Vita Comune

1 aprile 2010
Pubblicato da

Capitolo Primo
di
Riccardo De Gennaro1

Ascolta, compagno.

Ho ancora negli occhi il cielo d’un blu solenne e gli ottoni della banda che scintillavano sotto il sole nella piazza assiepata di manifestanti, quel pomeriggio di nove anni fa all’Hôtel de Ville; ho ancora nelle orecchie i canti e le grida di giubilo che s’innalzavano e subito abortivano come singhiozzi, fra i rulli di tamburi e gli squilli di tromba, e nel naso la polvere bruciata degli spari, le salve di cannone che esplodevano col boato terribile del tuono a ciel sereno, creando armonie bizzarre e sorprendenti… La festa popolare, irripetibile, contagiava tutta Parigi… Ho ancora negli occhi e nelle orecchie il pianto della Guardia nazionale, uomini dal petto largo, che mai prima d’allora avresti detto potessero commuoversi: piangevano confusi ai vecchi reduci del ’48, ai giovani delle fabbriche e delle trincee del tempo… Piangevano le nostre donne, che erano sarte, tessitrici, lavandaie, maestre, madri… Piangevano le prostitute di Montmartre, ora che il giorno si sarebbe confuso con la notte, mentre le bande di bambini si rincorrevano per tutta Place de Grève nascondendosi dietro le grosse ruote dei pezzi d’artiglieria… A loro soltanto, impegnati com’erano nei giochi di sempre, non importava nulla della cerimonia ufficiale, potevano ignorare la portata storica di quel 28 marzo 1871.

Ascolta, compagno.

L’insediamento del governo della Comune dava la libertà, non la toglieva. Uomini e donne non si erano sentiti mai così liberi, nemmeno nell’89. Ho ancora nelle orecchie la Marsigliese e il Chant du départ, che gonfia i cuori e sale, ho ancora negli occhi la folla che non si stancava di applaudire e di gridare “evviva!” ogni volta che entrava un battaglione della Guardia nazionale, mentre gli ufficiali ordinavano di serrare le file perché tutti potessero prendere posto lungo la spianata…

…Molti si erano arrampicati in cima ai lampioni, sui busti di marmo dell’Hôtel de Ville, sui resti delle barricate nelle vie laterali, persino sui tetti dei palazzi che abbracciavano la piazza: potevi immaginare lo scorcio mozzafiato di cui godeva chi aveva sotto di sé centomila teste raccolte all’incrocio di tre strade, un mare di grano che ondeggiava e premeva sui fianchi, lungo le vie laterali, dove altri centomila attendevano di entrare. Da rue de Rivoli, da rue Victoria, da Pont d’Arcole, oltre i varchi presidiati da decine di le fioraie con le loro ceste di paglia fitte di garofani rossi grandi come pugni, non vedevi altro che teste e facce e corpi che fremevano e rumoreggiavano con la forza naturale della marea che monta…

Ascolta, compagno.

Dalla presa della Bastiglia sono trascorsi ottantadue anni, quasi un secolo di rivoluzioni, riflette Lucien. Le conta: l’89, il ’93, il ’30, il ’48 e, ora, il ‘71. Marzo 1871. Questa volta c’è anche lui: ventidue anni, operaio da che ne aveva tredici, l’idea libertaria conficcata nella testa, un istinto ribelle nelle vene. Indossa una giacchetta nera, un po’ sdruscita ai gomiti. Dalla tasca spunta una copia del Cri du Peuple. Lo prende e rilegge ancora una volta il pezzo di Vallès: il mormorio di questa rivoluzione che passa, tranquilla e bella come un fiume azzurro… Che magnifica metafora, pensa. L’articolo parlava di sussulti, bagliori, fiammate di speranza, riflessi di bronzo, profumo d’onore. Quand’anche fossimo di nuovo vinti e dovessimo morire domani, la nostra generazione è consolata, scriveva Vallès.

