La responsabilità dell’autore: Christian Raimo

6 aprile 2010
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[Dopo gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo Erri De Luca, Luigi Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti, Dario Voltolini, Tommaso Pincio, Alberto Abruzzese, Nicola Lagioia, ecco le risposte di Christian Raimo]

Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici, che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?

Lo sguardo che riesco a avere sulla nostra letteratura contemporanea, poesia e narrativa, è ovviamente sempre parziale, per quanto sia un lettore forte, che compra e legge libri appena usciti, che si tiene aggiornato su riviste, blog, che segue consigli di lettura, che cerca di non avere pregiudizi. A partire da questa parzialità faccio delle sintesi. La prima che mi viene è sociologica. La letteratura mi sembra diventata in Italia una specie di alibi. Essendosi ristretto al lumicino lo spazio pubblico (le potenzialità della politica, la forza del volontariato, la credibilità della chiesa, l’autorevolezza della scuola e dell’università, il ruolo in generale di quello che dall’illuminismo in poi è stata l’ “opinione pubblica”…), si è provati a occupare lo spazio letterario come riserva di uno spazio pubblico. Questo è avvenuto con gli scrittori impegnati come con i festival della letteratura, come per esempio con questo stesso questionario a cui sto rispondendo – che ha un evidente valore politico. Ma un valore politico, come dire, compensatorio. Quindi fragile.
La seconda sintesi è più critica. E qui parlo da scrittore. E riformulo la domanda così, brutalmente: ci sono degli scrittori e dei poeti che ammiri, che copi, a cui ti ispiri, che invidi, nel panorama contemporaneo italiano? E’ un modo forse troppo franco ma per me ha un valore di verità: non leggo per fare conversazione in società o per essere aggiornato, ma per provare piacere, e per conoscere il mondo che mi circonda. La risposta è sì: questi autori ci sono. C’è stata negli ultimi quattro, cinque anni, a mio avviso, una presa di responsabilità individuale da parte di vari scrittori e poeti, che hanno visto come non potevano fidarsi più del riconoscimento facile da parte di un’industria culturale in cerca di autori intercambiabili, innocui, e hanno deciso di fare dei percorsi più solitari. Di ricominciare a scrivere contro se stessi piuttosto che per un fantomatico editor. Questo processo è avviato e ha dato spazio a libri importanti come quello di Nicola Lagioia e Francesco Pacifico, per parlare di due persone di cui conosco la vicenda letteraria in modo profondo. Ma senza fare troppi nomi (sarebbe un elenco parziale per forza di cose, e non mi va di ritrovarmi come Giorgio Vasta quando rispondendo a “Repubblica” a una domanda simile a questa e elencando una ventina di nomi importanti nella narrativa italiana di oggi, si è ritrovato ad avere a che fare con il risentimento degli esclusi), la cosa interessante per me è che anche quelli che giudico fallimenti, o semi-fallimenti di un autore, per me sono sintomi di libertà. Si possono fare uscire libri molto strani oggi in libreria: pensate soltanto per citare un altro autore, gli ultimi tre titoli quasi contemporanei di Giulio Mozzi: un non-corso di narrazioni, una serie di microracconti a frammenti, e un saggio su Eluana Englaro. Questo può farmi pensare: ah, perché non lascia stare tutta questa dispersione e scrive un romanzo vero, dostoevskiano?; ma posso anche dire: beh, quanta generosità.
Terza sintesi: il noir. Beh, qui non si può fare a meno di riconoscere, dati alla mano, come il noir abbia adombrato se non sostituito in Italia la letteratura mainstream. Con tutte le commistioni possibili, ma è così. In Italia, la storia politica recente è elaborata soprattutto attraverso delle narrazioni che hanno a che fare con il crimine. Oggi uno studente di vent’anni che vuole sapere qualcosa del mondo che attraversa legge Lucarelli, Carlotto, De Cataldo, e meno facilmente Busi o Siti. Devo pensare che quello che sono riusciti a fare gli scrittori di genere in Italia è stato importantissimo, conservare nella narrazione scritta o orale, una memoria e una possibilità di elaborazione collettiva che altrimenti si stava perdendo. Fino a dieci anni fa gli anni ’70 erano un irracontato, oggi come ci ha fatto vedere Demetrio Paolin in Una tragedia negata, le cose sono di molto cambiate. Il punto è che sono stati soli: la narrazione del nostro passato recente come “romanzo criminale” ha mangiato un po’ tutte le altre: il romanzo sentimentale, il romanzo di formazione, il romanzo d’avventura, il romanzo filosofico, il romanzo famigliare, il romanzo di provincia. Mi piacerebbe che avvenisse un po’ di riequilibrio.
Quarta sintesi: la poesia. Qui mi trovo più a disagio. I poeti in Italia non contano nulla. Non vengono letti. Non vengono analizzati. Non vengono capiti, quando vengono letti. E la pratica poetica diventa spesso un alibi ancora peggiore. Un’occupazione da letterati anonimi. Il mercato che per la narrativa fa un’operazione di scrematura di massima tra ciò che è pubblicabile e ciò che non lo è, non ha la stessa funzione draconiana per la poesia. Quindi cosa accade: da una parte la museificazione, vedi quel che successo con la Merini e Luzi e che accade oggi in vita con Zanzotto, Pagliarani, etc…; dall’altra l’autoreclusione. Gli unici poeti italiani che riescono a gettare un labile ponte verso il mondo sono Aldo Nove e Patrizia Cavalli: sono sguardi riconosciuti da una fetta di lettori più ampia di quella dei lettori di poesia. Il resto è autoottico. La responsabilità non credo che ricada sugli autori, ma sul resto dell’industria culturale. Ma c’è qualcosa che gli autori possono fare? Credo di sì: cercare un codice ibrido che possa trovare spazio negli interstizi della comunicazione cafona dei media oggi. M’interessano in questo senso, per il lavoro sul mezzo poetico, quello che scrivono poeti come Edoardo Albinati, Francesca Genti, Flavio Santi, Marco Simonelli, Sparajuri, o il compianto Simone Cattaneo: un filone pop, narrativo, che se trovasse un agente di contrasto (una critica più attenta, una fruizione più ampia) potrebbe crescere ed essere la testa di ponte per rimettere la parola poetica nella koiné letteraria italiana, da cui è stata esclusa di fatto.
Detto tutto questo, ossia indicato quali sono per me delle linee interpretative che mi sembrano più efficaci, vorrei dire un’altra cosa. Diffido delle sintesi sull’esistente (quindi anche di quelle che ho appena fatto): compongono uno sguardo geografico che si vuole storico, e rischiano di essere predittive invece che descrittive. Lo dico alla luce del dibattito sul New Italian Epic. Con tutte le buone intenzioni del caso, quello che i Wu Ming hanno creato è una griglia interpretativa così connotata da essere appunto predittiva: uno sguardo che si fa modello. La responsabilità anche qui è di chi non propone un dibattito nel merito. In questo senso il carteggio tra Tiziano Scarpa e Wu Ming un anno fa mi è sembrato una delle cose più interessanti sulle retoriche della letteratura contemporanea italiana.

Alla seconda parte della domanda, quella sui critici che indicano il deserto e l’apocalissi, mi viene da rispondere che nel migliore dei casi sono in malafede. Nel peggiore sono incompetenti. Se sono in malafede, i critici parlano male di quello che li circonda perché vogliono mantenere una posizione di potere. Se dico che non c’è niente di interessante all’orizzonte, vuol dire che la cosa più interessante sono le mie stroncature sagaci. E’ un baronaggio della critica, che credo ci sia sempre stato. Nessuno vuole morire. A nessuno piace essere sostituito da persone più giovani e brillanti di te. Ma credo che negli ultimi tempi, visto che i ruoli di potere culturale spesso corrispondono semplicemente a dei lavori con uno stipendio fisso, fare i critici baroni vuol dire anche semplicemente conservarsi i soldi per pagare il mutuo della seconda casa.

Ti sembra che la tendenza verso un’industrializzazione crescente dell’editoria freni in qualche modo l’apparizione di opere di qualità?

Sono d’accordo con quello che hanno detto molti sulla grande distribuzione, sull’imbuto che si crea tra il lavoro degli autori sostenuto magari anche in maniera passionale e militante dalle case editrici trovi un imbuto, nella filiera del libro, nella distribuzione e nella collocazione in libreria. Se a me editore arriva in mano quello che giudico un libro importante se non un capolavoro, e la distribuzione mi prenota 1200 copie, io editore che dovrò fare? E’ una domanda a cui non ho risposta.
La soluzione va trovata altrove: allargare lo spazio dei lettori è un tentativo che deve coinvolgere altri soggetti: istituzioni, scuole, università, famiglie. Mi piacerebbe che visto che oggi più che un papa buono abbiamo un papa colto, che questo papa per esagerare, dicesse in un Angelus: La sera quando andate a casa, prima di addormentarvi, leggete qualche pagina di un libro ai vostri bambini.

Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?

Se fosse possibile, adotterei per i giornali lo stesso criterio che si usa in Nazione Indiana: non si fa promozione. O se si fa, si usano degli strumenti meta-critici. Il panorama in questo senso è desolante: c’è un’ufficistampizzazione galoppante delle pagine culturali. Provate a andare nei siti delle case editrici e leggere le recensioni ai libri: l’80, il 90 % sono rielaborazioni appena mutate delle schede che l’editore fa per i librai. Il libro è un oggetto strano, il suo è un valore che non si accorda al mercato. Perché la sua qualità migliore è quella di durare – il contrario di quello che serve al consumismo. Se oggi uscisse un capolavoro, chessò Moby Dick, l’auspicio sarebbe quello che i lettori se ne accorgessero, che diventasse un classico. Ma le pagine culturali si troverebbero a disagio. Che fare? Abbiamo già dato un’anticipazione la settimana scorsa, tutto l’elenco dell’etimologia della balena, che facciamo questa settimana un’intervista all’autore? E la prossima: parliamo del rapporto tra colpa e politica in America? Per le pagine culturali la cosa migliore sarebbe che non uscissero libri importanti, libri destinati a durare. Ogni tanto succede qualche evento letterario che fa cortocircuitare in questo senso la macchina di anticipazioni-interviste-segnalazioni-recensioni delle pagine letterarie. E’ successo con le Benevole di Littell qualche anno fa: vari critici hanno provato a controbattersi a partire da un’opera che chiedeva quel confronto. Ma sono casi rari.

Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?

Lavoro in una casa editrice, la minimum fax, e quindi sono molto parziale. Mi sembra che le case editrici debbano svolgere da sole un ruolo che non è il loro, quello di laboratori culturali – in sostituzione dell’università, delle riviste, delle redazioni dei giornali, dei partiti politici… – e lo fanno quanto meglio possono, spesso sbagliando, spesso con presunzione, spesso con approssimazione. Prima erano l’anello di congiunzione tra questi mondi e il pubblico dei lettori. Oggi sono la parte attiva. Pensate a Chiarelettere, ha la funzione di un partito pressoché.
C’è poi la questione dell’industrializzazione delle case editrici. E anche qui, il discorso si è rovesciato. Prima le case editrici andavano a chiedere soldi all’università, alle istituzioni; oggi le istituzioni, le università vanno a elemosinare un po’ di riconoscimento, di spazio alle case editrici. Nel mercato librario girano ancora un po’ di soldi che altrove non ci sono più.
Gian Arturo Ferrari dice, non vorrei ricordare male, che Giulio Einaudi era un editore molto criticabile perché ha fatto fallire la sua casa editrice. Ma è la premessa a essere sbagliata. È l’idea che l’investimento culturale debba essere in attivo da un punto di vista economico, per di più a breve termine.

Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?

La rete ha cambiato effettivamente il concetto di pubblicazione. E ha migliorato le possibilità di confronto a latere. Citavo Wu Ming e Tiziano Scarpa, ma è il contesto che è diventato virtuoso. I blog letterari, i blog culturali in generale. Anche le case editrici, i giornali hanno dovuto porsi in modo diverso. Se cercavano un feedback che non fosse miserrimo, hanno dovuto cominciare a adottare un discorso che altri avevano intrapreso con le loro modalità.
Il pezzo recente di Janeczek sull’opportunità di pubblicare con Berlusconi è un esempio di questa necessità di analisi e della sua forza. Se si riuscisse a portare all’esterno (sui giornali, negli altri media) almeno un po’ di questa complessità, credo che l’Italia migliorerebbe.
L’unico pericolo che vedo è la limitatezza della parola scritta; in questo senso sono platonico, e concordo con il mito di Theuth. Mi piacerebbero più teatri pubblici di quartiere e meno piazze virtuali.

Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme?

