La Strada quando era ancora abitato. Se ciò avverrà la lettura non avrà più senso, perché tutti dovranno pensare alle lenze da calare nei fiumi, nelle acque inquinate dove galleggiano cartacce e cadaveri.

    Fino alla mutazione successiva, ma io fin là non ci arrivo.

  28. AMA il 25 marzo 2010 alle 11:37

    Inoltre qui il provincialismo c’entra poco. Possono esserci pubblicazioni italiane che hanno tutti i requisiti per superare opere anglofone ad esempio, ma resta il fatto che gli autori italiani sono letti relativamente poco nel loro paese ed interessano ancora meno all’estero. Tranne i fenomeni editoriali in quanto tali, quando ci sono.
    Citare nella stessa Italia allora un autore americano, ad esempio, significa solo voler dichiarare la propria appartenenza ad una qualche comunita’ internazionale. Per quanto a volte soltanto orecchiata.
    Che fare? Boh!

  29. AMA il 25 marzo 2010 alle 12:09

    La lotta per la sopravvivenza è diventata più aspra, e tutto questo si ripercuote sulla lettura. Il tempo per leggere si è abbassato, ma anche l’attenzione. Di questo non si parla mai. Io credo che ci sia bisogno di evasione, più che di sperimentazione e ricerca. Per questo, forse, vincono quei libri ben confezionati, che soddisfano i requisiti di un mondo minacciato e spaventato.

    La gente, quella che ci va, quella che non lotta per la sopravvivenza, a teatro da decenni va a vedere sempre e solo le stesse cose, non lasciando spazio a nuove proposte.
    La gente, quella che legge, quella che non lotta per la sopravvivenza, ma si intrattiene sulla metro per scongiurare l’ennesimo attacco d’ansia di fronte ad un censurabile mondo, cosi’ poco reale perche’ cosi’ poco televisivo, da decenni legge sempre e solo lo stesso libro. Sentendosi rassicurata. Nel leggere sempre e solo lo stesso libro. Conseravando il proprio status. Minacciato.

    Quando ero ragazzino ed entravo a Milano da Foot Locker ogni volta c’erano nuovi arrivi. Nuovi modelli. Adesso da almeno dieci anni ci sono sempre e solo le stesse scarpe ed a volte, stagione dopo stagione, neppure declinate in colori diversi. E questo perche’ bisogna abbattere i costi su tutto. La gente e’ spaventata dalle novita’. Dalla loro denuncia.

  30. Gilda Policastro il 25 marzo 2010 alle 16:05

    @Pincio (ultimo intervento) è tempo (ma è da molto tempo che è tempo, in verità, se mi si consente il bisticcio) di sgombrare il campo letterario da due ostacoli invariabilmente presenti in ogni discorso critico relativo alla scrittura contemporanea. Il primo ostacolo è l’identificazione di quanti si oppongono all’idea che il romanzo sia la miglior forma di narrazione possibile con un manipolo di postneoavanguardisti in ritardo o di fanatici della sperimentazione a tutti i costi, da riportare continuamente alle urgenze del presente e dei suoi temi brucianti. Detto diversamente, se uno non vuole leggere o scrivere come si insegna alle scuole di scrittura creativa (trama coerente, personaggi riconoscibili, linguaggio comprensibile), se uno, di più, quando legge vuole sforzarsi e non stare comodamente sdraiato come i lettori da metropolitana richiamati da Pecoraro, è per forza un fascista della sperimentazione, un ideologo del nulla travestito da arte, un sognatore di mondi beati al riparo dall’attualità e dalla storia. Cortellessa ha fatto i migliori esempi possibili: Kafka, Beckett, Pynchon. E se voglio anche pensare alla poesia, di cui Pincio non ha parlato, mi vengono in mente gli sforzi esegetici che richiede un libro come Conglomerati, che pure parla una lingua tutto sommato non del tutto astrusa (non a petto di altri libri zanzottiani), in cui irrompe il presente con la globalizzazione coatta, google etc. e però il tono, la cadenza, il ritmo dicono a ogni passo che si tratta di un libro di poesia, e di grande poesia, di poesia che resterà negli anni. E vengo alla seconda aberrazione, o ostacolo come mi pare di averlo definito prima. Ma perché acciderboli dobbiamo ostinarci a identificare lettori e acquirenti? Innanzitutto chi ha detto che i libri segnalati dalle classifiche di vendita siano effettivamente non dirò i migliori, perché è vexata quaestio questa, quanto i più letti, effettivamente? Un libro non è mica il fustino dixan, che una volta comprato lo usi per forza, un libro puoi tenerlo lì, sfogliarlo appena, dire agli amici che l’hai comprato, millantare che l’hai letto tutto, e pace. E sappiamo tutti quanto virtuoso sia il circuito battage pubblicitario, acquisto, vendita, nuova pubblicità: che questo poi si traduca in effettiva lettura…boh? Mi piacerebbe cominciare a far passare, allora, due nuove consuetudini forti (non necessariamente compresenti, e non necessariamente coerenti): uno, che la marca distintiva tra un libro e un non libro debba essere quel quid che ha Conglomerati e altri libri no, cioè un tratto di stile per cui tu lo apri, lo tocchi, lo annusi e dici: è un libro, è poesia, o è narrazione e dice qualcosa che nessuno ha detto proprio in questo modo (di contro alla serialità dei romanzi nostrani, di autori fra i 25 e i 45, che sembrano scritti tutti dalla stessa penna, o molti). Secondo: porsi non tanto un problema di quanto un libro venda, ma di quanto resista, di come cambi o non cambi la percezione della letteratura e attraverso di essa dello stato di cose. In questo senso un libro può essere importante anche quando non lo leggi, quando tutti te ne parlano e diventa argomento per un discorso sulle questioni che ci tengono svegli la notte: così Le benevole di Littell, rispetto al quale siamo più o meno tutti rimasti a p. 100, nella lettura, e che però magari ci verrà voglia di riprendere in mano dopo mesi, o dopo anni, perché ha posto dei problemi, ha intercettato delle sensibilità, ha riattivato dei meccanismi di attrazione-repulsione verso un certo tipo di narrazione. Perché Littell ci riesce e Hitler di Genna no? La mia risposta è: il primo è un libro, cioè è letteratura, ricerca di uno stile, narrazione di qualcosa in un modo che ci urta, ci irrita e in qualche modo ci scuote, il secondo è un’operazione, ed è un’operazione non del tutto riuscita perché evidentemente se ne fiuta la non profonda sincerità. (Come vedi, Pincio, non c’entra nulla, per quello che mi riguarda, l’essere sperimentale o meno, se per sperimentale intendi, come alcuni, “un testo in cui non si capisce un tubo”).
    Infine, un’ultima considerazione, visto che chiami in causa Manzoni. Non serve andare a scomodare l’Asor Rosa del saggio sull’ “anomalia” italiana per porre mente alla minor tradizione del romanzo italiano rispetto al grande romanzo russo, inglese, francese. E dunque? Perché quest’anomalia, finalmente, e non solo dopo il Benjamin del Leskov, ma anche e soprattutto dopo tutta una tradizione proprio nostrana di novellatori e autori di racconti più che di romanzi, non diventa una specificità, una marca distintiva, una forza? Perché l’Italia non può farsi avanguardia di una modalità che non assecondi per forza la logica commerciale della narrazione che fa stare comodi ma guardi ad altre esigenze, si riappropri della incredibile capacità dei nostri migliori autori novecenteschi di rappresentare quel reale cui tu ti appelli in forme non lineari, non compiute, non interamente comprensibili? È questa la sfida, a me pare, e non la commercializzazione del fustino.

  31. franz krauspenhaar il 25 marzo 2010 alle 16:55

    dio mio come siamo caduti in alto.

  32. AMA il 25 marzo 2010 alle 17:19

    Certo, e la Policastro si fa profetessa di questi nuovi autori. Me compreso.

  33. Tommaso Pincio il 25 marzo 2010 alle 17:24

    Carissimo Andrea, debbo scusarmi con te perché la citazione è effettivamente imprecisa. Ti prego comunque di credermi sulla parola: ho raccolto la prima frase che mi è apparsa nei ricordi senza alcun intento polemico con te e il tuo «esecrato» articolo. E non perché non serba rancore alcuno per quella stroncatura, quanto perché il mio discorso voleva essere d’ordine generale, riguardava un modo italiano di pensare la categoria romanzo (come lo chiamo io) o «romanzo-romanzo» (come preferisci tu). Ci sto ancora abbastanza, con la testa, per rendermi conto che il mio è un lavoro atipico, ai margini del romanzo comunemente inteso. Che tu abbia rievocato i tuoi apprezzamenti per M. e Lo spazio sfinito mi fa certamente piacere e ancora te ne ringrazio, ma davvero il punto non ero io. Semmai era l’idea che ho io di romanzo e quella che hai tu. Per rilevare la presenza di una distanza tra noi, basterebbe il fatto che tu abbia bisogno di ricorrere a «romanzo-romanzo» per significare quel che io chiamo semplicemente romanzo. Se poi mi addentro nel tuo canone, tra noi vedo formarsi un abisso. Lungi da me il pretendere di avere ragione, ma il romanzesco tradizionale (vale a dire l’oggetto dei miei commenti precedenti) mai e poi mai potrebbe identificarsi con gli autori che tu indichi. Assumere il filone Kafka-Beckett quale termine di paragone (Pynchon lo lascerei da parte per ragioni che sarebbe troppo fuorviante specificare), mi sembra, a voler essere generosi, una distorsione dettata dal gusto personale. Tu sai quanto ami Kafka (Beckett mi è più indifferente, ma poco importa), tuttavia, se il secolo deve essere il Novecento, sono altri gli autori che incarnano il filone del romanzesco: George Simenon, Graham Greene, W. Somerset Maugham, e via di questo passo. Tutta gente che, ne sono certo, tu bellamente disdegni. Venendo a tempi più recenti, Philip Roth e Jonathan Franzen sono romanzieri. Non certo David Foster Wallace. E cito lui, ovvero un altro che amo, affinché non ci siano dubbi sul fatto che non si tratta, per me perlomeno, di un regolamento di conti. Non si tratta di preferire Gomorra a Sandokan, tanto per chiamare in causa una coppia di estremi evocata da altri, ma semplicemente di definire un territorio. Il romanzo inteso quale forma di letteratura borghese di consumo più o meno largo può vedere il suo apice in Roth o Simenon, non certo in Beckett che vola ad altre e ben più rarefatte altezze. Che poi Kafka sia infinitamente più grande e importante di Greene non mi sognerei nemmeno lontanamente di opinarlo. Mi reputi così insipiente? Era solo per chiarire cosa intendevo con romanzo. Che poi tu e anche altri, mi pare di intuire, non siate d’accordo non stento a crederlo; da tempo me ne sono fatto una ragione. Ti prego soltanto di non sovrapporre le mie precedenti riflessioni alla mia opera, perché non era questo lo scopo né avrebbe potuto esserlo, dato il mio percorso obliquo e minoritario. Quanto a quei testi che a tuo dire avrei espunto dalla biografia: è vero, con M. ho dei problemi e per il momento preferisco non venga ristampato. Lo spazio sfinito tornerà invece presto in libreria grazie ai mai troppo lodati ragazzi di minimum fax. Conterrà anche un lungo saggio al quale sto lavorando proprio in questi giorni. L’argomento è il fantastico e la finzione in genere nella narrativa italiana. Si parla molto di Landolfi, immagino ti farà piacere. In questo testo cercherò di spiegarmi meglio e più diffusamente su vari temi (vedi il nodo della morale cattolica) cui qui ho accennato solo di sfuggita, cosa di cui mi scuso con tutti. Ci tengo comunque a una precisazione (e qui mi rivolgo ad ALCOR): non ho nulla contro l’avanguardia, non la considero affatto un’infezione. Quel che considero sbagliato e nocivo è il pregiudizio (a mio avviso diffuso, ma posso sbagliarmi) per cui ciò che non è avanguardia è comunque una spanna più sotto di ciò che lo è. Si vede che nemmeno su questo sono stato chiaro, rinnovo pertanto le scuse.

  34. gg il 25 marzo 2010 alle 17:55

    David Foster Wallace

  35. Tommaso Pincio il 25 marzo 2010 alle 18:02

    Gilda, non volevo scomodare nessuno, di sicuro non per attestare la conclamata marginalità del romanzesco nella letteratura italiana. Come te, la do per scontata: ribadivo solo un fatto noto che talvolta passa di mente. Spero tuttavia non te la prenderai se non mi sento parte delle modalità avanguardiste, perlomeno non nei termini in cui le delinei nella parte finale del commento. Perché mai la sfida dovrebbe essere quella delle «forme non lineari, non compiute, non interamente comprensibili»? E perché mai quelle lineari, compiute e interamente comprensibili debbono essere fatalmente associate a logiche da supermercato? In semplicità, forse addirittura con ingenuità, ma sicuramente con sincerità, per me la sfida è nella giusta via di mezzo tra quel voglio esprimere e la possibilità d’essere inteso nel tempo in cui vivo. E bada bene, dico inteso, non apprezzato o magnificato. Solo, inteso. Probabilmente, per te non c’è giustizia nella via di mezzo, quale essa sia. I tempi sono però mutati, la specificità italiana che tanto rivendichi non è la sola opzione credibile. Rispetto e apprezzo la letteratura scomoda, ma vorrei venisse riconosciuta cittadina anche a quella leggermente più comoda, una cittadinanza che non sia soltanto il marchio della compromissione col mercato. È chiedere troppo? A me parrebbe di no, di fronte agli accenti da te usati, però, debbo ammettere che qualche dubbio mi viene. Con la simpatia di sempre, of course.

  36. gg il 25 marzo 2010 alle 18:24

    il … libro … è letteratura, ricerca di uno stile, narrazione di qualcosa in un modo che ci urta, ci irrita e in qualche modo ci scuote, [non] … è un’operazione, … non del tutto riuscita perché evidentemente se ne fiuta la non profonda sincerità.

    (commento liberamente tratto dal commento di gilda policastro [che, se ho letto bene, mi ha illuminato]; epifanica mossa da scacco pazzo ai tanti motivi che si potrebbero addurre per lasciar perdere definitivamente la scrittura e darsi alle filippiche alcoolico-autoreferenziali.) :)

  37. Enrico Macioci il 25 marzo 2010 alle 18:28

    @pincio
    Secondo me, escludendo dalla categoria-romanzo autori quali Kafka o Foster Wallace, cadi nello stesso errore (o perlomeno nella stessa autolimitazione) in cui cade Cortellessa proprio mentre Cortellessa contesti. Io dico che è proprio SBAGLIATO porre limiti al genere del romanzo, la cui grandezza sta (da sempre, vedi il DON CHISCIOTTE o TRISTRAM SHANDY, senza scomodare l’ODISSEA) nell’essere un contenitore potenzialmente infinito. E a proposito d’infinito: mi sai spiegare perchè mai INFINITE JEST non sarebbe un romanzo? E se non è un romanzo cosa mai sarà? Il discorso di Cortellessa è più personale e meno dogmatico di quello di Pincio, tuttavia mi suscita una viva curiosità: se solo L’ARCOBALENO DELLA GRAVITA’ o MOLLOY et similia sono “veri” romanzi, o “romanzi-romanzi” che dir si voglia, tutto il resto (compreso quel che ha citato Pincio) cos’è?
    ps: nessuno cita mai Conrad, eppure oltre a essere stato uno scrittore straordinario, è anche uno di quelli che più hanno influenzato la fondamentale narrativa americana novecentesca, da Hemingway passando per Fitzgerald, Steinbeck e Faulkner – né Joyce e la Woolf, passando alla narrativa inglese, ne furono immuni. La Woolf anzi si sganciò dall’ombra di Conrad non senza una certa angoscia.

