PPP La sua inchiesta

2 aprile 2010
Pubblicato da

di Franco Buffoni

Dopo aver ascoltato le “rivelazioni” odierne sulla morte di Pasolini, forse a qualche lettore di Nazione Indiana può interessare questo racconto, che pubblicai cinque anni fa su Nuovi Argomenti (32, ott-dic 2005).
“Ma quando tutta la sabbia insieme e senza vento
Prese le forme sue, si comprese
Che la rimozione urgente non bastava”.

Sono i versi conclusivi di una poesia datata 5 novembre 1975, intitolata “PPP la sua inchiesta”, e rimasta inedita, come molte altre di quel periodo. Avevo ventisette anni, ero omosessuale e vivevo in Lombardia.
“Ti faccio fare la fine di Pasolini”, me lo sentii dire un paio di volte negli anni successivi: era come uno slogan in certi ambienti, veniva usato come deterrente, quando non ci si comportava propriamente da “clienti”.
Pasolini lo avevo incontrato in una occasione di poesia a Roma nel luglio del 1972, ma non ero riuscito a suscitare il suo interesse. In compenso sentii parlare molto di lui in quel mese di esami di maturità, come supplente neo-laureato nella commissione dell’Istituto Tecnico-Linguistico Femminile “Caterina da Siena” di via Panisperna. Non come regista o come scrittore, non ce n’era bisogno. Sentivo parlare di lui la sera dal mio aiuto-bagnino. Aveva vent’anni, lo avevo incontrato sulla spiaggia di Ostia, dove qualche volta mi recavo al pomeriggio dopo gli esami. Ero sceso a Roma con la mia 128 gialla nuova comprata a rate e targata Varese. La sera ci piaceva scorrazzare su è giù fino a Piramide e poi al centro. Tardi lo riaccompagnavo a Ostia e ci fermavamo proprio lì, nei pressi del Lido. Seppi tutto del Pasolini notturno: abitudini, contatti, preferenze, insistenze, concessioni. Era assolutamente noto presso chi non aveva letto una riga dei suoi scritti. Ma non aveva più “storie” con nessuno. Mentre per me allora non era concepibile non vivere la storia. E con l’aiuto-bagnino Riccardo, che la sera indossava camicie sgargianti e portava pantaloni lucidi a zampa di elefante, io vissi una bellissima storia.
Tre anni dopo, quando accadde il disastro, Testori ricordò sul Corriere che sì, si cena con gli amici, ma più tardi – soli – si finisce col cedere e col cercare qualcuno nella notte. Mentre Arbasino, più pragmaticamente, scrisse che non era possibile che si finisse in un posto del genere senza avere ben deciso prima chi doveva fare che cosa a chi.
Io avevo capito. Trovavo ragionevole che per Arbasino dovesse essere così, ma sapevo da fonte certa che per Pasolini così non era. Non era più così da tempo. Con alcuni ragazzi il suo gioco era proprio quello di farli anche cedere. Un gioco più che altro cerebrale, che difficilmente concretizzava: gli bastava il gesto del cedimento. Che contestualmente significava anche avere chiuso con lui per sempre. Solo chi gli resisteva e lo “menava” aveva nuove chance di incontro.
PER QUESTO MI PARVE VEROSIMILE IL PRIMO RACCONTO DI PELOSI.
Per questo non mi parvero convincenti le posizioni di chi, come Enzo Siciliano, Alberto Moravia, Laura Betti – da subito e molto saggiamente, dico oggi – parlò di agguato ordito contro di lui. Erano le attribuzioni relative all’agguato che proprio non mi convincevano: neofascisti e/o il racket della prostituzione maschile (sul quale, si aggiungeva, Pasolini da tempo stava indagando). Oppure altre inchieste che forse stava conducendo. Ma a chi potevano dare fastidio le inchieste di un poeta che parlava di lucciole e di nuche di adolescenti? Pensavo: solo chi conosce il nostro mondo dall’interno può capire. Ero d’accordo con Bellezza, con Naldini.
Trascorsero diciassette anni. Pelosi intanto usciva e tornava in galera per piccoli furti e spaccio. Apparve Petrolio. Non mi bastò: lo lessi a tratti, svogliatamente, infastidito. Carlo nel salotto: narcisista. Carlo si autoaccusa, tra quelli dei nemici mette anche il suo nome: masochista. Carlo si fa dieci ragazzi infoiati in fila: non giova alla causa dei nostri diritti civili. Certe parti contro l’Eni e la DC le saltai a pie’ pari, pensando che ormai era cambiato tutto: non aveva più senso pensare alla DC. Un romanzo fallito più che incompiuto, mi sembrava, già era troppo lungo così.
Perché oggi sono qui ad accusarmi di miopia e a chiedere scusa alla sua memoria e a coloro che colsero subito la verità? Perché in rete ho visto finalmente le foto del suo corpo martoriato. Chiunque si rende conto che quel massacro non può essere stato compiuto da un ragazzo ritrovato con una sola macchiolina di sangue sul pantalone. Persino ammettendo che lo abbia davvero travolto fuggendo in auto. Erano in tre o quattro, avevano le catene, disse subito il testimone che abitava nella baracca lì vicino (NON PIU’ INTERROGATO): gli gridavano “arruso” e “comunista”, lui gridava “basta” e poi “mamma”, che fu la sua ultima parola. Il volto e il corpo recano i segni della lapidazione. Solo nell’estate del 2005 ho visto quelle foto. Dopo la confessione televisiva di Pelosi del 7 maggio 2005.
