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	Commenti a: Poesia in prosa e arti poetiche. Una ricognizione in terra di Francia (1)	</title>
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		<title>
		Di: Marco Giovenale		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/03/31/poesia-in-prosa-e-arti-poetiche-una-ricognizione-in-terra-di-francia/#comment-133716</link>

		<dc:creator><![CDATA[Marco Giovenale]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Apr 2010 19:05:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[dimenticavo: notevole davvero il post di Barbieri, e il suo invito/ipotesi: &quot;pensare i testi come ambienti&quot; mi sembra ragionevole e auspicabile.

quando (in varie occasioni) ho sentito di esprimere un interesse nei confronti di quei testi letterari che vogliono che sia il lettore a muovere una serie di azioni ermeneutiche, ossia quei testi che sollecitano (e quasi presumono, felicemente) un&#039;azione interpretativa, mi è capitato di definirli -- certo troppo sinteticamente -- &quot;opere che chiedono che sia il lettore ad andare verso il testo&quot;.

più definita e ottimamente trasmissibile, divulgabile, l&#039;idea di &lt;em&gt;testo come paesaggio&lt;/em&gt;, come ambiente che si attraversa, mi sembra entrare in questo preciso disegno.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>dimenticavo: notevole davvero il post di Barbieri, e il suo invito/ipotesi: &#8220;pensare i testi come ambienti&#8221; mi sembra ragionevole e auspicabile.</p>
<p>quando (in varie occasioni) ho sentito di esprimere un interesse nei confronti di quei testi letterari che vogliono che sia il lettore a muovere una serie di azioni ermeneutiche, ossia quei testi che sollecitano (e quasi presumono, felicemente) un&#8217;azione interpretativa, mi è capitato di definirli &#8212; certo troppo sinteticamente &#8212; &#8220;opere che chiedono che sia il lettore ad andare verso il testo&#8221;.</p>
<p>più definita e ottimamente trasmissibile, divulgabile, l&#8217;idea di <em>testo come paesaggio</em>, come ambiente che si attraversa, mi sembra entrare in questo preciso disegno.</p>
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			</item>
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		<title>
		Di: Marco Giovenale		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/03/31/poesia-in-prosa-e-arti-poetiche-una-ricognizione-in-terra-di-francia/#comment-132832</link>

		<dc:creator><![CDATA[Marco Giovenale]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Apr 2010 21:56:01 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[&lt;strong&gt;&lt;a href=&quot;http://issuu.com/compostxt/docs/marco_giovenale__una_semplice5&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;una semplice&lt;/a&gt;&lt;/strong&gt;]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://issuu.com/compostxt/docs/marco_giovenale__una_semplice5" rel="nofollow">una semplice</a></strong></p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: Poesia in prosa e arti poetiche. Una ricognizione in terra di Francia (2) &#8211; Nazione Indiana		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/03/31/poesia-in-prosa-e-arti-poetiche-una-ricognizione-in-terra-di-francia/#comment-132448</link>

		<dc:creator><![CDATA[Poesia in prosa e arti poetiche. Una ricognizione in terra di Francia (2) &#8211; Nazione Indiana]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Apr 2010 06:25:47 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[...] [La prima parte di questo saggio è apparsa qui] [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>[&#8230;] [La prima parte di questo saggio è apparsa qui] [&#8230;]</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: The O.C.		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/03/31/poesia-in-prosa-e-arti-poetiche-una-ricognizione-in-terra-di-francia/#comment-132446</link>

		<dc:creator><![CDATA[The O.C.]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Apr 2010 01:08:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Carver.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Carver.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: Marco Giovenale		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/03/31/poesia-in-prosa-e-arti-poetiche-una-ricognizione-in-terra-di-francia/#comment-132436</link>

