La responsabilità dell’autore: Gianni Celati

10 aprile 2010
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[Dopo gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo Erri De Luca, Luigi Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti, Dario Voltolini, Tommaso Pincio, Alberto Abruzzese, Nicola Lagioia, Christian Raimo, ecco le risposte di Gianni Celati]

Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?

Nel campo letterario, come in quello politico-finanziario, domina il traffico manageriale, l’aggrapparsi al carro del vincitore. Le tonnellate di romanzi buttati sul mercato sono tutti una ripetizione delle ultime furberie per infilare la strada del successo.

Ti sembra che la tendenza verso un’industrializzazione crescente dell’editoria freni in qualche modo l’apparizione di opere di qualità?

Quello che domina è una letteratura meccanizzata. I prodotti  più venduto sono finzioni che hanno tagliato i ponti con una letteratura del passato, considerata troppo scomoda e difficile. E la lingua dei nuovi minestroni romanzeschi è la lingua dell’attualità, con le frasi impantanate in un presupposto e scolastico “scrivere come si deve” .

Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?

Non  so. Abito in Inghilterra e non li leggo. Ma, come ho detto, la più usata è la lingua meccanica dell’attualità, oppure la lingua pubblicitaria all’americana

Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?

Credo che la maggior parte delle case editrici badino ai propri affari e basta, seguendo le direttive manageriali. Questi manager non sanno quello che pubblicano, sanno solo il numero delle copie vendute. E ormai c’è un compra-vendita degli autori di successo come quello dei calciatori.

Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?

Sì, credo di sì. Ma non sono in grado di dire altro.

Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme?

Sostenerle come? Con qualche istituzione come i premi? I premi con fasto di quattrini, abboffate per signori di lusso, e  organizzatori che non permettono critiche? No, meglio che ognuno vada per la sua strada, e se ha il coraggio di restare nell’ombra, tanto meglio.

Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo …), che ha una risonanza sempre maggiore all’estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?

Se un cosiddetto scrittore vuol mettersi a “dire la sua” potrà farlo solo usando le frasi fatte dell’ultim’ora sui giornali. Questa è la koiné del giorno d’oggi. Non  credo sia possibile farsi tante illusioni, come “esseri liberi”.  Gran parte di autori che si mettono a dire la loro sulla stampa, mi sembra che lo facciano  per crearsi un pubblico, esser sulla cresta dell’onda , e poi magari scrivere romanzi meccanizzati con un pubblico già pronto ad applaudirli.

Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?

Sì, potrebbero essere meno ruffiani. Il ruffianesimo della politica, della letteratura, dell’università: questa è la retta via nell’inferno del giorno d’oggi.

Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?

Al punto a cui siamo, non c’è neanche modo di capire che razza di nazione sia l’Italia. Ma trovo anche inutile condannare i singoli. Vanno dietro al carro del vincitore. Abitudine antica.

Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali «Libero» e «il Giornale», caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell’informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe…), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?

Conosco quei giornali per uno scivolone fatto sulle loro pagine in un periodo di depressione, quando ero in vena di darci un taglio con lo scrivere. L’intervistatore era garbato, ma ho capito che le mie lagne contro un editore di sinistra facevano comodo. Da una frase che un amico mi ha riportato, pare mi prendano per uno di loro, ma “troppo timido”. Solo in seguito ho letto quel tipo di stampa, che rappresenta la situazione attuale con testate d’assalto, secondo un classico stile di destra. Xenofobi, razzisti, omofobi, si tramandano la cieca rissosità ch’era del fascismo.

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160 Responses to La responsabilità dell’autore: Gianni Celati

  1. ng il 10 aprile 2010 alle 09:55

    Estraniazione totale (e rifiuto) dal contesto. Uno sguardo esterno e disincantato, senza speranza. Al di sopra della mischia – citando Heiner Muller. Solo che, a questo punto, che è un punto morto per chi ha letto tutte le interviste, e morto perché l’attenzione si trascina nella certezza che niente di importante verrà più detto, forse ora, in questo istante di requie, sarebbe opportuna una virata, uscendo dall’incanto degli amici, esposti, quand’anche grossolanamente, a “sinistra”, e intervistare un autore che spariglia tutto, così, per animare il mortorio e magari, in filigrana, cogliere uno sguardo ulteriore. In un punto qualunque della letteratura italiana esisterà, vivo e interessante, qualcuno che possa accendere di nuovo l’attenzione, ne sono certo: esiste. Altrimenti, qui, tra l’insonnia apocalittica di Celati e la leggerezza mercantile di Raimo, con unici salvi Murgia e Bortolotti, qui si langue in una triste epopea consolatoria. Io ricordo nomi già fatti: Parente, Brullo, Zizzi, Wu Ming 1, Evangelisti. Così, per smuovere un po’ la confidenzialità e – perché no? – divertirci un po’ …

    NeGa

  2. F.D.D. il 10 aprile 2010 alle 10:02

    Suggerisco Efexor (min. 150 mg pro die) in alternativa Mutabon forte. Ma anche la buona vecchia corda può andare bene.

  3. georgia il 10 aprile 2010 alle 10:07

    io trovo le risposte di Celati perfette.
    La letteratura (la letteratura e non solo l’editoria) che segue le regole del campo politico finanziario.
    Trovo che sia l’unica vera risposta esatta data fino ad ora.
    Ad ogni modo è chiaro che a chi scrive in Italia le risposte, al momento, NON piaceranno molto ;-)

    Nel campo letterario, come in quello politico-finanziario, domina il traffico manageriale, l’aggrapparsi al carro del vincitore. Le tonnellate di romanzi buttati sul mercato sono tutti una ripetizione delle ultime furberie per infilare la strada del successo.
    […]
    Quello che domina è una letteratura meccanizzata. I prodotti più venduto sono finzioni che hanno tagliato i ponti con una letteratura del passato, considerata troppo scomoda e difficile. E la lingua dei nuovi minestroni romanzeschi è la lingua dell’attualità, con le frasi impantanate in un presupposto e scolastico “scrivere come si deve

  4. Alcor il 10 aprile 2010 alle 10:48

    «Le tonnellate di romanzi buttati sul mercato sono tutti una ripetizione delle ultime furberie per infilare la strada del successo.»

    vuol dire che li legge tutti? chapeau!

  5. Alcor il 10 aprile 2010 alle 10:58

    battuta a parte, che io di romanzi-romanzi invece ne leggo pochissimi e solo dopo che altri di cui mi fido hanno fatto da cavie, queste risposte apocalittiche lasciano il tempo che trovano, ognuno di noi potrebbe darle identiche nei numerosi momenti di nervoso, depressione e sconforto, ma cosa se ne cava, a parte il consiglio di emigrare tutti?
    Forse la prescrizione di FDD, corda compresa.

    Avessi trent’anni, mi incazzerei di brutto, a sentire questi vecchi che han visto tempi migliori, e lo dico con tutta la stima, e non è piccola, che ho per Celati.

  6. georgia il 10 aprile 2010 alle 11:21

    alcor io ne leggo tanti e mi sento di essere più o meno d’accordo con celati, certo poi esistono le eccezioni, com’è naturale.
    I trentenni si incazzano infatti ma non (o non solo) con celati, soprattutto si incazzano i migliori;-).
    In quanro a tempi migliori non credo esistono (e non sono mai esistiti), ma di solito le critiche (parlo di critiche e non di stroncature che trovo del tutto inutili) si fanno sulla materia in fieri, almeno così dovrebbe essere.

  7. maria(v) il 10 aprile 2010 alle 11:23

    alcor, a me fanno incazzare di più i giovani però…
    come dice nevio, a parte bortolotti e pochi altri, che lasciano qualche spiraglio, quando interroghi gli scrittori è il coro unanime: dalla morsa stritolatrice dei mercati non se ne esce vivi.
    (con poche eccezioni)
    direi, nonostante l’enorme stima che nutro per Celati, che sono un po’ stufa delle risposte degli scrittori.
    e nevio, al contrario di quanto suggerisci, credo sia giunto il momento d’interrogare il teatro.
    il teatro è l’esempio più eclatante della stoffa del perdente – almeno dalla genesi del tubo catodico- eppure esiste, ed è vivo e vegeto e ‘sti cazzi se vive, anche senza i mercati, anche senza spazi, senza fondi, al limite quasi senza pubblico, con una generosità, un impegno, una dedizione, una fede, una fiducia che ha qualcosa di soprannaturale per i profani…sulla responsabilità o irresponsabilità dell’arte mi piacerebbe s’interrogasse il Teatro delle Albe che ha lavorato a Scampia come a Chicago nelle scuole coi metal detector o la compagnia di Pippo Delbono nata dai manicomi oppure , che so, Valdoca, Motus, Socìetas……….
    la ragione per cui, pensavo tra me, ultimamente preferisco mille volte il teatro alla letteratura-poesia contemporanee (con poche eccezioni) è che i romanzi, come la poesia – con poche eccezioni- sono quasi sempre finti, gli attori, il teatro quasi mai.
    Interrogate il teatro, a questo punto.

  8. georgia il 10 aprile 2010 alle 11:32

    romanzi, come la poesia – con poche eccezioni- sono quasi sempre finti

    oggi tutto è terribilmente finto (che non vuol dire falso, ma molto peggio) interessante la tua riflessione sul teatro come unica narrazione vera (in tempi di crisi) … può essere, certo è in ballo il corpo, che la scrittura non sa più mettere nei libri, e non è certo cosa da poco.
    in fondo in europa successe così anche nella fine 500-600, dove tutto (o quasi) era finto all’infuori del palcoscenico. In fondo le grandi democrazie europee nascono proprio nel teatro … noi in italia stavamo inventando l’opera e chissà che non sia questo il motivo per cui non siamo riusciti mai a diventare veri ;-) …

  9. G. P. il 10 aprile 2010 alle 11:35

    Io dell’ultima risposta non ci ho capito niente.

  10. Alcor il 10 aprile 2010 alle 11:45

    i trentenni mi faranno incazzare quando avranno cinquant’anni e si scoprirà che hanno dato tutti, nei fatti, ragione a Celati

    i trentenni (categoria di comodo, ovviamente) non si sono scelti l’anno in cui sono nati, si ritrovano il mondo così com’è e devono farne qualcosa, non credo che cavino molto dalle visioni apocalittiche dei vecchi
    i vecchi, categoria alla quale appartengo, anche se in posizione meno avanzata di Celati, difficilmente guardano avanti, e se guardano, difficilmente capiscono cosa succede e molto difficilmente sanno valutare l’eventuale qualità di quello che nasce [me compresa], è nelle cose e non è il caso di imputarglielo a colpa, ma prendono spesso grandissimi granchi e più spesso ancora non vedono proprio quelli che probabilmente lavorano nell’ombra, come lo stesso Celati auspica.
    Ed è ovvio che sia così, ma perché propinare questi sbotti di malumore, legittimi, per carità, ma inutili, proprio quando vieni interrogato e hai il tempo e la possibilità di dare risposte articolate?

    E’ vero che “tutti” i romanzi buttati sul mercato (e tutti i romanzi vengono buttati sul mercato, compresi quelli di Celati) sono una ripetizione di furberie?