E sono grato a Gianni D’Elia e al suo editore Giovanni Giovannetti (Effigie) che – invitandomi a presentare a Milano alla Festa dell’Unità nell’agosto 2005 L’eresia di Pasolini insieme a Barbacetto di “Diario” – mi indussero a rileggere Petrolio.
Oggi mi resta solo il dubbio se Pelosi fu esca consapevole o inconsapevole. Propendo per la seconda ipotesi. Con forti minacce per farlo tacere fattegli giungere in carcere, immediatamente dopo l’arresto. Pelosi doveva scappare e basta. A piedi. Nel piano degli assassini.
Ormai che la verità sia in Petrolio e soprattutto nel petrolio non lo dice un poeta o uno scrittore, ma un giudice. Come D’Elia ricorda a p. 98 del suo libro: ”Secondo il giudice Vincenzo Calia, che ha indagato sul caso Mattei, depositando una sentenza di archiviazione nel 2003, le carte di Petrolio appaiono come fonti credibili di una storia vera del potere economico-politico e dei suoi legami con le varie fasi dello stragismo italiano fascista e di stato”. E ancora: “Calia ha scoperto un libro, che è la fonte di Pasolini, un libro nato dai veleni interni all’ente petrolifero nazionale”. Pubblicato nel 1972 sotto pseudonimo, Questo è Cefis (L’altra faccia dell’onorato presidente) fu subito ritirato dalla circolazione e mandato al macero per ordine della magistratura. Pasolini riuscì ad averlo in fotocopia. In Petrolio l’onorato presidente si chiama Troya.
PASOLINI E’ STATO UCCISO PERCHE’ STAVA PER SCRIVERE SUL CORRIERE LA VERITA’ SUL CASO MATTEI.
Stava per dimostrare che le Sette sorelle non c’entravano, che la questione era interna, nostra, italiana; veniva da una saldatura tra istanze di potere politico-mafioso e certe disinvolture “resistenziali” per le soluzioni drastiche: Cefis e Mattei erano stati entrambi anche uomini della Resistenza.
E oggi possiamo forse domandarci quanto di quella acutezza nella conduzione della sua indagine venne a Pasolini dalla conoscenza dei meccanismi interni alla fine drammatica del fratello maggiore Guido.
Come ho potuto per tanti decenni – io intellettuale, io poeta, io omosessuale – non capire?
In parte, certamente, fu per i comportamenti di Pasolini nella sua vita “privata”. Che di privato non aveva nulla. E furono proprio quei comportamenti che indussero i mandanti e gli assassini ad andare sul sicuro: stavano costruendo un delitto verosimile con tanto di movente. Ci cascarono molte persone oneste, come il pittore Gabriele Mucchi, rigorosamente marxista, che si schierò violentemente a difesa di Pelosi, considerandolo vittima dello sfruttamento sessuale di chi adescava minorenni con l’Alfa 2000.
Per incidens, alla fine di maggio 2005, dopo la confessione televisiva di Pelosi, nella trasmissione di Rai 3 che si occupa di critica televisiva con i giovani analisti della Cattolica di Milano, la signora Poggialini, critico di Avvenire, definì Pasolini “pedofilo”, tout court. Un’accusa assurda alla quale nessuno dei presenti ritenne di dover obiettare.
Ma la vera ragione per cui, per tanti decenni, sono rimasto al buio, l’ho capita casualmente imbattendomi in questa frase del libro di D’Elia: “L’omicidio di Pasolini è stato un atto premeditato e politico, non un delitto omosessuale”.
UN DELITTO OMOSESSUALE?
La questione non è solo lessicale. Diventa subito di sostanza. Nel delitto di gelosia è il geloso che uccide. Ad uccidere gli omosessuali, invece, sono sempre degli eterosessuali che ci tengono tantissimo a dichiararsi tali. (Ed è questa la ragione per cui gli omosessuali li cercano). Ricorrendo a tale definizione, se ne perpetua oggettivamente l’assassinio, inducendo quelli ottusi e miopi come me a ritenere verosimile, concepibile, spiegabile un delitto “omosessuale”. Un delitto omofobico, piuttosto, si dovrebbe dire.
Quindi, non si dica che Pasolini – comunque – è stato ucciso dalla sua debolezza, che lo induceva a porsi in situazioni “a rischio” con i maschi “eterosessuali”. L’omofobia ha solo reso più cruento un delitto politico.
PASOLINI SAREBBE STATO UCCISO LO STESSO. AVREBBE FATTO LA FINE DEL GIORNALISTA MAURO DE MAURO. Che fu fatto sparire proprio mentre indagava sul caso Mattei: mafia-Eni-Dc.
Ma a differenza del coraggioso giornalista De Mauro, il coraggioso giornalista Pasolini fu anche un artista, un grandissimo artista, che attraverso il personaggio di Carlo – il cui corpo in Petrolio si consustanzia in merce, divenendo esso stesso petrolio – è riuscito a trasformare l’inchiesta che gli costò la vita nell’opera letteraria-summa della realtà italiana nel secondo dopoguerra.