Tutta la cultura va sostenuta, finanziata, stimolata. Dalla scuola ai giornali ai teatri pubblici. In qualsiasi modo. Detassate. Fate bandi pubblici. Indite premi con fondi cospicui. Il denaro pubblico per la cultura come per la ricerca non è mai speso male, se si garantiscono criteri di correttezza. Penso che vadano sostenute soprattutto le presenze sul territorio. Librerie e biblioteche soprattutto. Ogni piccolo paesino in Italia dovrebbe avere una bella biblioteca civica, con videoteca, spazi multimediali, sale: potrebbe essere uno slogan di un programma della sinistra.

Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo …), che ha una risonanza sempre maggiore all’estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?

Gli scrittori sono costretti a fare le coscienze civili. E si può istillare un equivoco. Che gli scrittori siano delle anime belle, chiamati a stare dalla parte giusta. Gli scrittori che vogliono un ruolo attivo nella società devono secondo me sottrarsi a quest’equivoco. Possono essere importanti come cittadini. Possono essere molesti se impongono la loro patente da scrittore in un discorso politico. Non sono d’accordo insomma con l’uso che fa Roberto Saviano della letteratura. Citare Salamov o Saro-Wiwa come scrittori di riferimento è forzare dentro un canone d’impegno il ruolo della letteratura. Vorrei che gli scrittori facessero i politici (con i loro mezzi, con saggi, editoriali; e anche senza questi mezzi, come semplici cittadini) ma che evitassero di ibridare i discorsi: perché a lungo andare le due prospettive si annacquano l’una nell’altra. Ed ecco gli scrittori che fanno i politici ma non direttamente (Saviano), ed ecco i politici che cercano di fare gli scrittori (Veltroni). Perdiamo due occasioni in una sola volta. La parola scritta diventa innocua da un punto di vista sia emozionale che sociale. La letteratura è lo spazio della complessità: in un romanzo posso essere razzista, berlusconiano, pedofilo. In un romanzo posso dare vita a personaggi che non esistono. Posso non testimoniare un bel nulla. Posso criticare un regime totalitario scrivendo Il castello.
Se ci si deve schierare, lo si faccia rivendicando un ruolo di persone pensanti, non sostituendo una retorica all’altra.

Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?

Ho già risposto, credo.

Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?

Anche a questo credo di avere già risposto.

Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali “Libero” e il Giornale, caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell’informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe …), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?

Occorre secondo me segnare un discrimine diverso. Tra professionalità e incompetenza. Tra onestà intellettuale e sciatteria. Tra autonomia e sudditanza politica. Il male della democrazia italiana oggi, il maggior male è l’analfabetismo logico. La destra in questo vince tutti i giorni: riuscendo a imporre la propria superficialità come prospettiva profonda. Io disprezzo “Libero” o “Il Giornale” perché sono giornali scritti male, che riportano notizie calunniose come nel caso di Boffo omosessuale o di Roth che si pente su Obama. Ma come disprezzo molto spesso Repubblica e il Corriere per la loro opera di pervasiva semplificazione promozionale dei messaggi. Il lavoro di militanza non può limitarsi al boicottaggio dei contesti però. Occorre fare un’operazione di secondo grado. Una meta-critica alla carta stampata. Come accade sul vostro sito con i pezzi di Tonello, o quello di Pellini sull’articolo integralista di Messori. O come accade nel blog di Federica Sgaggio. Se fossi in Nori, espliciterei questa contraddizione nel contesto: proverei a vedere se si può sputare nel piatto in cui si mangia. La democrazia per me è proprio questo: avere la possibilità di sputare nel piatto in cui si mangia.

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80 Responses to La responsabilità dell’autore: Christian Raimo

  1. Il fu GiusCo il 6 aprile 2010 alle 16:44

    > Il resto è autoottico

    Invero no, la pratica poetica (anche la sola lettura) e’ molto diffusa. Il poeta e’ oggi un x-poeta, cioe’ un insegnante-poeta nella gran parte dei casi, ma anche un avvocato-poeta, un tecnico-poeta, un libraio-poeta ecc.

    Il rifiuto della poesia letto in tante risposte al questionario non e’ l’effetto della marginalita’ della stessa, che c’e’ sempre stata, ma esattamente della insufficiente mercatabilita’ / compromissione della stessa. Cioe’ la poesia a mezzo di spicciolo spaccio mercantile, non e’ stata piegata. Non e’ profittevole. Quindi, dicono Pincio e Raimo soprattutto (ma anche molti altri), non interessante, non merita di essere letta, e’ un ripiego da prosatore fallito ecc. ecc. (quando tanti prosatori sono poeti falliti, invece).

  2. andrea inglese il 6 aprile 2010 alle 19:11

    Raimo:
    “Il denaro pubblico per la cultura come per la ricerca non è mai speso male, se si garantiscono criteri di correttezza.”

    Se non sbaglio, rispetto a molti degli interventi avuti finora, Raimo è in controtendenza. Meno male! Mi sembra che fosse finora prevalente l’interiorizzazione dell’aggressore: sostegno pubblico alla letteratura no grazie! Il principio stesso è stato più volte screditato, laddove nella maggior parte dei paesi civili lo stato si impegna anche a sostenere le arti e la letteratura in vari modi. Ma siccome noi non abbiamo avuto quasi nulla in questo senso, tendiamo allora a sostenere che il disimpegno dello stato non solo è triste condizione contingente, ma anche sano principio universale.

  3. Sascha il 6 aprile 2010 alle 20:05

    Concordo molto sull’eccessiva prevalenza del noir nella visione del mondo dei letterati italiani, specie quelli che vorrebbero essere ‘contro’ ma che in realtà riescono solo, quando ci riescono, a fare dell’ottimo intrattenimento.
    La criminalità è sì parte integrante della vita e della storia italiane ma quando se ne fa il cardine di tutto l’effetto è, semplicemente, quello di rendere una verità una mezza menzogna. Specie poi se lo scopo, non ammesso, è quello di vendere con un genere che alla gente piace. Come piace l’idea che il dominio di certi personaggi possa essere fatto risalire a complotti e cospirazioni, altro genere di successo. Letteratura consolatorio poichè per il lettore è facile identificarsi coi buoni e stabilire che non si parla di lui ma degli altri, i cattivi.
    Libri come quelli di Busi e Siti, in effetti, finiscono per rendere molto meglio la grana della vita italiana, almeno in quelle numerose regioni in cui la criminalità organizzata non domina. Come ho già detto spesso di recente, un romanzo come Suicidi Dovuti spiega la radice del berlusconismo, del leghismo e del clericalismo odierni molto meglio di Saviano, Travaglio, De Cataldo, Lucarelli etc etc, soprattutto perchè non è consolatorio nei confronti dei suoi lettori.
    Concordo anche sulla povertà e ufficiostampizzazione delle pagine culturali dei giornali. A mio avviso la comunicazione online ha dei limiti enormi, non la vedo affatto come un bene puro e semplice, ma si finisce per dovervi ricorrere in mancanza di meglio.

  4. Valter Binaghi il 6 aprile 2010 alle 20:49

    “Essendosi ristretto al lumicino lo spazio pubblico (le potenzialità della politica, la forza del volontariato, la credibilità della chiesa, l’autorevolezza della scuola e dell’università, il ruolo in generale di quello che dall’illuminismo in poi è stata l’ “opinione pubblica”…), si è provati a occupare lo spazio letterario come riserva di uno spazio pubblico.”

    Questa è una cosa molto importante.
    Andrebbe analizzata a fondo.

  5. ng il 6 aprile 2010 alle 21:14

    Se penso alle valenze “oppositive” che, di recente, sono state assegnate al noir e a tutta la letteratura “di genere”, mi sento meno solo quando leggo Raimo che rileva il carattere COMPENSATORIO di certa letteratura o Sascha che ne sottolinea il lato consolatorio. La stessa cosa andrebbe detta per un fenomeno letterario qui poco considerato, quello che deriva dal cosidetto “teatro di narrazione”, o “civile” che dir si voglia. Una volta c’erano i militanti che si sostituivano alla classe, ora ci sono gli scrittori …

    Ho invece molti dubbi sulla ricetta di Raimo per la poesia. Se un autore si mette a tavolino a creare “un codice ibrido che possa trovare spazio negli interstizi della comunicazione”, vuol dire che violenta se stesso per andare incontro al gusto dominante. Mi pare francamente squalificante. Meglio restare se stessi, anche se ai margini della comunicazione mass-mediatica.

    Anche sulla presunta incompetenza o malafede dei critici “che indicano il deserto e l’apocalissi” ci sarebbe da discutere. Forse, costoro, hanno un’idea di letteratura che non coincide con la maggior parte delle cose fatte passare come tale. Siccome si tratta di persone con un “curriculum” critico di tutto rispetto, e in molti casi anche dotate di una non comune capacità analitica, forse varrebbe la pena di interrogarsi sui motivi reali che li portano a posizioni così perentorie. Chissà, magari hanno in parte ragione. Ma parlarne così, in astratto, senza riferirsi a passi precisi o a dichiarazioni esplicite, non ha senso.

    Anche sul sostegno alla cultura, in astratto, non ha senso esprimersi. Con quali criteri si scelgono gli autori o le istituzioni da finanziare? Chi decide? Ragazzi miei, abbiamo, in Italia, il caso del FUS: lo si studi, si osservi quali meccanismi contorti ne sono alla base, quali scambi clientelari, quale assoluta negazione della qualità a favore della quantità, e poi ne possiamo riparlare. Mi pare di poter dire, però, che persistendo un sistema sociale del nostro tipo, ogni finanziamento alla cultura si trasformerà sempre in cultura di stato, il cui scopo principale è il consenso.

    NeGa

  6. Marco il 7 aprile 2010 alle 04:47

    Interessante.

  7. G. P. il 7 aprile 2010 alle 08:01

    Scusi Raimo, ma questa è apologia di Nori: anche Ciano fu allora un democratico, o per restare a Libero, Borso che vi pubblica una difesa di Pasolini da parte di Comisso (con annesso attacco ai preti).

  8. G. P. il 7 aprile 2010 alle 08:03

    Mi riferisco al finale della sua untervista: “Se fossi in Nori, espliciterei questa contraddizione nel contesto: proverei a vedere se si può sputare nel piatto in cui si mangia. La democrazia per me è proprio questo: avere la possibilità di sputare nel piatto in cui si mangia.”

  9. christian raimo il 7 aprile 2010 alle 09:11

    Sputare nel piatto in cui si mangia per me vuol dire porre il problema della sanità pubblica sui giornali degli Angelucci (Riformista, Libero), o occuparsi di fonti energetiche su Repubblica (proprietà De Benedetti, patron di Sorgenia), per dire.
    Ognuno dovrebbe chiarire il contesto anche di potere in cui parla: qui ho provato a farlo (sono un ex-redattore di NI per cui…, lavoro a minimum fax per cui…, faccio lo scrittore e ho alcune amicizie per cui…). Chiarire la parzialità della propria retorica, provare a essere autotrasparente, chiamare gli interlocutori a una dialettica critica, vuol dire avere a cuore una verità democratica secondo me, per come ce l’ha insegnata Socrate.
    I valori di libertà si provano nel proprio ambito. E magari esigono qualche sacrificio. Sputare nel piatto in cui si mangia vuol dire anche mangiare il proprio sputo, nel caso nessuno ti cambi il piatto.

  10. christian raimo il 7 aprile 2010 alle 09:26

    @ fu giusCo
    ho tradotto per Fandango, in dieci anni di lavoro, The Golden Gate, il romanzo in versi di Vikram Seth, 590 sonetti – in originale un capolavoro indiscutibile: è il mio debito pagato nei confronti della poesia. In Italia non se n’è sentito parlare. Il mio non è un atteggiamento liquidatorio, ma una constatazione.
    Amo il lavoro che fa per esempio Tony Harrison, quando scrive editoriali per il Guardian in versi.
    Qualcuno in Italia potrebbe imitarlo.

  11. dinosauro il 7 aprile 2010 alle 09:47

    Ok Raimo.