    E questa frase: «I prodotti più venduti sono finzioni che hanno tagliato i ponti con una letteratura del passato, considerata troppo scomoda e difficile» è applicabile solo all’oggi? la produzione di fiction di consumo è sempre stata altissima, se ci pare che non sia così è solo perché ha fatto la fine che doveva, e sono rimaste a galla le opere di valore, noi oggi vediamo solo quelle e pensiamo che siano state le sole a essere scritte.

    Poi su alcune cose sono d’accordo, ma sono d’accordo anche perché sono banali e già dette, anche qui su NI, da parte di tanti, commentatori compresi.

    Insomma, di nuovo un’occasione persa.

    @maria

    e quelle “poche eccezioni” sono appunto le cose sulle quali forse sarebbe il caso di puntare l’attenzione

  11. georgia il 10 aprile 2010 alle 11:46

    GP a me è sembrata chiarissima :-)
    Parla, almeno mi sembra, di una sua intervista rilasciata a qualche giornale di destra (non la conosco) e solo dopo si è sentito strumentalizzato, cioè ascritto d’ufficio automaticamente fra i destri, ma troppo timido per dirlo chiaramente :-). In fondo chiunque sia critico contro la sinistra, viene considerato (da detti ambienti) come utile alla destra. Per il linguaggio xenofobo, razzista, omofobo dice una cosa lapalissiana … è solo tradizione, che discende direttamente dal linguaggio fascista … beh del resto basta leggersi un po’ di stampa ufficiale del fasismo per capirlo. ma oggi non è che tutta la stampa cosidetta di sinistra sfugga a questo contagio … alcuni titoli e copertine del Fatto non è che siano poi molto diverse da Libero (i contenuti invece lo sono, ma conta anche la forma)
    geo

  12. Alcor il 10 aprile 2010 alle 11:47

    [anche lui tace sulla poesia]

  13. Francesca il 10 aprile 2010 alle 11:58

    Io non li reggo, questi babbioni nostalgici dei tempi che furono. Le risposte di Celati generalizzano un contesto che è molto più sfaccettato di come lo liquida lui. Forse non aveva voglia di rispondere, o forse è semplicemente vecchio, incapace di considerare che tutto il meglio possa non essere trascorso con la sua generazione. Basta intervistare i morti.

  14. G. P. il 10 aprile 2010 alle 11:59

    “uno scivolone fatto in un periodo di depressione”

    Non è assai italiano codesto ricorso al certificato medico?

  15. Alcor il 10 aprile 2010 alle 12:03

    @francesca

    complimenti, liquidare Celati come “babbione nostalgico” e “morto” è un grande contributo

    dubito che tu lo abbia mai letto

  16. georgia il 10 aprile 2010 alle 12:04

    E questa frase: «I prodotti più venduti sono finzioni che hanno tagliato i ponti con una letteratura del passato, considerata troppo scomoda e difficile» è applicabile solo all’oggi?

    Beh alcor è innegabile che in europa (+ tutti gli altri paesi di lingua inglese) nel ‘900 (tutto il novecento ma concretizzatasi veramente solo nella seconda parte) sia stata operata una cesura epocale, mai avvenuta prima, almeno dalla nascita della stampa in poi.
    Oggi è un periodo in cui tale cesura è terminata, ma lasciando il vuoto dietro a chi scrive oggi. Cosa succederà non lo so, per ora tutto galleggia nel vuoto, ma non è detto che non venga fuori qualcosa di grandioso, oggi? domani? chissà … certo è vero, come dici tu, che per ora non siamo in grado di capirlo … ma è anche vero che non sempre, in un vuoto resettato i programmi funzionino se non vengono prima reinstallati e soprattutto è vero che non sempre si migliora ;-).
    Anche la data simbolica: i trentenni ci rimanda al Grande Resettamento, era, mi sembra, una parola d’ordine di alcuni gruppi intellettuali degli anni ’60 (veniva dagli Usa) che chiunque sopra i trent’anni non aveva più niente da dire …. e poi, volendo, ci rimanda anche al fascismo che del giovanilismo fece una sua arma (anche se ad impugnarla e a diffonderla erano sempre gli ex giovani) … insomma nulla di nuovo sotto il sole a parte il fatto che la nostra imperfetta ma preziosa democrazia sta andando letteralmente a puttana …

  17. Alcor il 10 aprile 2010 alle 12:09

    @georgia

    se ti rileggi, cerchi di capire quello che hai scritto e magari lo riscrivi, sono sicura che qualcuno di NI ti cancella questo commento e lascia quello sensato

  18. georgia il 10 aprile 2010 alle 12:24

    potresti incominciare tu, che sei sensata, a spiegarmi dove ho sbarellato ;-)

  19. Simone Ghelli il 10 aprile 2010 alle 14:15

    A me pare che certe letture apocalittiche (oltretutto non argomentate) non oppongano niente alle letteratura cosiddetta “meccanizzata”.
    E comunque, anche appurato che faccia tutto schifo, sarebbe stimolante trovare dei suggerimenti per uscire dall’impasse, altrimenti qual è il fine dell’intervista: certificare la morte della letteratura?
    Ad esempio sul web si potrebbe e si dovrebbe dire molto di più…

  20. harzie il 10 aprile 2010 alle 14:42

    Già, basta! Vogliamo l’oro colato! Tutto da un’unica bocca!

  21. Enrico Macioci il 10 aprile 2010 alle 15:19

    “Le tonnellate di romanzi buttati sul mercato sono tutti una ripetizione delle ultime furberie per infilare la strada del successo” afferma Celati.
    Ecco la generalizzazione fatta frase, la sciatteria intellettuale, lo sdegno aprioristico, il cinismo astioso, la cultura del mortuario – un’autentica morte-in-vita, altro che Coleridge!
    Lo ripeto ancora una volta (come già dissi a proposito della formulazione delle domande): attenzione all’uso che si fa del linguaggio, al continuo assassinio del senso. Se anche uno scrittore (e traduttore e professore e intellettuale di rango eccetera) parla così, se esprime concetti così assoluti e così poco e male argomentati, non andiamoci a lamentare dei teatrini politico/giornalistici – oppure lamentiamocene ma fino al suicidio perpetrato nella maniera più orrenda e dolorosa, e non tanto per.
    ps: d’accordo con Gambula, io un’orecchio a Brullo e Parente lo butterei.

  22. Enrico De Vivo il 10 aprile 2010 alle 18:17

    Qualche anno fa, una volta che passeggiavamo per il lungomare di Torre del Greco, Celati mi raccontava che i suoi libri ormai li tolgono subito di mezzo dagli scaffali delle librerie perché non vendono granché nei primi due mesi. Io gli rispondevo: “impossibile che eliminino i tuoi libri, tu hai una storia!”. E lui replicava: “per te, ho una storia…”. E voleva dire, per te che hai letto i miei libri, ho una storia – per gli altri no.
    Capisco solo oggi forse, leggendo la maggioranza dei commenti a questo post, il senso di quella risposta. Lui, in pratica, voleva farmi capire che per gli acquirenti medi attuali di libri, la sua “storia” (come tante altre), molto semplicemente, non esiste più. Come non esiste più, in generale, il passato, o meglio, qualsiasi passato problematico, che appunto, come si dice(va), “abbia fatto storia”. Il mondo, infatti, per questi eterni nascituri che sono gli acquirenti medi attuali di libri, deve essere sempre spiegato tutto daccapo, ogni volta che entrano in libreria, o sfogliano il giornale o navigano in internet (Wikipedia, per loro, è come Virgilio per Dante) – ogni giorno che aprono gli occhi. Per gli eterni nascituri, il passato è morto, come va ormai ripetendo da anni, con lucidità straordinaria, Massimo Rizzante (sulla scia, a quanto capisco, di Danilo Kis). E sono morte tutte le “storie” – tranne le loro, s’intende, ossia tranne nelle quali gli eterni nascituri vanno a specchiarsi nei reality show o nell’attualità televisiva, internettiana, giornalistica. Non è una colpa che sto gettando addosso a qualcuno, è una constatazione di fatto – del fatto di come e dove va il mondo.
    Allora, davanti a queste risposte così brusche e perentorie di Celati, ci sarebbe da chiedersi, invece di protestare la propria insofferenza ignorante o malfidata: perché Celati risponde proprio così a questo genere di domande? Se è lo scrittore che sappiamo, finissimo (parlo a chi ne conosce la “storia”, ovviamente), perché sceglie di non argomentare, di fare lo gnorri, il depresso, il coglione, rispondendo su questioni tanto serie e pregnanti? Forse perché tanto serie e pregnanti non sono, in quanto le questioni vere sono altre e sono altrove? Ecco delle domande buone da farsi con coraggio e fino in fondo – domande che consentirebbero di concedere un minimo sindacale al buon Celati, riconoscendo perlomeno che quando scrive, come un qualsiasi scrittore che si rispetti, non scrive mai “a capocchia”.

  23. Alcor il 10 aprile 2010 alle 18:46

    “perché sceglie di non argomentare, di fare lo gnorri, il depresso, il coglione, rispondendo su questioni tanto serie e pregnanti? Forse perché tanto serie e pregnanti non sono, in quanto le questioni vere sono altre e sono altrove?”

    Ma se non sono tanto serie perché diavolo ha risposto, benedetto uomo, se un questionario non convince si può anche dire, no grazie, o porre finalmente ben chiare le questioni vere.
    Non penso che NI gli abbia dato limiti di spazio.

    Io per Celati, come ho detto sopra, ho grande considerazione, ma nelle questioni generali non è infallibile, come non lo è nessuno scrittore, neppure il più grande, e questo dovrebbe saperlo proprio chi conosce il passato, ma soprattutto con queste risposte ha preso posto nella fila degli apocalittici,
    un apocalittico, va bene, due apocalittici, pure, quando però la fila si allunga, l’interesse a leggerle, queste risposte, cade perché si assomigliano tutte.
    E guarda caso, sono prevalentemente della generazione dei padri.