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37 Responses to PPP La sua inchiesta

  1. AMA il 3 aprile 2010 alle 00:46

    La cosa non mi convince. Pasolini quella sera era a cena con amici. Li lascio’ come se avesse un appuntamento. Sul luogo del delitto ci arrivo’ da solo con la sua macchina, mi pare di ricordare… Correggetemi se sbaglio. Pasolini non e’ stato ucciso dalle sprangate che egli stesso ha inferto ai suoi aggressori, per difendersi. Pasolini e’ stato investito piu’ volte con la macchina, forse accidentalmente, forse no, da un Pelosi in fuga. Non so, a me la scena del delitto fa pensare ad un atto intimidatorio finito male. Le ragioni di queste intimidazioni potrebbero essere molteplici, non necessariamente legate a Petrolio. Se pero’, e qui sono d’accordo con Marco Belpoliti, tutti voi avete bisogno di trovare un movente importante per l’assassinio di Pasolini, fate pure, ma dovrete portare delle prove inconfutabili, non suggestioni.

  2. Teo Lorini il 3 aprile 2010 alle 01:00

    Grazie, Franco,
    come sempre, trovo le tue parole molto lucide, preziose e importanti.
    t.

  3. AMA il 3 aprile 2010 alle 01:15

    Io trovo tutta la vicenda come al solito…

    Marcello Dell’Utri, noto bibliofilo, che legge di sfuggita un lunghissimo capitolo mancante di Petrolio, certificandone l’autenticita’.
    Carla Benedetti che avrebbe constatato di persona la mancanza del capitolo letto da Dell’Utri semplicemente andando alla Mostra del Libro di Milano.
    Walter Veltroni che sulla vicenda fa una bella interpellanza parlamentare.
    Il giudice Vincenzo Calia che avvia nuove indagini sul delitto Mattei e di notte parla con la Benedetti.

    Boh, staremo a vedere cosa succedera’! Di sicuro la Benedetti non trovera’ mai pace fino a quando non trovera’ la verita’ che piu’ le aggrada.

    Speriamo allora di mettere davvero fine a tutto questo. E che sul corpo di Pasolini si possa finalmente stendere un velo pietoso.

  4. G. P. il 3 aprile 2010 alle 01:18

    *certe disinvolture “resistenziali” per le soluzioni drastiche: Cefis e Mattei erano stati entrambi anche uomini della Resistenza.*

    ecco, questa va recapitata subito a Dell’Utri.

  5. franz krauspenhaar il 3 aprile 2010 alle 01:59

    <e pero’, e qui sono d’accordo con Marco Belpoliti, tutti voi avete bisogno di trovare un movente importante per l’assassinio di Pasolini, fate pure, ma dovrete portare delle prove inconfutabili, non suggestioni.<

    sono d'accordo.