  38. Sascha il 25 marzo 2010 alle 19:06

    Posso interporre un’opinione da lettore?
    Se si discute di responsabilità dei letterati e cioè di opere che ‘servano’ allora la semplicità di scrittura e struttura è essenziale, specie se si vuole agire ‘qui e ora’ e non, in prospettiva, sulla sensibilità del pubblico sui tempi lunghi.
    Il romanzo che una volta si diceva sperimentale da questo punto di vista non funziona affatto (benchè, chiaramente, si possano citare casi ed eccezioni), a meno che non tenga le sue novità stilistica entro limiti contenuti, ‘riformisti’.
    James Agate, parlando di teatro:
    ‘Novelty is, in my view, permissible (1) when it is the only way of saying something new; (2) when it is as good a way of saying something new, to which the charm of freshness is then added; (3) when it is a better way of saying something old; (4) when it is as good a way of saying something old, plus the charm of freshness’ – ovvero, se c’è qualcosa da dire allora un certo grado di novità può essere utile altrimenti la novelty è semplicemente controproducente.
    L’idea che rivoluzionare l’arte possa in qualche modo rivoluzionare il mondo è affine a quell’attività che Clausewitz definiva ‘sollevare un fucile tenendolo per la punta della baionetta’…

  39. Gilda Policastro il 25 marzo 2010 alle 19:19

    Scusa, Pincio, ma per te la realtà è comprensibile, comoda, lineare, confortevole, elementare? No, perchè per quasi tutti noi lo è raramente o mai: non vedo perchè le sue forme di rappresentazione debbano essere rassicuranti, comprensibili, comode, elementari, banali, seriali, ripetitive. Se la letteratura deve aprire dei varchi di consapevolezza sulle cose, come credo, non può che farlo attraverso inciampi, strade impervie e ostacoli di senso che ne riattivino di più profondi. Perchè se invece è solo intrattenimento, a che servirebbe durare la fatica di tenere un libro tra le mani, leggerlo scomodi come quei lettori della metro di prima, portarsi sempre dietro un lapis per sottolinearne i passaggi significativi… meglio l’i-pod, no?
    Quanto alla supremazia gnoseologica delle forme di narrazione breve o franta o frammentaria, ne sono sempre più persuasa, avanguardie o meno, dopo la lettura del diario del lutto di Barthes, appena tradotto da Magrelli. Immagino lo scempio che avrebbe fatto un romanziere di una storia d’amore (filiale? no, amore e basta) e di morte come quella: quei frammenti discontinui, balbettanti, angoscianti nella loro banale e nuda narrazione del lutto (anzi, della tristezza, proustianamente) come le racconti in un romanzo disteso, con la trama, i personaggi, il linguaggio da scuola Holden? Non lo puoi fare, ne convieni? Allora, la sfida per uno scrittore è farsi capire e farsi leggere, come tu sostieni, o raccontare nella forma di volta in volta più consona, e spingersi nel racconto dove altre forme di interrogazione del reale (le scienze esatte, chiamiamole così, tradizionalmente) non arrivano? E poi, a proposito, se si accetta che per capire un teorema o una legge fisica si debba studiare, non mi è chiaro perchè invece un libro lo si debba poter leggere senza gli strumenti del caso. Così la sfida, insisto, non è farsi capire da tutti, ma estendere quegli strumenti necessari alla decodifica, se non a tutti, a molti di più. Perchè il problema attuale, Pincio, non è certo la salvuagardia del libro comodo (i romanzi da metropolitana oppure Gomorra, da te citata) perchè quelli il mercato (cioè la logica del fustino) te li garantisce sempre e comunque. Il problema è salvaguardare gli spazi per Sandokan (visto che riprendevi la dicotomia, credo citando me) o fare in modo almeno che si sappia che esiste, un libro come quello. Poi, magari, anche sperare che a qualcuno venga ancora in mente di provare a narrare il presente con quel codice, perchè no, e non solo come nel romanzo ben fatto, questo sì, spesso davvero inadeguato ai tempi.
    (Infine: quali accenti?)

  40. ilaria il 25 marzo 2010 alle 19:28

    So di non sapere. Questa umile premessa per dire la mia.. sta al genio di chi oggi scrive non finire nella commercializzazione del fustino … e alla sensibilità del lettore la possibilità di scegliere anche un romanzo che può essere poesia pura? Sono così liberi di scegliere scrittore e lettore?
    Quindi mi sono sempre chiesta, scusate l’ingenuità, ma come vengono selezionati i libri che meritano da quelli che non meritano in questo mondo editoriale che ci ritroviamo che è pronto solo a promuovere il sicuro? Mi sembra di notare che a volte basti il nome, spesso o famoso o di una famiglia intellettuale conosciuta, o l’ enorme cultura dell’autore per uscire con feltrinelli o con altri grandi editori…
    La mia non è invidia per chi riesce a pubblicare e avere successo, ma una semplice constatazione. Trovo che tutto questo sia un limite.
    Apprezzo le parole della Policastro e la sua sfida. Credo che lì sia la risposta alla scoperta di nuovi talenti spesso all’ombra di piccole case editrici. Autori magari geniali ma che la distribuzione ignora. Finchè il denaro la farà da padrone..non li scopriremo mai…

  41. ALCOR il 25 marzo 2010 alle 19:58

    Mi fa sempre sorridere questo strano mondo rovesciato in cui il modello vincente e cioè la letteratura di intrattenimento con le sue corazzate editoriali e il suo numero preponderante di lettori, sembra una fanciulla insidiata e indifesa.

    E invece vorrei tanto essere difesa io e la mia voglia ancora intatta, ahimè, di esperienza estetica e conoscitiva.

    (non mi riferisco a Pincio o a qualche commentatore in particolare, il mio non è un commento contro qualcuno, qui, ma mi è venuto in mente, portato dall’eco di altre discussioni, soprattutto Stephen King che dall’alto dei suoi quaranta milioni di copie se la prende con i critici, non ricordo più se in un libro che consiglio vivamente, Danse macabre, o altrove)

  42. filippo il 25 marzo 2010 alle 20:24

    bello. tutto ciò è bello.

  43. carlo carabba il 25 marzo 2010 alle 22:26

    buonasera a tutti, mi unisco alla discussione e, pedissequamente, suddivido l’intervento in 3 punti (l’ultimo vagamente off topic)

    1) mi dispiace che non si sia andati avanti col discorso sui problemi della poesia, tirati in ballo da dinosauro e Matteo nei primi commenti a questo post. Tommaso Pincio rivendica la legittimità, per un narratore, di non interessarsi di poesia, o interessarsene poco, visto che sono “forme espressive profondamente diverse”. Certo, legittimo, ci mancherebbe. Però è indicativo che in settanta risposte al questionario (per non parlare dei commenti) nessuno degli intervistati abbia sentito il bisogno di tirare in ballo la poesia, mentre tutti si sono soffermati sulla narrativa. Tra l’altro e senza offesa dire “sono certo che la poesia è vitale solo che non lo so”, come fa Pincio, è posizione pilatesca. Purtroppo è facile che un narratore – che nonostante tutto gode di considerazione e visibilità inimmaginabili per un poeta – assuma sua malgrado una posizione paternalistica e che fini intellettuali (pronti a dibattere sulla storia universale della letteratura), interrogati sulla poesia, rispondano “mi dispiace, io di poesia non me ne intendo”. Che la poesia abbia problemi se non di vitalità di sopravvivenza è purtroppo palese. Delle grandi (e mediograndi) case editrici solo Einaudi Mondadori e Garzanti hanno una collana di poesia. Ho già denunciato altrove quanto io trovi pernicioso che la poesia si debba rivolgere solo a lettori specialisti e non riprenderò qua il discorso. In sintesi, senza identificare lettore e acquirente (cit.), penso che un lettore di qualche tipo ci voglia e questo è quello che manca oggi alla poesia. Scusate la veemenza dei toni ma la questione mi sta molto cuore.

    2) Detto questo se Sparta piange… Il narratore “gode di considerazione e visibilità inimmaginabili per un poeta” (autocit.) ma i suoi problemi ce li ha anche lui. È che questa storia del canone mi pare fuorviante. Sono d’accordo con Enrico Macioci quando scrive che il romanzo è “un contenitore potenzialmente infinito”. Che poi uno preferisca Balzac a Kafka o viceversa (da lettore o da autore), è questione di gusti. Pensare, con Policastro, che un romanzo non possa occuparsi del lutto o dell’amore (filiale e non) è evidentemente assurdo. Il discorso è complesso ma l’alternativa drastica che oppone frammentarietà e complessità a narrazione robusta e accessibile è la proverbiale coperta troppo corta.
    Però problemi di omologazione ce ne sono. Sono reduce da un incontro davvero avvilente alla manifestazione libricome. Sotto il titolo “Come si scrive il primo libro” dibattevano di esordi letterari Alessandro D’Avenia, Christian Frascella, Simona Vinci, Mariolina Venezia e Nicola Lagioia – in ordine di intervento. Ora, come è mai possibile che una manifestazione che dovrebbe avere, sulla carta, un alto profilo culturale abbia chiamato su un tema così cruciale autori così palesemente privi di una qualsiasi letterarietà? (mi rendo conto parlare bene in questo contesto di Nicola Lagioia è indubbiamente conformista e parlar male degli altri è sparare sulla croce rossa. me ne rendo conto. ma che ci posso fare?). Detto altrimenti, almeno a un festival della letteratura non ci potrebbe essere attenzione maggiore alla qualità letteraria di un autore?
    Per concludere, sono d’accordo con Policastro (sic!) quando critica la non sincerità dell’Hitler genniano e in generale penso che un autore quando scrive dovrebbe scrivere quello che vuole scrivere (cercando prima di sforzarsi di capire quello che vuole scrivere), senza preoccuparsi dei gusti e disgusti del lettore (common reader ma anche critico letterario). Sembra idealismo ma è realpolitik.

    3) Al volo sulla domanda 10. Mi pare che sia mal posta. Invece di parlare di oggettività (negata da quasi tutte le epistemologie del 900) la domanda poteva essere “trovi che libero e il giornale abbiano una linea editoriale intollerabile perché antidemocratica e/o servile e/o razzista e omofoba? e se sì ci collaboreresti?”

    Scusate i tanti incisi e buonanotte.

  44. Tommaso Pincio il 25 marzo 2010 alle 23:44

    Sascha, limitatamente alla mia estetica personale, non puoi immaginare quanto sia d’accordo te. Tuttavia, visto che qui mi sta a cuore il discorso d’ordine più generale, torno a interloquire con Gilda ovvero a ribadire in termini diversi cose sulle quali forse non mi sono fatto intendere. Evidentemente ripetere non giova mai abbastanza. Dunque: che io preferisca la perla di Labuan a Sandokan è assodato. Del resto, non credo tu abbia scoperto oggi quali siano le mie idee su certi argomenti. Ma preferire non significa essere contro. E qui mi ripeto in nuova forma: oggigiorno Sandokan non è la sola opzione credibile. E sottolineo: non è la sola. Pur non essendo convinto, diversamente da te, che la narrazione franta possa attingere a verità superiori, sono sensibile al grido che sollevi e, come te, voglio che gli spazi per Sandokan siano salvaguardati. La riflessione era partita proprio da questo: dal quesito sollevato da Nazione indiana circa la possibilità che l’editoria perda (o abbia già perso) interesse a puntare su opere di qualità. Mi sono permesso di osservare che il problema non sono tanto gli editori, bensì i mutamenti i intervenuti all’interno della grande distribuzione libraria, mutamenti che hanno avuto un forte riflesso nelle politiche editoriali. Le considerazioni sul romanzo sono intervenute in un secondo tempo, in seguito alle osservazioni di Francesco Pecoraro, e volevano essere solo uno sviluppo di quel ragionamento, e mai e poi mai una ridefinizione del canone romanzesco. Ragion per cui, Enrico, figurati se posso contestare quanto dici. Opponevo il filone Simenon-Greene a quello Kafka-Beckett solo per rendere chiaro che il tipo di romanzo di cui stavo parlando era quello convenzionale, innegabilmente caratterizzato da un vocazione commerciale, ma che nondimeno riesce a essere grande letteratura. Qualcuno griderà alla bestemmia, immagino. Me volete ammazzà perché penso che Graham Greene sia un grande? Fate pure, ma riesco a leggere anche cose molto più ardite, se è questo il problema. E chi mi conosce lo sa bene. Resta però il fatto che l’anomalia italiana cui faceva riferimento Gilda ha generato una sorta di diffusa sufficienza nei confronti della perla di Labuan. Non voglio puntare il dito contro nessuno, non penso né a Policastro né a Cortellessa. Piuttosto mi riferisco a un’aria antica, un clima che è, a mio opinabilissimo avviso, nocivo. Lo è perché favorisce la crescita del divario tra il mondo della letteratura franta e i libri che Pecoraro avvista in metropolitana. Certi scrittori a metà tra questi mondi, le perle di Labuan, possono servire, non dico a colmare questo gap culturale, che è forse insanabile, ma a far germogliare nella grande distribuzione il sospetto che forse potrebbe essere conveniente ripensare gli spazi in maniera più equa di adesso. Basterebbe davvero poco, perché non stiamo mica parlando dell’industria dell’automobile. È una piccola economia, la nostra: soltanto poche migliaia di copie in più sarebbero sufficienti perché un editore si senta motivato a stampare un Sandokan in più. Ho l’avventatezza di ritenere che questa possibilità passi anche attraverso il modo in cui la critica guardi alle perle di Labuan (vedi esempio di Davide Longo da me fatto qualche commento fa, perché non vorrei ripetermi pure su questo). Come chiosavo più sopra, il mio è solo un invito, un pensiero, una piccola proposta. Sbaglio? Pazienza, non sarà di sicuro la prima fesseria della mia vita. E nemmeno l’ultima, mi auguro.

    Quali accenti? Da martire preventiva, ma non volermene, te prego. Mi conosci, sono un paratattico.

  45. Gilda Policastro il 26 marzo 2010 alle 00:54

    Postilla da una martire a un paratattico: quando più sopra lessi Sandokan per me era OVVIAMENTE quello di Balestrini. sob.

  46. andrea inglese il 26 marzo 2010 alle 01:02

    Intervengo su un punto secondario delle risposte di Pincio, perché è stato sottolineato da Fabio Teti e da altri fino all’ultimo intervento di Carlo Carabba.

    Per me ci sono due questioni da non confondere. Una sarebbe semplicemente – ma esula dal contesto di questa inchiesta – in che modo i poeti italiani di oggi si sentono coinvolti rispetto a ciò che fanno i romanzieri? E la domanda inversa: in che modo i romanzieri italiani di oggi si sentono coinvolti (toccati, sollecitati) da ciò che fanno i poeti loro contemporanei? Sarebbe interessante aprire un vero confronto su questa faccenda, ovviamente tra romanzieri e poeti illuminati, che sapessero porsi su un piano di parità e in modo spregiudicato.
    In un’altra occasione, questa sarebbe la domanda che rivolgerei a Pincio, come ad altri romanzieri.
    Quanto alle sue osservazioni, in questo contesto non le percepisco come pilatesche. Semmai oneste, modeste, di una modestia, ad esempio, che io mi permetterei meno – magari a torto – se mi chiedessero un parere sulla narrativa italiana.

    L’altra questione, che mi sembra espressa in modo esplicito sopratutto da carabba, rischia invece di avere a che fare con il lamento. Io credo che i poeti dovrebbero limitare l’esercizio del lamento. Non è che non ci siano ragioni per farlo, è che lo facciamo da vent’anni – almeno – senza che ciò abbia mutato nulla di una virgola.

    Carabba scrive:

    “che la poesia abbia problemi se non di vitalità di sopravvivenza è purtroppo palese. Delle grandi (e mediograndi) case editrici solo Einaudi Mondadori e Garzanti hanno una collana di poesia. Ho già denunciato altrove quanto io trovi pernicioso che la poesia si debba rivolgere solo a lettori specialisti e non riprenderò qua il discorso. In sintesi, senza identificare lettore e acquirente (cit.), penso che un lettore di qualche tipo ci voglia e questo è quello che manca oggi alla poesia.”

    Ora io non credo che la poesia abbia problemi di sopravvivenza, sopravvive benissimo, e misteriosamente, malgrado il fatto che non abbia quasi mercato a livello editoriale. Incredibilmente si fanno sempre incontri, letture, festival, pubblicazioni confidenziali, o a più ampio raggio, che riguardano la poesia, in Italia, come nel mondo. Poi è ovvio, ci sono poeti vitali e poeti devitalizzati, ma anche questo è inevitabile.

    La poesia, in paesi come il nostro, non ha mai avuto masse di lettori in passato, ed è quindi normale che non le abbia oggi. Solo che una volta è probabile che anche i lettori di romanzi fossero di numero minore (in proporzione) rispetto ai lettori di romanzi di successo di oggi.