  24. Enrico De Vivo il 10 aprile 2010 alle 19:34

    Tipico esempio il tuo, gentile Alcor, di mancanza di fantasia. Quando siamo di fronte a una cosa, a qualsiasi cosa, non siamo obbligati a “prenderne possesso” con una risposta esatta del tipo: “sì” o “no”. Possiamo anche dire “forse”, “non so”, “così così”, “insomma”, “si potrebbe fare”, etc. – a maggior ragione se si tratta di letteratura. La famigerata “fantasticazione” sta tutta qui, nel saltare a pie’ pari le fosse (le tombe) del sì e del no, della realtà e dell’irrealtà, del consenso e del dissenso. La risposta di Celati al questionario, a mio avviso, proprio per la modalità scelta, è una risposta molto fantasiosa e piena di interrogativi. Io non so (con esattezza…!) quali intenzioni avesse, ma ho provato a insinuare qualche ipotesi, dicendo quello che ho detto. Non c’entra niente, quindi, il “sì” o il “no” accordato a un’operazione culturale come questa di NI. C’entra la letteratura, e c’entra alla grande. Perché, per dirla con un filosofo molto caro proprio a Celati, “è sempre possibile scappare ‘tra le corna’ del dilemma”. (Enzo Melandri)

  25. Enrico Macioci il 10 aprile 2010 alle 19:38

    @De Vivo
    Se non l’ha fatto, legga il saggio di Foster Wallace E UNIBUS PLURAM, sugli scrittori e la tv: lucidità da vendere. Oggi certi temi sono ineludibili, bisogna attraversarli e rielabolarli, ma non si può ignorarli (reality inclusi, ahimè, e questo non significa che uno debba seguirli con assiduità, ma debba sapere della loro esistenza nonché della loro diabolica essenza). Non è più tempo dei lamenti, ne sono profondamente convinto, proprio perchè la congiuntura è cruciale e, per certi versi, drammatica; sono almeno due decenni che l’atteggiamento aprioristicamente negativo di parecchi importanti intellettuali sta condizionando il modo d’intendere il fenomeno letterario, specie qui in Italia. Il confronto col passato deve porsi, è anzi indispensabile porselo, ma non deve trasformarsi in una tomba (persino Harold Bloom spera ancora). Credo che la nostra epoca sia straordinariamente pregna di potenzialità, appunto perché è un’epoca terminale/iniziale (tutto ciò che termina dev’essere seguito da un inizio). Il nichilismo più pericoloso è quello travestito o da ironia, o da rimpianto. La mia contestazione a Celati verte soprattutto sulla prima risposta, ove fa dell’intera produzione narrativa italiana attuale un fascio, in poche righe e senza – è evidente – possederne una conoscenza approfondita, quella che va oltre i bestsellers e la “letteratura meccanizzata”. Il lettore medio, poi, è sempre stato “eterno nascituro”, è sufficiente leggere qualche lamentazione leopardiana degli anni ’20 dell’800. Basta insomma con le banalità.
    Sul fatto che le “questioni serie e pregnanti siano altrove” concordo, invece. Le dieci domande sono troppo ideologiche e quindi non respirano.

  26. cf05103025 il 10 aprile 2010 alle 19:44

    Non so a che serva quest’intervista.
    Era meglio buttarla.

    Da ciò che leggo deduco, forse ingiustamente, che Celati legga pochissimi libri di contemporanei, giovani.
    Non capisco come si possa fare un’analisi del mondo letterario italiano così approssimativa quando vengon pubblicati in Italia migliaia di testi narrativi ogni anno che sicuramente l’intervistato non conosce, mai ha veduto o sfogliato.
    Io non leggo moltissimo però sfoglio parecchio, qua e là, e trovo che il gran minestrùn industriale esiste, magari domina, però sopravvivono ancora settori di ricerca letteraria degna, tra giovani e vecchiotti.
    L’è dura.
    Ma questa sparatina celatiana l’è meglio farla volar fuori dalla finestra.

    MarioB.

  27. G. P. il 10 aprile 2010 alle 19:52

    Per me il problema è: Vecchiatto è morto o è disperso? e se disperso, è a portata di internet point? e se sì, perché NI non gli pone il questionario?

  28. Enrico De Vivo il 10 aprile 2010 alle 19:55

    Non “lettore medio”, Macioci, ma “acquirente medio”. E’ ben diverso – e anche più… leopardiano!

  29. filippo il 10 aprile 2010 alle 20:14

    però, La Banda dei Sospiri…, però, Comiche… poi, purtroppo, sono arrivati i narratori pianeggianti…

  30. giuliomozzi il 10 aprile 2010 alle 20:18

    Enrico De Vivo scrive poco sopra: davanti a queste risposte così brusche e perentorie di Celati, ci sarebbe da chiedersi, invece di protestare la propria insofferenza ignorante o malfidata: perché Celati risponde proprio così a questo genere di domande? Se è lo scrittore che sappiamo, finissimo (parlo a chi ne conosce la “storia”, ovviamente), perché sceglie di non argomentare, di fare lo gnorri, il depresso, il coglione, rispondendo su questioni tanto serie e pregnanti? Forse perché tanto serie e pregnanti non sono, in quanto le questioni vere sono altre e sono altrove?

    Aggiungerei: forse perché questo linguaggio – il linguaggio nel quale sono scritte queste domande – non è capace di nominare le questioni vere? O, addirittura: forse perché questo linguaggio serve a non nominare le questioni vere?

    (A queste due mie domande non so rispondere).

  31. lucy il 10 aprile 2010 alle 20:25

    di tutti gli intervistati sin qui, gianni celati è l’unico veramente grande. può dire quello che gli pare: sta fuori e se ne frega dell’italietta nostra, con i critichini e gli scrittoruccoli che si ritrova: e fa bene. non c’è niente da sparigliare: non c’è un solo scrittore in grado di rispondere a questi quesiti in maniera sorprendente. se fossero in grado di dire qualcosa di nuovo e meno annoiato sarebbero dei grandi: come uomini e come scrittori. la mediocritas che praticano, talvolta travestita da andata al popolo dell’ultima ora, altre da turriseburnea vel domusaurea, tanto per non confondersi con la pazza folla, è ciò che sono e sanno fare. continuo a comprare libri per inerzia: sono ottimi come stimolanti dell’intestino e sonniferi. in alternativa, quando mi fanno proprio incazzare, mi servono per darmi na botta de adrenalina. è tutto così naturale, che è proprio finito tutto.

  32. Alessandro Ansuini il 10 aprile 2010 alle 20:57

    Non succede praticamente mai ma devo dire che sono d’accordo con l’ultimo commento di mozzi.
    La fregatura è nelle domande non nelle risposte.
    Se posso permettermi, suggerirei di cambiarle man mano, se ce ne sono altre. Inserendo magari quelle poche porposte che ai più sono sembrate irriverenti, gli stessi più che poi si annoiano a sentire “i politici parlare di politica”.
    Ovviamente mi riferisco alla posposta di Galbiati. Sarebbe stato interessante leggere cosa avrebbe risposto Celati.

  33. harzie il 10 aprile 2010 alle 20:58

    Quando ho visto il post, dapprima mi son chiesto come mai Celati, anzi il Celati che conosco – ho letto circa metà dei suo libri e un paio di saggi sulla sua opera –, si fosse prestato a rispondere alle domande. Poi mi son detto, sarà per amicizia con qualcuno dell’iniziativa, o forse no, comunque difficilmente per essersi trovato d’accordo, il Celati che conosco, sulle domande e la loro formulazione.
    Poi leggendo le risposte mi son detto: benissimo, perfetto. Come altrimenti avrebbe potuto rispondere il Celati che conosco? Potevo forse aspettarmi qualcosa di diverso? No. Coerente, chiaro, onesto. quindi son rimasto soddisfatto: non dalla verità assoluta delle risposte, ma dalla loro verità celatiana. O quella che conosco.

    Magari se avessi letto tutto Celati la penserei diversamente.

    In ogni caso, se un autore trentenne avesse risposto come Celati, mi avrebbe infastidito. Come mi infastidisce il fatto che certi, da questi questionari, paiano aspettarsi risposte assolute, definitive, OGGETTIVE, e non, come suggerirebbe l’elenco stesso degli interpellati, risposte d’autore, valide dunque per capire lui, la sua opinione, al limite persino la sua poetica, comunque il suo bisogno, più o meno manifesto, di posizionarsi tra gli altri, i suoi colleghi, sodali e/o concorrenti, in un mercato che accetta o rifiuta, che lo accetta o lo rifiuta, e questo anche a seconda dell’età, ossia dall’avere o meno, come autori, una storia alle spalle. E Celati, da questo punto di vista, è senz’altro tra quelli che hanno meno da perdere. Mentre l’autore trentenne ecc. ecc.

  34. harzie il 10 aprile 2010 alle 20:59

    Dopodiché, dimenticavo, sono assolutamente d’accordo con G. P.

  35. Giacomo Giossi il 10 aprile 2010 alle 21:07

    @ Enrico De Vivo, potrei dire che “condivido”, che “apprezzo” che “appoggio” che “sostengo” quello che lei dice, ma sono tutte parole che non servono, che non vanno bene. Penso solo che dopo aver letto le risposte di Gianni Celati e i relativi commenti, aver letto il suo di commento, mi ha fatto felice.
    Voglio bene a Gianni Celati e ringrazio lei per la precisione delle parole.

  36. G. P. il 10 aprile 2010 alle 22:11

    o Vecchiatto
    o Paolo Poli

  37. Enrico Macioci il 10 aprile 2010 alle 22:25

    Scrive lucy (vado un attimo fuori tema, ma la curiosità è forte):
    “continuo a comprare libri per inerzia: sono ottimi come stimolanti dell’intestino e sonniferi. in alternativa, quando mi fanno proprio incazzare, mi servono per darmi na botta de adrenalina. è tutto così naturale, che è proprio finito tutto.”
    Ma scusi, allora cosa compra e legge a fare? E perchè pretende risposte sorprendenti e/o interessanti da un mondo che lei stima meno di zero?

  38. andrea inglese il 10 aprile 2010 alle 23:13

    a alcor
    “un apocalittico, va bene, due apocalittici, pure, quando però la fila si allunga, l’interesse a leggerle, queste risposte, cade perché si assomigliano tutte.”

    non dico che un’inchiesta in forma di questionario debba per forza interessare tutti; nemmeno offre, probabilmente, agli scrittori di esprimersi nelle loro maniere più idonee, però se un’inchiesta ha un certo interesse, questo è inerente al suo aspetto quantitativo; una grande omogeneità nelle risposte, che tu riscontri, è una dato specifico che l’inchiesta ti offre, e di cui non potevi avere certezza prima che l’inchiesta fosse fatta;
    poi c’è inchiesta buona e inchiesta cattiva; se un’inchiesta cattiva, viene legittimata da coloro che rispondono, anche questo è un dato di cui tenere conto;
    o magari le questioni vere sono ben altre, solo che nessuno le sa nominare e rimangono ineffabili, e anche questo è un dato di cui prendere atto: che qualcuno lo veda, anche se molti no, il vero comunque nessuno lo sa dire…

  39. paperinoramone il 11 aprile 2010 alle 00:08

    @ lucy

    Quindi le càpita di addormentarsi mentre è in bagno? O peggio, il contrario?
    Ammesso che sia possibile…

  40. Alcor il 11 aprile 2010 alle 00:52

    Ossignore, adesso manco anche di fantasia:-D

    Spero vivamente che mi sia risparmiata, negli anni a venire, la sorte maligna dell’altrui devozione, non mi pare di correre rischi, ma non si sa mai e incrocio le dita.

    @inglese

    probabilmente hai ragione,
    parlo a) del fatto quantitativo e b) del fatto che se un’inchiesta cattiva viene legittimata da chi risponde, bisogna prenderne atto: risponde e la legittima.

    Forse, il questionario non era ben strutturato e chiaramente proposto, ma nel momento in cui si decide di rispondere a domande che riguardano il lato pubblico del rapporto di uno scrittore con la letteratura, l’industria culturale e la politica, io mi aspetto che una persona che ha a cuore il mondo in cui vive ne approfitti per approfondire con i suoi interlocutori, con i lettori che lo leggeranno e con gli altri che hanno risposto, i temi indicati da quelle domande. Insomma, un po’ di generosità.

    Se poi le “vere” questioni non vengono sollevate dalle domande poste, chi risponde può sollevarle lui, se le conosce, o tentare.