  12. georgia il 7 aprile 2010 alle 10:46

    Sputare nel piatto in cui si mangia

    sì, in teoria quello che dici è un buon sistema, ma è l’esempio dello sputo che non condivido … sputare è troppo facile, non costa nulla e l’italia al momento mi sembra diventata solo una gigantesa sputacchiera … ad ogni modo buon lavoro (buono sputacchio)
    ps.
    concordo che giornale e libero siano scritti da cani, che siano razzisti, omofobi ecc (anche se a dire il vero mi ha scandalizzato anche l’articolo gratuitamente misogino di massimo fini sul Fatto), però sull’intervista a roth sbagli ad accusare il solo Libero. il signor tommaso debenedetti ha fatto un centinaio di interviste false e le ha rifilate a quasi tutti i giornali.
    Era già famoso per aver pubblicato su l’indipendente una falsa intervista a le carrè dove faceva fare al povero le carre, in periodo elettorale, lodi sperticate ed elogi imbarazzanti a berluscono (in realta considerato da le carre un pazzo pericoloso) e offese brucianti su prodi.
    Beh malgrado sia stato scoperto la cosa non è servita ad impedirgli di rifilare false interviste a destra e a manca.
    La sua carriera risale agli anni novanta …sarebbe interessante sapere se ha sempre lavorato in proprio o se qualcuno lo pagava … non per fare la dietrologa ma certo che se, come dice lui, ogni intervista gli veniva pagata solo 20 euro, una ricarica del cellulare :-)… beh il sospetto viene ;-)

  13. Sascha il 7 aprile 2010 alle 11:38

    Interessante il fatto che molti gli dessero credito in quanto nipote di Giacomo Debenedetti, a parte il fatto che le interviste in genere fossero tagliate per i pregiudizi di una certa parte politica.

  14. Alcor il 7 aprile 2010 alle 12:33

    A che numero siamo?
    E quante ne mancano?

    Perché a parte due o tre sulle quali c’è stato del resto un certo consenso, trovo le risposte, in generale, di poco interesse, non perché non si possano qua e là condividere, non perché siano state dette cose insostenibili, ma la sensazione è che le persone interpellate, a parte due o tre, come ho detto, abbiano risposto solo perché ci si son trovate.
    Poi uno dice che la cultura va finanziata e l’altro no.
    Un secondo dice che conta il testo e non la sede.
    il terzo che conta la sede e non il testo.
    Un quarto che questo e un quinto che quello.
    Ma alla fine mi pare che questi siano problemi sui quali gli scrittori si son fatto un’opinione, certo, ma un opinione, niente di più.
    E spesso ce la comunica sciattamente. E non vedo che inneschi una riflessione autonoma e più ampia.
    Quasi nessuno, mi pare, ha approfittato di queste domande per approfondire, per fare un discorso critico.
    Vedremo le altre, ma a questo punto della strada non mi aspetto molto perché mi pare chiaro che l’attenzione sul contesto generale è scarsa.
    Si vedono le cose, sì, si ha anche qualcosa da dire, volendo, ma così, en passant.

  15. Alcor il 7 aprile 2010 alle 12:35

    “si sono fatti” “ce la comunicano”

    sempre interessanti invece i commenti di ng

  16. Alcor il 7 aprile 2010 alle 12:42

    e questo potrebbe voler dire, in effetti, non solo che una società letteraria non c’è più, che mi pare sia un’opinione abbastanza condivisa, ma che anche le comunità, sempre che ci siano, sono minime e chiuse

  17. Alcor il 7 aprile 2010 alle 12:46

    perché se ci fosse, aggiungo, si sentirebbe la voce dello scrittore che risponde ai membri di quella società e comunità, che sente la responsabilità di riflettere con quella società e comunità, e non solo la voce dello scrittore che risponde a qualche domanda che gli è stata fatta e solo perché gli è stata fatta

  18. marthagraham il 7 aprile 2010 alle 13:39

    quoto Alcor sul “quanto ne mancano?” , giusto così, per regolarsi nel frattempo-);

  19. lorenzo galbiati il 7 aprile 2010 alle 14:59

    Sputare nel piatto in cui si mangia

    significa per lo più diventare ancora più complici perché un minimo di dissenso interno è sempre garantito e aiuta la testata a farsi belli, a potersi vantare di essere democratici – se non più democratici di altri: Libero potrebbe che quelli di Repubblica o del Manifesto non hanno uno scrittore di destra che scriva per loro sputando nel piatto in cui mangia.
    Berlusconi di questo discorso ne ha fatto bandiera dicendo che le sue reti erano piene di gente [falsamente, per lo più] di sinistra (Ricci, Costanzo, Mentana, le Iene, la Gialappa’s e non so chi altri ma in passato c’erano anche Dandini, Santoro ecc.). Come spiegava Travaglio, in effetti la Fininvest di allora, ora Mediaset, poteva, può, andare anche un po’ oltre della Rai nella critica a Berlusconi, perchè sa bene il limite da non valicare – limite in termini quantitativi (spazio dato alla critica) e qualititativi (tipo di critica permessa: mai permessa quella che spieghi le beghe giudiziarie di Silvio) – mentre alla Rai non sapendo bene il limite ci si deve fermare prima, salvo pressioni per chiudere la trasmissione.

    Quindi, ritengo del tutto fallimentare l’idea di sputare nel piatto in cui si mangia perchè è interna alla logica che si vorrebbe scardinare, la quale non può che uscirne rafforzata, con una ancora più forte capacità fagocitante e manipolatoria. Portata all’estremo, infatti, se alcuno pensasse di combattere il monopolio berlusconiano (in cui metto anche Libero) cercando il più possibile di entrarvi per poi sputare nel piatto in cui si mangia (la famosa battaglia al sistema dall’interno del sistema), otterrebbe come risultato la cancellazione di ogni alternativa al sistema, di qualsiasi forma di resistenza non controllata dal sistema stesso, e quindi permessa nel modo e nelle forme gradite al sistema monopolistico, che di fatto contribuiscono a perpetuarlo.

  20. lorenzo galbiati il 7 aprile 2010 alle 15:01

    Alcor
    A che numero siamo?
    E quante ne mancano?

    quoto tutto il commento.

  21. AMA il 7 aprile 2010 alle 15:07

    Ho trovato solo la testimonianza di Helena Janeczek pienamente convincente. E l’ho fatta in qualche modo anche mia.

    A Christian Raimo dico solo che, nonostante Nicola Lagioia, negli ultimi cinque anni non e’ successo niente di veramente rilevante, mi pare… Mi ha molto divertito l’accenno a Giulio Mozzi. Goffe le marchette, citando gli amici. Pienamente d’accordo su Saviano.

  22. Fausto il 7 aprile 2010 alle 15:12

    Penso che i tempi siano peggiorati tantissimo, se la Janacek come ha confessato uscì da Adelphi per il libretto di un morto, ed ora sta alla Mondadori per enne libracci di vivi.

    Fausto

  23. Marcello Fois il 7 aprile 2010 alle 15:32

    Non intervengo mai, ma questa volta… Che si è bevuto Alcor? Raimo è stato straordinariamente puntuale, non mi paiono le sue risposte di qualcuno che si è trovato lì per caso e ha detto le prime cose che gli sono venute in mente… Condivisibili o meno che possano apparire queste domande sono quelle che molti autori si fanno da tempo, mi pare ottimo renderle pubbliche, nonostante la “scafataggine” di quelli come lei, tendano a far sembrare gratuito qualunque dibattito. Se non è abbastanza soddisfatto delle risposte date finora perché non risponde Lei? O sta aspettando che qualcuno gliele faccia? Gliele faccio io, prego…

  24. Lello Voce il 7 aprile 2010 alle 15:50

    Ci sarebbe molto da dire, infine, sul rapporto tra prosa e poesia, e la maggior parte delle risposte a quest’inchiesta (si può chiamare ‘inchiesta’?) non fa che confermarlo. Tanto da non poter essere ridotto allo spazio di un commento e chissà che la mia mediocre volontà ed ancor più mediocre intelligenza non mi inducano a farlo, prima o poi. E sono già certo che se non lo farò, nessuno ne sentirà la mancanza….
    Ma c’è un passo di quest’intervento di Raimo che rende, in ogni caso, urgenti un po’ di righe.

    Il passo è questo
    “I poeti in Italia non contano nulla. Non vengono letti. Non vengono analizzati. Non vengono capiti, quando vengono letti. E la pratica poetica diventa spesso un alibi ancora peggiore. Un’occupazione da letterati anonimi. Il mercato che per la narrativa fa un’operazione di scrematura di massima tra ciò che è pubblicabile e ciò che non lo è, non ha la stessa funzione draconiana per la poesia. Quindi cosa accade: da una parte la museificazione, vedi quel che successo con la Merini e Luzi e che accade oggi in vita con Zanzotto, Pagliarani, etc…; dall’altra l’autoreclusione. Gli unici poeti italiani che riescono a gettare un labile ponte verso il mondo sono Aldo Nove e Patrizia Cavalli: sono sguardi riconosciuti da una fetta di lettori più ampia di quella dei lettori di poesia. Il resto è autoottico.”

    Ciò che colpisce, in primis , è l’appiattimento di ogni canone di qualità artistica alla sua capacità di essere noto, comunicabile. Dato per scontato che a ciascuno di noi fa piacere essere conosciuto il più possibile, dire che ciò che vale in Italia sia questo o quella, solo perchè sono apprezzati da un pubblico più ampio, in pratica perchè vendono più copie, è uno sproposito. Come anche sostenere che possa essere proprio il mercato quello capace di donare nuovo senso alla poesia. Il mercato è fin troppo presente nelle dinamiche di composizione, edizione, distribuzione della prosa e a me pare che la quantità di cartaccia in prosa che circola non sia affatto inferiore alle camionate di versi autoreferenziali che pure, chi ha voglia, può leggere su questa o quella rivistina cartacea o digitale.
    Il problema di un’arte che non ha valore di scambio (o che ne ha pochissimo) ma che continua evidentemente (visto il numero di scriventi versi) ad avere un valore d’uso, non è un problema ‘artistico’. La capacità espressiva e il valore artistico di un’opera 8qualsiasi opera) non hanno nulla a che vedere, in linea di principio, con il suo essere ‘comunicabile’…
    Ergo sarebbe bello che Raimo spiegasse meglio cosa intende quando dice che i poeti ‘non contano nulla’. Se è vero quello che penso che lui intendesse dire c’è da farsi venire i brividi….
    Il fatto che nessuno pagherà mai per i miei versi gli anticipi che si pagano invece anche per un romanzetto mediocre, ma con una ‘bella storia’(che è sempre la qualità più importante, por supuesto, una bella storia e una lingua ‘amichevole’ con il lettore) non significa ciò che crede Raimo, l’autorizzazione a scrivere frescacce data a chiunque, significa soprattutto che io, proprio per questo, compirò le mie scelte estetiche in totale libertà. Cosa che non è possibile per un bene il cui valore di scambio è prevalente. Mi pare incontrovertibile…
    Se la poesia fosse davvero inutile, sarebbe scomparsa da tempo, almeno un secolo e mezzo, e invece non è così. Anzi, altrove, in Europa vive assai meglio che qua (intendo per quanto concerne il suo valore di scambio) e ciò dipende dal fatto che altrove si legge (in generale) di più, dipende dalla scuola, dipende dalla storia. In altri luoghi ancora – dagli USA all’India, al mondo arabo, orientale, latino-americano, la poesia ha ben altra attenzione che in Italia. Anche da parte del mercato. E se Raimo avesse il garbo di interessarsi davvero di ciò che accade oggi alla poesia in Italia e nel mondo, dovrebbe ammettere che proprio quest’arte cenerentola sta mutando le sue forme, i suoi, modi, le sue dinamiche di composizione, espressione e comunicazione in modo ben più radicale della prosa, visto che più o meno si sta discorrendo della vexata quaestio dei ‘generi’… Se molti poeti italiani non vengono ‘capiti’ ciò dipende proprio dal fatto che la critica non ha gli strumeti formali, le categorie, per leggere correttamente questa mutazione. La museificazione di ottimi poeti come Zanzotto, accanto ad autori ben più mediocri, quali la Merini ne è la prova più ampia. Il mercato c’entra poco Zanzotto vende assai meno di Merini. Luzi ancor meno e non parliamo di Pagliarani o Villa. eppure si tratta di personalità che sono ormai nel ‘canone’ più o meno generalmente accettato…
    L’unica cosa autottica qui è l’analisi di Raimo, più editor o più poeta pentito non so, che si fodera gli occhi per rivestire del pannicello caldo dell’analisi neo-sociologica la stessa noncuranza nei confronti della poesia che altri suoi colleghi hanno qui espresso con franchezza a volte disarmante.
    si dà il caso però che la poesia abbia vissuto per secoli senza il romanzo, e per altri secoli ancora nonostante il romanzo. Non è possibile, mi pare, affermare il contrario, non ad oggi.
    Ma meno male che certe analisi, alla fine della fiera, come direbbe Raimo, non contano nulla. Anzi, meno di nulla…. meno ancora di quel codice ibrido che ci farebbe saltare sul carro della comunicazione cafona, che pure Raimo mi pare ci suggerisca come unica soluzione alla nostra inutile ineffabilità

  25. Guglielmo il 7 aprile 2010 alle 16:37

    @lorenzo galbiati
    quante ne mancano? io spero che prima che finisca la lista delle interviste dicano la loro autori che lavorano lontano dai riflettori e dai salotti (es. albinati, braucci, carraro, montesano) e magari qualche giovane che promette bene (es. cognetti, parrella, varvello, vasta), giusto per…

  26. G. P. il 7 aprile 2010 alle 17:09

    L’espressione sputare nel piatto ecc è infelice, o peggio la dice lunga su chi la usa: sottintende infatti un regime tirannico, dove l’unico modo (rabbioso-cinico) di ribellarsi è lo sputo. Siamo scesi così in basso?