		<dc:creator><![CDATA[Marco Giovenale]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Apr 2010 15:46:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[notilla prima di rientrare nel merito: Tarkos è - per brevi brani - su gammm (tre post o quattro, non ricordo). scappo. mi riconnetto poi a NI]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>notilla prima di rientrare nel merito: Tarkos è &#8211; per brevi brani &#8211; su gammm (tre post o quattro, non ricordo). scappo. mi riconnetto poi a NI</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
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		<title>
		Di: Daniele Barbieri		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/03/31/poesia-in-prosa-e-arti-poetiche-una-ricognizione-in-terra-di-francia/#comment-132432</link>

		<dc:creator><![CDATA[Daniele Barbieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 05 Apr 2010 13:57:20 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Purtroppo non conosco Tarkos e quindi non posso entrare nel merito (aspetto però con ansia la seconda parte del saggio per averne almeno un’idea). La relazione tra poesia/prosa e oralità/scrittura è complicata – basti pensare al fatto che il nostro verso prende la forma che ha anche a causa della separazione tra poesia e musica, e dunque per un allontanamento dall’oralità; e che lo stesso andare a capo che definisce il verso come tale è un supporto grafico, e dunque scrittorio. Però a me pare lo stesso che la scrittura poetica sia comunque fatta per rimandare alla sostanza della lingua molto più di quella prosastica, e che questa sostanza sia assai più sonora che visiva (proprio su questo mi permetto di segnalare &lt;a href=&quot;http://guardareleggere.wordpress.com/2010/04/05/dei-testi-come-ambienti-e-come-strumenti/&quot; rel=&quot;nofollow&quot;&gt;il post sul mio blog&lt;/a&gt; che ho appena pubblicato, e che è comunque debitore nei confronti di questa discussione).
Quanto alla seconda cosa che dici, sul fatto che la presenza/assenza del verso non sia sufficiente a definire un genere come la lirica, sono anche d’accordo. Però, subito dopo, fai un elenco di aspetti che, più che della lirica, io vedo specifici del lirismo (in senso anche positivo, certo). In altre parole, credo che potrei scrivere un romanzo, una storia a fumetti o girare un film in cui quegli aspetti lì siano presenti, e (se sono bravo) otterrei presumibilmente un romanzo, un fumetto, un film definibili come “lirici”, ma non otterrei necessariamente della poesia in prosa. Se tolgo il verso, che è un elemento tradizionalmente distintivo, io devo aggiungere un’indicazione contestuale sufficientemente forte (per esempio, il contesto di pubblicazione) da rendere chiaro che sto facendo poesia senza versi, e che quello che faccio non è solo “lirismo”, ma “lirica”, e che dunque va letto in quella chiave, considerando anche l’aspetto dell’esclusione del verso (con tutto ciò che ne consegue).
Se consideriamo contiguità diverse, come proponi in fondo, faremo letture diverse del medesimo testo. In altre parole, il nostro dialogo come autori sarà in questo caso non con i poeti ma con i romanzieri, per esempio. 
Tutto questo va benissimo, ovviamente. Solo, dobbiamo esserne consapevoli.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Purtroppo non conosco Tarkos e quindi non posso entrare nel merito (aspetto però con ansia la seconda parte del saggio per averne almeno un’idea). La relazione tra poesia/prosa e oralità/scrittura è complicata – basti pensare al fatto che il nostro verso prende la forma che ha anche a causa della separazione tra poesia e musica, e dunque per un allontanamento dall’oralità; e che lo stesso andare a capo che definisce il verso come tale è un supporto grafico, e dunque scrittorio. Però a me pare lo stesso che la scrittura poetica sia comunque fatta per rimandare alla sostanza della lingua molto più di quella prosastica, e che questa sostanza sia assai più sonora che visiva (proprio su questo mi permetto di segnalare <a href="http://guardareleggere.wordpress.com/2010/04/05/dei-testi-come-ambienti-e-come-strumenti/" rel="nofollow">il post sul mio blog</a> che ho appena pubblicato, e che è comunque debitore nei confronti di questa discussione).<br />
Quanto alla seconda cosa che dici, sul fatto che la presenza/assenza del verso non sia sufficiente a definire un genere come la lirica, sono anche d’accordo. Però, subito dopo, fai un elenco di aspetti che, più che della lirica, io vedo specifici del lirismo (in senso anche positivo, certo). In altre parole, credo che potrei scrivere un romanzo, una storia a fumetti o girare un film in cui quegli aspetti lì siano presenti, e (se sono bravo) otterrei presumibilmente un romanzo, un fumetto, un film definibili come “lirici”, ma non otterrei necessariamente della poesia in prosa. Se tolgo il verso, che è un elemento tradizionalmente distintivo, io devo aggiungere un’indicazione contestuale sufficientemente forte (per esempio, il contesto di pubblicazione) da rendere chiaro che sto facendo poesia senza versi, e che quello che faccio non è solo “lirismo”, ma “lirica”, e che dunque va letto in quella chiave, considerando anche l’aspetto dell’esclusione del verso (con tutto ciò che ne consegue).<br />
Se consideriamo contiguità diverse, come proponi in fondo, faremo letture diverse del medesimo testo. In altre parole, il nostro dialogo come autori sarà in questo caso non con i poeti ma con i romanzieri, per esempio.<br />
Tutto questo va benissimo, ovviamente. Solo, dobbiamo esserne consapevoli.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Alcor		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/03/31/poesia-in-prosa-e-arti-poetiche-una-ricognizione-in-terra-di-francia/#comment-132414</link>