    Non mi aspetto che tutti gli interpellati, scrittori o meno, siano sensibili a queste questioni, né mi aspetto -nel caso lo siano- che intendano rispondere qui, ma se accettano, mi aspetto che i più significativi facciano del loro meglio in una inchiesta che è un frammento di discorso pubblico e non una conversazione privata o una pagina di diario.

    Come ho detto, un apocalittico va bene, due anche, una fila mi fa pensare molto più alla fila e alla malattia di cui è sintomo che alla qualità delle singole risposte. Come del resto ho già detto sotto le risposte di Raimo.

    Questa sera a cena un signore più o meno della stessa età dei più anziani tra quelli che hanno risposto, e che fa un lavoro agli antipodi, un lavoro molto vicino alla creazione di imprese, diceva le stesse cose in riferimento al suo campo. E profetizzava un decadimento totale dell’Europa in pochi anni e del mondo occidentale in genere entro pochi decenni. Valori diversi, profezie simili.

    E dunque, o tutto è perduto, e allora io emigro, che tanto anche la maggior parte della mia vita è passata, mi faccio gli affari miei e cerco di coltivare quella fantasia che mi manca, oppure attribuisco questo catastrofismo anche all’ottica particolare di una persona che ha già vissuto gran parte della sua vita e l’ha vissuta come scrittore quando la letteratura poteva ancora credere di essere se non centrale, almeno influente (e non parlo di influenza meramente politica, ma di influenza sull’immaginario) e guarda sostanzialmente al passato.

    Ma mi urta moltissimo che il viatico che si offre a chi viene dopo sia questo. Chi è nato negli ultimi trent’anni si è ritrovato questo mondo qui, non è sua la colpa se “domina il traffico manageriale”, ma non tutti loro si aggrappano al carro del vincitore, non tutti ripetono le ultime furberie, compito loro è di fare quello che possono (il più che possono) con i materiali che hanno a disposizione, come tra l’altro fanno molti anche di quelli che leggo su NI.

    P.S.

    dovrebbe mettermi di cattivo umore, vedere queste difese d’ufficio di uno scrittore che non è stato attaccato come scrittore, ma di cui non si condivide il tono delle risposte a un questionario pubblico su temi pubblici – e per ragioni non futili, se permettete – dovrebbe, come sempre mi mette di cattivo umore la meccanicità di certe reazioni che mi ricorda l’antico motto “fedeli alla linea”, se invece questa sera mi ha fatto ridere è perché forse sono davvero molto vecchia anch’io e alla fine seguire l’impulso a dire, massì, che vada tutto in malora, niente è candido e scintillante come les neiges d’antan, è più facile e semplice. E questo è un male. Non c’è niente da ridere.

  41. lucy il 11 aprile 2010 alle 01:13

    per inerzia, macioci, ho detto per inerzia. l’inerzia prima o poi finirà. non stimo tutta la letteratura meno di zero, ma la letteratura italiana degli ultimi dieci-quindici anni. ma questo gli scrittori italiani non accettano di sentirselo dire dai lettori: quelli che comprano i libri, cosa che scordano costantemente, permettendosi anche di sproloquiare sulla commercialità del fenomeno: che pare riguardare sempre gli “altri”. a questo, il dovere verso i lettori, preferiscono i salamelecchi dei loro pari, che hanno l’unico costo di esigere altre lisciate pelose. stateve bbuone.

  42. AMA il 11 aprile 2010 alle 01:27

    Grande Celati. Suggerisce delle riflessioni anche importanti. A questo punto mi chiedo cosa vogliano sentirsi dire i lettori di Nazione Indiana.

  43. AMA il 11 aprile 2010 alle 01:29

    Suggerirei alla redazione di intervistare anche Alcor. Sarebbe un’operazione interessante.

  44. lucy il 11 aprile 2010 alle 01:39

    s’intervista già da sola: non basta?

  45. lorenzo galbiati il 11 aprile 2010 alle 03:27

    Mi pare che quel che emerga principalmente dalle risposte di Celati, che mi sembrano oneste ma un po’ superficiali, sia il ripetersi di concetti quali letteratura meccanizzata, linguaggio pubblicitario o dell’attualità ecc., infatti:

    “Le tonnellate di romanzi buttati sul mercato sono tutti una ripetizione delle ultime furberie per infilare la strada del successo…
    Quello che domina è una letteratura meccanizzata. I prodotti più venduto sono finzioni che hanno tagliato i ponti con una letteratura del passato, considerata troppo scomoda e difficile. E la lingua dei nuovi minestroni romanzeschi è la lingua dell’attualità, con le frasi impantanate in un presupposto e scolastico “scrivere come si deve” …
    come ho detto, la più usata è la lingua meccanica dell’attualità, oppure la lingua pubblicitaria all’americana…
    ormai c’è un compra-vendita degli autori di successo come quello dei calciatori….
    Se un cosiddetto scrittore vuol mettersi a “dire la sua” potrà farlo solo usando le frasi fatte dell’ultim’ora sui giornali…
    Gran parte di autori che si mettono a dire la loro sulla stampa, mi sembra che lo facciano per crearsi un pubblico, esser sulla cresta dell’onda , e poi magari scrivere romanzi meccanizzati con un pubblico già pronto ad applaudirli.”

    In sintesi, i romanzi di oggi sono scritti in modo meccanico usando il linguaggio dell’attualità, dei giornali, della pubblicità.

    Chiedo ai lettori forti di romanzi contemporanei: è davvero così?

    E inoltre, è vero – e se è vero, in quale senso lo è – quel che dice Celati quando afferma che i romanzi che vendono sono scritti tagliando i ponti con la letteratura del passato, troppo “scomoda e difficile”?

  46. giuliomozzi il 11 aprile 2010 alle 04:29

    Harzie scrive: mi infastidisce il fatto che certi, da questi questionari, paiano aspettarsi risposte assolute, definitive, OGGETTIVE, e non, come suggerirebbe l’elenco stesso degli interpellati, risposte d’autore, valide dunque per capire lui, la sua opinione, al limite persino la sua poetica, comunque il suo bisogno, più o meno manifesto, di posizionarsi tra gli altri, i suoi colleghi, sodali e/o concorrenti, in un mercato che accetta o rifiuta, che lo accetta o lo rifiuta, e questo anche a seconda dell’età, ossia dall’avere o meno, come autori, una storia alle spalle.

    Aggiungerei che, prima che le risposte, anche le domande (e l’inchiesta tutta) possono essere considerate come un mezzo (che Nazione indiana usa) per posizionarsi tra gi altri, i colleghi sodali e/o concorrenti, in un mercato che accetta o rifiuta, e questo anche a seconda dell’età, eccetera.

    (Un particolare – non proprio trascurabile – che invita a leggere l’inchiesta anche in questo modo è il fatto che le domande non chiedono informazioni. Chiedono solo opinioni. Cioè, appunto, letteralmente, prese di posizione).

  47. effettolarsen il 11 aprile 2010 alle 07:34

    @AMA
    bell’idea! :)

    La responsabilità dell’autore di commenti (o pistolotti): Alcor

    buonanotte

  48. maria(v) il 11 aprile 2010 alle 07:39

    ma la smettete di aggredire Alcor che è la signorilità del disappunto? sempre così composta, così garbata, ma certo se non sono applausi…
    harzie, hai torto. nessuno secondo me ha preteso la risposta definitiva. ma guarda caso è esattamente quanto, in molti, ci hanno servito, mi chiedo, a dispetto? da questo questionario emerge solo che gli scrittori sono davvero una razza assai antipatica, che è tutta colpa di maometto e della montagna, questa razza d’ignobili che non capisce il genio e non lo compra, quella razza di farabutti che detta cifre e non i pioli per afferrarle, oppure di quegli altri, che si sono venduti, o invece di quegli altri, ancora, che vogliono distinguersi, e non si capisce per quale vezzo o mistero vanesio, oppure…madonna santissima e che lagna! mi spiegate perché dovrei continuare a sprecare il mio tempo per leggere da grandi scrittori la fiera dell’ovvietà, dei livori? mi è venuta la nausea.
    evidentemente è stato troppo chiedere alla Loro maestà di esprimesri fuori dal Libro. ciò che è scritto è scritto. ne prendo atto, e certo poi è tutta colpa delle domande….
    talmente forte la nausea, a questo punto, che per un po’ ho deciso di trascurare questa querula letteratura e torno a vedere, leggere ed ascoltarmi il teatro ( e ringrazio ancora la cara francesca matteoni che mi ha salvato dalla distrazione e impedito di perdermi qualcosa di veramente bello e importante e significativo che stava quasi per sfuggirmi).

  49. ng il 11 aprile 2010 alle 09:21

    Subisco il fascino della catastrofe, in tutti i campi. E anche delle sue ritualità. È un’allegoria eccezionale per descrivere la decadenza della società borghese, in atto da tempo, anche se colta da molti solo di recente. La catastrofe è per natura sterile: non apre una nuova dimensione – superiore – della storia umana, ma costringe alla preistoria dei rapporti e delle vicende. È una sorta di grado zero. Ora, credo che Celati dica cose giustissime; anche la mia percezione di lettore coincide con quanto descrive. Oggi domina, in letteratura, se va bene l’ornamentale, nella maggioranza dei casi il nulla. La cosa che però mi lascia perplesso, che mi indispone ormai a tutte le interviste, e quindi all’inchiesta in generale, è la quasi totale mancanza di riferimenti a quella che è la letteratura prodotta, ai libri cioè. Tutto è tenuto nel vago da darmi l’impressione di rispondere a quel segreto modulo che è il vivi-e-lascia-vivere. Se Celati scrive: «Le tonnellate di romanzi buttati sul mercato sono tutti una ripetizione delle ultime furberie per infilare la strada del successo», io guardo a caso nella pila di libri appena letti e mi chiedo: sì, va bene, ma tra ALTAI di Wu Ming e GROTTESCHI E ARABESCHI di Trevisan c’è differenza? Se il primo gravita intorno e si consuma nell’immoto nulla della catastrofe, di fatto confermandola, il secondo invece mi tenta e penetra le mie difese di diffidenza: certo, la sua esistenza è un’eccezione e da solo non può scalfire lo sconforto; però esiste. Così come esitono anche altre inquietudini, altre intuizioni speciali. E allora, alla fine della baraonda, mi chiedo perché, a parte qualche battuta, tutte le risposte vertono su una generalità così vaga? Se sfoglio le migliori riviste culturali degli ultimi 40 anni, TUTTE rilevano quella stessa catastrofe di cui parla Celati: chi lo fa analizzando la concentrazione editoriale, chi lo fa analizzando maniacalmente le strutture linguistiche, chi misurando la perdita di spazio concreto, sul piano editoriale e sociale, della letteratura. Cosa aggiungono al già saputo queste interviste? Assolutamente nulla. Oppure, se proprio non voglio rendermi indifferente, mi confermano la perdita di profondità, che è caratteristica tipica di questi tempi. Non credo che il problema sia solo delle domande formulate; credo invece che ci sia una dialettica molto intima tra la vaghezza delle domande e la scelta di rispondere in modo indolore. Al ché mi sono chiesto: che sia questa la situazione dell’intelletualità diffusa in Italia?