  6. lorenzo galbiati il 3 aprile 2010 alle 03:33

    E’ un bel racconto, specialmente perché vissuto in prima persona e narra l’evoluzione di una coscienza.

    Una delle cose però che trovo significativamente messe in ombra, in questa giustissima riapertura del caso Pasolini, è che Pelosi, nel 2005, nel ritrattare in realtà non ritratta.
    Chissà perché nessuno nota che Pelosi ammette la presenza di un gruppo di persone che vogliono dare una lezione a Pasolini, ma continua ad affermare di essere stato lui a passargli sopra con l’auto.
    Ed è stata quella la causa della morte.

    Non mi sembra un dettaglio, questo: se si vuol perorare la causa di un omicidio politico, occorre dire che dopo il pestaggio una persona diversa da Pelosi ha guidato l’auto di Pasolini fino a passare volutamente sopra il corpo, il torace di Pasolini. E non si capisce perché, se Pelosi voleva discolparsi, abbia ancora addebitato su di sè la causa di morte.

  7. sparz il 3 aprile 2010 alle 12:33

    a me piace molto quello che dici, Franco, quoto Teo Lorini. Grazie.

  8. G. P. il 3 aprile 2010 alle 12:43

    Dacia Maraini, postfazione a P. Pelosi – Io, angelo nero: “Pasolini non avrebbe mai fatto del male a nessuno, mai avrebbe minacciato e violentato. Lui semmai cercava qualcuno che, in un gioco erotico, lo malmenasse un poco. Era questo il suo segreto”.

    Concorda ciò con l’analisi psicologica (interessante ma reticente) compiuta da Buffoni nella prima parte dell’articolo?

  9. Cognome il 3 aprile 2010 alle 15:16

    CRITICI STREGATI E PASTA BARILLI? IO SCAPPO CON LULU’, LA BAMBINA DEI LAMPI. (Parente per Il Giornale, 31 marzo 2010)