		<dc:creator><![CDATA[Alcor]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Apr 2010 10:07:13 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Concordo, sono interessanti questi post di Inglese, e anche i commenti che ne derivano.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Concordo, sono interessanti questi post di Inglese, e anche i commenti che ne derivano.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/03/31/poesia-in-prosa-e-arti-poetiche-una-ricognizione-in-terra-di-francia/#comment-132413</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Apr 2010 09:02:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[a barbieri
sul tuo pezzo: mi sembra un&#039;ottima introduzione alla funzione del verso in poesia e mi sembra pure esplicitare la dialettica interna a ogni genere, la prosa di Campana.

Vi sono però due cose sui cui ci sarebbe da discutere. Il rapporto verso-oralità e prosa-scrittura. Uno dei maggiori e più interessanti poeti in prosa che abbia avuto in anni recenti la Francia è Cristophe Tarkos. Ora, Tarkos si afferma come poeta dell&#039;oralità. I suoi testi sono concepiti come una sorta di canovaccio sul quale improvvisare e variare, per lo più in prosa. Di Tarkos parlerò nella seconda parte di questo saggio. Ma la questione ritmo-oralità-prosa è secondo me assai densa e meno univoca di quanto possa apparire.

Poi tu scrivi: &quot;Ma come leggeremmo le parole di Campana se si trovassero all’inizio di un romanzo, invece che dei Canti Orfici? Finché il grosso della poesia mantiene il verso, resta possibile leggere la poesia in prosa come poesia. Ma se il genere dovesse affermarsi e diventare maggioritario, la trasformazione delle modalità di fruizione sarebbe tale da rendere impossibile questa lettura per contrasto. Perderemmo la dimensione della poesia, semplicemente.&quot;
Certo se non ci fosse più l&#039;istituto del verso, l&#039;ambiguità e anche uno specifico interesse per quello che oggi chiamiamo &quot;poesia in prosa&quot; verrebbe a cadere. Ma anche qui, la presenza e l&#039;assenza del verso non sono sufficienti a definire un genere come la poesia (moderna) lirica. Vi è infatti l&#039;impianto lirico che conta, incentrato sul soggetto separato dal mondo, i tempi verbali, gli scenari ricorrenti, il patto con il lettore...

Per ora, ma questa è una mia percezione, tanto in Francia che in Italia, la poesia in prosa si pone in relazione con la poesia in versi, per contrasto, ampliamento, intento polemico, esigenza espressiva, ecc. Ma naturalmente potremmo immaginare una continguità diversa, la prosa ad esempio di Bortolotti in relazione con la prosa narrativa della novella o del romanzo. Manganelli è un esempio di prosa che nasce in ambito romanzesco per alienarsi dal genere romanzo.