    NeGa

  50. harzie il 11 aprile 2010 alle 09:55

    @ maria (v): Ho torto? Ma certo. Per te.
    Ma come puoi essere così assiomatica?
    Ci vule un bel coraggio (o abbaglio) a non anteporre alle proprie asserzioni le parole “secondo me”.

    Va da sé che, dall’insieme delle risposte, possono venire fuori informazioni condivise e quindi molto probabilmente verosimili sulla situazione letteraria e/o editoriale ecc. ecc. – ma bisogna anche vedere chi risponde, e perfino quando lo ha fatto.
    Celati, foss’anche soltanto il Celati che ha scritto l’ultimo Vecchiatto, dice cose vere dal suo punto di vista, dal punto di vista di uno che ha smesso di illudersi su certe cose e continua a farlo di brutto in altre; e sono cose che in molti casi incontrano le opinioni di chi lo ha preceduto, e in questo Celati ci aiuta a farci un’idea verosimile della situazione sulla quale è interpellato. Ma io – che non sono un paradigma, ma una persona in carne e ossa – più di questo non mi aspetto. Non mi aspetto che sia uno della sua generazione, con la sua poetica, con una visione delle cose come la sua, a offrirmi ad esempio un ragionamento propositivo sui media più recenti, o un’opinione meno radicale e più possibilista sui libri che escono oggi e via dicendo (se poi invece lo fa, sono pronto a stupirmi). Mi aspetto, diversamente, che possa dirmelo un altro, magari un “giovane”, o almeno provo un moto di approvazione nel momento in cui quest’ultimo mi offre una riflessione intelligente in merito, uno spiraglio. Allo stesso modo, se un “giovane” rispondesse come ha fatto Celati, io a pelle non mi fiderei, fin da subito, mi direi che qualcosa non torna, che non è possibile, che c’è disonestà, o almeno posa.
    Ma non è neppure una questione generazionale, evidentemente, altrimenti da un’Alcor, metti, mi aspetterei un atteggiamento quasi celatiano. E invece no. Alcor non è Celati. E infatti io so che, dopo aver letto Celati, potrò magari contare su Alcor per una posizione più sfumata, propositiva, e quindi critica – anche perché da commentatore si ha il privilegio di poter esercitare per primi la critica sulle affermazioni dell’intervistato, e se si è bravi lo si fa bene.
    Poi magari ci sarà chi aderisce più o meno integralmente alle affermazioni dell’intervistato, e tra questi ci sarà chi lo farà ciecamente, per partito preso, e chi invece argomenterà questa adesione nei dettagli. Personalmente, trovo talmente poco lungimirante e fecondo il questionario in sé che non mi interessa aderire o dissentire; mi interessa invece, più che altro, la verità dialogica che emerge da questa iniziativa, la sua polifonia, come forse avrebbe detto quel teorico, Bak, Bah… Ma sì, proprio così: come se a scriver qui fossero personaggi, non persone.

  51. harzie il 11 aprile 2010 alle 09:58

    Dopodiché, dimenticavo, continuo naturalmente ad essere d’accordo con G.P.

  52. Alcor il 11 aprile 2010 alle 10:02

    grazie @maria, ma non mi sento aggredita, le freccette non arrivano al bersaglio

    a proposito della catastrofe di cui parla @ng, ha ragione, il fascino che emana e che come dice giustamente emana da decenni, e che aveva un suo senso perché produceva opere e pensiero, è ormai sterile, dopo averlo subito, mangiando retorica sulla catastrofe a pranzo e a cena, non se ne può più, perché è diventato maniera, non produce analisi nuove, ma si nutre ripetitivamente delle vecchie, perciò anche qui, direi come ha detto Belpoliti sotto l’attaccatissimo post su Pasolini, andiamo oltre, il che non vuol dire dimenticare dove siamo e il tempo in cui viviamo, ma vedere se ci sono ancora forze vive in campo e occuparci di quelle

  53. Lello Voce il 11 aprile 2010 alle 10:03

    [è vero, neanche lui parla della poesia…. evidentemente in pianura si va a capo malvolentieri, e oltre le bianche scogliere di Dover anche…]

  54. lucy il 11 aprile 2010 alle 10:38

    se ci sono forze vive in campo, cara alcor, ci penserà lei ad ammazzarle.
    se non si affronta non la catastrofe, ma il niente dell’oggi, non si andrà da nessuna parte. il non aver mai affrontato sul piano storico-politico certe cosucce che riguardano esclusivamente il modo di stare al mondo degli italiani ha sdoganato fascisti e affaristi. ma non possiamo chiedere agli intellettuali – parola sempre più grossa – di sputare nella ciotola, nella greppia in cui mangiano: vero? dobbiamo andare oltre, leggeri leggeri, fiduciosi. appunto: leggeri leggeri, inconsistenti.

  55. G. P. il 11 aprile 2010 alle 10:47

    o Vecchiatto
    o Paolo Poli
    o Alcor
    o G. Rana

  56. Alcor il 11 aprile 2010 alle 10:49

    @ lucy

    ho scoperto per caso che tu sei quel blogger che si firma anche lucypestifera, giusto?

  57. lucy il 11 aprile 2010 alle 10:58

    ego sum illa.

  58. Enrico Macioci il 11 aprile 2010 alle 12:14

    Mi sembra che nevio gàmbula abbia centrato il segno: occhio alle generalizzazioni, pur nella presa d’atto che il momento è difficile. L’attuale produzione narrativa italiana è abbastanza variegata da scongiurare la reductio ad unum di Celati. Forse un tasto da lui toccato opportunamente riguarda il confronto con la tradizione letteraria passata; c’è ancora? E quanto? Si va appannando?

  59. Enrico De Vivo il 11 aprile 2010 alle 12:20

    Un saluto amichevole a Giacomo Giossi (e alla terribile, ma veritierissima LUCY!), del quale segnalo, sul sito SATISFICTION (non so mettere il link, chiedo scusa), una bella e concisa presentazione dei “Sonetti del Badalucco nell’Italia odierna” (Feltrinelli, 2010) del nostro Amato e Caro e Santo Maestro, Gianni Celati.

  60. Alcor il 11 aprile 2010 alle 13:19

    @lucy

    grazie della precisazione, a me piace sempre vedere, quando è possibile, come scrive chi commenta, per sondare le coerenze.

  61. georgia il 11 aprile 2010 alle 14:08

    lorenzo io credo che quello che dice Celati sia dolorosamente vero, naturalmente è un fatto epocale e non singolo o nazionale. Credo però che in Italia il fenomeno sia ancora più vistoso, perché chi scrive oggi usa una neutra global-lingua, modellata, nelle sue strutture profonde, più su una forma di inglese (e in parte francese) tradotto, che sull’italiano, è come se ad un certo punto si fosse completamente spezzato il legame linguistico tra passato e presente. Credo che non ci sia più una vera ricerca (se non operata a tavolino) sulle radici espressive della lingua italiana, e questo porta la maggior parte della produzione italiana ad assomigliarsi, a risultare come tante piccole clonazioni di cui non si vede né l’inizio né il percorso, né soprattutto l’oggetto iniziale clonato. Di trame avvincenti non c’è traccia alcuna, quindi c’è da domandarsi che altro sia diventata la nostra letteratura se non una cosa meccanizzata e preconfezionata?
    Celati dice che la produzione attuale ha “tagliato i ponti con una letteratura del passato, considerata troppo scomoda e difficile”. Il che è verissimo e indiscutibile. Celati come tutti gli scrittori non può parlare che confrontando il nuovo fenomeno (a cui forse non è sfuggito neppure lui anche se ancora in maniera da grande scrittore) con la propria produzione personale, e quindi soffrire per la mutazione, questo è naturale. Come sempre chi lancia l’allarme è chi la mutazione la soffre sulla propria pelle. Mentre chi c’è dentro, in tempo reale, manco se ne accorge e da qui le reazioni stizzite.
    Questa mutazione è un bene o un male? Io non lo so, prendo solo atto che è in corso da decenni e che oggi siamo arrivati al capolinea.
    L’avvento del fenomeno internet ha portato alle estreme conseguenze un processo che era in atto da anni. Il fatto che oggi l’editoria sforni una mole di libri molto maggiore di ieri, ci impedisce, per ora, di capire quale ne sarà l’esito da un punto di vista letterario (per ora ne vediamo solo il lato commerciale). In fondo senza esagerare noi ci troviamo in una epoca che taglia con il passato in maniera mai prima vista, se non all’epoca del passaggio della scrittura orale a quella scritta. Certo a chi scriveva o filosofava allora sarà sembrato difficile fare poesie alla maniera di omero con tutte le clausole e ripetizioni obbligatorie per memorizzare interi poemi. Allora pero il tempo dei cambiamenti durava secoli, oggi decenni, e ultimamente addirittura pochissimi anni, quindi difficile capire veramente. Solo gli scrittori autentici a cavallo del cambiamento possono capirlo, o meglio intuirlo con sofferenza, perché lo vivono con profonda lacerazione nella propria storia personale.
    Qualcuno qui infantilmente si è stizzito e pretendendo che Celati almeno indichi cosa debbano fare gli scrittori.
    Ma nessuno, e tanto meno uno scrittore, può dire come e cosa debbano scrivere gli altri, può solo scrivere. E il critico (sempre che ancora esista fuori dalle accademie) può solo aspettare di avere sotto gli occhi la cosa scritta, che però, nell’enorme pagliaio della produzione editoriale, sfornata senza veri criteri di qualità, potrebbe anche sfuggirgli.

    Dice Mozzi: perché questo linguaggio serve a non nominare le questioni vere?
    Credo che in questo stia il vero problema? Al momento non esiste più (o non ancora) un linguaggio che serva a nominare le questioni vere. Forse è questa la grande sfida dello scrittore. Riappropriarsi di un linguaggio che nomini. Ma questo non lo può fare celati o mozzi e sembra non saperlo fare chi viene dopo. Qualcuno sicuramente riuscirà a farlo (è sempre accaduto fino ad oggi), ma lo sapremo solo quando lo leggeremo …. se lo leggeremo.
    L’unica cosa sicura è che l’arte e la letteratura non è mai stata a priori e non è programmabile, né ieri né oggi … mentre può esserne programmata la distruzione, ma fino ad oggi non siamo in grado di affermare che ciò stia avvenendo, anche perché chi parla di morte (per la letteratura) parla solo della morte della PROPRIA letteratura …. Così almeno è successo fino al ‘900 (compreso).
    Ma, e qui sta il problema, non credo che altre generazioni (dell’epoca moderna) abbiano mai vissuto un cambiamento epocale e strutturale della portata di quello che stiamo vivendo oggi.

    (metto le mani avanti e mi scuso con alcor per la solita mancanza di sensatezza;-)

  62. Francesca il 11 aprile 2010 alle 14:18

    @Alcor, con tutto il rispetto per la grandezza di Celati etc etc, che cosa si può fare davanti a una risposta così, se non farsi cadere le braccia?

    “Se un cosiddetto scrittore vuol mettersi a “dire la sua” potrà farlo solo usando le frasi fatte dell’ultim’ora sui giornali. Questa è la koiné del giorno d’oggi. Non credo sia possibile farsi tante illusioni, come “esseri liberi”. Gran parte di autori che si mettono a dire la loro sulla stampa, mi sembra che lo facciano per crearsi un pubblico, esser sulla cresta dell’onda , e poi magari scrivere romanzi meccanizzati con un pubblico già pronto ad applaudirli.”