    Come mai i critici, in Italia non appena uno scrittore comincia a avere un’opera importante, cercano di riportarlo nell’ovile della mediocrità, oppure si smette di leggerlo per ridurlo al silenzio? Moresco? Era meglio quando scriveva romanzi brevissimi, tipo La cipolla. Busi? I primi due erano belli, «un genio, ma il più bello è il primo, Seminario». Parente? Meglio il tuo breve saggio su Proust che i monumentali La macinatrice o Contronatura, furba tecnica dell’elogiarti sul meno per denigrare il più. Va di moda farlo anche con i grandissimi ormai canonizzati: Beckett? Meglio Primo amore de L’innominabile o dell’ultimo Beckett, troppo estremo, troppo silenzioso, troppo nichilista, troppo Beckett, che palle. Bernhard? Meglio il primo Bernhard dell’ultimo, troppo bernhardiano. Arbasino? Meglio Le piccole vacanze che Fratelli d’Italia, e di Fratelli d’Italia meglio il primo, mai letto, del terzo, pubblicato da Adelphi, troppo lungo, troppo riscritto, chi si crede di essere, Manzoni? Pasolini? Il più bello è Petrolio, il romanzo incompiuto. Proust? Non va più di moda, meglio Piperno, il quale ha scoperto il gusto di piacere al pubblico sovrano e anche che Hermann Broch o Bernhard sono autori da adolescenti. Ovviamente la gogna tocca anche a Isabella Santacroce, che ha scritto un romanzo bellissimo, densissimo, immaginifico, delicato e affilato, un fuoco di artificio di fantasia e poesia, una storia semplice che sprofonda in alto, nel cosmo, sulle nuvole, nel Mondo del Mistero, una Alice moderna nata calva, “orfanella spauracchio” in una città troppo perfetta, che parla della bellezza della mostruosità, una divina commedia moderna, spietata e delicata, una trilogia che inizia con V.M. 18, continua con Lulù e terminerà in un purgatorio santacrociano dalle già annunciate mille pagine. Tuttavia intorno a Lulù non c’è sociologia spicciola, non c’è impegno, non c’è Berlusconi, non si parla di mafia, di immigrati, di camorra, non c’è piccineria narrativa, i critici non sanno come prenderla, dovranno mica leggerlo per scriverne? Insomma, come si permette questa Santacroce di essere così ambiziosa, di non riscrivere mai lo stesso libro declinato al trapassato remoto femminile come la Vinci, la Parrella, la Mazzucco, la Cutrufelli, la Ammaniti o, tra i politici narratrici, la Franceschini o la generosamente rinunciataria Veltroni? Come si permette la Santacroce di essere una scrittrice vera in un paese di timbratori di cartellini editoriali, di critici che fanno gli scrittori o scrivono librini sui critici per dire quanto sono bravi loro, ora che il romanzo è morto? Cosa volete che gliene freghi, alla casta nauseabonda dei letterati italiani, di Lulù Delacroix, romanzo luminoso e tenebroso che si legge come un classico e per delicatezza e profondità e stimolo etico e estetico si potrebbe introdurre anche nelle scuole? Nemmeno uscito e subito frettolosamente stroncato da Barilli su Tuttolibri come un libro noioso che «fa il verso a Carroll» (non è vero, è perfino più bello di Carroll e casomai, per orizzonti e profondità, è meravigliosamente swiftiano, e fanculo alla prudenza sui viventi che può infrangere a sproposito solo D’Orrico, e se è per questo Mann faceva il verso a Goethe o Caravaggio a Michelangelo?). Lo stesso Barilli, fra l’altro, che ha stroncato Canti del caos di Moresco prendendolo come «un’ottovolante del sesso» e paragonandolo a Benni (sic), lo stesso Barilli amico della domenica del Guglielmi (e entrambi teorici del Gruppo 63, teorici delle non-opere) che ha stroncato Busi con il giudizio ormai memorabile «un grande scrittore che scrive brutti libri» (che significa? migliorò la formula con Moresco, il cui capolavoro divenne «un libro illeggibile»), mentre elogiava, come grandi scrittori («facitori d’arte»), un giorno, lo stesso giorno, su Tuttolibri il romanzo di Nico Orengo, direttore di Tuttolibri, e sull’Unità il romanzo di Furio Colombo, direttore dell’Unità, perché i critici sanno usare la lingua meglio degli scrittori. Come ancora, di recente, lo sperticato elogio di Filippo La Porta, “critico letterario”, sul Corriere della Sera, al saggio di Pierluigi Battista, uno a caso e che, con tutti i suoi meriti, con la letteratura poco c’entra. Amico della domenica anche Emanuele Trevi, giurato e candidato al Premio Strega dalla stessa Rizzoli, editore che in compenso alla Santacroce non ci pensa proprio: al limite, se non Trevi, va bene Silvia Avallone, va bene Silvia Ballestra, perché ormai gli editori partono con l’idea di portare allo Strega un libro da Strega, una merdina narrativa da confezionare per farne una merendina vendibile, dopo essersi messi più o meno d’accordo sul turn-over editoriale da rispettare. La Lulù di Isabella è perfino troppo divertente e donchisciottesca, tragica e comica come i grandi romanzi. Di Lulù, che potrebbe diventare il più bel cartone della Pixar o il più bel film di Tim Burton, vorrei scriverne di più ma vorrei che la leggeste e conosceste le terribili gemelle Ada e Dolores, Dorino Griù, il Melampadario, Pipistro, la Scarazebra Esclamativa e tanti altri, e l’incantevole lingua naive infantile parlata dalla piccola Lulù (che esordisce con un: «IO NO U MOSTLO»), come scrivere usando l’Alfabeto della Negazione, e gli Austeriani alti quaranta centimetri da almeno settecentrotré anni, e il Leonebano matematico, e Cipò e i Papaveri Vendicatori «che una volta gli mangiassero anche il naso, e poi dopo facevano degli strilli». Vorrei che la Rizzoli le mettesse una fascetta di qualità: «Non candidato neppure da noi al Premio Strega perché troppo bello». Perché la società letteraria italiana è come la Perfect City in cui vive l’animale bambina Lulù, dove «era proibito parlare ad alta voce dopo le ore venti virgola sette, ascoltare musica prima delle ore dieci virgola cinque, svegliarsi dopo le ore otto virgola trenta», dove «le donne non potevano tagliarsi i capelli più corti di diciassette centimetri, mentre gli uomini dovevano portarli non più lunghi di otto, era vietato indossare abiti dalle tinte sgargianti, cappelli adornati da nastri, scarpe di gomma, foulard variopinti, spinte raffiguranti cetacei…». Lulù è il mostro, la bambina reietta, segregata in casa dalla famiglia Delacroix a causa della sua diversità, lontana dal mondo e isolata nel suo lavoro, metafora della diversità e anche della vera letteratura, metafora dell’isolamento di Isabella dal triste Circolo Pickwick in versione fantozziana dei letterati italiani. Quindi tenetela lontano, meglio premiare la bambina veltroniana del romanzo di Emanuele Trevi o preferibile avallare l’Avallone, si stia lontani dal capolavoro della Santacroce, un oceano di dolcezza e di non rassegnazione senza essere banalmente edificante, almeno non si deve discettare se sia meglio il primo Trevi o il secondo, essendoci solo il primo si fa presto sia a non leggerlo che a leggerlo dimenticandosene. Io scappo con Lulù, l’animale Lulù, la bambina dei lampi, voi fate come credete.