Il mondo è diventato all’improvviso piacevole, ride Lucien, che in quel momento incrocia lo sguardo col direttore del Père Duchêne, il quotidiano concorrente del Cri du Peuple. Era Maxime Vuillaume. L’aveva incontrato una volta da Glaser, una brasserie di rue Saint Séverin. Gli rivolge un cenno con la mano, ma Vuillaume non lo riconosce. Lucien ha un moto di stizza, ma non insiste perché all’improvviso si fa silenzio, il cannone smette di sparare, i tamburi e gli ottoni zittiscono.

Gabriel Ranvier, sindaco della municipalità di Belleville, visibilmente emozionato, parla per primo: “Il Comitato centrale trasmette oggi i suoi poteri alla Comune. Cittadini, ho il cuore troppo pieno di gioia per pronunciare un discorso. Permettetemi soltanto di rendere gloria al popolo di Parigi per il grande esempio che ha appena offerto al mondo”. E scrosciano gli applausi, trombe, tamburi, grida si rispondono da un capo all’altro della piazza: tra le mille bandiere nuove lacrime di felicità. Tocca poi a Boursier, che fa parte del Comitato centrale della Guardia nazionale, leggere i nomi dei consiglieri eletti, quartiere per quartiere. Erano novanta. Cominciavano con i meno noti Adam, Méline, Rochart, Barré e terminavano con i più famosi Bergeret, Flourens, Blanqui, eletti a Ménilmontant. A ogni nome la piazza grida “Viva la Comune”. Lucien sogna che quella voce pronunci anche il suo, Nodier. Alle prossime elezioni ci sarò anch’io, si ripromette, mentre osserva quegli uomini con invidia. C’è qualcosa di eroico in loro, pensa. Boursier è il fratello del bambino ucciso in rue Tiquetonne nel ‘51, sente dire dall’uomo che è al suo fianco. In molti bisbigliano, commentano.

Alle sue spalle, un ufficiale in uniforme indica gli uomini della Comune alla sua donna. “Lo vedi quell’uomo barbuto con gli occhi grandi e i capelli brizzolati? È Felix Pyat. Abbiamo il suo ritratto in sala da pranzo. Quell’altro dalla barba bianca, i lineamenti affaticati, il viso severo, quello è Delescluse! Mentre quel gran diavolo in piedi con il képi da comandante è Protot, uno buono, dell’undecimo arrondissement”.

Sembra conoscerli tutti.

“Quello grande, coi baffi sottili, è Eudes. Sarebbe stato fucilato per la vicenda della Villette se non avessimo fatto il Quattro settembre. Guarda, là, eccolo che parla con Rigault, barba e occhialini. L’uomo pallido con i pomi rossi è Vermorel, mentre quel bell’anziano con la lunga barba bianca è…”.

La folla canta nuovamente la Marsigliese, non vuole discorsi, vuole fare festa. Ranvier riesce a dire soltanto che, in nome del popolo, la Comune è proclamata.

Ed è tutto.

Non si trattiene, scoppia a piangere.

Viva la Comune, viva la Comune, esclamano all’unisono duecentomila voci, e l’effetto è tale da far vibrare l’aria e il selciato. Le guardie nazionali fanno danzare i loro chepì sulle baionette, dalle finestre migliaia di mani sventolano i fazzoletti. La classe operaia era al governo.

  1. Primo capitolo del romanzo “La Comune 1871” di Riccardo De Gennaro, Transeuropa edizioni []

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2 Responses to Vita Comune

  1. pasquale vitagliano il 1 aprile 2010 alle 21:11

    Pezzo e musica, struggenti. Mi sono asciugato le lacrime con lo straccio che porto segretamente in tasca, uno straccio rosso e nero (e non sono milanista).
    Grazie a Voi.
    PVita

  2. marino il 1 aprile 2010 alle 23:08

    Ho avuto la fortuna di ascoltare dal vivo Rovelli, in una spiaggia ligure,
    tra i pescherecci. E quella di leggere La Comune un paio di anni fa.
    Ringrazio anch’io.



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