    Un giudizio di questa sommarietà io me lo aspetto dall’ultimo dei superficiali. Secondo Celati la maggior parte dei letterati non parla, ma se parla lo fa con frasi fatte, e se proprio proprio, lo fa con le più bieche intenzioni di autopromozione. Dopo la valutazione delle intenzioni altrui, cosa resta da aggiungere?

    Quali sarebbero i “nuovi minestroni romanzeschi”? Non è possibile una distinzione? Tutto è catastrofe, terra bruciata, tabula rasa e terra sterile, confronto alla “letteratura del passato” considerata “scomoda e difficile”?

    A me queste sembrano semplificazioni ingiustificate, portate da uno sguardo vecchio e incapace di scorgere una seppur piccola novità, speranza, qualità, ma anche solo buona fede in chi scrive oggi.

    Con tutto il rispetto per la grandezza di Celati etc etc.

  63. Giacomo Giossi il 11 aprile 2010 alle 14:50

    @Enrico De Vivo Ricambio il saluto e ringrazio.
    Segnalo una bella intervista a Gianni Celati dalla tv svizzera in cui oltre che parlare dei propri libri ribadisce la sua posizione sull’editoria contemporanea (“da processare al tribunale dell’Aia”) Saluti

    http://www.rsi.ch/home/channels/lifestyle/personaggi/2009/05/06/celati.html#Video

  64. bartleby il 11 aprile 2010 alle 14:59

    @ Lello Voce

    tranquillo, vedrai che prima o poi qualcuno dirà che sei la promessa della poesia italiana

  65. Il fu GiusCo il 11 aprile 2010 alle 15:01

    Secondo me Celati, essendo Celati, vuol dirci un’altra cosa: mentre fino alla generazione precedente la letteratura attirava ancora alcune delle menti, dei cuori e delle anime migliori, oggi non piu’; da qui la discesa nella mediocrita’ e nell’indifferenza di prodotti ed idee. Dove per migliore va semplicemente inteso capace per via di talento, educazione e inclinazione, senza intenzioni eugenetiche. Resta dunque un mestiere precario, sottopagato, disilluso e rivolto al passato, fuori da ogni circuito piu’ largo che i pochi sfiduciati ed opportunisti addetti ai lavori.

  66. AMA il 11 aprile 2010 alle 15:14

    Premesso che tutte le volte non si capisce maria (v) cosa abbia da rivendicare rabbiosa, a me piacerebbe sapere Alcor cosa legge. A nome di chi parli e cosa difenda. In giro c’e’ proprio quello che scrive Celati. E non solo. Anche di peggio. Soprattutto quando ha la pretesa di voler essere altro.

  67. AMA il 11 aprile 2010 alle 15:18

    Ecco, a Georgia devi solo accennare le cose. Capisce immediatamente e dipana tutto da sola. Non sempre la condivido, ma almeno sei sicuro di essere capito. Questo solo per dire che quoto il suo ultimo messaggio. Non avrei saputo fare di meglio.

  68. Alcor il 11 aprile 2010 alle 16:33

    @AMA

    non leggo certo i libri del Campiello che evidentemente leggete tu e Georgia

    “chi scrive oggi usa una neutra global-lingua, modellata, nelle sue strutture profonde, più su una forma di inglese (e in parte francese) tradotto”

    ma siete davvero così culturalmente isolati da non aver altro accesso ai libri che non siano le pile all’ingresso delle feltrinelli? peggio per voi, mi pare che siate abbastanza adulti da guardarvi in giro e trovare qualcosa di meglio

  69. paperinoramone il 11 aprile 2010 alle 16:50

    In un’intervista filmata Calvino diceva che quando si diventa vecchi si hanno due possibili atteggiamenti verso il nuovo: o dire che va tutto male, che i giovani non valgono nulla, che la tecnologia è il diavolo ecc. oppure fare quelli aggiornati, quelli che provano a parlare come i ragazzini ecc.

    In entrambi i casi si manca il bersaglio, perché non si ha la possibilità in partenza di farlo. Ora se Celati si sia intenzionalmente calato nella prima parte, va bene, è nell’ordine delle cose, ma che poi gli si vada anche dietro pone delle questioni imbarazzanti. La prima e la seconda risposta si possono tranquillamente spostare indietro negli anni. Se nel campo letterario dominano i valori del campo politico-finanziario è sempre stato così dunque perché dare addosso alla letteratura contemporanea ( che semplicemente non esiste? ) . La lingua è quella dell’attualità (orrore!), qualcuno sa dirmi nei secoli scorsi la lingua usata a quali passati si riferiva? Le case editrici una volta non badavano ai profitti? davvero?

  70. anonimohadetto il 11 aprile 2010 alle 17:10

    francesca, non puoi dare del babbione a celati, e non perchè è un “grande” scrittore, se ha senso l’espressione, ma perchè è una delle poche persone vere in giro, e allora, se fa un’analisi disperata, altro non c’è da fare fare che chiedersi perchè una persona vera faccia un’analisi disperata, e se la ragione non sia che anche quell’analisi è vera.
    peraltro, chi l’ha conosciuto, sa che è ben più fresco, arzillo e atletico di un bel po’ di cosiddetti giovani. babbioni si nasce, non si diventa, e dall’ingenuità che mostri spaventandoti della spietatezza celatiana, ho proprio il sospetto che tu lo sia nata

  71. G. P. il 11 aprile 2010 alle 17:18

    In una qualsiasi delle Feltrinelli, dove come e perché si posizionerebbe* idealmente il Badalucco?

    * spero tutti comprendando la bellezza di codesto “posizionare”.

  72. georgia il 11 aprile 2010 alle 17:19

    @alcor ma perché io e ama dovremmo guardarci in giro, se abbiamo la fortuna di avere qui alcor che ce li può indicare e magari pure linkare? ;-)

    @Approfitto per ringraziare Giossi per averci segnalato la bellissima intervista a Celati, tra l’altro veramente divertente.
    La notazione sullo stile burocratico usato dai pazzi, e la pazzia dello stile burocratico, è formidabile :-), ad ogni modo tutta l’intervista è … un vero godimento ascoltarla, Celati è un Racconto vivente, è il narrare….

    @ paperino, certo una casa editrice che non badi ai profitti è una contraddizione in termini, ma anche una casa editrice che badi solo ai profitti lo è (o almeno lo era. Oggi non può farne a meno, infatti ormai è altra cosa)

  73. Sascha il 11 aprile 2010 alle 17:29

    Beh, c’era chi si lamentava dell’indeterminatezza della domanda sui ‘critici’ secondo i quali la letteratura italiana attuale non varrebbe nulla.
    Ora si capisce perchè non si facevano nomi: perchè sarebbero stati insultati e derisi…

  74. Marco il 11 aprile 2010 alle 17:34

    Io ho trovato Finzioni Occidentali un bellissimo saggio, e ringrazio che ci sia, mi e’ stato molto utile per la formazione di alcuni pensieri che ho poi scritto nel mio primo libricino.

  75. paperinoramone il 11 aprile 2010 alle 17:38

    @ georgia

    ok, però il badare ai profitti, il vendere i libri non dipende solo dalla propria volontà, una casa editrice per assurdo può anche mettersi a vendere libri che ritiene di scarso successo e venir sorpresa dai lettori. A me pare incredibile questo discorso per cui, ” bene! in questi tempi dove nulla più ha senso, ci resta solo da guadagnarci sopra, per cui scrivete come noi crediamo che la G alla n ( G sta per gente ) piace ( malissimo cioè ) e via, diamo alle stampe.” tutto è già stabilito, le case editrici sono un soggetto, i lettori ( quelli ridicolmente descritti in metropolitana ) un altro soggetto, gli scrittori e così via. Cioè quelli che lamentano la meccanicizzazione del linguaggio poi parlano allo stesso modo di chi discorre di economia. Io sono giovane, non ho molti strumenti per giudicare, ma leggo molto e soprattutto mi piace, mi piace leggere e quello che leggo, naturalmente sarò uno di bocca buona, e non capisco e torno a chiedere ( vabbè che non sono Mozzi ) perché da un problema specifico posto, anche a se stessa, dalla Janeczek, si è passati a disquisire del nulla.

  76. giuliomozzi il 11 aprile 2010 alle 17:59

    Georgia scrive: “non capisco e torno a chiedere (vabbè che non sono Mozzi) perché da un problema specifico posto, anche a se stessa, dalla Janeczek, si è passati a disquisire del nulla”.

    Ipotesi: per neutralizzare il problema specifico.

  77. georgia il 11 aprile 2010 alle 18:01

    perché da un problema specifico posto, anche a se stessa, dalla Janeczek, si è passati a disquisire del nulla

    :-)))) non lo so, paperino, ma certo Janeczek è partita da problemi concreti, che si possono situare nello spazio, elencarli, impilarli, sommarli, sottrarli … poi si è passati a parlare di cose meno afferrabili, meno spaziabili … capita di finire a disquisire del nulla, ma non mi sembra che Celati abbia, ad esempio, disquisito del nulla, forse non ha neppure disquisito, lui è un narratore, è grandissimo quando narra … non può spiegare (lo fa solo narrando). Janeczek ci ha spiegato (e bene) certi meccanismi editoriali, ma i meccanismi della narrazione non è facile (se dio vuole) spiegarli, meglio narrarli se se ne è capaci.
    Detto questo … a me tutte queste interviste hanno interessato molto. Anche se le domande non sono formulate bene, come dicono molti, io NON me ne sono neppure accorta … mi sono concentrata sulle risposte. Addirittura mi auguro che le interviste continuino. Credo che NI abbia messo in atto una iniziativa molto importante, anche per la rete :-)

  78. georgia il 11 aprile 2010 alle 18:05

    oh giulio …non sbarelliamo :-) georgia NON ha scritto tale frase (e manco l’ha pensata), l’ha scritta paperino … ;-)

  79. paperinoramone il 11 aprile 2010 alle 18:11

    @ georgia

    beh, si, anche a me interessano queste interviste, le ho lette tutte, e anche i commenti. NI potrebbe anche farne una rubrica fissa, per sempre. Però allora se uno scrittore si mette a narrare anche mentre risponde a delle domande, si riesce forse a rendere presentabile il nulla, ma si lasci ogni proposito di conoscenza a casa

    @ Mozzi

    la frase è mia in effetti

  80. Alcor il 11 aprile 2010 alle 18:41

    no, @georgia, linkare è una specialità tua

    e a proposito di link, sei d’accordo con l’articolo della Benedetti che hai linkato e copiato sul tuo blog il 17 marzo 2010?

    immagino di no, visto quello che scrivi qui, o riuscirai a dare un colpo al cerchio e uno alla botte?