  10. AMA il 3 aprile 2010 alle 16:20

    Ho stima di Franco Buffoni e trovo che il suo Zamel sia una lettura da fare. Ma che Pasolini fosse attratto dagli eterosessuali non e’ esatto.
    Pasolini non si sarebbe mai definito gay, era fortemente omofobo e disprezzava malcelatamente gli omosessuali. A loro preferiva i ragazzetti di incerte inclinazioni, magari solo vulnerabili data l’eta’ o le condizioni sociali. Nel suo immaginario comunque concepiva l’accoppiamento fra due uomini come un surrogato. Vizio potenzialmente distruttivo. E sempre e solo mercenario quello fra il giovane e il vecchio. Qualunque fosse lo scambio.

    Inutile sottolineare che penso che i cultori del pensiero di Pasolini, divenuto sistema, non abbiano gli strumenti per decodificare gli ultimi 40 anni. Sicuramente testimoniano la decadenza del nostro paese di fronte alle sfide odierne e la storicizzano.

    Saluti.

  11. gg il 3 aprile 2010 alle 16:59

    bellissimo questo racconto-no fiction! grazie Franco, sei un grande! :)

  12. lucia cossu il 3 aprile 2010 alle 17:28

    mi chiedo se AMA cambierà idea col tempo anche lui.

  13. G. P. il 3 aprile 2010 alle 17:58

    Capisco che Naldini sia sputtanato, però rimane sempre suo cugino: per quale ragione dovrei credere a Buffoni, secondo cui PPP non aveva più da anni storie, quando Naldini afferma nei suoi libri che nel 1974 PPP passò l’estate a Sabaudia giusto per frequentare ogni sera la vicina caserma? Ma sia chiaro, io non bramo scoop, vorrei solo una spiegazione chiara, per un profano come me e tanti altri, sulle dinamiche psicosessuali cui accenna Buffoni nella prima metà dell’articolo, senza spiegarle bene (o diciamo: senza che io sia riuscito a capirle).

  14. franco buffoni il 3 aprile 2010 alle 23:10

    Ringrazio per tutti gli interventi. Credo di dovere due risposte a G.P. La prima: quanto afferma Maraini conferma in toto ciò che ho scritto nella prima parte del racconto. La seconda: Avere una caserma vicina significa poter variare ogni sera il (o i) partner. Mi sembra dunque che anche Naldini confermi quanto ho scritto. (Avere una storia significa invece essere in qualche modo coinvolti sentimentalmente con una persona in particolare).

  15. Simone il 4 aprile 2010 alle 00:58

    Grazie a te Franco. Mi fido più della tua filologia che di molta psicologia. E mi piace soprattutto che si parli di Pasolini come “coraggioso” innanzitutto. RIleggerò Petrolio.

  16. G. P. il 4 aprile 2010 alle 09:01

    Grazie Buffoni per il chiarimento. Ho cercato su google il racconto di Comisso segnalato all’inizio da qualcuno, non l’ho trovato in rete, ma ho trovato questo incredibile brano di Cinzia Fiori sul Corriere del 17 marzo 1998:

    Nico Naldini nella cronologia della vita di Pasolini dice che, nel ’52, lo scrittore inizia un pamphlet dal titolo Il disprezzo della provincia ma, aggiunge, non va oltre il primo capitolo. Lo si trova ordinato sotto quel titolo in una cartellina al Vieusseux. A trovare la continuazione e’ stato Walter Siti. “Apro un’altra cartella apparentemente dedicata ad Amado mio e dopo qualche foglio me ne accorgo: ma questo e’ un romanzo!”. Piu’ che un romanzo e’ lo scheletro di un romanzo, ma importante dal punto di vista biografico, spiega Siti. Pasolini, che deve ogni tanto tornare in Friuli per il processo che lo vede accusato di corruzione di minore, incomincia a guardare a quella terra non piu’ come luogo amato, ma con gli occhi del romano che giudica la provincia. E non mancano rancorose parodie. “E’ un testo satirico – racconta Siti -, interessante, anche perche’ ritrae l’altro lato della vita di Pasolini. E’ infatti l’unico romanzo dell’epoca in cui i protagonisti non vengono dall’ambiente contadino o sottoproletario. Sono due intellettuali di provincia, frustrati e pieni di ambizioni. Uno e’ omosessuale, l’altro etero, ossessionato dal “verme solitario” del sesso. Durante una gita a Chioggia, probabilmente ispirata a quella che Pasolini fece per andare a trovare Comisso, il giovane etero, Biasutti, ne combina una grossa, tanto che lo scrittore famoso lo schiaffeggia”. A questo punto pero’, e siamo al settimo capitolo, c’e’ un buco che Siti calcola di un capitolo e mezzo. “Secondo me Pasolini non l’ha mai scritto. Ma doveva avere in mente un evento grave, visto che la storia riparte in forma epistolare con Biasutti esule a Trieste che scrive all’amico”.