    Infine dire: “penso che un lettore di qualche tipo ci voglia e questo è quello che manca oggi alla poesia”, è una pura petizione di principio. Sarebbe più interessante mostrare che cosa la poesia può fare di diverso dal romanzo. O interrogare, quanto al nostro passato, i rapporti che sempre ci sono stati tra romanzo e poesia (lirica), per non parlare di quelli tra poesia e arti visive o plastiche, o tra poesia e pubblicità, ecc.

    Sono invece d’accordo con Carabba sul denunciare il fatto che pagine culturali, librerie, incontri letterari, ecc., che pretendono di parlare di letteratura indipendentemente da preoccupazioni di tipo commerciale, rimuovano il genere poesia dalla categoria di letteratura.

    Infine, l’esilio dal mercato del genere poetico gli offre anche una grande chance in termini di libertà e audacia inventiva, un tesoro preziosissimo.

  47. AMA il 26 marzo 2010 alle 04:22

    Solo una cosa alla Policastro…

    Guarda che la gente legge davvero Ken Follett. Dalla prima all’ultima pagina. Non farti illusioni. E poi lo lascia nell’atrio del palazzo a disposizione di chi ne voglia godere. Almeno dove vivo io.

    Ho dei forti dubbi invece che i libricini di qualita’ a bassa tiratura siano veramente letti da tutti gli affezionati piu’ alle collane delle case editrici storiche che ai loro autori spesso commerciali ma non abbastanza.

  48. gg il 26 marzo 2010 alle 05:22

    io è.

  49. francesco pecoraro il 26 marzo 2010 alle 09:57

    @policastro
    Direi che sono le scienze così dette “esatte” (le scienze o sono “esatte” o non sono) che si spingono nel racconto là dove altre forme di interrogazione del reale (come la letteratura, chiamiamola così, tradizionalmente) non arrivano.

  50. Tommaso Pincio il 26 marzo 2010 alle 10:24

    Policastro, lo era ovviamente anche per me. Non meno ovvio mi pareva che la perla di Labuan fosse una battuta, una figura retorica volta semplicemente a significare la letteratura non franta. Così, tanto per volare un po’ basso, ché noi paratattici non aspiriamo mica alla santità.

    Certo che ce ne vuole, di pazienza, con voi martiri.

  51. Gilda Policastro il 26 marzo 2010 alle 10:45

    @Pecoraro, apprezzo il paradosso, e però la medicina, ad esempio, è una scienza, ma non esatta: Foucault, ad esempio, ci ha ben dissuasi dal considerare semplicisticamente la malattia come il cattivo funzionamento di un corpo, e indotti a considerarla invece come la differenza di funzionamento tra un corpo ed un altro, la marca distintiva di ogni singolo individuo all’interno della specie. Così non esistono due cancri uguali, pure se attaccano lo stesso organo, ed è questo che rende solo palliative e per lo più inefficaci, a tutt’oggi, le cure. Un trattato medico spiegherà bene l’eziologia della malattia, il suo decorso, sviluppo, l’esito. Il resto (la narrazione proustiano-barthiana della ”tristezza”), alla letteratura.
    @Pincio: non è un dialogo cifrato tra me e te, dunque, nel dubbio, meglio chiarire, anche perchè alcuni leggono davvero solo libri paratattici (per caso ne ho sotto gli occhi uno che per trovarci una subordinata devi arrivare a p. 21: e meno male che è la terza versione…).

  52. ALCOR il 26 marzo 2010 alle 10:58

    ma se scendo dal pero, la paratassi non è solo la scelta di un autore, è il destino delle generazioni twitteriane. Pur non recedendo dalle mie posizioni, ché ancora posso difenderle, devo saperlo.

    ma temo che questo sia così basico da essere OT, anche se per quanto mi riguarda non riesco a prescindere dalla filiera

  53. Tommaso Pincio il 26 marzo 2010 alle 11:31

    Hai ragione, Policastro, meglio chiarire, ché già cominciavo seriamente a dubitare che tu credessi sul serio che era quello di Kabir Bedi il Sandokan cui mi riferivo. Sarebbe stata la prova indubitabile che custodisci la tua stima nei miei riguardi sotto la suola delle scarpe, se non più sotto.

  54. Enrico Macioci il 26 marzo 2010 alle 12:11

    @pincio
    Chiarissimo, ora. Anch’io adoro Graham Greene, autore sottovalutato nonché altro grande che risente l’influenza, per tornare al mio lamento, di Conrad. Possibile che ‘sto povero Conrad non se lo fili mai nessuno? Bah.
    Interessantissimo il discorso dell’interrelazione fra poeti e romanzieri. Io ad esempio scrivo, alquanto immodestamente, poesia e prosa; ma è solo la prosa che tento di promuovere. Non basta: dedico molto più tempo, in lettura e scrittura, alla prosa che alla poesia; però la poesia MI PIACE di più. Forse ho le idee confuse, o forse esiste una fisiologica, organica differenza quantitativa fra prosa e poesia che va dal singolo alla collettività. In altre parole, c’è mai stato nei tempi moderni un momento e un luogo in cui la poesia “prevalesse” sulla prosa? Ed è possibile che la poesia “prevalga” quantitativamente sulla prosa?
    Un ultimo parere: sarebbe meglio – non arrivo a dire necessario – che un romanziere conoscesse abbastanza bene la poesia, passata e attuale, così come il viceversa. Shakespeare è la somma dimostrazione che i due campi possono mescolarsi fino alla sublimità. Leopardi è stato un prosatore stupendo, così come Baudelaire. Hemingway scriveva poesie (credo brutte), ma ci sono lunghi tratti di Pynchon assolutamente poetici, di notevolissimo splendore estetico. Grandi poeti si sono cimentati senza successo con la narrativa, e grandi romanzieri si sono cimentati senza successo con la poesia, ma non possiamo sapere quanto il cimento abbia loro artisticamente giovato. Harold Bloom, parlando di Von Hoffmansthal, sostiene addirittura che l’austriaco abbia deturpato il proprio genio poetico per dedicarsi al teatro e alla prosa. Insomma il terreno è insidioso e complesso.

  55. francesco pecoraro il 26 marzo 2010 alle 13:31

    @gilda (del tutto a latere, lo so)
    il fatto che la medicina ancora non sappia come funzionano alcune, molte, malattie, il fatto che la scienza non sappia per definizione TUTTO (e anzi sia ancora molto, ma molto, lontana da questo non-raggiungibile obbiettivo) non significa che non tenda, anzi non “sia” esattezza e, soprattutto, non autorizza la non-scienza a subentrare al suo posto in veste di conoscenza.

  56. Tommaso Pincio il 26 marzo 2010 alle 14:17

    Enrico, adoro Conrad anch’io e non mi pare sia così ignorato, viene anzi citato spesso e comunque sempre più di Greene, lui sì che è assolutamente ignorato e dimenticato nel nostro paese.
    Circa la poesia, torno a ripetere che ne leggo. E ci sono delle cose che amo moltissimo, certi versi di Eliot o Frost per esempio. Intendevo solo che non la frequento in modo così circostanziato e metodico da sentirmi autorizzato a esprimere un giudizio. Non posso non convenire su quanto dici di Pynchon, basta pensare a quanto Rilke c’è in Gravity’s Rainbow. E mi sa che c’hai ragione pure sulle poesie di Hemingway, quantunque non l’abbia mai lette ;)

  57. sara ventroni il 26 marzo 2010 alle 14:36

    (di passaggio, decisamente OT): mi pare di poter dire che le opere di Aldo Nove e di Laura Pugno si pongano come esempi – tra i più significativi nel panorama italiano contemporaneo – di strutture sintattiche riconducibili alla sfera della paratassi. Sottolineava Cortellessa, se non ricordo male, a un “Pordenonelegge” di qualche anno fa: la poesia della Pugno spesso si declina – o meglio: si coniuga – nella forma imperativa: quanto, dunque, di meno ipotattico si possa immaginare. Di contro, ogni volta (e non di rado accade) che provano a superinterpretare i carpiati ipotattici di Francesco Cossiga come sintomi d’intelligenza superiore, si ha la tentazione di regredire alla parlata poppantesca del petèl, tanto per rimanere sul lessico zanzottiano.
    Ma forse basterebbe (ri)aprire “Trilogia della città di K” della Kristof e, insieme, “Beloved” della Morrison per capire che c’è paratassi e paratassi, e ipotassi e ipotassi. In questo senso le riserve di Pincio sul presunto snobismo – al rialzo stilistico – di fantomatiche avanguardie (riserve poi chiarite da Pincio stesso) trovano sintomatica corrispondenza con le riserve di Policastro circa il dominio – al ribasso – del presunto mainstream paratattico. Non vorrei impantanare questa bella discussione nel brodo fenomenologico – che sembrerebbe, di questi tempi, da irresponsabili -, ma bisognerebbe ricordare, accanto alle imprescindibili valutazioni sistemiche (mercato-lettori/acquirenti-classifiche) e alle pur necessarie semplificazioni (per quanto, trovo pretestuoso generalizzare in “ipotattici” versus “paratattici”. Non c’è bisogno di tirare giù le teorie della folla di un Tarde o di un Le Bon per ricordare che allargamento del target porta con sé semplificazione di codici; codici che, dunque, solo apparentemente incrocerebbero la strada della paratassi d’autore; il quale autore X può avere, e senz’altro avrà, un rapporto “scomodo” o “non confortevole” con la realtà, ma lo esprime in forme non ipotattiche), dicevo: bisognerebbe ricordare il sano principio che invita a interrogare – là dove un testo accenda il nostro interesse, e aldilà dei rendiconti di vendita, alti o bassi che siano – opera per opera, opera dopo opera, anche nella microstoria del singolo autore, come è stato fatto qualche commento addietro, in riferimento alla produzione pinciana, da M a Cinacittà. Altrimenti il discorso volge facilmente in fuffa.

  58. ALCOR il 26 marzo 2010 alle 16:32

    giusto

  59. Ares il 26 marzo 2010 alle 17:09

    Cosa giusto ?

  60. ALCOR il 26 marzo 2010 alle 17:18

    il commento di Sara Ventroni

    ha ragione, l’ipotassi in sé non è un segno di complessità e qualità, oltre alla Kristof mi viene in mente la Sarraute

    l’unica cosa che mi lascia perplessa è l’allargamento del target, così come è formulato non capisco cosa si sia allargato, non certo l’accesso del pubblico alla letteratura complessa, paratattica o ipotattica che sia la scelta degli autori.

  61. Ares il 26 marzo 2010 alle 17:22

    Se ho capito bene: il commento della ventroni è paraipotattico ..

    .. credo °__O

  62. Ares il 26 marzo 2010 alle 17:26

    .. no è un carpiato ipotattico con avvitamento ugolotonsillare… ^__^

  63. ALCOR il 26 marzo 2010 alle 17:26

    l’occhio gonfio ha un senso particolare?

  64. Ares il 26 marzo 2010 alle 17:33

    Si: è la terza volta che rileggo il commento della ventroni e nonostante le due craniate, causa del gonfiore orbito-oculare, non ho ancora capito una cippola..

    ..anche se devo dire che il tuo commento Alcor, un po’ mi ha avvicinato alla soluzione dell’enigma sintattico di certi periodi ^__^

  65. Ares il 26 marzo 2010 alle 17:34

    .. nonostante le due craniate:

    …… che ho dato contro alla scrivania °__O

  66. ALCOR il 26 marzo 2010 alle 17:59

    non c’è nessun enigma sintattico, forse dà per scontato che chi la legge abbia letto quello che ha letto lei, ma nel contesto mi sembra ragionevole, no? non si può avere sempre la pappa fatta:-)

  67. sara ventroni il 26 marzo 2010 alle 18:34

    @alcor
    Provo a chiarire (intanto, concordo con te sulla Serraute).

    Rispetto al mass-market, non mi meraviglio della ferrea logica: se vuoi essere “capito” (letteralmente) da tutti, o quasi, i potenziali acquirenti/lettori, devi ridurre i problemi di transcodifica che affronterà il destinatario. Per questo molti libri, che hanno l’implicito obiettivo di vendita (e certo che ve ne sono), viaggiano su strutture paratattiche. Buon senso ci dice che con tutta evidenza la paratassi è più facile da decodificare dell’ipotassi, ma questo non significa che non vi sia, in molti altri autori, un uso distorto, di secondo grado, espressivo – chiamiamolo come vogliamo – della forma (innocente, neutra) della paratassi.
    Insomma, volevo dire che non c’è scandalo (o meglio: non c’è stupore) nel sapere che molti libri target-oriented siano strutturati paratatticamente. Dov’è la novità? Per questo non trovo interessate distinguere tra “libri paratattici” e “libri con gran numero di secondarie all’interno”.
    È come se, occupandoci con sincera passione di musica, ci stracciassimo le vesti per denunciare urbi et orbi che Madonna è vergognosamente stonata e che la sua ugola offende i nostri timpani. Si rischia la captatio benevolentiae.
    Per chiarirmi ancora meglio: se la curiosità mi porta ad avvicinare il fenomeno Lady Gaga, evidentemente metterò in risalto altri fattori (il self-managment, le strategie di promozione, la ridda di esperti di ogni diavoleria consultati per confezionare il prodotto), rispetto a quelli puramente vocali, posto che io voglia occuparmi di Lady Gaga. Se invece seguo da anni P.J. Harvey o Siouxsie e se la musicista se ne esce con un lavoro deludente, parlare della delusione ha un senso. Altrimenti è esercizio retorico. Oppure, per onestà, devo spostare il discorso su un piano più sociologico che estetico e dire, per esempio, che il lesbismo dell’ultimo video della Gaga strizza l’occhio ai movimenti lgbt, per aprirsi una nicchia di mercato.
    Insomma, cara alcor, volevo dire che trovo più interessante occupare energie per diffondere la conoscenza di opere che si ritengono, di volta in volta, interessanti; perché anche le stroncature devono meritarsi il nostro tempo. La nostra sincera passione. La nostra intelligenza. Perché ci riflettono.

    @ares: non la prendo come un complimento ma tocca starci. È la dura lex, sed lex, della paraipotassi, come la chiami tu. Un colpo al cerchio delle ipotetiche dell’irrealtà, uno alla botte degli anacoluti.

  68. ALCOR il 26 marzo 2010 alle 19:51

    @ ventroni

    tratto i riferimenti musicali (che non ho) come se li avessi, e concordo, vale la pena di parlare di delusione quando ci si aspetta qualcosa.

    Il piano sociologico ha il suo interesse perché pone comunque dei problemi che non andrebbero disprezzati sia in termini generali, per capire dove stiamo andando (Abruzzese nel video postato da Forlani dà la situazione per persa, e salvaguardata solo nella nicchia) sia particolari per quegli autori che non si pongono un brutale problema di mercato, ma che non se la sentono di scrivere solo per pochii o di rinchiudersi nel recinto della pura sperimentazione.
    O semplicemente non ci son portati, che anche questo è un diritto e non necessariamente un demerito. Sebald, per dirne uno, non sperimenta, pensa, e per quanto non possa aspirare a un gran numero di lettori, non è certo un autore di nicchia.
    Un autore che pensa supera d’un balzo ogni questione sintattica.
    Le ragioni perciò non sono necessariamente brutali e mercantili, in termini nobili sono quelle che si è posto Dante nel Convivio. Anche se il parallelo può sembrare azzardato e scandaloso, c’è effettivamente un problema che non mi sentirei di liquidare, e che se non riguarda la lingua, riguarda certamente i linguaggi.

    Quali problemi si ponga Pincio però non so, né so quale strada intenderà e potrà percorrere, qua ognuno se la deve vedere prima di tutto con se stesso.