  27. Guglielmo il 7 aprile 2010 alle 17:33

    mi correggp, volevo scrivere affinati non albinati. pardon

  28. Emanuele Trevi il 7 aprile 2010 alle 21:01

    oltre ad aver risposto in modo molto acuto a molte questioni, christian ha gettato un po’ di benzina sul fuoco esprimendo una sua idea sulla poesia, e facendo scendere in campo addirittura lello voce. meno male, perché questi commenti iniziano a diventare davvero stupidi dopo la soglia del trentesimo, con tutte quelle ossessioni sui grandi editori e i giornali di destra, e rancori privati incomprensibili ai più. devo confessare che anch’io sono stato un po’ colpito dalla durezza di christian, perché la mia prima formazione è stata essenzialmente poetica, tra fine anni settanta e primi ottanta, e in genere mi piace infilare delle poesie in tutti i miei libri, mi sembrano un arricchimento, un piccolo gorgo semantico. ma a parte le mie poesiole, devo dire che nella poesia italiana di oggi ci sono dei libri straordinari, da antonella anedda a valerio magrelli, l’ultimo libro di milo de angelis è indimenticabile, e per non stare sempre sulla mia generazione ci sono tantissimi giovani che fanno cose geniali (un solo nome: la fusco !) ed esperimenti notevoli come quella raccolta di poeti in prosa pubblicata da cortellessa che i lettori di “nazione indiana” sicuramente conoscono. però, certo, christian ha ragione quando dice che oggi il genere poetico in sé non è percepito, e non credo che si riferisca alle cifre di mercato. quando ero un ragazzino, un libro come “terra del viso” o “millimetri” di de angelis poteva occupare il centro della sensibilità letteraria pur vendendo, effettivamente, nemmeno mille copie. e non è che i “fosfeni” di zanzotto fossero un best seller ! allora, tento un passo avanti nel discorso, affermando che quello che oggi fa paura è un’atrofia del senso estetico, che si riduce al consumo di prodotti narrativi, raffinati o di massa che siano. per questo la distinzione tra noir e mainstream, anche se legittima, mi sembra meno interessante, di quella che si potrebbe fare tra prodotti letterari lineari, fondati su una trama (o su un insieme di trame) e prodotti non lineari, che suggeriscono tipi di lettura più vari, intensivi più che estensivi, fondati su una collaborazione massima tra i segni scritti sulla pagina e le potenze psichiche dei lettori. l’assoluto dominio della narrazione della trama ecc. nella sensibilità estetica contemporanea mi fa pensare a una pittura che rinunciasse a tutte le sue possibilità per dedicarsi esclusivamente ai quadri per i ristoranti e le sale di attesa: pagliacci, bimbetti, paesaggi rustici…magari qualcuno ne farebbe di sublimi (come accade che si pubblichino bellissimi romanzi) – ma questo restringimento, mai accaduto nella storia della scrittura, rischia di creare un vero deserto mentale. e fare un noir in versi, caro christian, purtroppo non servirebbe a nulla, serve semmai liberarsi dall’idea (ormai dominante) che l’unico interesse di un testo risieda nella sua capacità di raccontare una storia.
    basta con queste storie, che palle ! ce ne sono di molto migliori sul giornale !

  29. sara ventroni il 7 aprile 2010 alle 21:15

    Christian,
    (mettendo da parte il giudizio positivo sui poeti da te citati, che condivido in pieno)
    perché non accordi alla poesia lo stesso diritto alla molteplicità e alla ‘complessità’ che ascrivi alla narrativa?

    La poesia, non meno della prosa, vive nella varietà di stili, toni, forme, linguaggi e modalità di pubblicazione (nel senso di: circolazione del testo) e ricezione.
    Diamo per scontati i pessimi o gli ottimi risultati su tutti i fronti della scrittura, in prosa o in versi.
    Eppoi, pluri o monolinguismo a parte: il poeta, come lo scrittore, se proprio ha un dovere, è quello di scrivere quanto sa di dover scrivere, nei modi in cui questa necessità gli si fa avanti. Altrimenti non staremmo qui a parlare di libertà (necessità) ma di opportunismo stilistico e contenutistico. Ovvero: della discutibile tendenza che molti, mi pare anche tu, addebitano a certa narrativa contemporanea.
    Se io non capisco Thomas Pynchon perché la sua prosa è complessa, il problema è mio.
    Se io non capisco Amelia Rosselli perché i suoi versi sono complessi, sempre mio il problema è.
    Resto perplessa, dunque, al tuo auspicio/consiglio che vorrebbe spronare la poesia a sporgersi astrattamente verso non so quale pubblico o forme della comunicazione. Non significa nulla questo consiglio.
    Se non conoscessi il tuo percorso letterario e la tua onestà intellettuale, verrebbe da dire che ti stai rivolgendo al simulacro senile e patetico della poesia, con tono sussiegoso e sbrigatività. Alla prosopopea di una vecchia signora che, per rimanere sulla piazza, è invitata a rinnovare la carrozzeria.
    Altro discorso è la ‘vitalità’ interna ai versi: sempre esorbitante da dati anagrafici o scelte di stile. E’, appunto, una qualità interna, e non un accessorio: o c’è, o non c’è. E non te la puoi dare (né in prosa, né in versi) con iniezioni di nuovismo o un up-grade di forme; come, viceversa, la grammatica ‘poetichese’ non trasforma un testo con molti a-capo e tante buone intenzioni in una poesia.
    A ogni modo, mi fa specie che molti narratori fin qui interpellati considerino la produzione poetica contemporanea come un trascurabilissimo capitolo della letteratura intorno al quale non si sfigura a fare scena muta. Eppure – e lo dico non per ingenuo ottimismo – sono sicura di non essere l’unica che potrebbe fornire, a un ipotetico marziano in visita sulla Terra, le prove dell’esistenza di poeti e poetesse più-che-degni d’interesse, italiani e stranieri: persone a me contemporanee, le cui opere non solo io non ignoro ma delle quali – proprio come dicevi tu per Pacifico e Lagioia – conosco lo sviluppo nel tempo e, in alcuni casi, varianti e ultime stesure.
    Sono più numerosi di quel che si pensi, questi poeti-panda: diversi tra loro per età, stile, provenienza geografica, Bildung e attitudine. Talmente numerosi che, in questa sede, non ha senso citarli alla spicciolata, tanto per fare name-dropping.

    Poi, concordo in pieno (e mi sembra che tu non lo dica per facile benaltrismo) quando scrivi:
    “Ognuno dovrebbe chiarire il contesto anche di potere in cui parla […] Chiarire la parzialità della propria retorica, provare a essere autotrasparente, chiamare gli interlocutori a una dialettica critica, vuol dire avere a cuore una verità democratica”

    Per il resto, quoto Alcor.
    Dopo non so quanti interventi sul tema, e aldilà del diverso impegno speso nelle risposte dai vari scrittori, il piatto piange.
    Dato per assodato – ampiamente, da tutti gli interpellati – che la prima responsabilità dello scrittore è quella di scrivere il miglior libro che è in grado di scrivere (responsabilità dello stile) e data per scontata la distinzione tra opere letterarie e le opinioni della persona-scrittore espresse in altre forme e mezzi: qui, su N.I., non siamo dentro un romanzo, ovvero: qui si possono mettere sul piatto anche altri argomenti di realtà.
    Si può, insomma, rilanciare.
    Altrimenti agli scrittori va attribuita la sola competenza di “specialisti del ramo” interpellati sulla funzionalità (e le falle) del sistema.
    (E nemmeno tanto specialisti, poi, viste le lacune – autocertificate, nella maggioranza dei casi – sulla poesia).

  30. G. P. il 7 aprile 2010 alle 21:34

    GIGANTOMACHIA

    *christian ha gettato un po’ di benzina sul fuoco facendo scendere in campo addirittura lello voce*

  31. Enrico Macioci il 7 aprile 2010 alle 22:17

    Dice Raimo, a proposito della poesia:
    “Ma c’è qualcosa che gli autori possono fare? Credo di sì: cercare un codice ibrido che possa trovare spazio negli interstizi della comunicazione cafona dei media oggi.”
    Questa affermazione la trovo (a meno che non abbia mal interpretato) assai poco condivisibile. Il poeta ha realmente più di qualunque altro artista il diritto/dovere di essere libero. Non deve riferire nel senso più banale del termine. Non deve spiegare. Tanto meno deve mettersi in contatto con la “comunicazione cafona”. Scrive Bonnefoy, uno dei più grandi poeti viventi: “Nominare sembra permettere una partecipazione immediata e più che cieca alla fiamma violenta di ciò che è. Sarà sufficiente che le parole rifiutino la persuasione del concetto; che si trattengano dal servire, che ingannino lo spirito di osservazione naturale per rimanere il più possibile nella luce di ciò che non ha nome. […] Può essere che la poesia, impegnandoci nella ricerca dell’unità, in un rapporto il più assoluto possibile con la presenza stessa dell’essere, non faccia così che separarci dagli altri esseri, ristabilendo la dualità che pensavamo essere sparita. Può essere che la poesia non sia mai altro che un’impasse. Che non trovi la sua verità se non nella confessione del fallimento.” Fallimento, separazione, solitudine e il rischio assoluto dello scacco, il quale aumenta man mano che ci si allontana dalla norma, dalla standardizzazione imperante e disperante del linguaggio; non c’è nessun romanticismo, nessun vecchiume in queste asserzioni. La poesia è il taglio dalla “vita assente” che la “comunicazione cafona” ci impone da mane a sera.
    ps: richiamo all’attenzione il MERIDIANO di Celan; forse davvero arrischiarsi a parlare di poesia richiederebbe energie, competenze e spazi a parte; discuterne nell’ambito delle dieci domande è riduttivo.

  32. christian raimo il 8 aprile 2010 alle 02:10

    Sputare nel piatto

    Sputare nel piatto non vuol dire fare il guitto. Faccio un esempio facile forse: prendiamo Enrico Ghezzi e Antonio Ricci. Entrambi applicano un metodo poetico di derivazione situazionistica: fare televisione con la televisione. Ma mentre Blob dopo vent’anni è ancora in grado di detournare la retorica delle immagini, Striscia la notizia è un cinegiornale con le risate registrate. Perché questo? Perché indipendentemente dalle intenzioni, Ghezzi è una persona intelligente e Ricci un semplice funzionario di una macchina di retoriche. Ghezzi sa sputare nel piatto, Ricci ci sputa in faccia pensando di essere provocatorio.
    Bisogna essere liberi da vedere qual è il luogo da cui si racconta, altrimenti dire che il Giornale è un contesto orripilante rischia di legittimare specularmente e acriticamente il contesto che opponiamo – sia una deriva travagliesca come anche questo blog, per dire: invece immaginiamoci come il bambino della Vita è bella che dice al padre, Ma papà perché mi racconti tutte queste cazzate? Quel padre buono non è meno pericoloso dei nazisti: toglie al figlio la libertà in nome di una buona intenzione, non riconosce dove si è.