  81. Lello Voce il 11 aprile 2010 alle 18:54

    @bartleby
    per carità, speriamo di no, o come diresti tu: I prefer not…
    ;-)

  82. AMA il 11 aprile 2010 alle 19:14

    @ Alcor

    Ah, ecco, le pile alla Feltrinelli sono prodotte in un italiese industriale, pero’ tu le eviti… Dove vai allora ad acquistare libri e soprattutto cosa leggi? Chi ti consiglia inoltre opere valide non scritte in un italiese industriale? O forse la tua preoccupazione e’ affermare che esista una valida produzione anche in questo nostro italiese industriale? Avresti ragione a dire questo, sai? Vedi, io non ho niente contro la pruduzione industriale in italiese , pero’ almeno sono consapevole di cosa leggo. E non lo spaccio per altro.

    @ Georgia

    Tu lo sai, vivo a Londra, un cesso cosmopolita a cui non potrei piu’ rinunciare. Ormai non so piu’ neanche chi sono. Proprio ieri parlavo con un mio amico francese che da vent’anni vive nell’ East End. Ha perso molte parole della sua lingua madre. Quando torna per brevi periodi nel suo paese d’origine, nota che i giovani francesi oggi parlano una lingua spesso goffa e innaturale, che scimmiotta certo linguaggio gergale americano.
    Questo solo per dire che bisognerebbe fare una riflessione seria sulla semplificazione linguistica e sulla perdita di certe specificita’ nazionali, non solo dovute alla massificazione della cultura. Non bisognerebbe mai dimenticare infatti che oggi siamo soggetti a forti immigrazioni e le stesse lingue nazionali ne risentono. Non solo quindi assediati dal cinema e dalla musica americani, ma anche da orde di nuovi individui da alfabetizzare. Tutto questo pero’ pare sfuggire ai piu’. Almeno stando al dibattito su NI.

  83. paperinoramone il 11 aprile 2010 alle 19:23

    @ AMA

    Ma quindi il tuo problema alla fine è sapere chi sei.

    Mentre l’Impero si preoccupava di cambiare il nome alle “french fries”,
    les bambocciennes cominciavano a scimmiottare il Gergo.
    what a inglorious bastNerds!

  84. AMA il 11 aprile 2010 alle 19:36

    @ topolino

    Un problema vecchio come il cucco, questa la mia sfiga!

  85. Enrico Macioci il 11 aprile 2010 alle 20:04

    Quindi mi sembra di capire che, secondo la maggior parte dei commentatori, gli scrittori italiani attuali non si rifanno alla tradizione né italiana né estera, non la conoscono, non la leggono, non la amano e non ci si confrontano. Bah. Tu georgia me lo puoi confermare? Chiedo a te perchè sei stata cristallina al proposito, nel tuo commento delle ore 14,08. E’ chiaro che con scrittori italiani non intendo, con tutto il rispetto, Moccia o Faletti, ma per esempio quelli che compaiono nella classifica di qualità di cui pure tanto si è dibattuto.

  86. maria(v) il 11 aprile 2010 alle 20:25

    @ama
    harzie mi ha capita perfettamente (anche se SECONDO ME si aspetta troppe cose) e pure con alcor ci siamo capite e nevio…
    e sì rabbiosa contro la rassegnazione (stizzita NON perché non ci si accorga dello sfacelo – come dice georgia- ma perché sembra non si faccia altro che sprofondarcisi con voluttà)
    harzie parlava di pose…

  87. AMA il 11 aprile 2010 alle 21:00

    No, Macioci, io almeno non ho detto questo. Nessuno mi pare del resto.

  88. AMA il 11 aprile 2010 alle 21:05

    @ maria (v)

    La rassegnazione a cosa? Bisogna prendere atto di quello che e’ la realta’. Fine. Fra l’altro la cosa non mi crea grandi turbamenti. Sono consapevole del periodo storico in cui vivo.

    E comunque ad oggi nessuno di voi, te compresa, sa indicarmi una inversione di tendenza.

  89. Simone Ghelli il 11 aprile 2010 alle 21:06

    Mi pare che il problema sia simile a quello individuato da Mozzi per quanto riguarda i critici “impliciti” nella domanda iniziale: sparare a zero sulla letteratura contemporanea senza fare nomi di autori o elencare i titoli delle opere non so a che cosa possa servire, se non a parlare dell’iperuranio..

  90. AMA il 11 aprile 2010 alle 21:11

    Ma poi che cosa sarebbe questa classifica di qualita’? Le uscite degli ultimi sei mesi dell’Einaudi/Mondadori? Fra l’altro credo che lo stesso Moccia si sia piazzato ai primi posti. Correggetemi se sbaglio.

    Voglio i nomi di questi scrittori che non scrivono in un italiese industriale, se esistono. Fortemente credendo che si possano produrre ottimi libri in italiese industriale. Ma italiese industriale resta.

  91. AMA il 11 aprile 2010 alle 21:15

    @ Simone Ghelli

    I nomi devono farli quelli che sostengono che oggi in libreria non escano solo libri in italiese industriale. Sempre ricordando che non ho niente contro l’italiese industriale. E basta con questa demonizzazione di Moccia e Faletti per esaltare un indistinto senza nomi.

  92. paperinoramone il 11 aprile 2010 alle 21:17

    @ AMA

    Giuseppe Genna e Giulio Mozzi. Io non è che me ne intenda molto ma se uno dei due scrive in italiese industriale l’altro no.
    Wu Ming e Andrea de Carlo. Alessandro Baricco e Laura Pugno.
    Fabio Stassi e Antonio Scurati. Nicola Lagioia e Gabriele Vasta.
    Valeria Parrella e Letizia Muratori.

  93. Simone Ghelli il 11 aprile 2010 alle 21:28

    @AMA:
    a me non sembra corretto sparare nel mucchio e chiedere ai morti se fossero innocenti o meno. Io parto sempre dal presupposto che una critica vada argomentata, altrimenti si usa il linguaggio della doxa, il discorso da opinionista che si dice di disprezzare ma poi si imita…

  94. AMA il 11 aprile 2010 alle 21:40

    @ topolino

    Guarda, dovresti proprio citarmi anche degli scrittori che secondo te scrivono in italiese industriale, da contrapporre proprio a quelli da te citati che secondo te invece NON scrivono in italiese industriale. Solo per capire cosa intendi tu per italiese industriale. Credo comunque che tu sottovaluti il registro dell’italiese industriale. Eccellente.

  95. AMA il 11 aprile 2010 alle 21:50

    @ Simone Ghelli

    Credi davvero che oggi possa essere commercializzato qualcosa che non sia stato scritto in italiese industriale? Certo, c’e una produzione industriale differenziata! Lo standard, per quanto elevato possa essere in certi casi, resta industriale. Davvero credi che oggi qualcuno possa sottrarsi alle leggi del mercato, fosse anche di nicchia? E se si’, chi vi si sottrae e chi sarebbe il suo mecenate?

  96. Enrico Macioci il 11 aprile 2010 alle 22:04

    AMA
    Scusa, ma georgia ha scritto: “Celati dice che la produzione attuale ha “tagliato i ponti con una letteratura del passato, considerata troppo scomoda e difficile”. Il che è verissimo e indiscutibile.” Quindi qualcuno ha detto quel che io dicevo qualcuno avesse detto.
    Il tuo “italiese industriale”, anche a volerlo considerare benignamente, non mi sembra proprio un complimento. Mi sembra anzi una generalizzazione dello stesso stampo di quelle di Celati.
    Moccia e Faletti: per me, spazzatura. Ma mica dico che tutti scrivono come loro, non sparo sul mucchio, sparo su di loro – in questo specifico caso. E non credo che se ne avranno tanto a male.
    Tu dici: fate i nomi; alcuni li hanno fatti (io per es. non sono d’accordo nè su De Carlo né su Scurati, mentre posso citare tre autori che non amo, ma che scrivono in una lingua assolutamente non piatta: Siti, Lagioia, Busi; e ci sarebbero Colombati, e Paolin, e Vasta eccetera); perchè adesso qualche nome non lo fai tu, magari di scrittori che scrivono in un buon “italiese industriale”; oppure che scrivono in un cattivo “italiese industriale”?
    Che significa poi non potersi sottrarre, come tu sostieni, alle leggi del mercato? Che tutti, indistintamente, si scrive pensando al mercato? Non ci credo. E se fosse vero allora vuol dire che io non sono una mosca bianca, ma abbacinante. Ma ripeto non lo credo affatto.
    ps: sono contento che finalmente sia venuto fuori qualche nome.
    pps: sulla classifica di qualità mi sono già ampiamente espresso, non la ritengo un assoluto, ma ciò non vuol dire che non possa avere un qualche valore.

  97. franz krauspenhaar il 11 aprile 2010 alle 22:21

    dice cose giuste, ma ha fretta di chiudere. non ha voglia di approfondire. fà di tutta l’erba romanzesca un fascio. dunque anche lui come la maggior parte dei critici, che non conosce che i frutti del proprio orto. sui giornali non sa dire niente perchè vive in inghilterra. ma gli avete fatto queste domande perchè si chiama celati, giusto?

  98. Simone Ghelli il 11 aprile 2010 alle 22:23

    @AMA:

    io vorrei capire un po’ meglio che cos’è quest’italiese industriale… è la lingua copiata dagli anglosassoni? è la lingua di internet e dei telefonini, o della televisione? è l’italiano pulito e scolarizzato? capendolo potrei anche trovare qualche cosa che non coincida con la definizione data, ma così mi sembra tutto molto vago… prendiamo Luciano Bianciardi: era italiese perché si occupava anche di giornalismo (lo stesso si potrebbe dire anche di Dino Buzzati, ad esempio, seguendo il discorso di Celati)?

  99. paperinoramone il 11 aprile 2010 alle 22:24

    @ ODIA ( ti avrei risposto anche prima, ma non mi si connetteva il pc )

    Intanto, io non lo so proprio quale sia l’italiese industriale, quindi come farei a sottovalutarne il registro? Ho capito che tu non ti riferisci tanto alla sua facilità di diffusione quanto proprio ad uno stato di partenza che produce alla fine stessi risultati sulla pagina, questo indistinto, industriale, liquido?
    Ma sei così sicuro? Comunque io mi accontento di quello che ho letto, anzi, sono contento, sento di aver speso bene i (non miei) soldi.

  100. seipoetisapesserolinglese il 11 aprile 2010 alle 22:31

    @ lello voice
    “per carità, speriamo di no, o come diresti tu: I prefer not…”
    Bartleby diceva: I would prefer not to.

  101. AMA il 11 aprile 2010 alle 22:41

    @ Enrico Macioci

    Il giorno che riuscirai a pubblicare per una casa editrice a distribuzione nazionale, capace di assicurarti una nicchia di mercato, sarai riuscito a raggiungere uno standard industriale minimo per essere commercializzato. Grande conquista. Non e’ detto che tu debba essere consapevole di questo tuo risultato.

    I nomi fatti da topolino sono fra i piu’ disparati, quindi non li commento al momento. Non credo pero’ che l’italiese industriale debba avere necessariamente uno stile piatto. Di sicuro non deve superare una certa soglia di comprensibilita’.

    Adesso due nomi li faccio io. Stefano Ammaniti scrive in un italiese dallo standard internazionale. Nicola Lagioia lo standard minimo nazionale ce l’ha. E all’estero dovrebbero essere ancora interessati a questo nostro standard minimo.

  102. paperinoramone il 11 aprile 2010 alle 22:52

    @ me stesso e chi lo ha letto

    Gabriele Vasta probabilmente esiste ma non fa lo scrittore,
    Giorgio Vasta si, pure se operaio.