  69. ALCOR il 26 marzo 2010 alle 19:53

    mi viene il dubbio di non essere stata chiara, spero di sì perché scrivo su una tastierina scoraggiante e uno schermo microscopico

  70. sara ventroni il 26 marzo 2010 alle 20:41

    @alcor
    chiarissima. Almeno per me. Soprattutto nel riferimento a Sebald.
    Non intendevo, e non intendo affatto, sottovalutare il discorso sociologico. Me ne guardo bene. Al contrario: quest’ultimo (se vuoi, la ‘logica mercantile’ di cui parlavi) lo metto bene in evidenza, perché sia chiaro di cosa si sta parlando. Dirò di più, con coraggio lo si può far diventare anche discorso ‘politico’.
    Però non è concessa ingenuità. Non è questione di paratassi, o di aggettivi dislocati a destra. O almeno: non principalmente di questo. Sarebbe come dire che il terremoto è terra-che-si-rompe.
    Metaforicamente, bisogna disporre gli strumenti sul tavolo e sapere dove, come, perché usare certi attrezzi e non altri. Certo che non serve sentirsi superiori al mercato, o fare sfoggio di indifferenza. A maggior ragione se poi il mercato – senza scrupolo di sorta – gentilmente ti fotte.
    Ciascun lettore, critico, scrittore, poeta – o chiunque ne abbia intenzione -valuterà di volta in volta la strumentazione adatta per scegliere e descrivere opere o fenomeni che ritiene interessanti. Ma non possiamo decostruire la canzoncina di E. Filiberto con le chiavi della dodecafonia. Meglio darsi al decoupage. O mettere su una band tipo gli ‘Elii’.
    Se la redazione di N.I. poi me lo accorderà, segnalerei qualcosa delle musiciste che ho citato prima. Perché meritano, anche se le cose che valgono possono sempre deludere.

  71. Gilda Policastro il 27 marzo 2010 alle 02:19

    Mi stupisce sempre quando qualcuno dedica del tempo a commentare una boutade (lo è ormai, in chiave omericamente formulare, la diatriba ipotassi vs paratassi che oppone me e Pincio da un semestre, nella rete e fuori -Pincio, te l’avevo detto che era un criptodialogo fra me e te, a un certo punto…) mancando le questioni cruciali che questo post ha messo in campo. Ad esempio sarebbe utile se qualcuno intervenisse sul tema posto da Inglese, dell’interscambio (se e quando esista) tra poeti e narratori, o tra poeti, narratori e altri artisti. Insieme ai musicisti di un gruppo raffinatissimo di ricerca mi sono trovata a rispondere oggi a una serie di domande di una regista che gira un documentario sul tema del precariato degli artisti. Sembra che l’unica condizione che ci accomuna (uso il noi per chi percorre vie più rischiose dei libri-fustino che invadono i nostri supermarket pardon librerie) oggi sia quella di non poter vivere del nostro lavoro (nè di mecenatismo, e dunque i musicisti raccontavano di dover suonare classicamente ai matrimoni, io di dedicarmi a tignosissimi lavori redazionali). Forse questo tipo di necessità costringe alcuni a farsi paratattici (recuperando la boutade di prima), ma mi piacerebbe pensare alla letteratura come a qualcosa da tener separato da quei pezzi eseguiti ai matrimoni: ”quelli servono per vivere, ma la musica che suoniamo è altra”. Mi pare un giusto compromesso, che non so quanto sia ripetibile per lo scrittore. Questo mi pare un tema, visto che poi ci sono scrittori che campano di festival, apparizioni televisive e oscenità simili, ed altri che possono solo aspirare alla Bacchelli.

  72. sara ventroni il 27 marzo 2010 alle 09:56

    Mi supisco!
    Pensavo questo fosse un luogo per scambi pubblici d’opinione, e non per cifrate boutade.
    Tra gli scrittori delle apparizioni televisive e i poeti della Bacchelli aggiungerei anche: quelli che pur di apparire si dedicano al crumiraggio svolgendo gratis lavori che andrebbero retribuiti. Che altrove sono retribuiti. Così, più o meno, ho risposto, giorni fa a un’inchiesta su scrittori e precariato dell’Università della Louisiana. Ma è un vecchio problema italiano: dividere tutto tra marchette/mecenatismo di qua, e turris eburnea di là. Siamo così provinciali. Non è un caso, dunque, se nelle università, nei giornali, nella politica, nelle redazioni televisive lavorano (nel senso: hanno un salario) i sessantenni babyboomers, mentre la generazione dei trenta-quarantenni italiani campicchia di lavori intellettuali (e non) col sostegno, quando c’è, dei genitori. O peggio: svolgendo, per qualche centinaio di euro mensili, lavori mentalmente usuranti e moralmente umilianti che non lasciano il tempo per continuare a studiare, a scrivere, a leggere. E certo non è solo un problema degli scrittori. Non sono lontani i tempi per cui solo chi è di buona famiglia avrà la possibilità, non dico di dedicarsi (gratis) ad attività più o meno intellettuali, ma anche solo di iscriversi all’università. Per il resto, il punto posto da Inglese è centrale. N.I. potrebbe lanciare un’inchiesta. Eppoi, il mondo è vario: ci sono ottimi scrittori marchettari televisivi e insignificanti poeti di nicchia.

  73. sara ventroni il 27 marzo 2010 alle 09:58

    *stupisco

  74. Alan Fard il 27 marzo 2010 alle 10:43

    (di passaggio, decisamente OT): …

    quello del mar rosso?

  75. franz krauspenhaar il 27 marzo 2010 alle 10:51

    verissimo.

  76. franz krauspenhaar il 27 marzo 2010 alle 10:52

    “Eppoi, il mondo è vario: ci sono ottimi scrittori marchettari televisivi e insignificanti poeti di nicchia.”

    verissimo.

  77. ALCOR il 27 marzo 2010 alle 11:09

    “ci sono ottimi scrittori marchettari televisivi e insignificanti poeti di nicchia” :-)

    da cinica babyboomer, non posso che convenire, ma questo dipende da cose imperscrutabili come la quantità e qualità del talento, oltre che da cose scrutabilissme come le intenzioni (e aggiungerei l’etica).

    una cosa sola sulla presenza di tanti di quella generazione, allora c’era una grande disponibilità dil lavoro, quasi per tutti, che adesso non c’è, e un dibattito molto aspro – sia con la generazione precedente che trasversale – meno nutrito, mi pare, di contrasti e puntigli personali, e più ricco di battaglia ideologica.

    Comunque tra un po’ andremo in pensione, siete pronti?.

    Quanto agli strumenti, ovvio che senza non si vada da nessuna parte, non varrebbe neppure la pena parlarne, ma da soli non bastano, come dimostra Zanzotto che ne ha il tavolo pieno, ma li usa, non li esibisce o brandisce.

  78. Alan Fard il 27 marzo 2010 alle 11:18

    N.I. potrebbe lanciare un’inchiesta

    verissimo

    l’importante è che dello staff che preparerà il questionario faccia parte anche gm

  79. Alan Fard il 27 marzo 2010 alle 11:25

    Quanto agli strumenti, ovvio che senza non si vada da nessuna parte, non varrebbe neppure la pena parlarne, ma da soli non bastano, come dimostra Zanzotto che ne ha il tavolo pieno, ma li usa, non li esibisce o brandisce.

    si capisce subito che chi scrive ciò non ha mai risposto alle domande di un regista che gira un documentario, né è stata mai contattata dall’università della louisiana

    e queste sono carenze che alla lunga incidono
    si pagano

  80. ALCOR il 27 marzo 2010 alle 11:32

    @ Alan Fard

    è vero, nessuna università della luisiana o regista di documentario si sono mai sognati di farmi domande

    peggiorerò la situazione citando un proverbio che Zanzotto approverebbe sicuramente:
    “impara l’arte e mettila da parte” :-)

  81. sara ventroni il 27 marzo 2010 alle 11:37

    (OT di OT di OT)

    @alcor, sul crumiraggio e i babyboomers.
    In altri anni, evidentemente – nel bene e nel male, come s’è visto – i problemi (lavorativi) di ciascuno potevano diventare la lotta di tutti. Almeno nelle intenzioni. Poi, certo, c’è chi ne ha fatto solo un pretesto per la presa del potere, e chi, invece, s’è perso per strada. Ma non butto tutto a mare.
    Perché solo così, nella condivisione, è stato possibile che figli di operai siano potuti diventare insegnanti, medici, ingegneri: quello che volete. E parlo per diretta esperienza. Altrimenti si torna alle corporazioni.
    Da anni invece serpeggia in Italia l’idea che sia volgare pretendere d’essere pagati per un lavoro intellettuale (e ve ne sono di tanti tipi; non certo, o non solo “fare lo scrittore”).
    Solo chi ha le spalle ben coperte può svolgere gratis praticantato in uno studio legale o per qualche cattedra universitaria. E se passa il principio che i lavori cosiddetti cognitivi sono gratis et amore, allora diciamolo subito: vi si possono dedicare solo quelli che non hanno preoccupazioni di affitto, bollette e quant’altro.
    A questo si aggiunge l’obiettiva saturazione (come segnalavi) del mercato, l’agguerrita concorrenza, la vergogna dei contratti atipici, perversamente ispirati al ‘divide et impera’. Con un bel bonus di svantaggio se sei donna.
    Va da sé che i libri si scrivono in solitudine e che non si campa di poesia.
    Ma se siamo a questo punto – eterni praticanti senza potere contrattuale, infinocchiati dal falso mito della separatezza della sfera creativa (è separata se si hanno i soldini, e comunque non amo l’ideale dell’Arcadia) – vuol dire che è tempo di un esame di coscienza. E anche qualcosina di più.

  82. ALCOR il 27 marzo 2010 alle 11:44

    @ Ventroni

    sono d’accordo, voi non riuscite a diventare forza sociale.

    è vero che è ingiusto darvene la responsabilità, ma qualcosa di più potreste fare, invece di muovervi in solitario,

  83. sara ventroni il 27 marzo 2010 alle 11:44

    @alan fard, @alcor
    l’università della Lousiana era una boutade. Tanto per darmi un tono anch’io, sai.
    Però è vero, sta facendo un’inchiesta tra quanti (e sono tanti) hanno scritto racconti sul tema ‘lavoro’ negli ultimi anni.

  84. ALCOR il 27 marzo 2010 alle 11:53

    @ventroni

    non avevo capito che il commento di Alan Fard rivolto a me era puntato contro di te

  85. sara ventroni il 27 marzo 2010 alle 11:57

    @
    alcor
    Hai ragione. E’ anche vero, però, che molti bb stanno con le unghie nei braccoli della poltrona e non ci pensano affatto a lasciare il campo alle nuove (si fa per dire) leve. E dunque capitano situazioni paradossali. Ultrasessantenni che pur di sentirsi giovani hanno la sfrontatezza di dire: ma tu sei una ragazza.
    Ho trentacinque anni.

  86. ALCOR il 27 marzo 2010 alle 12:00

    ma sai, a nessuno si può chiedere di lasciare il campo volontariamente, se sa ancora arare, bisogna arare meglio e in modo più innovativo, oppure buttarlo fuori a forza

  87. Alan Fard il 27 marzo 2010 alle 12:04

    non se la prenda signora ventroni, è tutta invidia
    semplicemente
    anche a me piacerebbe tanto essere contattata da un’università, ma non mi si fila proprio per niente
    nemmeno uno straccio di proposta chessò anche da un college sgangherato dell’aioua
    niente

  88. sara ventroni il 27 marzo 2010 alle 12:07

    *braccioli

    @alcor :-)

    un saluto a tutti. Devo uscire.

  89. sara ventroni il 27 marzo 2010 alle 12:23

    @alcor (poi scappo, ahimé)
    per ‘lasciare il campo’ intendo: coloro che sono datori di lavoro dovrebbero offrire contratti degni, continuità lavorativa, non sfruttare tempo e competenze, limitare il tempo di apprendistato del praticante. Assumerlo?
    (Sul talento, certo: hai ragione. Sto facendo un discorso generale, perché la situazione può estendersi a ogni ambito lavorativo, non solo quello cognitivo).
    Ma molti bb siedono in parlamento, nelle direzioni dei giornali, nelle Università. Hanno inziato a Lotta Continua o simili, poi si sono convertiti e nel loro piccolo praticano, ma sulla pelle degli altri, la flessibilità. Che poi la mia generazione non sia coesa e non sappia trovare gli strumenti per prendere ciò che le spetta (anche il minimo sindacale), questo è il vero dramma.

  90. ALCOR il 27 marzo 2010 alle 12:49

    Poi scappo anch’io, anche dall OT

    i “datori di lavoro dovrebbero offrire contratti degni, continuità lavorativa, non sfruttare tempo e competenze, limitare il tempo di apprendistato del praticante. Assumerlo?”

    per ottenere questo servono le lotte, collettive.

    La mia impressione, ma davvero, dall’esterno e senza polemica alcuna, vedo molta rabbia, indignazione e lamento, ma non servono a niente senza conflitto politico e anche trattativa e unione di intenti, le manifestazioni, che magari uno pensa che servano, non servono se dietro non c’è organizzazione e idea politica.

    Proporre una vecchia organizzazione delle lotte non serve, in condizioni mutate bisogna anche mutare strategie, ma quali siano non possono deciderlo i vecchi, che hanno una testa vecchia e vecchie abitudini anche mentali, persino nella buona volontà.

    Io purtroppo non ho ricette, le avessi, le offrirei, di nuovo, sta a voi trovare quelle giuste.

  91. Marco Saya il 27 marzo 2010 alle 12:50

    Mah, sembra di leggere “cronache da un altro pianeta…”

  92. franz krauspenhaar il 27 marzo 2010 alle 15:39

    sara, mai vista una generazione coesa. consolati.

  93. sergio garufi il 27 marzo 2010 alle 18:17

    sarà OT, ma il discorso di sara sul lavoro culturale è centrale e impellente, e sarebbe bello se NI gli dedicasse un’inchiesta simile a quella sulla responsabilità dell’autore, diciamo una variante “letteraria” (cioè relativa a chi lavora con le recednsioni sui giornali, le collaborazioni con gli editori ecc) del “mi chiamo roberta, ho 40 anni e guadagno 250 euro al mese” di aldo nove. perché la sensazione è che in quest’ambito si sono consumate le peggiori porcherie, e ogni accesso è stato bloccato, chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori, come un’università che prima era a numero chiuso e ora non accetta più nessuno, salvo i figli e i parenti di chi ne fa parte e se ne va in pensione. un ambiente in cui ogni criterio di merito è saltato. ieri segnalavo nella mia piccola bancarella webbica una gustosa recensione di paola calvetti al libro di d’avenia che avevo visto sul tg3, in cui l’autrice dimostra di non conoscere neppure la lingua in cui si esprime, non dico il romanzo che consiglia. ma gli esempi di nefandezze sarebbero infiniti (si pensi ad alain elkann), e noi qui, i pezzenti raccoglitori dei frutti letterari di rosarno, siamo pure capaci di cavillare sulle poche lodevoli iniziative prese (tipo il premio dedalus).

  94. Luva Maro il 27 marzo 2010 alle 19:22

    Qui si parla sempre della responsabilità degli scrittori: ma la resonsabilità dei critici?
    A me sembra che i critici siano come i preti cattolici, deputati cioè a mediare tra il pubblico e lo scrittore.
    I protestanti invece non hanno bisogno di ministri.

  95. gianni biondillo il 27 marzo 2010 alle 23:40

    Big Sara. Sara Ventroni for president!!!

  96. gina il 28 marzo 2010 alle 08:22

    Visto che la domenica è il giorno dell’home cooking e che si cucina meglio ballando in OT, e che la questione per il momento appare chiusa, e che condivido la varia strumentazione (the phone effect :) di ventroni , il link a l’ipotattica gaga the crime scene lo metto io. Ah, è il seguito di paparazzi. Bih, strizza pure abbondantemente…… l’occhio:) al chick fight (che tira). E mi va pure di dedicarla a massimo fini e daniele luttazzi.