    La poesia

    La poesia si muove in uno spazio critico infalsificabile, si potrebbe dire con una terminologia scientifica. Qual è una poesia buona e una poesia cattiva? Nella percezione dei lettori, dei lettori forti, fortissimi, questa distinzione non esiste. Non c’è confidenza con il linguaggio poetico se non per un numero ristrettissimo di persone in Italia, talmente ristretto da essere a rischio di pura autoreferenzialità.
    Ha ragione quando Sara Ventroni dice che se Pynchon non lo capisco il problema è mio, se Amelia Rosselli idem. Ma se Pynchon lo trovo in libreria e Amelia Rosselli no, il problema non è solo mio, è che non me lo posso neanche porre.
    Se mi viene da fare un discorso così sociologizzante sulla poesia, è proprio perché quello che dice Lello Voce è vero ma incriticabile, infalsificabile. Posso dargli ragione su tutto, eppure torno a dire che il linguaggio poetico non scalfisce in nulla la koiné linguistica italiana. Giuliano Mesa è un grande poeta, Milo De Angelis è un grande poeta, ci sono poeti come Matteo Fantuzzi o Marco Mantello che mi sembrano degni di attenzione…., nulla di tutto questo si confronta con un codice comunicativo comune.
    Che non è neanche solo quello narrativo, come sottolinea giustamente Trevi. Ma è quello pubblicitario, quello giornalistico, quello televisivo: la lingua media in Italia è questa. Se voglio fare un lavoro sul linguaggio devo entrare in attrito a un certo punto con questa lingua. E non solo all’interno del testo, ma nelle forme paratestuali.
    E’ paradossale come poeti come Dante riescano ancora ad avere questo valore di spiazzamento del linguaggio mediatico, pensate all’uso che ne fa Benigni o che ne ha fatto Carmelo Bene, e i poeti contemporanei mai. E’ colpa dei poeti? Non credo. E’ mancata un’adeguata educazione nelle famiglie, nelle scuole, nelle università, nelle istituzioni… Ma i poeti non possono prescindere da questo.

    per Alcor

    La sensazione di esaurimento dell’interesse dell’indagine me la sono trovata sul collo anch’io rispondendo, senza spocchia, al questionario. Questa è secondo me la natura compensatoria del campo letterario oggi in Italia. A un certo punto queste domande vanno fatte ad altri soggetti, che siano non solo in grado di analizzare, ma di usare queste analisi per altro. Altrimenti sono varianti di quel discorso sulla crisi che qui giustamente si stigmatizza.
    La poesia va sostenuta in senso economico?, va chiesto a chi questo sostegno può darlo.
    A me, se lavoro a minimum fax, si può chiedere: perché non pubblicate poesia? Cosa servirebbe per pubblicare un libro di poesia?

  33. Lello Voce il 8 aprile 2010 alle 07:01

    “La poesia si muove in uno spazio critico infalsificabile, si potrebbe dire con una terminologia scientifica. Qual è una poesia buona e una poesia cattiva? Nella percezione dei lettori, dei lettori forti, fortissimi, questa distinzione non esiste. ”

    Perché la poesia si muoverebbe in uno spazio non falsificabile e la prosa invece no?
    Spero che a questo avvincente mistero Raimo dia risposta al più presto…

    Può darsi che i poeti non possano prescindere da tutto ciò che Raimo sostiene, quel che è certo è che Raimo non può prescindere dal senso comune….

  34. andrea inglese il 8 aprile 2010 alle 08:33

    io a Raimo faccio una sola domanda, sul passaggio riguardante la poesia che comincia: “I poeti in Italia non contano nulla. Non vengono letti. Non vengono analizzati. Non vengono capiti, quando vengono letti. (…) La responsabilità non credo che ricada sugli autori, ma sul resto dell’industria culturale. Ma c’è qualcosa che gli autori possono fare?” ecc.

    Io sono contento che Raimo si sia espresso sulla poesia, su certi autori contemporanei italiani (Genti, Simonelli, ecc.), sulla responsabilità anche dei poeti… A questo punto la domanda è questa, visto che Raimo ha anche un ruolo nell’editoria, una sua responsabilità in questo campo. Perché “Minimum Fax” non pubblica una collana di poesia, dove siano resi più visibili autori come Genti, Simonelli ecc.? Non mi pare che Minimum Fax pubblichi poesia italiana, o sbaglio?

  35. christian raimo il 8 aprile 2010 alle 08:53

    Rispondo a Inglese appunto. E’ il miglior modo per parlare di industria culturale riconoscere quale ruolo si ha. Minimum Fax non pubblica poesia italiana, nonostante sia iniziata come una rivista cartacea che dava grande spazio alla poesia e nonostante pubblichi poesia straniera (Strand, Cohen, Bukowski, Carver, Simic). Perché? Perché rischia di essere un suicidio. Le prenotazioni in libreria dei libri negli ultimi anni, e mesi, si stanno abbassando abissalmente per tutto ciò che non garantisce un ritorno immediato – si parlava di bibliodiversità in libreria, si dovrebbe parlare appunto di biblioesistenza. Le librerie non hanno più magazzini…
    Se io pensassi di pubblicare un poeta e avere un prenotato librario di 400 copie, se va molto bene, e rischiare ancora di non venderle quelle quattrocento copie, vuol dire non soltanto aver compiuto un passo falso per quel libro, ma per l’intera casa editrice: il prossimo libro qualunque avrà prenotati ancora più bassi.
    Il punto è questo. Che senza un sostegno esterno – agevolazioni, promozioni, finanziamenti, educazione culturale – il lavoro delle case editrici va perduto.
    Proprio perché il lavoro delle case editrici intelligenti dovrebbe essere quello di cogliere una ricchezza che esiste altrove, non di crearla come titoli tossici in laboratorio.
    Però ci penserò, anche su Genti, Simonelli etc…

  36. ng il 8 aprile 2010 alle 09:24

    Cioè, Raimo, che sottostà alla legge crudele del mercato, vorrebbe che le case editrici fossero agevolate come la Fiat. Certo, tutto sarebbe meno indolore; la Fiat, incapace di competere, dapprima si garantisce i profitti grazie all’aiuto della collettività, poi, quando gli aiuti non bastano più, licenzia; una casa editrice, invece, dopo aver ottenuto il sostegno, continuerebbe a NON pubblicare poesia, perché comunque anche le altre case editrici, sostegnate a loro volta, si butterebbero nella mischia, aumentando così la concorrenza, e quindi, stringi-stringi, la possibilità dell’invenduto … e siamo di nuovo al punto di partenza. Tra l’altro, perché mai Minimum Fax dovrebbe godere del sostegno e Melteni no? Oppure si crede davvero che, stante la nostra situazione finanziaria, tutte le case editrici potrebbero ottenere quel sostegno? E se non è così, chi stabilisce quale editrore lo può ottenere e quale no? Diciamocelo francamente, questa del sostegno è la solita scusa per coprire la propria mancanza di coraggio culturale. Certo, i casi tipo quello della Manni di Lecce che pubblica, in perdita totale, “Itto Itto” di Edoardo Cacciatore (un’opera tra le più grandi della letteratura di tutti i secoli, alla faccia del gusto pubblico!), sono casi limite, però questo sbragare di fronte al fantasma del mercato, mi fa paura: tante belle parole sulla responsabilità e poi neppure ci si rende conto che si è decisi (pensati, detti, determinati) dalla Warensprache, la “lingua delle merci”. Sarebbe più onesto smetterla con questi discorsi fumosi.

    Rispetto alla scarsa accoglienza della poesia: è la sua forza. Proprio perché non può godere dei favori dell’ascolto diffuso, può permettersi una posizione di assoluta estraneità rispetto al linguaggio comune, che è violento, falso, schifoso. E così dileguandosi, e non rispondendo con ciò ad alcun mandato, la poesia può concentrarsi solo su se stessa. E poi, di fronte a questo quadro, che è una condizione materiale, non ha senso lamentarsi dello scarso interesse che i media o le case editrici dimostrano nei confronti della poesia. E nemmeno ha senso richiamare all’importanza sociale della scrittura poetica. Se il problema della poesia è la sua alterità, perché non allargare ancora di più il distacco e praticare una rigorosa ascesi? Il lettore casuale che approderà, in collocazione provvisoria, tra le parole del poeta, ne ricaverà un’esperienza liberatrice, poiché potrà constatare il valore altamente istruttivo di un gesto radicale di negazione della decadenza e della violenza insita nella comunicazione ordinaria. E sarà così condotto tra le piaghe di un linguaggio totalmente estraneo rispetto all’economia dominante.

    NeGa

  37. sara ventroni il 8 aprile 2010 alle 10:48

    Christian,

    in libreria non trovo nemmeno il primo libro di Carola Susani o di Pincio o tanti altri volumi di narrativa usciti qualche anno fa. Molti testi d’annata, poi, sono abbandonati all’oblio del ‘fuori catalogo’. Si sa che nei megastore, a parte le pile-ziggurat a portata di mano, il resto va quasi sempre ordinato.
    L’elefante Garzanti della Rosselli lo trovi, invece. Non so per quanto, però.
    Dunque non confonderei problemi di distribuzione/diffusione con codice poetico.
    Come non estenderei il problema della vitalità della poesia al suo essere un linguaggio non facilmente piazzabile sul mercato. È un bene? Un male? Non lo so.
    L’esito estremo dell’incontro tra poesia e società dei consumi è già (da paracchio tempo) il linguaggio pubblicitario, con risultati a volte sorprendenti, o certa musica hip hop o free style. Piaccia o meno, è così.
    Sullo spiazzamento mediatico di Dante, direi: di Dante+Benigni. Si avrebbe – credo – lo stesso spiazzamento se Benigni leggesse in prima serata, e con uguale pathos, le poesie per Annina del ‘Seme del piangere’ di Giorgio Caproni, o se Tina Pica avesse letto Gertrude Stein o Piera degli Esposti la Plath.
    Ma forse qui mi sbaglio, eccedendo in ottimismo: il sommo Dante è la nostra gloria nazionale avvizzita, ma pur sempre gloria: è l’arcitaliano di cui andare fieri (come la Ferrari) anche se a scuola lo si disprezzava: e dunque, per una manciata di minuti, il pubblico (televisivo) si può commuovere, per poi tornare a ignorare Dante, come faceva prima. Ben che vada, Dante in tv è il fiore all’occhiello dei direttori artistici di Sanremo. Non mi sembra che i palinsesti televisivi si spendano per generare attriti o gettare sguardi sulla grande poesia. La radio, per fortuna, ha palinsesti diversi.
    Starei attento, poi, a mettere sullo stesso piano le “incarnazioni” vocali di Carmelo Bene con la lectura dantis di Benigni. Non hanno proprio la stessa ‘fortuna’.

    Quando tu scrivi

    “la lingua media in Italia è questa. Se voglio fare un lavoro sul linguaggio devo entrare in attrito a un certo punto con questa lingua. E non solo all’interno del testo, ma nelle forme paratestuali”.

    ho l’impressione che tu stia confondendo analisi della realtà con gusto personale o con un preciso programma di poetica, di quelli che in altri anni si davano gruppi o avanguardie. Nulla di male, intendiamoci, ma bisogna essere più chiari nell’analisi.
    Nei versi del grande Pagliarani (sarà museificato, come dici tu, ma la cosa non scalfisce il suo valore) c’è attrito coi linguaggi della realtà, nell’altrettanto grande Sandro Penna no.
    Ho ascoltato giovani o meno giovani poeti provare a confrontarsi programmaticamente coi linguaggi della contemporaneità: a volte i risultati erano interessanti, altre volte no.
    Sempre in questo ambito, mi sembra invece che (buona parte della) narrativa italiana d’oggi, più che confrontarsi col linguaggio comune, spesso lo cavalchi a corpo morto senza cercare né produrre alcun attrito.
    Percepisco dunque un certo ‘doppiopesismo’ nelle tue parole, a seconda che ragioni di prosa o di poesia.
    Per dire: Faletti o De Cataldo (sui quali non voglio ora ragionare) venderanno pure milioni di copie, ma i riccamente complicati D’Orrico o Pica Ciamarra no.
    Dunque la prosa ha autori che viaggiano su grandi numeri, e autori di nicchia: autori che (con buoni o pessimi risultati) si confrontano col linguaggio e i paratesti della contemporaneità e autori (con ottimi e pessimi risultati) che se ne impippano.
    Che poi la poesia sia una iper-nicchia, non credo dipenda solo dal mercato ma anche da figure di mediazione (i critici) che intervengono molto meno a ragionare su, a ‘canonizzare’, a interpretare, a promuovere la poesia. Anche se, bisogna dirlo, ve ne sono che si occupano (Cortellessa e Ottonieri, tanto per dire) con uguale passione e attenzione tanto di poesia che di narrativa.
    Visto che mai la poesia è stata un’arte di massa, nemmeno nel Novecento (andiamo a vedere le tirature delle edizioni Gobetti o Scheiwiller) con questo nostro discorso non avanziamo d’un passo da analisi sociologiche dei primi anni Sessanta. Il punto è che in altri anni anche narratori, registi, critici d’arte, intellettuali in genere, si occupavano di poesia, oltre ai poeti: dunque la poesia – per restare sullo spicciolo sociologico – in realtà, ha perso quella specifica fetta di pubblico/lettori. E niente di più. (Oltre, all’aura, ovviamente. E per fortuna, direi).
    Non credo che il garzone di bottega meneghino leggesse o prenotasse dal libraio gli “Inni Sacri” di Manzoni.

    Per il resto, molto interessante leggere il tuo punto di vista, interno, dalla casa editrice.

    @Nevio Gambula:
    ‘Itto Itto’: un salasso e una follia non solo per Manni ma anche per le mie tasche, ma ne è assolutamente valsa la pena. Peccato non sia detraibile dal 730.