  17. nubar achrafian il 4 aprile 2010 alle 20:18

    strano che debbano intervenire La Verità e La Cronaca per far cambiare idea sul valore di un’opera letteraria. specialmente a un “io intellettuale, io poeta, io omosessuale”.

    nubar ach.

  18. Angela il 4 aprile 2010 alle 23:47

    “al settimo capitolo (di Disaprezzo della provincia), c’e’ un buco che Siti calcola di un capitolo e mezzo.”
    Domando agli esperti: lo stesso ladro non potrebbe avere rubato nella stessa occasione sia il capitolo di Petrolio, sia il capitolo e mezzo di Disprezzo?

  19. franco buffoni il 5 aprile 2010 alle 08:51

    Buon punto, Nubar. Diciamo: sul valore testimoniale complessivo di un’opera letteraria.

  20. franco buffoni il 5 aprile 2010 alle 18:36

    Angela, il suo rilievo mi sembra proprio meritevole di indagine.

  21. Giovanna C. il 5 aprile 2010 alle 22:06

    Seguo sempre con attenzione il blog di Angela: cosa ne pensa lei? La mia impressione è che due buchi così non possono essere casuali.

  22. nubar achrafian il 5 aprile 2010 alle 22:48

    ma allora dobbiamo aspettarci un un addizionale mea culpa per quanto riguarda il valore puramente letterario dell’opera, al di là del suo valore testimoniale? o di quello si continua a pensar male? (nel 1994 ricordo nitido il disinteresse e l’ansia di liquidare l’opera di un docente pisano, e da allora ho sentito lo stesso atteggiamento echeggiare in varie voci, e corpi.) qualcuno mi può dare qualche indicazione sulla bibliografia critica su petrolio?

    nubar

  23. Ares il 6 aprile 2010 alle 13:30

    Pare che tutti siano andati a letto con Pasolini, tanto da saperne illustrarne dinamiche comportamentali e relazionali.. bah..

  24. franco buffoni il 6 aprile 2010 alle 23:18

    Ares, cadere in queste volgarità non le fa onore. franco buffoni

  25. francesco pecoraro il 7 aprile 2010 alle 09:24

    come sono i pantaloni quando sono a “zanna di elefante”?
    ricurvi?

  26. un bove il 7 aprile 2010 alle 10:49

    d’accordo sulla volgarità del commento di Ares, ma:

    “Seppi tutto del Pasolini notturno: abitudini, contatti, preferenze, insistenze, concessioni.”

    “sapevo da fonte certa che per Pasolini così non era. Non era più così da tempo. Con alcuni ragazzi il suo gioco era proprio quello di farli anche cedere. Un gioco più che altro cerebrale, che difficilmente concretizzava: gli bastava il gesto del cedimento. Che contestualmente significava anche avere chiuso con lui per sempre. Solo chi gli resisteva e lo “menava” aveva nuove chance di incontro.”

  27. franco buffoni il 7 aprile 2010 alle 10:56

    caro Francesco, si usavano negli anni settanta: strettissimi, fascianti fino al ginocchio, poi larghi fino alla caviglia.

  28. georgia il 7 aprile 2010 alle 11:01

    franco quelli erano a zampa, pecoraro ha detto a zanna ;-) … voleva essere una battuta … non era granchè, ma pur sempre battuta voleva essere …

  29. Ares il 7 aprile 2010 alle 12:49

    Volgarità ? .. in che senso ? o|°

    Ho solo espresso un’ impressione..