  97. maria(v) il 28 marzo 2010 alle 11:05

    io condivido al 50% quanto detto da sara: non condivido ad esempio svolgendo, per qualche centinaio di euro mensili, lavori mentalmente usuranti e moralmente umilianti non condivido perché sono lavori come altri, c’è qualcuno che deve svolgerli, alcuni infatti li svolgono e perché tra questi non potrebbe esserci un poeta o scrittore che possa preferirli, non si capisce- come se questi, per esser tali non dovessero sporcarsi le mani. poi sì, certo, conciliare i tempi per studiare, leggere, scrivere è il nodo, ma dipende da come uno vede la questione, dove per lui spira più aria e cosa desidera, e non è detto, infatti, che un lavoro intellettuale ti offra maggiore autonomia. io sono il tipo che preferisce un lavoretto che non ha niente a che vedere con lettere & co. perché ritengo sia il massimo della libertà : niente committenti, niente obbligazioni, niente spreco di tempo e sonno e ansie ed emicranie e crampi allo stomaco su questioni che al momento non reputo rilevanti. quando chiudi hai chiuso e hai tutto il tuo tempo; negli altri casi, invece, non sempre accade. io ho scelto di mia volontà di non svolgere lavori intellettuali, (al punto da avere abbandonato l’università) per i quali, tra l’altro, non mi sentirei nemmeno in grado, pur cercando di dedicarmi quotidianamente ai miei interessi poetico-letterari.
    che poi sia pretesa ragionevole un’equa retribuzione per chi abbia optato per l’alternativa, è un altro discorso. ma non posso soffrire la ramanzina generalista “la separatezza è un lusso” perché lo è solo guardando in alto o dall’alto in basso o da un unico punto di vista, allo stesso modo insomma di chi millanta la propria prodigalità, la propria intransigenza, austerità, rigore morale nell’offrire un servizio culturale gratuito, come si conviene- filantropia tipo slogan per “questi spazi pubblicitari non sono ancora stati venduti” …e perché le alternative sono sempre legittime
    infine una cosa irrilevante, ma non sono d’accordo nemmeno su lady gaga, premesso che non è il genere di musica che mi affascina, penso però che sia un’artista geniale e l’ipotesi del reggimento alle spalle cui è devoluta ogni mansione che confeziona il prodotto, mi trova scettica perché artista emergente (al contrario di madonna, per dire), anche se la musica per lei è solo una piccola percentuale del suo successo. mi è sicuramete più simpatica perché ha saputo imporsi fuori dai soliti canoni di bellezza o sessualmente appetibile, ha giocato con le deformità anche vocali tipo storpi gargarismi, e la ritengo un genio del travestitismo, di una pignoleria per il dettaglio ossessiva, mi aggiungo a gina nel linkare un video per chi non la conosce
    (anche qui, poi, altro è dire non mi piace quel genere di musica – neanche a me, infatti- preferisco pj harvey e così via…)
    http://www.youtube.com/watch?v=qrO4YZeyl0I

  98. gina il 28 marzo 2010 alle 11:20

    maria
    come si direbbe altrove ein zwei drei…..gaga è un fottuto autore, e fottuta-mente brava.
    Si specula sui doppi quadrupli quintupli riferimenti (il video è da… vedere più volte) e su quanti siano in grado di coglierli, ma la danza a stelle e strisce dopo il mass murder, honey, e l’immagine che ti ritorna lo specchio, e i dialoghi in prima persona, parlano da soli. plenty of fish!

  99. ALCOR il 28 marzo 2010 alle 11:33

    grazie per i link a gina e maria v., mi sono fatta un’idea, è inglese, immagino

    datemi per favore il fazzoletto dell’impunità, che non ho energie per litigare

    ovviamente è un mondo lontanissmo da me, ma non tanto da non vedere il “prodotto”, poi voi dite che è brava, bisognerebbe intendersi sul “bravo”,
    senza che nessuno si scandalizzi, anche Baricco è fottutamente bravo, è proprio quello che gli attira gli strali di molti, ma come, sei bravo e produci questa roba qui?

    mettiamo anche che io sia tanto lontana da non capir niente, che le ultime provocazioni che ricordo di una musicista siano quelle di Nina Hagen, ma il gioco col prodotto non è una cosa nuova

    o non ho capito niente?
    se non ho capito spiegatemi

    non so, datemi il fazzoletto

  100. ALCOR il 28 marzo 2010 alle 11:35

    @ maria v.

    lavori mentalmente usuranti e moralmente umilianti non dovrebbe farli nessuno, né per pochi né per molti euro

  101. gina il 28 marzo 2010 alle 11:45

    alcor
    niente litigi!
    contestualizzaimo: il prodotto è visibilissimo, direi in primo piano, lei è il prodotto, honey (è gaga honey che mielosamente (the poison tv, ma anche tutto il resto della strumentazione), per sua stessa ammissione, ti ammazza.
    ah…. gaga è una stellestriscia, E si chiama Stefani Joanne Angelina GERMANOTTA, ein zwei drei.
    (baricco …che?)

  102. ALCOR il 28 marzo 2010 alle 11:54

    ah, è americana?
    non avrei mai detto, non n-ychese, però, immagino

    cioè costruisce tutto questo per produrre la metafora “il prodotto t’ammazza”? la messa in scena critica del prodotto non è un po’ poco? cioè, non mi pare sta grande novità
    o c’è dell’altro che non vedo?

    (Baricco è un prodotto vecchio, e certamente non dice io sono il prodotto e il prodotto avvelena, è il prodotto buonista pseudoalto alla Veltroni), ma sempre “bravo” è)

  103. gina il 28 marzo 2010 alle 11:57

    a livello di metafora, starei piuttoso sul mind control, assunto, ripeto in prima persona.

  104. gina il 28 marzo 2010 alle 11:59

    assunto, ripeto, in prima persona uguale fottuto autore

  105. Simone Ghelli il 28 marzo 2010 alle 12:31

    Sara Ventroni sottolinea delle questioni importantissime, che sarebbe l’ora di dibattere tutti insieme, come già proposto da non ricordo chi nei commenti precedenti… la questione del precariato intellettuale ad esempio (esistono già dei blog sull’argomento, come quello di PrecarieMenti: http://precariementi.splinder.com/), che ci costringerebbe a riflettere sulle modalità (necessariamente nuove, immagino) di produzione dei discorsi futuri: ad esempio da dove parleranno gli intellettuali e gli scrittori, e a chi, e attraverso quali linguaggi…

  106. Gilda Policastro il 28 marzo 2010 alle 12:47

    OT (ma anche no) Faccio fatica a sentirmi dentro una generazione – la mia, about 35 – di individui rampanti e competitivi oppure piagnoni e presuntuosi, che si sentono in diritto di avere un posto nel circuito produttivo solo perché bravi a schiamazzare e a dire “io, io, io”. Se è questione di “io”, allora, io mi chiamo fuori. Le responsabilità della flessibilità, del precariato eterno, soprattutto di quello intellettuale, sono di chi ha tradito la causa del ’68 tanto quanto di chi il ’68 non s’è nemmeno sognato di farlo, perché di quei privilegi garantiti ai cosiddetti figli di papà siamo qui dentro, io credo, tutti beneficiari, altrimenti saremmo fuori a fare altro, adesso. Le persone che conosco nella vita reale (non nella conventicola di quattro amici che ci hanno illusi di essere chissà chi e di valere chissà cosa, procurandoci occasioni di lavoro e talvolta di guadagno, non necessariamente fondate sul merito e comunque non su una selezione a tutto campo) un lavoro ce l’hanno: sono editori, giornalisti, avvocati, magistrati, ingegneri, insegnanti, ricercatori universitari. Anche in ambito umanistico, persino in un’università gerontofila e antidemocratica come la nostra, alcuni sono entrati, hanno un posto, fanno ciò che desiderano, dunque non solo lavoretti umilianti. Chi sono questi qui, allora, dei marziani? Dei lacchè, dei venduti al sistema, cosa? Io, io, io…io dico che abbiamo un’età per superare l’egocentrismo infantile e mirare un po’ più in alto, fuori dall’angustia ombelicale. In America si scrive la storia, si riforma il sistema sanitario e noi qui tutti a pensare che la politica sia un meccanismo naturale e non un fenomeno sociale. Che paese di immaturi e di fregnoni, pure il precariato diventa talvolta una tale lagna che mi vien voglia di dire che esiste solo perché siamo presuntuosi e piagnoni, e non ci va di lavorare.

  107. Simone Ghelli il 28 marzo 2010 alle 12:52

    @Gilda Policastro:
    solo una precisazione: il precariato è attualmente la forma di lavoro predominante, non una scelta… ché poi manchi un movimento che si prenda carico di certe istanze, anche questo è un fatto…

  108. ALCOR il 28 marzo 2010 alle 13:01

    @gina

    mind control assunto in prima persona = fottuto autore, ok,
    ma fottuto autore basta? è questo l’assunto?

    cmq me ne guarderò altri per capir meglio, grazie

  109. gina il 28 marzo 2010 alle 13:20

    alcor
    con affetto (e guarda pure paparazzi e bad romance) : se vuoi il fottuto autore ti passa pure un fottuto filo interdentale aggratis così che risparmi sul fottuto igienista.
    (ma che cazzo di domanda è, honey:)

  110. ALCOR il 28 marzo 2010 alle 13:34

    ma che cazzo di risposta è, sugar (con affetto anche da parte mia, s’intende:-)?

  111. maria(v) il 28 marzo 2010 alle 13:56

    alcor, lady gaga a parte, che non mi fa impazzire, anche se mi piace il travestitismo, come ho detto, mi preme di più la formulazione ambigua di “lavori mentalmente usuranti e moralmente umilianti” se s’intende qualsiasi lavoro che ti costringe a spegnere il cervello e ad azionare automaticamente qualche levetta, o ripetere un formulario come le tabelline, o lucidare un water e cose così….beh, qualcuno lo fa, perché non potrebbe anche essere scrittore ? perché presumere che chi svolge una prestazione simile sia analfabeta o cerebro-leso? perché – assolutamente furi da quanto sbraita la policastro- scrittore o poeta significa automaticamente, per raggiunta maturità, occupare i seggi accuratamente predisposti? perché presumere che il solo scaldare poltrone escluda l’analfabetismo o qualcosa di simile?

  112. gina il 28 marzo 2010 alle 13:57

    :) a cazzuta domanda cazzutamente risposi
    (giuro che nessuno mi ha dato mai dello zuccherino, alcor ti lovvo mai più senza;)
    cmq è fatto di traduzione, di differenza
    la stessa che c’è tra laisse tomber les femmes di france gall/serge gainsbourg)
    http://www.youtube.com/watch?v=rMhO0Kfl5Ck
    e chick habit (hang up the chick habit!) di april march colonna sonora di death proof, ultima scena
    http://www.youtube.com/watch?v=wgWEnyzFAH4

  113. AMA il 28 marzo 2010 alle 14:17

    Lady GaGa e’ un fottuto genio. Un autore come diceva qualcuno.
    Un saluto a chi l’ha citata. Vedremo se fara’ davvero un film con Tarantino. Buona domenica.

  114. ALCOR il 28 marzo 2010 alle 14:17

    neanche a me nessuno ha mai detto honey:-)
    la differenza l’avevo ben capita, anche se io gainsbourg non l’ho mai ascoltato se non per caso e l’altro mai in assoluto, è appunto questo che mi interessa, un mondo totalmente ignoto
    non è soltanto un problema di traduzione tra tempo e tempo, ma tra apparati e apparati

  115. ALCOR il 28 marzo 2010 alle 14:19

    @ maria v.

    figurati, non lo credo neanch’io,

  116. ALCOR il 28 marzo 2010 alle 14:39

    France Gall, per dire, non l’avevo mai sentita nominare, mica ascoltavo quella roba, negli anni ’60:-)

  117. gina il 28 marzo 2010 alle 15:09

    alcor
    in piena iperglicemia:), e all’insegna dello scambio tra…ignoti, dimmi davvero: traduzione e tempi e apparati non hanno nulla a che ..vedere tra loro?
    (alla wish list che ti aggradamanontroppo, siccome donna furba sei, aggiungi difilato il tarantinotutto (maestro del va e vieni, anche tra i tempi), death proof compreso!)

  118. lucia cossu il 28 marzo 2010 alle 15:16

    … a proposito del precariato e della generazione dei trentaciqnuenni (avendone quasi 39 ne faccio parte?) trovo vere alcune affermazioni della Policastro come di Sara Ventroni e anche se non aspiro a una coesione su temi importanti (sarebbe davvero troppo bello trovarsi uniti e alleati su poche questioni fondamentali) è credo un grande problema anche generazionale la coesistenza di privilegi assurdi e forme che rasentano o sono assimilabili semplicemente a schiavitù. Se devo essere sincera trovo alcune generazioni precedenti la mia e le seguenti fino ai 28-30enni perse e irrecuperabili in logiche e strategie copmode e violente di esercizio e modi di ottenere potere e anche di esserne semplicemente servi sfruttati che sperano un giorno di essere privilegiati. Non nego la difficoltà italiana a trovare e offrire spazio per i veri bravi (che trovano sempre strade anche fuori se non vogliono abdicare a una mediocrità sostanziale), ma è anche emolto colpa del comune sentire e volere, della ferocia dei mediocri che farebbero quelunque cosa purchè non essere superati dai bravi, e in questo si rimane in fasce deboli ben sfruttati. Io sono qui e non al lavoro non perché non mi vada ma per motivi oggettivi che me lo impediscono in modo completo come vorrei, e son gli stessi motivi che rendono me e una serie di categorie più deboli nella contrattazione e nelle pretese di equità e almeno dignità anche in stipendi che saranno più contenuti e vite meno agiate dei nostri padri. Devo dire che i miei coetanei mai una volta si alleano per avere meno ma tutti ed equamente (e questo sì è un problema sociale). Ma io poi ho una fortuna che mi son ben guadagnata e cerco di continuare a sviluppare e guadagnarmi: una cosa la so fare e anche in genere meglio del livello di mercato e questo in pratica mi dà una tranquillità che altri che non studiano e si accontentano di avere qualche diploma che gli porti clienti in continuazione, anche se poi i migliori se ne vanno insoddisfatti, non possono avere e spero anche che abbiano sempre meno. Temo che i livelli alti li modifichiamo modificando prima di tutto il nostro quotidiano comportamento. Io vedo i piccoli diversi e forse non persi.

  119. ALCOR il 28 marzo 2010 alle 15:28

    certo che hanno a che vedere, ma anche cozzano, o producono strane stasi, non è che sempre tutto fila liscio, e NI ne è la prova, perciò un filo meno di rapidità e sinteticità qua non guasta, anche se la vedo, per esempio, la differenza tra gaga a gall (non sono cieca) la vedo perché tu mi ci hai mandato

    su tarantino ci sarebbe da fare un lungo discorso, dove va?

    ma ho appena scoperto che c’è l’ora legale e devo correre via

  120. ALCOR il 28 marzo 2010 alle 15:29

    it was for @gina

  121. gina il 28 marzo 2010 alle 15:47

    alcor
    me pari flash degli incredibbili (ciaooooooo!)

  122. franz krauspenhaar il 28 marzo 2010 alle 15:52

    siamo tutti precari della vita.

  123. lucia cossu il 28 marzo 2010 alle 15:58

    @ krauspenhaar
    scusami ma non ti capisco

  124. Sascha il 28 marzo 2010 alle 16:31

    Una delle discussioni più inconcludenti e futili (quando persone di mezz’età cominciano a parlare di musica è segno che s’è toccato il fondo) da quando ho cominciato a frequentare NI…

  125. effettolarsen il 28 marzo 2010 alle 16:43
  126. Alessandro Ansuini il 28 marzo 2010 alle 17:12

    Non condivido l’accostamento baricco / lady gaga. baricco comunque, acconsentendo nel giudicarlo bravo, alla fine fa libri, quello per cui è preposto. mi sembra che invece lady gaga al posto di far musica alla fine faccia e diventi altro. come dire, baricco per fare come lady gaga non dovrebbe scrivere ma apparire solamente, senza le sue tristi camicine, magari con paio d’occhiali fatti di sigarette come lady gaga, e ballare il tip tap al festival di mantova. allora gli vorremmo tutti più bene, sicuramente. ;)

  127. Alessandro Ansuini il 28 marzo 2010 alle 17:14

    specifico che per me comunque baricco non rientra nel termine “bravo”, che ovviamente è soggettivo e se arriva mozzi sono cazzi, per me la bravura corrisponde al non riptersi mai, al rinnovarsi costantemente, nel senso, castelli di rabbia bene, ma da lì in avanti ha sempre ripetuto lo stesso movimento, fino ad annoiare a morte. però accetto che tecnicamente è ineccepibile.

  128. un ceffo il 28 marzo 2010 alle 18:37

    @franz krauspenhaar
    nel senso che tutti dobbiamo morire? dio che superficialità

    @ama e gina
    ma cos’ha di geniale l’artista/autrice lady gaga? Cosa porta di nuovo? La fotografia di lachapelle? lo stile della scuola (ventennale) di jp gaultier? il pasticcio tarantiniano (ormai tanto inflazionato, nonchè stantio)?… lo strizzare furbescamentel’occhio ai gay e alle gay, la bella e conturbante esagerazione di una folcloristica parata metropolitanatetteeculi? Alexander mcqueen? boh.