  38. Alcor il 8 aprile 2010 alle 11:07

    Infatti, una delle battaglie che andrebbe fatta, ne sono convinta da anni, è poter detassare gli acquisti dei libri, come si fa con le medicine.

  39. Alcor il 8 aprile 2010 alle 11:23

    @ng

    questa è la prima volta che trovo il tuo commento, estremamente astratto, invece che interessante, non per la prima parte, anche a me sembra estremamente problematico il finanziamento dell’editoria, ma magari potrebbe non essere problematico e al contrario utile il finanziamento di alcuni progetti editoriali all’interno di una casa editrice che per il resto cammina sulle sue gambe.

    ma astratto per la seconda parte: dove può stare la forza di una poesia della quale ai lettori che non facciano già parte della piccola cerchia di informati a prescindere non arriva neppure una vaga notizia perché è invisibile?

    o possono leggerla solo i quattro gatti che la leggono per mestiere?
    siamo già a questo? al reparto rianimazione?

    se un poeta vuol praticare una rigorosa ascesi, non ho obiezioni, son fatti suoi, ma imporgliela, beh, l’alterità della poesia sta prima di tutto nel suo linguaggio, non nell’essere praticata da un santone seduto a gambe incrociate sotto un albero nel silenzio della foresta.

    E poi anche i santoni stuccano.

    e poi lo trovo esageratamente discriminante nei miei confronti, se la voglio leggere, la poesia italiana, perché non devo trovarla da nessuna parte?

  40. Alcor il 8 aprile 2010 alle 11:42

    continuo per un attimo nel piccolo OT

    noi italiani, in genere, non avendo la cultura della proprietà civile delle istituzioni, non sappiamo usare le biblioteche, non sappiamo né pretendere qualcosa dalle biblioteche pubbliche, né offrire loro alcunché, le consideriamo depositi di libri, tra l’altro depositi miserabili, perché poche, soprattutto tra le periferiche, hanno la possibilità di acquisire.
    Alle biblioteche civiche, provinciali, periferiche, bisognerebbe fare delle donazioni continue e costanti, costituire possibilmente dei fondi, sarebbe almeno un primo passo, prima di mandare i libri di poesia al macero

    mi rendo conto che anche questa può sembrare una pratica mortuaria o anche solo museale, ma intanto facciamo che ci siano, i libri, poi vedremo anche di far qualcosa per farli leggere [a meno che il poeta si rifiuti di farsi leggere perché preferisce meditare in solitudine].

    (per ogni libro uscito di catalogo e non presente nella biblioteca provinciale del posto in cui abito, pago sui cinque/sei euro di spese postali, ha senso?)

    chiuso l’OT

  41. arvicola il 8 aprile 2010 alle 11:43

    Una nota a margine: la Manni chiede all’autore di cui afferma di apprezzare l’opera ma non essere certa del ritorno economico, un “contributo” di circa cinquemila euri. Un bel coraggio, in effetti.

  42. marco mantello il 8 aprile 2010 alle 11:48

    Mi riallaccio agli interventi di Lello Voce e di Andrea Inglese, i quali hanno già espresso il punto di vista in cui mi ritrovo.
    Sulla questione poesia in Italia ci sono alcuni profili da distinguere. Altrimenti o si rischia di attribuire qualunquisticamente un valore artisitico a tutto ciò che è vendibile, alla mera promozione editoriale di se stessi, nell’ambito di ‘carriere’ imperniate sull’assunto da ‘narratore cinico’: ‘io ho qualcosa da dire e voglio un pubblico pagante, voglio andare in tv perché queste sono le regole del gioco, ovvero le condizioni della mia esistenza’
    oppure si rischia di rinchiudersi in (o essere inclusi/esclusi da ) cenacoli, gruppi, accademie, sulla base dell’assunto da ‘poeta/prete’: ‘voglio un critico che mi faccia la prefazione al libro, voglio essere tradotto, voglio girare per case della letteratura, devo restare confinato in un’elite di lettori-scrittori, perché il mio essere fuori dal mercato legittima il mio valore artistico. Lo dice il critico”.
    Insomma usciamo fuori, in primo luogo, da questa contapposizione latente tra chi scrive narrativa e difende la sua ‘visibilità’ e chi scrive poesia e difende la sua ‘invisibilità’-
    Il primo profilo su cui vorrei riflettere riguarda l’asserzione che la poesia è fuori dal mercato, non vende. Questo è al limite un dato, non un valore e non va inoltre confuso, Christian, con l’assunto iuttosto opinabile, per certi versi calvinista, secondo cui la stessa ‘visibilità’ di un autore diverrebbe valore in sé, o peggio criterio di valutazione del valore del proprio lavoro.
    Secondo profilo: una cosa è fare autocritica (a volte è sano) sui limiti comunicativi del proprio linguaggio, che tutavia quello è, una cosa è rilevare che se non si è un minimo visibili non si ha la possibilità di comunicare con il ‘mondo’. Altra cosa, però è confondere questi dati con l’obiettiva assenza di spazi dove pubblicare, o leggere poesia, al di fuori di quelli ‘ufficiali’.
    Presumere che la poesia non venda e faccia fallire una casa editrice come la minimum fax rischia di divenire un luogo comune, un alibi. Nella realtà dei fatti, un editore grande che pubblica ventii-trenta titoli di narrativa all’anno, credo che ‘preveda’ fra i ‘costi attesi’ il flop di buona parte dei libri di autori italiani, al netto degli anticipi ricevuti. Però questo flop lo sopporta, perché investe sull’autore. Un editore ‘grande’ ha in genere una collana di poesia, cioè una collana di ‘flop’, lì il problema è ‘come si accede’ e ci sarebbe molto da discuterne, perché il mercato non c’entra nulla con i criteri di scelta.
    Un editore medio, visibilei in libreria, che magari ha avuto in classifica trilogie di romanzi stranieri ben venduti, potrebbe benissimo pubblicare, nei periodi di ‘successo economico’ uno-due libri di poesia all’anno. Non fallirebbe, andrebbe al limite in pari con i costi di stampa. Non lo fa. Perché? Perché spesso è poco attento allla poesia, e alle sue peculiari forme di diffusione. Non esiste, da parte di Fazi, Minmum Fax, etc unariflessione, un contributo critico. Questo è anche un fatto culturale, o se volete di ‘gusto’, di ‘sensibilità’, di ‘linea editoriale’, non solo e non sempre una necessità di bilancio.
    Un editore non grande che si ponga il problema del pubblicare poesia Italia, non dovrebbe poi ridursi a una sorta di parassita, limitandosii a valorizzare una tantum posizioni di ‘visibilità’ della persona/auotre acquisite altrove intese come valori in sé (altrimenti si rischia di fondare tutto sulla ‘fama’, sulla ‘chiacchiera’, e a volte sul’equivoco). Un editore dovrebbe un minimo farsi il culo per entrare in contatto con una rete comuncativa già esistente, (ovviamente penso a internet) in cui la poesia è visibile ed è letta. Non esiste solo un problema di autoghettizzazione di chi scrive versi. Esiste anche un problema di disinteresse editoriale per la poesia, motivato con ildogma della invendibilità a priori.
    Ora ci sono tanti modi per promuovere libri di poesia, che non corrispondono minimamente alle forme usuali di promozione di un libro di narrativa. Se un editore si ingegna per inventare forme di promozione nuove per la narrativa, non vedo perché non possa farlo per la poesia, tenuto conto che i costi di pubblicazione di un libro di versi sono in genere più bassi rispetto a quelli di un libro di narrativa e che oggi come oggi nessun poeta pensa di potere vivere con in profitti del proprio mestiere e credo rinuncerebbe tranquillamente ad anticipi di sorta, vista la situazione.
    Non credo infine sia sostenibile che il flop di un libro di poesia implichi una riduzione delle domande di opere di narrativa da parte degli oligopoli della distribuzione (le librerie italiane).
    Ancora sulle forme di promozione, faccio un esempio: alle feste annuali di Minimum fax al Rialto, il prezzo del biglietto di ingresso comprende il prezzo di un’opera letteraria, in questo modo si vendono in una sola serata 100, 200 copie di un romanzo che magari è apoena uscito e deve essere ‘promosso’ o più semplicemente è andato male in libreria. Non è chiaro perché questa cosa non possa farsi a priori con i libri di poesia, perché non si possano studiare (alemno fare un tentativo) forme di promozione peculiari, estese nel tempo, organizzare in accordo con gli autori veri e propri tour per l’Italia di letture (anche in radio) perché non si possa pensare a priori a libri di poesia associati al disegno (fumettistico anche), o alla musica (come ha fatto Transeuropa, meritoriamente).
    Secondo me c’è anche un problema di volontà. E va tenuto distinto dal problema dei vincoli di bilancio. Un saluto

  43. sara ventroni il 8 aprile 2010 alle 11:56

    @alcor
    sarebbe, da parte del Fisco, un piccolo gesto di civiltà.

    No, i santoni solitari noo (chi gliela mette, poi, l’aureola?). Meglio il mediatico e geniale Tonino Guerra del ‘Mondo Convenienza’.

  44. marco mantello il 8 aprile 2010 alle 11:58

    Una postilla: mi torvo molto d’accordo anche con l’ultimo intervento di Sara, non lo avevo letto e mi sembra che sul tema dei flop in narrativa dica cose analoghe a quelle che ho appena postato.

  45. Alcor il 8 aprile 2010 alle 12:03

    @Arvicola

    non mi stupisco (anche se la cifra mi pare esorbitante) so che anche case editrici medie a vocazione più commerciale, come Marsilio, hanno chiesto un contributo all’esordiente.
    però bisognerebbe anche saper dire di no, e vedere che cosa succede:-)

  46. ng il 8 aprile 2010 alle 12:03

    @ Alcor
    mettiamola così: la seconda parte, quella sulla poesia, è un piccolo estratto di etica comportamentale che è mia e mia soltanto e che non ha senso renderla generale. Scrivo anch’io, per quanto saltuariamente, poesia, ma non mi preoccupo affatto di pubblicarla (se non in rete, dove le mediazioni riguardano solo me e il mezzo). E proprio per questa mia auto-estraniazione dal contesto della poesia prodotta, posso permetermi quell’etica. Ma dubito che potrei dire la stessa cosa, e con la stessa nettezza, sull’attività lavorativo-teatrale che conduco. Qui le mediazioni sono necessarie, anche se condotte a un livello d’azione decente, sempre rifuggendo dal gusto pubblico dominante (e in teatro si può, anche se la precarietà economica è, alla lunga, snervante). Ma per recitare devi chiedere un teatro, che magari è gestito da un soggetto vicino a S.B., e quindi scendi a patti, chiedi più soldi che puoi, ti dici che il pubblico non coincide con la gestione, etc.. Ma non manchi la mediazione: stai, insomma, nel mercato, facendo in modo che la “lingua delle merci” in qualche modo deragli nello spettacolo. In ogni caso, per tornare a bomba, il problema non è che la poesia dovrebbe essere letta da più dei quattro gatti che di solito la leggono. Il problema è che la situazione è questa. Ti chiedo: pensi davvero che, persistendo il nostro tipo di organizzazione sociale e culturale ed economica, le cose potrebbero andare diversamente? E te lo chiedo sperando in una risposta meno astratta della mia boutade sulla poesia. Io, francamente, non lo credo. E poi la poesia italiana esiste, è pubblicata da piccole e coraggiose case editrici, on-line se ne trova di splendida. Credere che possa avere la stessa distribuzione di un romanzo è utopia, e dunque astrazione dal gioco delle forze che rendono la poesia quello che è: un’arte marginale.

    NeGa

  47. arvicola il 8 aprile 2010 alle 12:24

    Alcor: la cifra è esorbitante ma vera (evidentemente il canale vendita è considerato irrilevante e tutto l’utile deve essere munto dal vanesio fesso). Il problema (e quello che dici di Marsilio mi stupisce più ancora di Manni, che pure credevo un editore attendibile) nella fattispecie mi riguarda in quanto bibliotecario: come faccio ad acquistare a spese della comunità libri che sono stati pubblicati in virtù della vanità e delle disponibilità economiche degli autori? Si pensava che la cosa riguardasse una categoria definita e riconoscibile di editori, da ignorare perciò a priori, ma se si arriva a livello Marsilio la faccenda si complica. Bisognerebbe obbligare per legge l’editore a evidenziare in copertina o sul frontespizio che il volume è stato pubblicato a spese dell’autore…
    Questo riguarda anche la poesia, naturalmente, anche perché le biblioteche rappresentano, per gli editori di poesia, un canale di vendita di assoluto rilievo.