    ..pare tutti conoscano nel dettaglio le consuetudini e vezzi sessuali di PPP;

    un’ affermazione come questa, ad esempio:

    “Con alcuni ragazzi il suo gioco era proprio quello di farli anche cedere. Un gioco più che altro cerebrale, che difficilmente concretizzava: gli bastava il gesto del cedimento.”

    mi fa pensare ..

    .. o vogliamo dire che è solo un pettegolezzo senza reale fondamento ?

    .. bah

  30. francesco pecoraro il 7 aprile 2010 alle 14:23

    @georgia
    d’accordo se fosse stata una battuta.
    il fatto è che buffoni ha scritto proprio “zanna”, non “zampa”.
    questioni marginali, naturlich.

  31. georgia il 7 aprile 2010 alle 14:30

    ho visto, ma non me ne ero accorta nella veloce lettura.
    evidentemente buffoni non se n’è ancora accorto ;-).
    Ad ogni modo i pantaloni a zanna d’elefante è molto carina ….

  32. Ares il 7 aprile 2010 alle 15:55

    .. “zanna d’elefante” .. qui siamo passati ad un’attivazione sinaptica verso memorie erotiche incosce ^__^

  33. Ares il 7 aprile 2010 alle 15:58

    ai.. ai..ai..quei pantaloni attilatti devono aver fatto stragi di cuori ^__-

  34. gina il 7 aprile 2010 alle 20:28

    :)
    ok
    non era un refuso. ma cerchiamo di non sollevare un vespasiano.
    (e in ogni caso ares non dare alito ai pettegolezzi)

  35. franco buffoni il 7 aprile 2010 alle 23:22

    Ovviamente trattasi di refuso

  36. francesco pecoraro il 7 aprile 2010 alle 23:59

    Posso esprimere scetticismo senza per questo essere considerato (condizione suprema cui vanamente aspiro) cinico?
    Praticamente è da quando sono nato – diciamo meglio: è dalla Strage di Piazza Fontana il 12 dicembre del ‘69 – che, assieme a molti altri individui chiamati «italiani», subisco una sequenza infinita di fatti di sangue privi di colpevole, sui quali si sono moltiplicate le ipotesi più diverse, tutte non comprovabili, al punto che lo stesso Pasolini scriveva di sapere, ma senza avere le prove.
    Sono decenni che tutti crediamo di sapere, ma senza avere le prove, e questa resterà la nostra condizione, vale a dire la condizione di un Paese mai nato, perché mai pervenuto ad una Verità Condivisa su almeno uno dei fatti che a partire da quel 12 dicembre (data convenzionale) lo hanno insanguinato.
    È noto che per sentirsi parte di una comunità di cives occorre con-dividere qualcosa, almeno una cosa che non sia discutibile, sulla quale non esistano molte verità, ma una sola, occorre fiducia in qualcosa di messo in comune, in almeno una istituzione.
    La morte di Pasolini ci lasciò attoniti quando l’apprendemmo quel mattino del due novembre del Settantacinque: come se fino ad allora non fosse stato abbastanza, ecco arrivare la notizia della morte di Pasolini. E neanche quello sarebbe stato abbastanza, negli anni a venire la dose sarebbe stata rincarata oltre ogni limite allora immaginabile.
    Il Paese che aveva tentato di sollevarsi dalla triste condizione culturale degli Anni Cinquanta stava per esaurire la sua spinta e da lì a qualche anno avrebbe iniziato la lenta parabola discendente che ancora dura e che ci ha condotto dove siamo ora.
    Non sapremo mai chi ha ucciso Pasolini, se è stato ucciso da qualcuno diverso da Pino Pelosi.
    E non sapremo mai niente di tutto il resto: è anche per questo che facciamo ormai così fatica a sentirci cittadini di questo qualcosa che ancora, per pura convenzione, chiamiamo Paese.
    Almeno per me, è così.

  37. andrea barbieri il 8 aprile 2010 alle 12:43

    Be’ per essere un refuso quello di Buffoni è un ottimo refuso, perché la zanna d’elefante ha esattamente la forma dei pantaloni anni settanta detti a zampa d’elefante.
    L’immagine sotto potrebbe essere un modello vintage di ‘tusk-jeans’ con applicazioni in stile orientale:
    http://i23.ebayimg.com/04/i/000/9c/13/fbfb_10.JPG
    come vedete l’immagine rende meglio l’idea dei quattro cotechini tubolari in dotazione agli elefanti per deambulare, cotechini che a livello linguistico attraggono così magneticamente Francesco Pecoraro.

    Scusate, torniamo a Pasolini.



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