  129. gina il 28 marzo 2010 alle 19:31

    ceffo
    (fulmine di guerra:) ti rimando all’io che ballo cucinando OT, alla strumentazione e al telephone effect (non siamo a scuola, vedi lavagna di gall, e non è una gara. probabilmente, lo ignoro, c’è qualcosa di nuovo, di geniale, oltre lachapelle, oltre tarantino oltre gautier, verso l’orizzonte e oltre, anche in questa sequenza fottutamente all’avanguardia: 13.Tc1 f6 14.Cf3 Cc6 15.e3 Dd7 16.De2 Ca5 (sorry pinto, davvero a caso:). Sui media lasciami stare:)

  130. lucia cossu il 28 marzo 2010 alle 19:39

    …immagino Krauspenhaar volesse dire altro, ma ignoro cosa…

  131. AMA il 28 marzo 2010 alle 20:38

    @ un ceffo

    Se GaGa facesse anche solo quello che hai scritto, ti sembrerebbe forse poco?

    Io mi figuro un piccolo mostriciattolo, fino all’anno scorso praticamente sconosciuto, alzare la cornetta, chiamare Giorgio Armani e farsi disegnare un paio di mostruosi abiti verdognoli, con tanto di spalline esagerate, per uno dei suoi concerti britannici. Poi mettere giu’ la cornetta, farsi una tazzina di te’, comporre da solo al piano l’ennesimo successo planetario, prima di uscire nudo per Londra. Il mostriciattolo. La GaGa. Grande. Perfettamente a suo agio e al tempo stesso totalmente avulsa dal contesto che sempre domina.

  132. AMA il 28 marzo 2010 alle 20:40

    @ gina

    La Gaga ha una forza eversiva pazzesca. Domina il sistema senza farsi dominare. O no?

  133. lucia cossu il 28 marzo 2010 alle 20:53

    ai miei occhi fa quello che prima ha fatto Madonna, e ne riconosco la capacità di vedere e intercettare prima tendenze e strade solo latenti ma pronte. Forza eversiva ho difficoltà a riconoscergliene.

  134. lucia cossu il 28 marzo 2010 alle 20:53

    parlo di GaGa ovviamente

  135. effettolarsen il 28 marzo 2010 alle 21:04

    “mi piace, con la fionda, lanciare sassi al vecchietto che sassi e fionde fabbrica per me”
    (da “ama & gina” di gerolamo salìnge, una raccolta di racconti dalla forza eversiva pazzesca.pazzesca!pazzescaaaaa!)

    un ot è un ot è un ot

    ok (i) go:
    http://www.youtube.com/watch?v=QaRfxjcpYvM&feature=fvst

  136. AMA il 28 marzo 2010 alle 21:15

    @ lucia cossu

    Non e’ stato il sistema a generare Lady GaGa. Lady GaGa e’ un virus.

  137. AMA il 28 marzo 2010 alle 21:16

    @ effettolarsen

    Che meraviglia.

  138. lucia cossu il 28 marzo 2010 alle 21:46

    @AMA
    mai pensato la avesse generata il sistema, solo che lei lo sfrutta e lo rinforza, altro che eversione

  139. effettolarsen il 28 marzo 2010 alle 21:48

    per-fìdo (o pèr-fido) ama:
    http://www.youtube.com/watch?v=RNtGYdm2rOY
    [variante block party di un ot]

  140. gianni biondillo il 28 marzo 2010 alle 21:51

    AMA, Gina, etc. io ve vojo bbene, ma, eddai, so’ canzoncine… prevedibbili fino alla noja. Pure er citazionismo firmico è scontato fino allo sbadijo. Poi ce rompete le palle co’ la letteratura conzolatoria, etc. etc… e ‘sti cazzi no?
    (ao’… in amicizia, inutile dirlo…) ;-)

    E tu adorata Alcor… ma come puoi pensare che quella roba non sia ammericana e nuovayorkese? Si vede pure ad occhi chiusi!

  141. alcor il 28 marzo 2010 alle 21:59

    ma è una passione generale!

    @biondillo

    non tutte le americhe si assomigliano

    @gina

    guarda che sasha,(uno dei commentatori meno inconcludenti e meno futili della rete) ti ha dato della donna di mezza età:-)

  142. Sascha il 28 marzo 2010 alle 22:03

    Mmmmh… detto così non suona carino…

    Però, francamente, Lady Gaga… perso per perso è più simpatica Pink…

  143. AMA il 28 marzo 2010 alle 22:38

    @ Biondillo
    Non mi toccare la GaGa. Potrei dare il peggio di me…

    @ Alcor
    Come tu abbia anche solo potuto pensare che GaGa fosse inglese per me resta un mistero. E GaGa non ha nessuna specificita’ newyorchese. L’e’ americana. Punto.

  144. AMA il 28 marzo 2010 alle 22:54

    Mai pensato la avesse generata il sistema, solo che lei lo sfrutta e lo rinforza, altro che eversione.

    La GaGa non rinforza un bel nulla, non ne avrebbe neanche i numeri. Restituisce senso e valore ad un sistema gia’ morto, ridimensionando e storicizzando alcune sue figure, attraverso un citazionismo autoreferenziale. E la carica eversiva ce l’ha tutta, in un mondo di artistucoli stagionali venuti su dalla tv.

  145. AMA il 28 marzo 2010 alle 22:57

    Voglio dire, oggi il sistema non e’ quello che ha generato Madonna. Un millennio fa.

  146. gina il 28 marzo 2010 alle 23:11

    :)
    Alcor!
    Se anche fosse (tu hai parlato di musica?) c’è di peggio nella vita! pensa se mi avesse dato dell’uomo (vecchio o giovane è uguale)!
    comunque, bel pomeriggio:
    Biondillo è fuori come una biscia, ma soprattutto: 13.Tc1 f6 14.Cf3 Cc6 15.e3 Dd7 16.De2 Ca5 è a scelta, e secondo la strumentazione in dotazione ai singoli:
    – la sequenza del un virus ricombinato con la suina e un ceppo sconosciuto di botox FUGGITO dai laboratori (ciò che non strozza ingrassa, alcor, se non schiattiamo finalmente si cucca)
    – e/o L’equivalente cifrato/eversivo DEL RECAPITO DI UNA BUSTA con dentro il duomo
    – e/o di sicuro la mossa cardine di OGNI VITTORIa A BATTAGLIA NAVALE.
    Quindi io cosi nel mucchio, direi per sport ma con amore, direi liberamente, appassionatamente, orgiasticamente, vi lancio contro tutte le premesse, le chick fight, le strumentazioni, e soprattutto le dediche a massimo fini e a daniele luttazzi e a santoro e a travaglio e a tutta la santa maramaglia de destra misogina tutta in viola come sto cazzo di bblogghe cardinalizio che ve li meritate, al governo o all’opposizine è uguale, davvero ve li meritate, santi a catapetere! e vi lancio contro pure la gaga (le lascio scegliere foggia e colore perché il gusto dell’impatto è personale) che l’ho pure votata al very important malvestita of the year, pisella award 2009 but I told iu, dèt sci dident ève a dic. ciao alcor!ciao ama!vival’amore. :)

  147. lucia cossu il 28 marzo 2010 alle 23:12

    “Restituisce senso e valore ad un sistema gia’ morto”
    infatti, è solo il sistema evoluto in oggi, certo che Madonna è del suo tempo, come lady Gaga è perfettamente di oggi, ma non è un virus e credo che i veri eversivi siano quelli che ne creano un altro di sistema, non che entrano e si integrano perfettamente rivitalizzandolo come dici tu e quindi rinforzandolo. Lecito, e anche ammirabile, ma nulla di eversivo e lo dici anche tu riconoscendole di dominare il sistema, sempre integrata è.

  148. AMA il 28 marzo 2010 alle 23:12

    Senza contare che per decriptare la GaGa ci vuole una cultura pop pazzesca. E non sto parlando del fustino del Dash. Che volgarita’. Non lo usava piu’ neanche mia nonna trent’anni fa quando ero piccino.
    E adesso tutti assieme…

    RA RA-AH-AH-AH ROMA ROMA-MA GAGA OH LA-LA

  149. AMA il 28 marzo 2010 alle 23:19

    @ lucia cossu

    Se storicizzare Madonna, ridimensionandola, non e’ un’azione tremendamente eversiva, cos’e’? Signora Fuffa e’ una bulla. Potrebbe fare il culo a tutti.

  150. lucia cossu il 28 marzo 2010 alle 23:21

    @AMA
    ma Madonna è già storicizzata e datata senza bisogno di affannarsi a farlo

  151. AMA il 28 marzo 2010 alle 23:28

    ma Madonna è già storicizzata e datata senza bisogno di affannarsi a farlo

    Ma i fan di Madonna non se ne erano accorti, prima dell’avvento di Signora Fuffa, o no?

  152. alcor il 29 marzo 2010 alle 00:08

    buona notte, cari

  153. effettolarsen il 29 marzo 2010 alle 00:45

    “gina. neon della mia inconcludenza, futilità delle mie notti. potrò mai rivederti. gina. gina. due sillabe, come una ri-creazione tra suore nane:gi. na. gina che io possa ricordarti sinché l’ombra della tua immagine non sarà uno stencil tra le mie palle. mi chiamo berto berto. quando accadde il fatto…”
    (da “gina” di berto meco joni)

    *
    Il suo probabile relatore di tesi lo odiava, Zeni lo aveva incastrato per benino, in commissariato ridevano di lui, De Matteis gli passava casi da neurodeliri, la sua ex moglie lo umiliava e lui stesso aveva una paura fottuta di non riuscire neppure a fare il primo degli esami necessari per raggiungere la laurea. Cosa mancava? Iniziò a piovere, grandine.
    (da “con la morte nel cuore” di gianni biondillo)

    *
    “gina, sei la frangia di lady gaga”
    (da “alcor lontanissima” di corrado vonnegutti, figlio)

    *
    “gina, sei la frangia armata di lady gaga”
    (da “alcor revisited, millemila anni dopo” di corrado vonnegutti, figlio)

    *
    “gina, anch’io, al pisella award, votai lady gaga. se non ricordo male la spuntò la signorina letizia… ti lovvo gina ;).”
    (commento di effettolarsen)

    (lady gaga è un troll precario che [si] de-genera negli stereotipi del “sistema”)

    tantebellecoseatutti

    lultimodeitroll

  154. AMA il 29 marzo 2010 alle 02:31

    lady gaga è un troll precario che [si] de-genera negli stereotipi del “sistema”

    Verissimo. Geniale. Vedi che alla fine siamo venuti ad una conclusione?
    Ovviamente io aDDoro i troll.

  155. gina il 29 marzo 2010 alle 05:56

    the larsen effect
    caro berto ti lovvo e ti prenoto per tutte le prossime mattine della mia vita appena giù da letto, mentre mi infilo le calze elastiche:)

  156. lucia cossu il 29 marzo 2010 alle 08:25

    @ AMMa
    “i fan di Madonna non se ne erano accorti, prima dell’avvento di Signora Fuffa, o no?”
    ovviamente se ne accorgono quando una lady gaga o chi per lei arriva, e lei guadagna (meritato) e prende il posto dei precedenti. Sarebbe eversivo fare il pifferaio magico dei fan di Madonna e soffiarglieli? E’ quello che ha fatto Madonna allora e poi qualcuno lo farà a lady gaga e così via… nulla di nuovo se non il modo che ci anticipa le vie che già vengono percorse, e nelle queali siamo anche noi inconsapevolmente.

  157. lucia cossu il 29 marzo 2010 alle 08:25

    * AMA ovviamente

  158. gherardo bortolotti il 29 marzo 2010 alle 08:50

    lavori “moralmente umilianti”?

  159. sara ventroni il 29 marzo 2010 alle 09:02

    @sergio garufi (delle ore 18:17)
    mi sembrerebbe importante una indagine in quel senso: tutti – o quasi tutti: direi comunque che la percentuale è indubitabilmente alta – quelli che svolgono lavori nel settore cognitivo sono sottopagati o non pagati affatto. Eppure sono lì per lavorare. Mi spiego: la casa editrici, i giornali, le università, le aziende contano sul loro lavoro: dagli articoli di pagina tre, agli esami svolti per conto dei professori. I giornali sono in vendita (i tipografi, giustamente, pretendono d’essere pagati, e senza loro non si va in stampa) e i professori percepiscono stipendio.
    L’assenza di tutte le persone di cui stiamo parlando (e sottolineo: sono tante) peserebbe nel bilancio di quello che, aziende, università, giornali ecc., vanno facendo. In questo senso (ma spostando il tiro) lo sciopero dei migranti del 1 marzo aveva da dare lezione a tutti. Questo, intendevo, latu sensu, per generazione coesa e crumiraggio.
    Dunque, per stringere: al lavoro svolto sottoforma di lavoro e non di hobby va dato valore. E denaro.
    Altrimenti occuparsi di ‘cultura’ o di formazione diventa il trastullo (o esclusivo privilegio) dell’élite. Poi, per far conoscere le proprie idee, per condividere esperienze c’è la grande opportunità della rete. Gratis.

    @Luva Maro (delle ore 19:22)
    In questo thread si parlava di responsabilità dell’autore. Giustamente tu citavi quella del (il ruolo del) critico,
    argomento per certi per versi più scottate, visto che il critico si pone (vorrebbe porsi) come mediatore non solo tra libro e lettore, ma tra libro e realtà (trasfigurata nel libro). Poi, sai, ci sono critici letterari che scrivono essenzialmente recensioni di libri (e raramente esorbitano da questioni metaletterarie) eppoi ci sono gli intellettuali. Ma le due cose non è detto che coincidano. E dunque, per rimanere al thread: da un intellettuale ci si aspetta non solo una lettura del presente (mettere in luce le condizioni di cui stiamo parlando) ma anche una ‘visione’ (profezia?) del futuro: in questo senso accennavo, svariati commenti fa, al rischio (per niente infondato) che tra qualche tempo potranno andare all’università, o avere una formazione, solo i figli di buona famiglia.
    E dunque, forse, anche i critici (o meglio: gli intellettuali) dovrebbero rispondere al quesito posto da N.I. sulla ‘responsabilità’.
    Con questo non intendo affatto sottrarre valore alle indagini sullo stile (lo stile, come accennava Pecoraro nel suo blog tempo fa, è già responsabilità). E l’esempio non cade a caso: Pecoraro (magari lui non condivide) è uno scrittore e un intellettuale. Quando leggo il suo blog, in qualche modo, ne ricavo una visione complessiva di vari fenomeni della realtà. Anche quando parla di linguaggio.

    @maria v
    per ‘lavori moralmente’ umilianti intendevo: dalle modalità o condizioni umilianti. Soprattutto nel rapporto ore lavorate/salario. Lungi da me lanciare giudizi. Tutti i lavori (o quasi) hanno la loro dignità. Il problema è che le paghe di oggi non hanno dignità di salario.

    Personalmente non faccio parte di conventicole. Frequento ogni tipo di persone. (Mi sento un testimone attendibile, in questo senso). E queste persone, tutte, vivono precariamente l’esistenza perché hanno, malgrado loro – e quando ce li hanno – contratti a progetto, o vengono retribuiti in ritenuta d’acconto. Non hanno (nessuna delle persone che conosco) ferie, né malattie pagate. Tutti i commenti che ho inserito fotografavano una condizione generale, non erano un lamento personale. Mi sembrava importante che autori, intellettuali o semplici recensori di libri tenessero bene a mente questo dato, proprio per uscire dal piccolo ego, felice di occuparsi separatemente di letteratura. E credo, dunque, che bisognerebbe smetterla di dire ‘io’, soprattutto se ‘io’ sta bene, o se ‘io’ ha momentaneamente svoltato l’esistenza o se ‘io’ frequenta magistrati, ricercatori, editori che non hanno problemi di lavoro. Costoro, in questi tempi, sono dei privilegiati. E di questo loro privilegio, almeno dovrebbero essere consapevoli.

    su Lady Gaga: la citavo perché il fenomeno, almeno dal mio punto di vista, va oltre lo stretto musicale.
    La citavo per dire che bisognerebbe scegliere con attenzione gli strumenti d’indagine. E aggiornarli.
    Ma ora, mio malgrado, devo chiudere e non so quando potrò tornare a leggere.
    Per par condicio segnalo PJ Harvey

    http://www.youtube.com/watch?v=uDD7Rzi-x7c

    un saluto a tutti

  160. sara ventroni il 29 marzo 2010 alle 09:53

    *scottante

    (perdonate i refusi e le virgole cadute male. Ma il senso credo sia chiaro)

    S.

