Radio Kapital: Romano Alquati

8 aprile 2010
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Hommage1
di
Sergio Bologna

Non frequentavo Romano da una trentina d’anni, poco so della sua attività di docente, segnali e messaggi mi arrivavano ogni tanto da suoi allievi, persone in genere che avevano “una marcia in più” grazie al suo insegnamento. Quindi il modo migliore di ricordarlo mi sembra quello di andare indietro nel tempo, quando anch’io bene o male stavo imparando da lui e dai compagni che avevano messo in piedi i “Quaderni Rossi”. Ho detto in altre testimonianze e debbo ribadirlo anche adesso che alle riunioni generali dei “Quaderni” non ricordo di aver mai aperto bocca, parlando solo se interpellato, poi magari nel gruppo milanese mi davo abbastanza da fare ma in sostanza gli anni dei “Quaderni” sono stati per me Bildungsjahre.

Conricerca quindi. Non è mica facile dire che significato aveva questa parola. Perché certamente si tratta di una tecnica ma non formalizzata e forse non formalizzabile. Possiede lo stesso carattere sfuggente se la chiamiamo metodo, approccio. Quindi proviamo a procedere per esclusione. L’inchiesta sociologica può essere formalizzata, anzi può essere ridotta a procedura, c’è un metodo alle spalle, un sistema di pensiero. Il metodo della storia orale anch’esso può esser formalizzato in una serie di prescrizioni, anzi, dal punto di vista della tecnica può essere ridotto a manuale.

E’ chiaro che nessuno di questi approcci poteva interessare Romano anche se li conosceva bene e ne prelevava tutti gli elementi utili. Ma qualunque approccio disciplinare gli sarebbe stato troppo stretto perché lui e molti di quella generazione più che un bisogno di strumenti di conoscenza avevano un bisogno identitario prepotente e sofferto, quello di liberarsi dalla stretta della storia ormai conclusa del conflitto fascismo-antifascismo, dell’Italia repubblicana, della DC e del PCI. I conflitti erano altri, il ciclo mondiale era un altro, era una cosa grossa, pesante come sarebbe stata anni dopo la caduta del Muro di Berlino. Per capire i contorni del nuovo ciclo storico e trovarvi piena cittadinanza (questo intendo per bisogno identitario) Romano e prima di lui Danilo Montaldi, al quale a mio avviso Alquati deve moltissimo, scelsero di indagare “l’uomo che verrà”, per riprendere il titolo di un film fortunato. Cosa intendo dire? Quando Danilo parla con il militante politico di base che le ha fatte tutte o con i personaggi inurbati delle periferie milanesi, o quando Romano parla con un operaio delle Ferriere, anch’esso ancora legato più o meno al mondo contadino, mettono in moto un sistema complesso di conoscenze, memorie, sensazioni, affetti, brandelli di letture, esperienze, schiudono un piccolo “vaso di Pandora” trabordante di indicazioni su “chi siamo”, “come funziona adesso la baracca”, “chi e che cosa ci impedisce di essere liberi”, “chi ci sta raccontando delle balle”, “quali sono le cose serie, che anche tra trent’anni ci troveremo tra i piedi”, “la tecnica da che parte la prendiamo, ci opprime soltanto o ci mette in mano degli strumenti”, “quanta parte della tua memoria mi porto dentro senza saperlo”, “per cavarmela, per difendermi io ho imparato questo e questo” ecc., ecc.. Cose che possono essere riassunte nella definizione “ricerca della soggettività altrui”, io penso invece che fossero in primo luogo un modo per chiarire a se stessi la propria identità, per trovare la propria cittadinanza dentro un mondo i cui contorni si chiarivano man mano che il dialogo e la partecipazione alla vicenda operaia andavano avanti. Chi attiva veramente conricerca non si sente mai “un ricercatore”, non percepisce mai se stesso come tale, non sente mai di essere qualcosa di diverso, di “altro” dalla persona con cui sta parlando. Pertanto non ha come bisogno primario quello di conoscere i tratti formali di una disciplina, di un metodo di ricerca. Il suo bisogno primario è quello di assumere un comportamento, uno stile di relazione, un’affettività, una complicità. E’ un gesto dove mette in gioco tutta la propria fragilità e insicurezza, dove le idee confuse sulla propria identità e collocazione storica si chiariscono poco a poco. Dev’essere un gesto alla pari e al tempo stesso di distanza, niente di peggio che un rapporto vischioso, il rispetto per gli altri esige distanza. E qui, inutile girarci attorno, c’è chi ci riesce e chi no, chi ha la struttura umana, la sensibilità, l’intelligenza, la passione e chi non le ha oppure riesce ad esprimerle in altri campi. Qui c’è l’uomo e Romano era quest’uomo, inimitabile.