Sulla questione dei generi, ci ritorno.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>a barbieri<br />
sul tuo pezzo: mi sembra un&#8217;ottima introduzione alla funzione del verso in poesia e mi sembra pure esplicitare la dialettica interna a ogni genere, la prosa di Campana.</p>
<p>Vi sono però due cose sui cui ci sarebbe da discutere. Il rapporto verso-oralità e prosa-scrittura. Uno dei maggiori e più interessanti poeti in prosa che abbia avuto in anni recenti la Francia è Cristophe Tarkos. Ora, Tarkos si afferma come poeta dell&#8217;oralità. I suoi testi sono concepiti come una sorta di canovaccio sul quale improvvisare e variare, per lo più in prosa. Di Tarkos parlerò nella seconda parte di questo saggio. Ma la questione ritmo-oralità-prosa è secondo me assai densa e meno univoca di quanto possa apparire.</p>
<p>Poi tu scrivi: &#8220;Ma come leggeremmo le parole di Campana se si trovassero all’inizio di un romanzo, invece che dei Canti Orfici? Finché il grosso della poesia mantiene il verso, resta possibile leggere la poesia in prosa come poesia. Ma se il genere dovesse affermarsi e diventare maggioritario, la trasformazione delle modalità di fruizione sarebbe tale da rendere impossibile questa lettura per contrasto. Perderemmo la dimensione della poesia, semplicemente.&#8221;<br />
Certo se non ci fosse più l&#8217;istituto del verso, l&#8217;ambiguità e anche uno specifico interesse per quello che oggi chiamiamo &#8220;poesia in prosa&#8221; verrebbe a cadere. Ma anche qui, la presenza e l&#8217;assenza del verso non sono sufficienti a definire un genere come la poesia (moderna) lirica. Vi è infatti l&#8217;impianto lirico che conta, incentrato sul soggetto separato dal mondo, i tempi verbali, gli scenari ricorrenti, il patto con il lettore&#8230;</p>
<p>Per ora, ma questa è una mia percezione, tanto in Francia che in Italia, la poesia in prosa si pone in relazione con la poesia in versi, per contrasto, ampliamento, intento polemico, esigenza espressiva, ecc. Ma naturalmente potremmo immaginare una continguità diversa, la prosa ad esempio di Bortolotti in relazione con la prosa narrativa della novella o del romanzo. Manganelli è un esempio di prosa che nasce in ambito romanzesco per alienarsi dal genere romanzo.</p>
<p>Sulla questione dei generi, ci ritorno.</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: ng		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/03/31/poesia-in-prosa-e-arti-poetiche-una-ricognizione-in-terra-di-francia/#comment-132411</link>

		<dc:creator><![CDATA[ng]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Apr 2010 08:26:10 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@ Daniele Barbieri
per me in quanto lettore non cambia, rispetto alle strategie di lettura, se il testo sia in versi o in prosa. Cerco momenti necessari, specialmente destabilizzanti. Le mie aspettative, insomma, trascendono la forma dell’oggetto con cui mi relaziono. Cambia, ovviamente, l’approccio (percezione, etc.), che dipende dalla materialità particolare del testo. Solo questo volevo dire. In ogni caso, lo ribadisco: PER ME è così, non in generale. 

ng]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@ Daniele Barbieri<br />
per me in quanto lettore non cambia, rispetto alle strategie di lettura, se il testo sia in versi o in prosa. Cerco momenti necessari, specialmente destabilizzanti. Le mie aspettative, insomma, trascendono la forma dell’oggetto con cui mi relaziono. Cambia, ovviamente, l’approccio (percezione, etc.), che dipende dalla materialità particolare del testo. Solo questo volevo dire. In ogni caso, lo ribadisco: PER ME è così, non in generale. </p>
<p>ng</p>
]]></content:encoded>
		
			</item>
		<item>
		<title>
		Di: Daniele Barbieri		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/03/31/poesia-in-prosa-e-arti-poetiche-una-ricognizione-in-terra-di-francia/#comment-132406</link>