  161. lucia cossu il 29 marzo 2010 alle 10:31

    @Sara Ventroni
    caèpisco bene di cosa parli e mi torna una domanda: cosa possiamo fare? Sperare che i privilegiati o che la politica modifichi la rotta e cominci a riconoscere il lavoro come tale e soprattutto indispensabile a molte macchine produttive? Continuare ad essere tra i lavoratori non pagati che solo sperano di entrare tra i privilegiati? Tu cosa pensi?

  162. lucia cossu il 29 marzo 2010 alle 10:31

    *capisco

  163. AMA il 29 marzo 2010 alle 10:48

    @ luvia cossu

    Ma, no, dopo Lady GaGa il nulla. Nessuno mai potra’ prendere il suo posto! Altrimenti che fan saremmo?

    Non credo proprio che Lady GaGA possa sottrarre vecchi fan a Madonna. Ne sta conquistando di nuovi. Giovani. Fedeli a vita. La stessa tipologia di ragazzi che impazzi’ a suo tempo per la Ciccone. Solo piu’ colti e strafighi.
    Insomma, la GaGa sta ipotecando il futuro di Madonna, riscrivendo anche il suo passato, facendole felicemente il verso. I madonnari, se solo la loro icona glielo chiedesse, potrebbero anche ucciderla.

    Lady GaGa comunque non e’ frutto del suo tempo. Sembra un incubo citazionista venuto dal passato. Britney Spears era frutto del suo tempo. Beyonce’ e’ frutto di questo nostro tempo. Ma la GaGa, questo troll geniale che si autopromuove, da dove salta fuori? Non lo si puo’ neanche bannare, perche’ parla lo stesso linguaggio del sistema, usando gli stessi stilemi delle star accreditate.

    Ovviamente a me della GaGa interessa poco. Non e’ il mio tipo. Pero’ mi sono divertito ieri, domenica noiosissima, a scrivere quattro cretinate che hanno anche portato a delle felici intuizioni. Eventualmente ci aggiorniamo al prossimo video.

  164. Gilda Policastro il 29 marzo 2010 alle 11:58

    @Lucia Cossu
    Più deboli nella contrattazione e peggio stipendiati dei nostri padri, d’accordo. Ma tu ci vorresti essere, nei loro panni? Torneresti a un mondo in cui il lavoro era, sostanzialmente, timbrare un cartellino e la vita quasi solo farsi una famiglia? Io posso coltivare le mie passioni e ambizioni, e non perchè sono ricca e fortunata (tra l’altro non lo sono per niente), ma perchè accetto di rinunciare a certi privilegi (o tali all’apparenza) prima scontati (il cartellino, appunto, o la famiglia, ad esempio), ma posso farlo, vivo in un’epoca in cui non è marziano, ma piuttosto comune il modo in cui vivo (leggendo, scrivendo, magari gratis per dei mesi, tenendo i soldi di quando guadagno da parte, come da sempre fanno le categorie dei creativi, degli attori, dei musicisti).
    Quoto invece in pieno quando scrivi: ”i miei coetanei mai una volta si alleano per avere meno ma tutti ed equamente (e questo sì è un problema sociale)”. é proprio questo il nodo da sciogliere: una società di individui (io, io, io) ambiziosi, che vorrebbero però i privilegi garantiti appartenenti a tutta un’altra epoca. Quella in cui, ad esempio, contro le sperequazioni sociali (”avere meno tutti ed equamente”) si scendeva in piazza, si protestava, si lottava. Io conosco e frequento tutte persone che per usare un termine di Ventroni aspettano di ”svoltare” in un modo o nell’altro, e quando questo accade, stai sicura che del precariato generazionale o del precariato come piaga sociale gliene importerà molto di meno.

  165. Ares il 29 marzo 2010 alle 12:15

    Cara Ventroni,
    ora mi basta leggere una sola volta i suoi commenti per capirla, capire il suo scrivere intendo. Lei deve aver ripiegato verso uno stile paraipotattico; o è megliorata la mia capacità di momprensione?, mi illuda che sia quest’ultima la ragione del mio comprendere i suoi commenti ^__^.

    p.s. ma chi è sta Lady GaGa ?

  166. Sascha il 29 marzo 2010 alle 12:32

    “p.s. ma chi è sta Lady GaGa ?”

    Una che bisogna far finta di conoscere per dimostrare quanto si è giovani dentro…

  167. maria(v) il 29 marzo 2010 alle 12:47

    @ sara, scusa, io sono arciaffiliata ai malintesi (ares, sei in buona compagnia :-) ora è più chiaro e sì, perfettamente ragione, anche i contributi, per dire, ancora oggi, in molti casi, suonano come un trionfo…
    e per correggere il tiro anche su lady gaga, ripensandoci bene, nemmeno nel travestitismo è poi tutta questa genialità a confronto di una vera artista come bjork, per esempio
    http://www.youtube.com/watch?v=pgk360PZJ7w

    cari saluti a tutti

  168. lucia cossu il 29 marzo 2010 alle 12:51

    @Gilda Policastro
    per molte cose vorrei fare a cambio, son purtroppo un esempio abbastanza completo dei danni che un certo modo di modificarsi della società italiana ha creato ma non mi sento una vittima e una vinta, e nel mio minuscolo non frequento persone che aspettano di ‘svoltare’, non ne ho energia e voglia e ora sono nella meravigliosa emarginata posizione di non avere praticamente nulla da perdere. In qualche modo per esagerato ottimismo e anche perché non vedo alternative e forse io non so fare altrimenti ci stiamo organizzando con due giovani (e una residua e transfuga classe di canto di adolescenti pronti a rimboccarsi le maniche anche loro) per fare la nostra Associazione e Scuola di musica senza intermediari che ti pagano solo in nero e son ulteriori sacrifici e ristrettezze ma une splendida scommessa. Ero una delle destinate ad essere molto privilegiate (probabilmente esageratamente), ma non mi ripiego solo lamentandomi e davvero la mia unica forza è essermi guadagnata allora solo con la bravura certe capacità e queste son preziose e valgono ancora. Credo dovremo per forza essere disponibili a meno ma tutti se non vogliamo davvero una rivoluzione sanguinaria o una società integralmente basata su nuove forme di schiavitù.

  169. Ares il 29 marzo 2010 alle 13:30

    @Sascha ma io sono giovane,
    eppure non la conosco, forse non la conosco perchè sono impegnato a fare altro, effettivamente non guardo molto la televisione. L’unico contatto che ho con la musica pop-olare è la radio, ma in radio non la sento mai sta Lady GaGa, forse sono io che cambio troppo spesso frequenza ?, o sto’ diventando vecchio ‘ °-° ? . Il che è probabile: ho già intravisto il mio primo capello bianco, l’osservo se si diffonde il biancore è meglio che mi afferetti a conoscere Lady GaGa.

    .. ho visto un immagine in cui si trovava riversa a terra dopo un collasso (su libero.. mi pare) ma non ho approfondito, di star che collassano è pieno l mondo di questi tempi.

    Sembrava un travestito.. neanche tanto raffinato O__-

  170. rc il 29 marzo 2010 alle 13:58

    sono sensibile a quanto scrivono Gilda Policastro e Sara Ventroni; detto questo, non considererei un “privilegio” farsi una famiglia :-)

    in ogni caso, (pardon my french) affanculo Lady Gaga

    http://www.youtube.com/watch?v=L4P6gB18nDw&feature=related

  171. gianni biondillo il 29 marzo 2010 alle 14:21

    rc, e affanculo Gaga, ok, ma pure i Sonic Youth fanno canzoncine… ;-)

  172. rc il 29 marzo 2010 alle 14:26

    @ Gianni Biondillo

    sì, non dico di no (a parte The Sprawl): ti dirò di più, sono anche sicuro che siano incuriositi da Lady GaGa, così come erano affascinati da Madonna (ricorderai i Ciccone Youth) :-)

  173. rc il 29 marzo 2010 alle 14:31

    questa è un po’ più indigesta? ;-)

    http://www.youtube.com/watch?v=o6uGXAMITRU

  174. lucia cossu il 29 marzo 2010 alle 14:42

    arriverete ai Dari? o qualcuno vuole le Fräulein Wunder?

  175. rc il 29 marzo 2010 alle 14:50
  176. sara ventroni il 29 marzo 2010 alle 15:30

    Evidentemente, se quella che immaginavo come una sollecitazione, da parte mia, a considerare – in questo specifico dibattito – il tema (ma diciamo anche: la drammatica questione, anche secondo le più elementari chiavi di lettura del materialismo storico) del lavoro, dei salari, dei contratti (sottolineo: in ogni settore) e i suoi riflessi concreti, in ogni esistenza, e le sue possibili conseguenze sociali nel prossimo futuro; dicevo: se questa mia sollecitazione da alcuni è stata letta come un lamento senza speranza, deve esserci stato un problema di comunicazione. E me ne assumo la responsabilità. Ma, puntualizzato ciò, e lasciando per un momento da parte la letteratura, solo uno che intenda le lotte politiche (passate e di là da venire) e per i più elementari diritti (tutela in caso di malattia o di gravidanza; lotta al caporalato) come un tema di nicchia o, peggio, come un trampolino per svolte personali, può non capire che lo ‘svoltare’ (al mio commento delle 9:02) era usato in chiave ironica: proprio perché reputo la questione di portata extra privata (è forse la vera grande questione del nostro tempo, che accomuna i destini, aldilà del tipo di lavoro, perché gli sfruttamenti si assomigliano molto, e si assomigliano anche le disperazioni), credo che chiunque – e, a maggior ragione, i critici e gli intellettuali – indaghi il presente e provi a prospettare le inevitabili conseguenze nel futuro, non possa prescindere da questa trave nell’occhio della realtà italiana. Accanto (e forse: dentro) le legittime e centrali questioni relative alla responsabilità dello stile.
    La famiglia, i figli, il timbrar cartellini, andare in ferie d’estate, comprare un’utilitaria: sono tutti beni di lusso di questi tempi. E sarebbe giusto che anche chi non ha di questi obiettivi (e non è obbligatorio dichiarare di averli o meno, come obiettivi), sappia che senza le famose ‘condizioni materiali’ non c’è nemmeno libertà di scelta.

    Non immaginavo certo che mettere in mezzo Lady Gaga scatenasse questo delirio.

  177. Ares il 29 marzo 2010 alle 15:46

    Ultimamente il nulla genera grandi discussioni.. e deliri

  178. Ares il 29 marzo 2010 alle 15:52

    Ventroni a fatto bene a riportarci al punto..

    ..le “questioni materiali” permettono ogni altra libertà in un sistema le cui libetà dipendono dalle “questioni materiali”.. purtroppo °__°

  179. lucia cossu il 29 marzo 2010 alle 16:00

    @Sara Ventroni
    prima Alcor ti ha (e ci ha) sollecitata sul trovare noi forme di lotta nuove e percorsi che cambino le condizioni odierne, poi ho provato a chiederti cosa tu penseresti di possibile e delirio a parte cosa pensi?

  180. Il fu GiusCo il 29 marzo 2010 alle 16:01

    Credo ci sia un problema sostanziale che sicuramente aggiunge alla condizione storica, obiettiva, di svantaggio femminile (per la quale la generazione 30-40enne ha comunque una sensibilita’). Cioe’ la pretesa che un sistema di mercato, anche imperfetto come quello italiano -e piu’ in largo europeo- debba uno stipendio a chi dentro il mercato non riesce ad entrarci o a starci.

    Non e’ mia intenzione ritornare su questioni dibattute anche qui su NI: l’indiscriminata accoglienza di facolta’ soft rispetto alle ben piu’ proficue tecnico/scientifiche, la non abitudine a pensarsi in termini di processo-prodotto, l’eccessiva dipendenza dal familismo (morale o amorale) proprio del nostro Paese. Capisco anche che la Costituzione tuttora vigente reciti che l’ Italia e’ una Repubblica fondata sul Lavoro, ma la Costituzione non e’ eterna ne’ immutabile.

    Sostanzialmente: senza le reti di protezione abbastanza forti in passato, senza l’assistenzialismo di massa dei decenni democristiani, lo slittamento delle classi medie o medio-basse verso la poverta’ e’ evidente. Ma non e’ un governo a poter porre rimedio, e nemmeno un insieme di Stati. E’ la dinamica macroeconomica del riequilibrio globale, la crescita netta di Paesi quali Cina, India, Brasile, Russia, ad impoverire l’Occidente ricco, anziano e statico.

    Che si fa, allora? La nuova migrazione non e’ un fenomeno ristretto a poche migliaia di individui giovani e piu’ o meno qualificati. Migrazione invero non e’ perche’ l’Europa e’ una, Ryanair arriva ovunque, Internet mantiene i legami. Nemmeno ricollocarsi, riconvertirsi, e’ difficile: ci sono qualifiche smerciabili ovunque nei settori del turismo, della moda, della ristorazione… settori storici della buona arte di arrangiarsi italica.

    Non capisco insomma la recriminazione. Uno stipendio non e’ dovuto a nessuno, ripeto. Passare nella meta’ che parassita lo Stato o darsi una mossa per ricollocarsi anche fuori Italia sono le opzioni. Il piagnisteo non lo e’, cosi’ come l’illusione che una qualche rivendicazione di massa possa aiutare. Non aiuta perche’ in regime di mercato non trovi due persone che vogliono la stessa cosa, sapendo fare la stessa cosa.

  181. Ares il 29 marzo 2010 alle 16:10

    Questo è uno che ha costanemente la pancia piena..

  182. Simone Ghelli il 29 marzo 2010 alle 16:11

    @Il fu giusco:
    “Passare nella meta’ che parassita lo Stato o darsi una mossa per ricollocarsi anche fuori Italia sono le opzioni”.

    Io spero invece che ce ne siano anche altre di opzioni, ad esempio riportare questo paese a uno stato di civiltà accettabile, magari cominciando proprio con l’offrire la possibilità di poter lavorare qui e ora (o diamo già per scontato che si debba costringere le persone ad andarsene, non dico per fare, ma almeno per provare a fare quello che vogliono?)

    “Uno stipendio non e’ dovuto a nessuno, ripeto”
    Già, ma così il bel mercato finisce con le gambe all’aria a mostrare a tutti i suoi bei gioielli…

  183. Ares il 29 marzo 2010 alle 16:12

    Quarda che non si parlava di assistenzialismo, si parlava di riconoscere il giusto prezzo a tutte le professioni anche a quelle che non producono ricchezze materiali ma intellettuali..

  184. Il fu GiusCo il 29 marzo 2010 alle 16:28

    Non credo finisca… lo stipendio tendera’ mano mano a quello dei Paesi in via di sviluppo, che fanno le stesse cose lavorando molto di piu’ e pagati peggio. Lo status quo della generazione “protetta”, quella con gli stipendi all’occidentale e le pensioni d’oro, si estinguera’ in 20-30 anni, dopo di che il grosso del deficit corrente sara’ per la spesa sanitaria, una popolazione sempre piu’ anziana e con pochi servizi garantiti.

    E non capisco onestamente a chi dovebbe importare se GiusCo, Gilda Policastro, Sara Ventroni o Lucia Cossu fanno la fame: il diritto ad essere un individuo e’ recentissimo, diciamo degli ultimi 30 anni, ma non c’e’ un dovere a vedersi corrisposto un emolumento per il solo fatto di essere senzienti, articolati e gentili. I tipi come Ares, poi, avranno grandi problemi: oltre a essere poco svegli, mi sembrano ancora ben piantati nel mondo dei sogni delle “ricchezze intellettuali”.