  48. Enrico Macioci il 8 aprile 2010 alle 12:34

    @Raimo
    “E’ paradossale come poeti come Dante riescano ancora ad avere questo valore di spiazzamento del linguaggio mediatico, pensate all’uso che ne fa Benigni o che ne ha fatto Carmelo Bene, e i poeti contemporanei mai.”
    Ma Benigni ha mai letto qualche poeta contemporaneo?
    “Qual è una poesia buona e una poesia cattiva? Nella percezione dei lettori, dei lettori forti, fortissimi, questa distinzione non esiste.”
    Non ne sono mica tanto sicuro. Io ad esempio la faccio, la distinzione.
    “eppure torno a dire che il linguaggio poetico non scalfisce in nulla la koiné linguistica italiana. Giuliano Mesa è un grande poeta, Milo De Angelis è un grande poeta, ci sono poeti come Matteo Fantuzzi o Marco Mantello che mi sembrano degni di attenzione…., nulla di tutto questo si confronta con un codice comunicativo comune.”
    Ma quale grande poeta è mai appartenuto strictu sensu a un codice comunicativo comune? Casomai, il grande poeta contribuisce a fondare un codice comunicativo futuro, il che non è appurabile al presente, perlomeno non del tutto e non nella reale portata del cambiamento.
    D’accordo invece sul fatto che manchino categorie critiche adeguate; la mia sensazione è che la critica si trovi da ormai parecchi anni in pausa pranzo, un pranzo bello lauto.

  49. Simone Ghelli il 8 aprile 2010 alle 13:50

    @Arvicola:

    “Bisognerebbe obbligare per legge l’editore a evidenziare in copertina o sul frontespizio che il volume è stato pubblicato a spese dell’autore…”

    Proponi questa cosa ufficialmente e sarò il primo a firmarla.

  50. Alcor il 8 aprile 2010 alle 14:51

    @arvicola

    d’accordo anch’io, del resto, se un libro viene pubblicato con un finanziamento pubblico di solito il finanziatore lo pretende, perciò sarebbe un’ottima pratica.
    Tra l’altro non trovo affatto spregevole che un autore dica, questo mio libro, che riconosco essere fuori mercato e fuori anche dal target dei critici contemporanei e fuori dallo zeitgeist, ma nel quale io credo, me lo autofinanzio, vediamo poi voi lettori che cosa ne pensate, il marcio sta nel silenzio sulle modalità, non nelle modalità in sé.

    @ng

    solo su questa parte, che smembro per facilitarmi la risposta, sull’altra d’accordo:

    «Ti chiedo: pensi davvero che, persistendo il nostro tipo di organizzazione sociale e culturale ed economica, le cose potrebbero andare diversamente?»

    Se vengono lasciate andare a se stesse, no, non lo credo, credo però che si possa fare in una certa misura quello che dici nella prima parte del tuo intervento sull’attività teatrale. Per che motivo, mi chiedo, si dovrebbero accettare pratiche di diffusione – e poi ne indicherò una possibile – e dunque mediazioni per il teatro e non per la poesia? Il teatro è più degno di essere rappresentato di quanto la poesia non sia degna di arrivare a esser letta?
    Lasciamo stare le scelte personali, la scrittura di poesia “per se stessi”, ma un poeta che non intenda essere un poeta occasionale che affianca la scrittura di poesia alla sua attività principale, ma che investa tutta la sua pulsione conoscitiva e creativa nella poesia, ha il diritto di trovare almeno quel po’ di ascolto che persino un mondo così orientato al profitto come il nostro può offrirgli.

    Fosse anche, questo mondo di poeti, un mondo non geniale, è sempre il brodo nel quale si trasmette la vita della specie.

    «E te lo chiedo sperando in una risposta meno astratta della mia boutade sulla poesia. Io, francamente, non lo credo. E poi la poesia italiana esiste, è pubblicata da piccole e coraggiose case editrici, on-line se ne trova di splendida. Credere che possa avere la stessa distribuzione di un romanzo è utopia, e dunque astrazione dal gioco delle forze che rendono la poesia quello che è: un’arte marginale.»

    A questo sto pensando da un po’. Ritengo che qualcosa si possa fare, accanto alla passione con la quale alcuni critici continuano eroicamente a occuparsi di poesia e alcune piccole case editrici (a pagamento? in questo caso sarebbe meglio dirlo e far ordine nei comportamenti) a pubblicarla, penso che si potrebbe cercare di usare quella parte sia pur infima che il pubblico destina alla cultura per un progetto sulla poesia.

    Io sto pensando – tra me e me, per ora, ma posso tranquillamente accennarlo qui – a un presidio della poesia (del libro di poesia, ma oramai anche dei link ai siti di poesia) che potrebbe far capo a una biblioteca che avesse una sezione dedicata all’acquisizione non sparpagliata e casuale e alla schedatura d quello che esce e agli eventuali contributi critici che lo accompagnano. Intorno a questo iniziale presidio si potrebbero pensare attività non museali, di cui non sto qui a dire adesso.

    In rete si trova splendida poesia? siamo sicuri? ma la rete non è selettiva e la selezione va fatta, io in rete vedo di tutto, ma prevelentemente roba che mi fa venire il mal di pancia, e che si accompagna magari a qualcosa di buono in un calderone respingente e inaffrontabile da chi, come per l’editoria cartacea, non sappia già come muoversi.

    Mentre un presidio come quello al quale penso io, che potrebbe figliare altre manifestazioni, presuppone ovviamente una selezione, anche se non a maglia stretta.

    Escludendo però dalle manifestazioni quelle eruzioni a mio parere abbastanza inutili che sono i festival. I festival et similia non hanno mai fato crescere il numero di lettori, mi pare, coccolano quelli che già esistono e gli addetti ai lavori, ma sono episodici.

  51. Lello Voce il 8 aprile 2010 alle 15:01

    Io – sommessamente, pacatamente, per carità – credo che il fatto che la MF pubblichi o meno una collana di poesia non cambi proprio nulla, che le ragioni avanzate da Raimo per spiegarci il perché non lo fa siano scuse e soprattutto che Raimo farebbe meglio a rispondere alle argomentazioni altrui invece di aggrapparsi al salvagente che Inglese generosamente gli ha lanciato non appena lui lo ha richiesto (quote “A me, se lavoro a minimum fax, si può chiedere: perché non pubblicate poesia? Cosa servirebbe per pubblicare un libro di poesia?”). Piuttosto che fischettare facendo finta di nulla risponda nel merito, se la cosa non lo infastidisce troppo, senza nascondere l’intellettuale dietro il dito-editor, ché se anche lui indica la luna con il dito, noi la luna guardiamo, mica il suo dito… pfui!
    redo altresì che un poeta e un intellettuale del valore di Andrea Inglese farebbe meglio a discutere nel merito invece di ‘petere’ spazi e lanciare salvagenti, ma questo è solo il mio personalissimo parere…
    Credo altresì che la poesia abbia sempre venduto poco perché la poesia nei libri ci sta male, il libro è scomodo per il poeta e per chi ne deve fruire. La poesia è suono ritmo respiro e per queste cose i libri funzionano maluccio…
    D’altra parte i Festival sono popolatissimi,gli slam anche, non meno i caffé, sui palchi incontri sempre più poeti e se salviamo qualcosa che assomigli a una comunità credo che ci siano buone speranze che la famiglia dei versi cresca e prolifichi… Alla faccia degli editori che non sanno fare il loro mestiere e poi attribuiscono le colpe dei loro fallimenti alle opere che pubblicano… Uno scrittore scrive romanzi, un poeta poesie, venderli non è compito loro, ma dell’editore, che altrove più o meno ci riescono, inventando, rinnovando, proponendo, mutando, ma certi editori italiani riescono a vendere solo ciò che è già venduto prima ancora di essere scritto. E vendono bene un sacco di fole sul loro duro lavoro…

    Così per voglia di qualche ì e di qualche puntino sulle i….

  52. Lello Voce il 8 aprile 2010 alle 15:04

    Errata : dove : venderli non è compito loro, ma dell’editore, LEGGI venderli non è compito loro, ma DEGLI EDITORI…
    pardon (povera grammatica italiana nelle mani di un vecchio matto – che sarei io)

  53. Il fu GiusCo il 8 aprile 2010 alle 15:12

    Non sono sicuro che mercatabilita’ & impatto sulla koine’ siano i piedi d’argilla della florida produzione poetica del sottobosco e non. Posso capire che la mia, di produzione, sia non interessante e marcatamente specialistica oltre che esteticamente discutibile. Non posso capire con altrettanta dimestichezza come le opere di Fabiano Alborghetti (sui migranti), di Luigi di Ruscio (sull’italia operaia) o tutta la galassia dell’oralita’ patrocinata da Lello Voce venga ignorata da un pubblico di addetti ai lavori (cioe’ i narratori che lagnano l’inesistenza della poesia), e dunque patrocinata ad un pubblico piu’ esteso.

    A me pare il contrario: pare cioe’ che l’attenzione un minimo piu’ larga della specialistica (quindi quella dei cugini narratori) sia seduta sulla riva delle classifiche di vendita, a fine mese faccia due conti e il fenomeno di turno che supera un tot di copie vendute merita una citazione, a cascata, mentre il resto vada al macero. Meritate Moccia e un mondo moccizzato, davvero, come del resto emerge da parecchie delle interviste.

  54. ng il 8 aprile 2010 alle 15:40

    @ Alcor
    attenta però: il teatro è il mio lavoro, piacevole quanto vuoi, ma pur sempre lavoro; la poesia è una pratica “a perdere”. È ovvio che la condizione lavorativa pone dei limiti, che sono poi i limiti della soggettività che deve fare i conti col mercato. Dubito che uno possa vivere di sola poesia; di solito un poeta insegna, collabora con i quotidiani e altri media, fa traduzioni, magari ruba: la poesia non è fonte di reddito. I poeti, insomma, sono tutti poeti “occasionali”, anche se pensano alla poesia tutto il giorno. Solo per questo segno una differenza, e non certo perché assegno al teatro un valore più alto della poesia. Io, poi, proprio per quanto scritto in precedenza, sarei solo contento che i migliori tra i poeti riuscissero a farsi leggere. Chiediamoci però: perché non riescono?

    Vedi, Alcor, io credo che andrebbe messo in gioco, in tutta questa discussione, il concetto di SOVRAPRODUZIONE, ovvero la sproporzione tra ciò che viene prodotto in campo letterario e la effettiva possibilità di consumarlo. È questa produzione eccessiva che porta al circuito vizioso della promozione dopata e dell’istigazione al consumo AL DI LÀ della qualità dei prodotti, dove l’esigenza di concretizzare economicamente lo sforzo iniziale rende il gusto pubblico (indotto o reale che sia) il vero motore della produzione di letteratura. E il gusto pubblico, oggi, è generalmente avverso alle complicazioni. Un editore è obbligato a scartare la poesia, proprio come ha ammesso Raimo. È quindi un “errore logico” pensare che, in dette condizioni, senza modificare la struttura complessiva della società, si possano trovare accorgimenti per fare circolare meglio la buona letteratura e la poesia. Si tratterebbe, in ogni caso, di accorgimenti riparatori, e non di una soluzione reale al problema.

    @ Lello
    il problema di uscire dalla pagina (verso il corpo-voce) è certamente una soluzione non semplicemente riparatoria, e di enorme portata culturale, almeno potenzialmente. Solo che, come rilevi spesso anche tu, l’arretratezza è disarmante.

    NeGa

  55. Lello Voce il 8 aprile 2010 alle 15:46

    Esatto Nevio… disarmante, ma, per altro verso, armatissima (di case editrici, denari, spazi, quotidiani, settimanali, talk show, terzequartequinteseste pagine, controcopertine, siti, critici embedded, cattedratici postumi, ecc. )

  56. sergio garufi il 8 aprile 2010 alle 19:02

    @ng
    “il teatro è il mio lavoro, piacevole quanto vuoi, ma pur sempre lavoro; la poesia è una pratica “a perdere”.”

    c’è un passo illuminante, ne “i malcontenti” (pag.76), in cui paolo nori racconta un episodio autobiografico. stava andando in treno a francoforte a vedere una mostra quando il suo vicino gli ha chiesto:
    “e lei che mestiere fa? scrivo dei libri, gli avevo detto. sì ma, aveva detto lui, ma di mestiere? scrivo dei libri, gli avevo detto io. ho capito che scrive dei libri, aveva detto lui, ma di mestiere? scrivo dei libri, gli avevo detto io. sì, va bene, aveva detto lui, ma i soldi, il mestiere che porta i soldi, che mestiere fa?”
    ecco, noi stiamo qui a discutere della marginalità e irrilevanza della poesia, e invece è tutta la letteratura che è fottuta, che “è una pratica a perdere”, nell’immaginario collettivo, cioè ridotta a hobby, percepita come un lusso per sfaccendati; e difatti quasi tutti quelli che scrivono qui, intendo i più bravi, i più noti fra noi, in verità campano con mille cose collaterali: collaborazioni editoriali, insegnamento, traduzioni, giornalismo, non con la letteratura, “scrivendo libri”, come direbbe nori.