Così riusciva a vedere quel che altri non vedono, riusciva ad attribuire un valore a cose che gli venivano trasmesse che altri non sarebbero stati in grado di cogliere o che fraintendevano. Un esempio: l’analisi della passività operaia. Per gli sciocchi militanti tradizionali gli operai esistevano solo quando lottavano. Leggere in senso positivo o, meglio ancora, ambivalente i lunghi periodi di passività della classe operaia è stato un forte passo avanti, anche per indagare meglio certi periodi storici (si pensi al problema del consenso durante il fascismo). Quindi Romano ci ha insegnato a cogliere le sfumature, le sfaccettature, le enormi differenziazioni all’interno del corpo della classe operaia. Da qui nasce il concetto di composizione di classe, che poi si è rivelato assai utile per non incorrere in quelle generalizzazioni senza senso che sono la negazione stessa sia dell’indagine che dell’iniziativa. Il conflitto industriale infatti parte sempre da una situazione specifica. Dalle condizioni generali di sfruttamento (salari, ritmi, orari, ambiente, rischio), che costituiscono per così dire la piattaforma costante del conflitto, per arrivare al dunque c’è sempre bisogno di qualcosa di specifico, di esemplare.

Ancora due cose vorrei aggiungere. Romano non solo ci ha insegnato a non assumere il ruolo di “ricercatore” facendo conricerca, non solo ci ha insegnato a mettere da parte un ruolo professionale formalizzato per raggiungere obbiettivi più alti e a più lunga scadenza, ma ci ha anche insegnato a sostituire il concetto di “direzione” con quello di “servizio”. Non ha mai pensato di voler essere né di voler formare “dirigenti” della classe operaia, rompendo in tal modo il cordone ombelicale con la cultura e la tradizione comuniste. Aveva però chiaro in testa che c’è chi è in grado di tirare, chi ha le idee più chiare degli altri, chi vede più lontano e chi no. Non gli importava un fico secco di “scrivere per tutti”, aveva sviluppato un linguaggio tutto suo, uno stile di scrittura inimitabile, chi era in grado di seguirlo bene, chi lo trovava astruso, peggio per lui. Segno evidente di un caratteraccio, come si dice in gergo. Ma proprio per questo coloro che lo hanno conosciuto non solo cercavano di ascoltare i suoi insegnamenti, ma anche gli volevano bene.

  1. Lo scorso 3 Aprile è mancato a Torino, all’età di 74 anni, Romano Alquati, esponente di spicco del pensiero operaista di cui fu uno degli iniziatori, partecipando alla redazione dei “Quaderni rossi” prima e di “Classe Operaia” poi []

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5 Responses to Radio Kapital: Romano Alquati

  1. natàlia castaldi il 8 aprile 2010 alle 11:24

    un hommage che è cosa buona e giusta.
    tnx

  2. marthagraham il 8 aprile 2010 alle 12:51

    “Dev’essere un gesto alla pari e al tempo stesso di distanza, niente di peggio che un rapporto vischioso, il rispetto per gli altri esige distanza. ”
    vero, e difficilissimo

    un piccolo refuso: Danilo è Montaldi, non Montali, e tra i suoi libri luminoso l”Autobiografie della leggera”.

  3. francesco forlani il 8 aprile 2010 alle 14:32

    thanx
    effeffe

  4. gughi il 8 aprile 2010 alle 16:53

    Romano, uno spirito libero, un personaggio creativo, un anti-intellettuale, un investigatore drop out, una risata calda e ironica, un detective inventivo della scienza operaia, un amico tenero e remoto?
    Tutto finito.
    Sit tibi terra levis.

  5. E' morto Romano Alquati | Franco Vite il 20 aprile 2010 alle 11:41

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