  185. lucia cossu il 29 marzo 2010 alle 16:28

    @ Il fu GiusCo
    ma chi vuole l’assistenzialismo? chi vuole il familismo comodo? alcuni certo, ma per mia esperienza son gli stessi che brigano per mantenere un sistema che sperpera e premia quelli che lo mantengono e tende a schiavizzare chi davvero lavora. Vogliamo dire dei lavori qualificati fatti da chi qualifica non ha e senza contratto e fatti anche in modo decente per la stessa tariffa di una collaboratrice domestica?, o della impossibilità di accedere a farmaci indispensabili e il dover essere a carico senza volerlo e rimboccarsi le maniche per esserlo sempre meno, o degli immigrati mantenuti clandestini pur con un lavoro per rimanere ricattabili e quindi senza giuste pretese. Di questo si parla non degli scansafatiche (ma a loro ho smesso di chiedere alcunchè). Io son realistica e non chiedo le stesse con dizioni dei miei genitori, ma almeno riconosciute come lavoro, riconosciuti minori diritti ma davvero per tutti (tutti quelli che se li guadagnano) E non tutti vogliamo andarcene, io ci voglio rimanere qui anche se la mia cittadinanza anche francese dovrebbe tentarmi a emigrare anche io (cosa che come mio fratello direttore di ricerca fuori dall’Italia è stato costretto a fare come me se avessi continuato a cantare). Non son lamentazioni, son domande su come modificare una società iniqua che spreca molto.

  186. lucia cossu il 29 marzo 2010 alle 16:37

    @ il fu GiusCo
    immagino interessi solo me, e son anche nelle condizioni che se quasi in qualunque momento vado in un qualunque Pronto Soccorso di ogni paese d’Europa io vengo facilmente presa in carico, quindi se pensassi a ‘io io io’ potrei fregarmene anche io e farmi alloggiare nutrire lì… ma son persona perbene e sapendo che non mi fanno svoltare la vita non faccio spendere ancora di più il Sistema sanitario e soprattutto non voglio vedere diritti che trovo naturali calpestati quotidianamente per i miei comodi. E parlo di diritti minimi non di stipendi e pensioni e spesso son critica con coetanei che vogliono garantiti appartamenti da soli invece che ridimensionarsi e trovare degno anche dividere la casa con altri se non è possibile fare altrimenti. E credo che di fondo gli altri facciano un discorso simile.

  187. Ares il 29 marzo 2010 alle 16:39

    Il fu GiusCo credo che se le cose vanno e dovrebbero continuare ad andare come ritieni inevitabile tu.. i problemi maggiori non li avrà Ares ma le future generazioni, compreso il tuo figliame.

  188. Ares il 29 marzo 2010 alle 16:47

    [..] se le cose vanno e dovrebbero continuare ad andare come ritieni inevitabile tu [..]

    hemm.. è una figura retorica di nuovo conio .. ancora devo dargli un nome ^__°

  189. lucia cossu il 29 marzo 2010 alle 17:17

    ‘svoltare’ lo uso anche io in tono ironico…

  190. […] Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti e Dario Voltolini, Tommaso Pincio, Alberto Abruzzese, ecco le risposte di Nicola […]

  191. Gilda Policastro il 30 marzo 2010 alle 11:13

    Le battaglie sociali a soli colpi di tastiera, come sono facili, e quanto suonano retoriche, ironia o meno. Ho invidia per chi ci ha preceduto e ha saputo garantirci una serie di effettive conquiste sociali, dal divorzio all’aborto. Ho invidia per una generazione che poteva usare parole come collettivo, orizzonte comune, programma, obiettivo, coesione, gruppo. Stare a casa comodi, farsi la propria carriera personale, scrivere su giornali che paghino, fatalmente di destra, pubblicare con grandi editori. Poi si va in televisione e si pontifica contro questa società che non funziona, che è malata, che è guasta. Questo è oggi l’iter dello “scrittore”. Per forza giganteggia Saviano, per forza ovunque vada chi lo ascolta lo applaude in piedi per dieci minuti: non solo perché è un simbolo, o un mito in carne ed ossa, ma perché dà l’impressione di muoversi in un contesto in cui il riferimento non è lui medesimo, ma una certa cultura, criminale ma anche semplicemente quella subcultura veicolo di una mentalità ad esempio ostile al lavoro come “fatica” (i boss con le unghie lunghe, dice, che lo deridevano dalle sbarre ai processi di camorra per le sue sopracciglia malcurate), all’autonomia della donna, come ha ben mostrato la sua recente (e ovviamente applauditissima, seguitissima, acclamatissima) lezione sui neomelodici all’Auditorium di Roma. Perché Saviano, per tornare all’immagine di Pecoraro, in metropolitana lo leggevano tutti? Perché quello che dice “arriva”?
    Vero è che se uno non si sente la vocazione del martire o anche solo del reporter, e la sua via di accesso al mondo e ai suoi abissi è un’altra, non deve mica (anzi, è vivamente sconsigliato, per pudore) per forza sbandierare una ideologia o una militanza stalinista, che peraltro suona stridentissima con le vite che conduciamo, per non dire totalmente incoerente.

  192. Manuel Cohen il 30 marzo 2010 alle 12:01

    non ho invidia per nessuno, men che meno per un passato che non passa in nessun modo e che schiaffano sulla nostra realtà come una colpa o un paragone improponibile, perchè impossibile, scontato e fuori luogo, nè mi sentirei di liquidare con tanta acredine le argomentazioni molto sensate di Sara Ventroni, che dimostra di starci dentro alle cose, e non solo alla tastiera del pc, e non fa come una qualche violenta maestrina fustigatrice.

    ho seguito tutti i commenti, ho apprezzato la disponibilità di Pincio a dialogare, e anche a chiarire alcuni punti… in particolare quello relativo a un punto dolente ( evidentemente non per tutti, almeno non per gli intervistati) che ha rivelato ul generale disinteresse alla poesia.
    Strano, so di per certo che diversi narratori la seguono con attenzione e competenza, lo stesso C.Piersanti, ad esempio, o altri, che magari possono anche non piacere, come Affinati e Albinati, ad esempio, che ne hanno una conoscenza diretta.

    piuttosto che scomodare Abruzzese, in una chiacchiera da bar sulla trimurti di estrazione borghese, autore, autorevolezza autorità (autoritarismo, massimalismo), sarebbe bene dirottare le interviste a addetti ai lavori non propriamente di establishment.

  193. Ares il 30 marzo 2010 alle 13:30

    Io non ho nessuna nostalgia del passato e non potrei averne visto che sono nato molto dopo. Sto però raccogliendo delle interviste, tra ex sindacalisti e vecchi funzionari del sindacato ancora attivi, ex-operai combattenti, per farne uno spettacolo teatrale; ma sto’ pensando di rinunciarci, faro’ ancora qualche intervista e se non trovo nulla di buono, mollero’ il colpo e ci ripenserò tra qualche anno, sperando nel frattempo di fare incontri differenti.
    Ho come l’impressione, raccogliendo testimonianze di quel periodo, che vi fosse un italia separata in due, quella del “pensiero”, degli intelletuali e quella che quel pensiero riduceva in azioni, questi ultimi non mi pare abbiano avuto progettualità a lungo termine, il motore della battaglia sembra sia stato il loro particolare. Su queste basi quel pensiero non poteva che esaurirsi. Parole come collettivo, orizzonte comune, programma, obiettivo, coesione, gruppo, sulla bocca di questi signori mi sembrano parole senza valore.

  194. Manuel Cohen il 30 marzo 2010 alle 13:41

    il ’68 è stato essenzialmente operaio, anche se nessuno lo ricorda. La fine di quella pratica schiavista del lavoro a cottimo si deve all’operaismo protestatario e propositivo, approdato a quel famoso disegno di legge.

  195. lucia cossu il 30 marzo 2010 alle 14:49

    @ Sara Ventroni e Manuel Cohen
    siccome anche io trovo che Sara non ci stia solo nella tastiera del computer vorrei sapere cosa ne pensate di fattibile oggi per non continuare in questa direzione di cose? e lo dico senza acrimonie e velleità fustigatrici, ma solo con i toni che per me si accendono essendo un punto temo rovente per sempre della mia esistenza, ma solo nei toni e nella stanchezza di chiacchiere da tastiera e chiacchiere e basta, non nella sostanza. davvero vorrei sapere cosa ne pensate per avere un orizzonte diverso. Poi in certe lotte per i diritti ci son cresciuta essendo figlia di un avvocato che è stato come altri significativo per stabilirne di diritti, e ho trovato spesso la continguità tra le idee e le lotte operaie,una sorta di contiguità parallela più che fatta di intrecci ed incroci, ma capisco che è un verso comunque deformato dalla esperienza di vita.
    @ Gilda Policastro
    quando parli di certe vite stridentissime parli come se si fosse impotenti a scegliere direzioni diverse e vorrei sapere dove ti collochi tu rispetto a quello che dici. Ovvero non capisco se pensi che non si possa che essere stridentissimi (e anche tu lo saresti) o che senza alcun bisogno di pubblicizzarsi, (ma per me indispensabile ora confrontarsi e se possibile allearsi anche solo nelle direzioni complessive civili) ci sia una strada o un modo che non sia la mera lotta politica come veniva intesa in passato.

  196. lucia cossu il 30 marzo 2010 alle 15:50

    ‘ho seguito tutti i commenti, ho apprezzato la disponibilità di Pincio a dialogare, e anche a chiarire alcuni punti… in particolare quello relativo a un punto dolente ( evidentemente non per tutti, almeno non per gli intervistati) che ha rivelato ul generale disinteresse alla poesia.’

    sottoscrivo, e da quando Pincio ha puntualizzato mi chiedo se siamo diventati così specialistici che i cineasti o comunque chi si occupa di cinema vede e parla solo di cinema, di fumetti altri come di teatro o pittura e soprattutto se come Pincio in realtà della poesia la frequenta perché avere così pudore a dire che ne frequenta in modo meno approfondito ma dire ciò che poi ha detto? Forse è solo un pudore più che lecito, ma è una domanda che continuo a pormi.

  197. Ares il 30 marzo 2010 alle 16:06

    Mi sono perso Lucia, e non voglio credere che sia ancora colpa mia !! è_é

  198. Ares il 30 marzo 2010 alle 16:15

    E’ chiaro che chi si occupa di cultura debba conoscere gran parte delle sue manifestazioni, poi pero’ puo’ essere che non si riesca a conoscere proprio tutto, perche nel frattempo dobbiamo conoscere anche i vincoli fiscali, SIAE, civico normativi, legislativi – sia civili che penali – , pesagistici etc ; certo è che la poesia si approfondisce già alle scuole medie.. non saprei dire, puo’ essere che qualcuno non sia riuscito ad approfondire l’argomento..

    .. Lucia, che dici aveva un senso la mia risposta?

  199. lucia cossu il 30 marzo 2010 alle 16:31

    @ Ares
    che domanda mi fai?, volevo solo dire se davvero per fare cinema si debba conoscere solo il cinema oppure se poi come (io trovo giustamente) Pincio ci dice un’impressione che ha anche della poesia dicendo che non è il suo campo principale di attività.
    Scusami se son corresponsabile o sola responsabile del tuo esserti perso, quando mi scaldo divento poco chiara temo

  200. Ares il 30 marzo 2010 alle 16:35

    Ah ok °!°

  201. Gilda Policastro il 30 marzo 2010 alle 16:42

    @Cohen mi costringe a dire che la violenta maestrina fustigatrice dentro le cose ci sta in modo coerente alla sua formazione: dottorato triennale, assegno di ricerca quadriennale, libri pubblicati con editori universitari e non, una quarantina di articoli su riviste accademiche, cinque anni di collaborazione con supplementi culturali di quotidiani, sei di attività redazionale presso una rivista di consolidata tradizione militante come Allegoria.
    se legge solo Nazione indiana e non mi conosce, ora sai qual è la mia forma di impegno e in quali ambiti si esercita: la formazione e il dialogo critico con la comunità degli interpreti. Non posso e non voglio ostentare attività e forme che non mi competono, come qui fanno altri.

    @Cossu io mi colloco esattamente nel mondo che ho appena descritto, lungo una via che si persegue senza nessuna garanzia (non lo è avere un curriculum ricco e competitivo, che in Inghilterra, ad esempio, basta e avanza ad avere un posto stabile, all’università) e con il solo sostegno della passione e della motivazione interiore. Ma non c’è martirio e non c’è costrizione: si sceglie una via ardua, la si persegue se si pensa di averne la forza, le possibilità, le capacità. Così per l’attività militante, in cui l’impegno che si devolve a titolo di mero volontariato viene ripagato ampiamente dall’assoluta libertà con cui si opera e dalla possibilità di svolgere un discorso di qualità all’interno di quelle poche zone di sopravvivenza di un occhio privilegiato sull ”letterario”.
    Tutto questo non riguarda solo me, evidentemente, ma una serie di 35enni, anno più anno meno, che si trovano a condividere un futuro di incertezza in ogni ambito, ma che coltivano una passione resistente a qualunque congiuntura economica internazionale sfavorevole. Si tratta di fare delle scelte, di riconsiderarle di volta in volta, certo, ma non è possibile unirci tutti. Ci sono quelli che la pensano come me, da una parte, li conosco e li riconosco. e ci sono quelli che non la pensano come me (chiarissimo in questa discussione chi), e con questi non può che esserci scontro. Ma è una guerra tra poveri, ho l’impressione: perchè nella perdita totale di un orizzonte politico di riferimento, anche la battaglia culturale ha perso peso, si è fatta angusta, piccola, ridotta ai critici contro gli scrittori come alle battaglie fra i soldatini, che si combattono da piccoli, per finta. Donde la nostalgia di prima (non so se ho risposto alla domanda, ma la tracotanza delle pagelline di merito di MC mi ha depistata leggermente).

  202. lucia cossu il 30 marzo 2010 alle 17:09

    @ Gilda Policastro
    grazie della risposta, vedo che non son l’unica a scaldarsi per fortuna. Nella percezione che ne ho io l’orizzonte politico andrà ricreato e forse fatalmente si ricreerà ma credo in tempi ben lunghi e che la nostra efficacia sia nei piccoli gesti quotidiani e nel semplice nascosto fare quotidiano (e lì ognuno sa come agisce).

  203. Ares il 30 marzo 2010 alle 17:31

    .. si, pero’ un pochino maestrina fustigatrice lo è.. °_°

  204. Ares il 30 marzo 2010 alle 17:40

    .. ho tirato fuori le mani di tasca per la bacchettata, prego, le spiace se non guardo ?

  205. Gilda Policastro il 30 marzo 2010 alle 18:03

    [@Ares ti risparmio, questa volta, in nome di quel paio di refusi che nella foga della risposta di prima ho inflitto all’occhio di chi legge e non scorre soltanto, sì come suole…]

  206. Ares il 30 marzo 2010 alle 18:11

    ..gulp! .. O_O

    bene.

  207. Manuel Cohen il 31 marzo 2010 alle 12:20

    @Gilda Policastro:

    Mi spiace per la tua irritazione. Peccato che anche tu irriti molto proprio per una particolare attitudine a sbattere in faccia il tuo sapere categorico e massimalista,le tue verità, e per la considerazione che hai dei commenti altrui. Lo hai fatto nuovamente propinando il tuo Palmarès, pensando di trovarti di fronte un povero idiota onanista (che magari, secondo te, ‘ostento attività o forme che non mi competono’: peccato che il grado di competenza non lo stabilisci tu, almeno non ancora) e che non ha altro da fare nella vita che rompere le uova a Gilda Policastro su NI, e che legge solo NI. Non è così, ovviamente. Ma è chiaro che non hai alcun rispetto per una qualsivoglia ‘comunità’ : abusatissima parola dell’accademia italiana.

  208. Manuel Cohen il 31 marzo 2010 alle 12:24

    @Lucia Cossu: ti scriverò, sono in partenza.

  209. lucia cossu il 31 marzo 2010 alle 13:15

    @ Manuel Cohen
    grazie e a presto

  210. Ares il 31 marzo 2010 alle 15:31

    Manuel Cohen, ha pensato di espatriare prima che la Policastro legga il suo messaggio ?

    .. buona idea °!°

  211. Ares il 31 marzo 2010 alle 15:35

    Policastro aspetti non tiri fuori la verga,

    .. hemm ..mm.. Manuel Cohen non intendeva dire quello che ha detto, l’ha pensato per un attimo e poi la scritto.. ma..ma non intendeva spedirlo per irritarla nuovamento nooo no, no.. il problema è il dito a scatto – è un problema articolare di difficile soluzione – che ha fatto si che il messaggio venisse spedito .. lo so per certo..

    ..involontariamente; capisce?

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