  57. gianni biondillo il 8 aprile 2010 alle 19:47

    In effetti, Sergio, c’è come una doppia falsa visione: o chi scrive, nell’immaginario, è uno sfaccendato (come dite tu e Nori) o, peggio, chi scrive vende milioni di copie “a prescindere”. Quando dico in giro che un libro (e parlo di un libro di una “Major”) che vende 4 o 5.000 copie è un successo in Italia, la gente NON ci crede. E non solo la gente comune ma persino alcuni agguerriti “addetti ai lavori”.

  58. sergio garufi il 8 aprile 2010 alle 20:00

    Gli “iperurani”, come li chiamasti tu Gianni, quelli dei milioni di copie. Una volta lessi che Dahrendorf (o come cacchio si scrive) sosteneva che le uniche democrazie compiute sono quelle in cui la struttura sociale portante è composta dalla media borghesia. Credo ne parlasse ai tempi dell’invasione dell’Iraq, quando c’era qualcuno che s’illudeva di poter esportare la democrazia con la forza. Mi sembrò un’osservazione intelligente, per la quale non si può considerare compiuta una democrazia la Russia, per es., oppure il Brasile, insomma non ancora. Un paese in cui la forbice è troppo allargata, di qua un’élite di oligarchi e di là una moltitudine di favelani, e nel mezzo ben poco, è un paese senza vera democrazia, troppo debole, soggetto ai condizionamenti economici nella sua informazione e con altissimi tassi di astensionismo. La nostra repubblica delle lettere è come la Russia, gli oligarchi sono gli iperurani, i favelani non si contano e la media borghesia è marginale, forse ci rientri giusto tu e pochi altri :-)

  59. franz krauspenhaar il 8 aprile 2010 alle 20:52

    editori succhiacazzi, often.

  60. Alessandro Ansuini il 8 aprile 2010 alle 21:01

    ieri vedevo un documentario sulla lega, e c’era questa ragazza bionda di bergamo che diceva che insomma, sti extracomunitari vengono qui e per lavorare si accontentano di 5 euro l’ora, se invece ci va lei che è italiana e padana e ha i suoi vizi (diceva così) vuole 10 euro l’ora, quindi ecco, la colpa è dell’extracomunitario che prende 5 euro all’ora e toglie il lavoro ai bravi padani che invece conoscono i propri diritti, tse, cosa c’entra l’imprenditore padano? quello fa i suoi interessi.

    *

    dal corriere di oggi: berlusconi e sua figlia marina oggi erano a siena per comprare una tenuta.
    niente, questo mi è venuto in mente pensando all’editoria e ai suoi scrittori.

  61. Alessandro Ansuini il 8 aprile 2010 alle 21:04

    Chiedo venia, ho fatto casino nel commento precedente, (d’altronde anche io faccio l’intellettuale dal lavoro, cosa pretendete) che in origine era così.

    ieri vedevo un documentario sulla lega, e c’era questa ragazza bionda di bergamo che diceva che insomma, sti extracomunitari vengono qui e per lavorare si accontentano di 5 euro l’ora, se invece ci va lei che è italiana e padana e ha i suoi vizi (diceva così) vuole 10 euro l’ora, quindi ecco, la colpa è dell’extracomunitario che prende 5 euro all’ora e toglie il lavoro ai bravi padani che invece conoscono i propri diritti, tse, cosa c’entra l’imprenditore padano? quello fa i suoi interessi.

    niente, questo mi è venuto in mente pensando all’editoria e ai suoi scrittori.

    *

    dal corriere di oggi: berlusconi e sua figlia marina oggi erano a siena per comprare una tenuta.

  62. matteo ciucci il 8 aprile 2010 alle 21:31

    @alessandro ansuini

    sulla scrittura, non so. concordo con chi si arrabbia. sul tema dell’immigrato però:

    ieri in germania parlavo con un fiorentino, e c’era questa ragazzo pelato di firenze che diceva che insomma, sti’ tedeschi vengono qui e per lavorare pretendono 10 euro l’ora, se invece ci vengono loro che sono italiani e hanno i loro vizi (diceva così) io gli dico 7.50 euro l’ora, quindi ecco, la colpa è del tedesco che pretende 10.00 euro all’ora e toglie il lavoro ai bravi italiani che invece non conoscono i propri diritti, tse, cosa c’entra l’imprenditore italiano? quello fa i suoi interessi.

  63. andrea inglese il 8 aprile 2010 alle 21:45

    a raimo, che scrive:

    “un filone pop, narrativo, che se trovasse un agente di contrasto (una critica più attenta, una fruizione più ampia) potrebbe crescere ed essere la testa di ponte per rimettere la parola poetica nella koiné letteraria italiana, da cui è stata esclusa di fatto.”

    Il tuo ragionamento mi sembra questo.
    La poesia è stata esclusa dalla koiné letteraria per colpa del mercato. Ma se ne può tirare fuori se segue “il filone pop narrativo” – che c’è già in parte (l’elenco dei nomi fatti). Se dunque questa è la via d’uscita dall’impasse, non si capisce però perché una casa editrice come Minimum Fax non la pratica. Ognuno dovrebbe fare la sua parte, secondo questo punto di vista sulla posia:
    1) i poeti scegliere il filone pop narrativo, che tocca più lettori
    2) i critici dovrebbero valorizzare proprio questo tra gli altri

    ma a questo punto ci dovremmo mettere anche il punto
    3) le case editrici che scommetono su questi poeti

    Ma non è quello che MF è disposta a fare.

    Io non credo che la salvezza della poesia dipenda dall’individuare un filone che sia più comunicativo, o che venda di più. Credo che la salvezza della poesia sia nella curiosità da parte di chi ama la letteratura in ciò che questo genere può fare, nel rischio degli editori, per far esistere editorialmente questo genere, nel coraggio dei critici di parlarne, anche se “rende” meno che parlare di generi più commerciali, nell’audacia dei poeti di non temere la dura solitudine della propria ricerca, nella generosità e la tenacia dei lettori, che sappiano trovare e comprare i libri di poesia.

    Credo che i filoni degni d’interesse nella poesia contemporanea siano diversi, e ancor più degni i singoli poeti, grazie ai quali ha senso individuare dei filoni.

    D’altra parte, credo che queste stesse cose, magari con accenti diversi, le abbiano già dette altre persone qui e altrove.

  64. G. P. il 8 aprile 2010 alle 22:02

    Il tema è: la responsabilità dell’autore o le vendite dell’autore?

  65. Carlo Capone il 8 aprile 2010 alle 23:45

    “Quando dico in giro che un libro (e parlo di un libro di una “Major”) che vende 4 o 5.000 copie è un successo in Italia, la gente NON ci crede. E non solo la gente comune ma persino alcuni agguerriti “addetti ai lavori”.”

    no no, io ci credo eccome, senza essere un addetto ai lavori (forzati?)

  66. lorenzo galbiati il 9 aprile 2010 alle 00:29

    Titoli di Libero.

    Dopo le elezioni amministrative: Al PD non piace la gnocca.
    Per indicare le poche donne elette nelle fila del PD

    Titolo di ieri: Marameo ai giudici.
    Per indicare la firma di Napolitano sul legittimo impedimento.

    Se Nori dovesse far la prova di democrazia a Libero sputando nel piatto, quante volte al giorno dovrebbe farlo, Raimo? Non sarebbe meglio andarsene da un quotidiano così vergognoso e risparmiare la saliva?

  67. sara ventroni il 9 aprile 2010 alle 08:28

    [(O.T.) Errata corrige. Al mio delle 10:48 di ieri. D’Arrigo, ovviamente]

  68. Alan Fard il 9 aprile 2010 alle 08:53

    galbiati, ma chi glielo fa fare a commentare cost’oro
    questi si commentano da soli
    il disinteresse dovrebbe essere pari almeno alla quantità di stronzate che scrivono

  69. Alan Fard il 9 aprile 2010 alle 08:58

    tolti gli interventi di janeczek e murgia, sul resto ha già detto tutto anfiosso in un commento
    puttanate
    di maestrini appena usciti dal cepu delle loro anime

  70. francesco forlani il 9 aprile 2010 alle 10:20

    A noir, E blanc, I rouge, U vert, O bleu : voyelles,
    Je dirai quelque jour vos naissances latentes :
    A, noir corset velu des mouches éclatantes
    Qui bombinent autour des puanteurs cruelles,

    Golfes d’ombre ; E, candeurs des vapeurs et des tentes,
    Lances des glaciers fiers, rois blancs, frissons d’ombelles ;
    I, pourpres, sang craché, rire des lèvres belles
    Dans la colère ou les ivresses pénitentes ;

    U, cycles, vibrement divins des mers virides,
    Paix des pâtis semés d’animaux, paix des rides
    Que l’alchimie imprime aux grands fronts studieux ;

    O, suprême Clairon plein des strideurs étranges,
    Silences traversés des Mondes et des Anges :
    – O l’Oméga, rayon violet de Ses Yeux !

  71. Alan Fard il 9 aprile 2010 alle 11:33

    maestrini appena usciti dal cepu della loro anima

    questa potevi lasciarla

    è una sintesi perfetta di trashendente, trashendentale e trash praticamente: l’equivalente di un verso di rembò

  72. francesco forlani il 9 aprile 2010 alle 12:02

    For all that the Rimbaud translation was done frankly for money, Beckett betrays few of the characteristics of the polished professional translator. He is at once something less and, obscurely as yet, something more. He is less for the reasons outlined above; he is more in that quite clearly his use of English is designed to serve purposes of his own that are very different from those which Rimbaud was serving with his French. The distinction, in briefest possible form, is that Rimbaud was using language positively and creatively; Beckett is using it—in part at least— negatively and destructively.

    A Translation of Arthur Rimbaud’s Poem Le Bateau Ivre” by Arthur Rimbaud, Samuel Beckett

  73. […] Cordelli, Gherardo Bortolotti, Dario Voltolini, Tommaso Pincio, Alberto Abruzzese, Nicola Lagioia, Christian Raimo, ecco le risposte di Gianni […]

  74. […] Bortolotti,Dario Voltolini, Tommaso Pincio, Alberto Abruzzese, Nicola Lagioia, Christian Raimo, e per ultimo Gianni […]

  75. Alan Fard il 12 aprile 2010 alle 10:04

    L’indien sans effort l’indien devint censeur
    lequel un peu plus tard désagrégea les voyelles.

    Raymond Quaeoui, Petite censuragonie portative, Les Éditions du NI, 2010

    ———-

    L’ndn sns ffrt l’ndn dvnt cnsr
    lql n p pls trd dsgrg ls vlls.

    Rmnd Q, Ptt cnsrgn prttv, Ls dtns d N, 2010

    [Dove sono le vocali?]

    ———-

    [—–[Cancellare sopra e sotto la linea tratteggiata. Grazie.]—–]

  76. […] Cordelli, Gherardo Bortolotti, Dario Voltolini, Tommaso Pincio, Alberto Abruzzese, Nicola Lagioia, Christian Raimo, Gianni Celati, ecco le risposte di Marcello […]

  77. […] della democrazia?” Rispondendo al questionario, lo scrittore ed editor (di Minimum Fax) Christian Raimo, ha scritto queste parole che mi sembrano degne di […]

  78. […] Cordelli, Gherardo Bortolotti, Dario Voltolini, Tommaso Pincio, Alberto Abruzzese, Nicola Lagioia, Christian Raimo, Gianni Celati, Marcello Fois, Laura Pugno, Biagio Cepollaro, Ginevra Bompiani, ecco le risposte di […]

  79. […] Cordelli, Gherardo Bortolotti, Dario Voltolini, Tommaso Pincio, Alberto Abruzzese, Nicola Lagioia, Christian Raimo, Gianni Celati, Marcello Fois, Laura Pugno, Biagio Cepollaro, Ginevra Bompiani, Marco Giovenale, […]

  80. […] Cordelli, Gherardo Bortolotti, Dario Voltolini, Tommaso Pincio, Alberto Abruzzese, Nicola Lagioia, Christian Raimo, Gianni Celati, Marcello Fois, Laura Pugno, Biagio Cepollaro, Ginevra Bompiani, Marco Giovenale, […]



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