		<dc:creator><![CDATA[Daniele Barbieri]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 04 Apr 2010 07:14:56 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=32331#comment-132406</guid>

					<description><![CDATA[L’intervento di ng qui sopra mi impone una postilla alle cose che ho scritto nel mio post di cui è presente il trackback qui in basso. È il caso cioè, visto che il discorso si è spostato sui generi, che io espliciti qualcosa che là è dato per implicito.
Io credo che i generi esistano, e non solo per ragioni di mercato, accademia, scuola e industria culturale in genere. I generi sono semplicemente la concrezione storica in campo letterario (ed espressivo in genere) di quella che è la naturale tendenza cognitiva dell’uomo a conoscere per categorie. Quindi nemmeno chi scrive può farne a meno, perché la sua stessa comprensione di quello che sta facendo si inserisce in quell’orizzonte, sia che lo voglia confermare sia che lo voglia negare con la sua azione.
Essendo una forma storica di categorie cognitive esse stesse mutevoli, ovviamente i generi sono mutevoli: nascono, muoiono, si trasformano. Ma in qualsiasi presente, ogni fruitore deve all’attribuzione di genere che fa del testo che gli sta davanti all’inizio della lettura, il sistema di aspettative con cui inizia a leggere. Certo, il testo potrà poi confermargli quelle aspettative, giocando all’interno delle aspettative di genere, oppure negargliele, costringendolo a un salto cognitivo (categoriale) verso un altro genere (un altro orizzonte di senso) oppure anche verso un’ambiguità non facilmente risolvibile.
Ma anche l’ambiguità fa presto, storicamente, a diventare genere a sua volta, costituendo il proprio orizzonte di aspettative!
Non credo dunque che per un lettore sia assolutamente indifferente che la linea vada a capo nel verso oppure no. È invece differentissimo. Tra un testo letto con aspettative di poesia e uno letto con aspettative di prosa ci può essere la stessa differenza che c’è tra il Don Chisciotte di Pierre Menard e quello di Cervantes!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’intervento di ng qui sopra mi impone una postilla alle cose che ho scritto nel mio post di cui è presente il trackback qui in basso. È il caso cioè, visto che il discorso si è spostato sui generi, che io espliciti qualcosa che là è dato per implicito.<br />
Io credo che i generi esistano, e non solo per ragioni di mercato, accademia, scuola e industria culturale in genere. I generi sono semplicemente la concrezione storica in campo letterario (ed espressivo in genere) di quella che è la naturale tendenza cognitiva dell’uomo a conoscere per categorie. Quindi nemmeno chi scrive può farne a meno, perché la sua stessa comprensione di quello che sta facendo si inserisce in quell’orizzonte, sia che lo voglia confermare sia che lo voglia negare con la sua azione.<br />
Essendo una forma storica di categorie cognitive esse stesse mutevoli, ovviamente i generi sono mutevoli: nascono, muoiono, si trasformano. Ma in qualsiasi presente, ogni fruitore deve all’attribuzione di genere che fa del testo che gli sta davanti all’inizio della lettura, il sistema di aspettative con cui inizia a leggere. Certo, il testo potrà poi confermargli quelle aspettative, giocando all’interno delle aspettative di genere, oppure negargliele, costringendolo a un salto cognitivo (categoriale) verso un altro genere (un altro orizzonte di senso) oppure anche verso un’ambiguità non facilmente risolvibile.<br />
Ma anche l’ambiguità fa presto, storicamente, a diventare genere a sua volta, costituendo il proprio orizzonte di aspettative!<br />
Non credo dunque che per un lettore sia assolutamente indifferente che la linea vada a capo nel verso oppure no. È invece differentissimo. Tra un testo letto con aspettative di poesia e uno letto con aspettative di prosa ci può essere la stessa differenza che c’è tra il Don Chisciotte di Pierre Menard e quello di Cervantes!</p>
]]></content:encoded>
		
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