  103. paperinoramone il 11 aprile 2010 alle 22:57

    @ AMA

    Però così non vale, se Macioci compie il percorso da te scritto non conferma niente. Mi sembri quello strambo personaggio che in Dylan Dog se ne va in giro per Londra con la macchina scaccia-leoni. piuttosto anzichenò

  104. marco il 11 aprile 2010 alle 23:01

    Perché non si chiede a questi intervistati,
    a mo’ di “bonus track”, di indicare 5 titoli della narrativa italiana oggi (diciamo dell’ultimo decennio) da mettere in una scatola e portare via,
    lontano dal panorama disseccato, seriale e deprimente delle lettere in cui saremmo calati? Gianni Celati rimane comunque un grande, honoris causa.

  105. AMA il 11 aprile 2010 alle 23:05

    Circa il mio italiese industriale…

    Oggi pubblicare in italiano, rifacendosi alla sua piu’ o meno grande tradizione letteraria resta impossibile se non lo si semplifica fino a renderlo traducibile in inglese. Gli stessi scrittori italiani hanno letto, tradotti dall’americano in prevalenza, diversi autori stranieri che hanno ispirato il loro stile. Siamo quindi alle copie delle copie romane dei bronzi greci.
    Un italiese dunque che deve avere sempre e comunque uno standard industriale minimo. Senza dimenticare che la capacita’ di lettura dei consumatori si e’ molto abbassata negli anni per diversi fattori. Questo e’.

  106. Simone Ghelli il 11 aprile 2010 alle 23:13

    @AMA:

    grazie, adesso la cosa mi è un po’ più chiara ed è probabile che sia come dici tu, ma questo non vale per tanti piccoli editori, ad esempio, che pubblicano autori che di essere tradotti in inglese manco se lo sognano (anche se magari sono influenzati da certa letteratura anglosassone)… io penso piuttosto che oggi, vista la mole di roba pubblicata, sia molto più difficile di un tempo riuscire ad avere uno sguardo esauriente sul panorama letterario, e che di conseguenza si tenda a dare giudizi solo su ciò che emerge in fatto di numeri.. e va benissimo così (altrimenti si dovrebbe stare tutto il giorno a leggere), però bisognerebbe allora evitare di fare simili discorsi generalisti…

  107. Enrico Macioci il 11 aprile 2010 alle 23:17

    Dice AMA:
    “Il giorno che riuscirai a pubblicare per una casa editrice a distribuzione nazionale, capace di assicurarti una nicchia di mercato, sarai riuscito a raggiungere uno standard industriale minimo per essere commercializzato.”
    Quel che preconizzi m’è già accaduto, ma non capisco dove vai a parare col tuo ragionamento – davvero, senza polemica. Quando sarò (e lo sono stato) pubblicato non potrò più scrivere quel che mi pare, è questo il senso? Anche il resto del tuo post mi risulta oscuro come una nube temporalesca: che cos’è un “italiese standard internazionale”? (non conosco Stefano Ammaniti), e che cos’è lo “standard minimo nazionale” di Lagioia?
    Affermi poi che i nomi fatti da topolino sono disparati: e non rappresentano proprio per ciò una smentita al tuo onnicomprensivo “italiese industriale”? Mi spieghi in che modo Moccia e Busi, oppure Niccolò Ammaniti e Mari, o ancora Giordano e Genna o Mazzantini e Pugno eccetera eccetera possono far parte dello stesso “italiese industriale”? E se non è lo stesso (e chiaramente non lo è) allora la tua idea d’indistinto invincibile e vorace “italiese industriale” viene a cadere. O no?
    Sulla soglia di comprensibilità poi bisogna intendersi: tanti grandissimi scrittori posseggono uno stile semplice, da Hemingway a Tolstoj passando per Kafka e Flaubert; è il pluristrato di significati che il loro stile evoca a fare di loro dei maestri, oltre che la limpidezza espressiva (sempre ardua da raggiungere). COLLINE COME ELEFANTI BIANCHI di Hemingway è un nitido, levigato capolavoro di sei pagine, tanto comprensibile e in apparenza piano quanto angosciante e in un certo senso senza fondo. La non comprensibilità, la difficile comprensibilità non è un pregio a prescindere. E comunque ci sarebbero I CANTI DEL CAOS di Moresco – un libro a mio avviso sopravvalutato – la cui ultima parte è un modello d’incomprensibilità anzi di volontà, si direbbe, a non essere letti o capiti. Quello che “italiese” è?

  108. Enrico Macioci il 11 aprile 2010 alle 23:20

    AMA
    Leggo adesso il suo ulteriore commento sull’ “italiese”. No, non sono ancora un autore in odor di traduzione, forse non lo sarò mai. Ma il resto delle mie domande resta valido. E anche dei miei dubbi.

  109. paperinoramone il 11 aprile 2010 alle 23:22

    Sia gloria eterna all’italiese industriale, qualunque esso sia.

  110. paperinoramone il 11 aprile 2010 alle 23:25

    Ma nessuno pensa a questi poveri consumatori, che ultimamente ( e sapete di chi è la colpa, lo sapete vero? ) hanno perso ulteriore capacità di lettura? Non si organizzano petizioni on-line?

  111. AMA il 11 aprile 2010 alle 23:26

    paperinoramone ha scritto:
    Però così non vale, se Macioci compie il percorso da te scritto non conferma niente. Mi sembri quello strambo personaggio che in Dylan Dog se ne va in giro per Londra con la macchina scaccia-leoni. piuttosto anzichenò

    Cosa dovrebbe confermare? Oggi Macioci (per dire, non avendolo mai letto se non come commentatore di NI) non ha lo standard minimo per essere pubblicato da una casa editrice a distribuzione nazionale. O pur avendo quello standard minimo non riesce a farsi pubblicare da una casa editrice a distribuzione nazionale. Ed anche se in futuro riuscisse a vendere 4.000 copie avrebbe solo raggiunto uno standard minimo di commerciabilita’. Gli mancherebbe tutto il resto. Dovrebbe ancora – ad esempio – essere riconosciuto come scrittore da una certa comunita’. Fra l’atro con scarsa autorevolezza. La comunita’.

    Su una cosa hai ragione, sono un personaggio assolutamente minore. Ma ti assiciuro che non vado in giro per questo cesso cosmopolita di Londra in cerca di qualcosa in particolare. Perche’ dovrei?

  112. paperinoramone il 11 aprile 2010 alle 23:35

    @ AMA

    Che quel personaggio giri per Londra come te è una coincidenza. Dylan Dog vive a Londra, per cui. Te l’ho citato per via della macchina scaccia-leoni. Quando gli dicono che a Londra i leoni non ci sono il personaggio risponde “visto che funziona?”. Comunque è un personaggio minore, ma appare sempre in belle storie, non lo avrei usato per denigrarti, per quanto… è che se dici che ” chi raggiunge lo standard minimo nazionale è perché scrive in italiese industriale, dunque uno che raggiunge tale standard ha scritto in italiese industriale”, non funziona.

  113. AMA il 11 aprile 2010 alle 23:51

    @ Macioci

    1) Chi sarebbe il tuo editore? Ha distribuzione nazionale? Quante copie hai venduto?
    2) Ammaniti, o chi per lui, scrive in un italiese dallo standard internazionale, infatti viene tradotto per convenzione e con successo anche all’estero, dato il seguito piu’ o meno pilotato che ha in Italia. Cosa c’e’ da capire? Ti sembra una cosa da poco? Nicola Lagioia, che ha letto molti americani, ha raggiunto uno standard minimo di visibilita’ nazionale. Soprattutto e’ stato riconosciuto da una certa comunita’, anche se con scarsa autorevolezza ormai. La comunita’. Anche all’estero. Pero’ qualche tentativo di tradurre Lagioia all’estero c’e’ stato.
    3) Ti ho gia’ spiegato cosa intendo per italiese industriale e tutti gli autori citati, nessuno della tua casa editrice mi pare, hanno quello standard minimo di cui accennavo in un altro commento.
    4) La capacita’ di lettura si e’ molto abbassata. Molti degli autori da te citati oggi risulterebbero troppo complessi.

    5) Il mio messaggio finale sarebbe… DATEVI ALL’IPPICA o a qualsiasi altra cosa, come ho fatto io. Mi ringrazierete.

  114. AMA il 12 aprile 2010 alle 00:20

    paperinoramone ha scritto:
    Che quel personaggio giri per Londra come te è una coincidenza. Dylan Dog vive a Londra, per cui. Te l’ho citato per via della macchina scaccia-leoni. Quando gli dicono che a Londra i leoni non ci sono il personaggio risponde “visto che funziona?”. Comunque è un personaggio minore, ma appare sempre in belle storie, non lo avrei usato per denigrarti, per quanto… è che se dici che ” chi raggiunge lo standard minimo nazionale è perché scrive in italiese industriale, dunque uno che raggiunge tale standard ha scritto in italiese industriale”, non funziona.

    Sei sicuro che a Londra non ci siano i leoni? Alcuni li hanno visti. I leoni. Credo che la mia macchina non funzioni piu’ bene come una volta. Capisci lo scarto drammatico?
    Adesso non farmi sfrorzare i pochi neuroni che mi restano. Le direttrici editoriali anoressiche non hanno preteso di standardizzare lo stile di Roberto Saviano, eppure il suo Gomorra ha venduto milioni di copie. Io dico solo che in Italia una casa editrice a distribuzione nazionale con una sua nicchia di mercato ripubblica solo quegli autori che hanno soddisfatto un certo requisito minimo di vendibilita’ nazionale. E per soddisfare quel requisito minimo devi scrivere in un italiese piu’ o meno industriale. Che ti abbiano letto le ragazzine, le professoresse delle superiori o Alcor. Non farti illusioni. Ma potrei sbagliarmi.

  115. paperinoramone il 12 aprile 2010 alle 00:33

    @ AMA

    Io nella cultura di massa industrializzata ci sguazzo alla grande, gli scrittori italiani contemporanei ( quelli che leggo ) mi vanno benissimo.

    Dunque buonanotte e attento ai leoni allora, perché la tua macchina non si sa se funziona.

  116. AMA il 12 aprile 2010 alle 00:43

    @ topolino

    Poi tolgo anche io il disturbo… Ricordati che si commercializzano anche prodotti di un certo valore per un pubblico di nicchia, o no?. Buona notte. E chiedo a tutti ancora scusa per il disturbo.

  117. Lello Voce il 12 aprile 2010 alle 07:18

    @ paperino

    giusta correzione, citavo a memoria e nel mio pessimo inglese. Pazienta , è la vecchiaia….
    Detto questo, dear, davvero, secondo te, se intervengo in una discussione come questa lo faccio per ‘essere riconosciuto’.? A 52 anni suonati?
    Se è come dici tu sono un imbecille con il botto.
    ma, forse, se ci rifletti, persino tu, ti rendi conto che ciò che sostieni è solo una provocazione gratuita….
    Ma va bene così, ovviamente, il mondo è bello perché è vario, popolato di tanti e diversi. poeti rintronati che citano in inglese e personaggi X che, come te, ben coperti da un nick-troll, non avendo di meglio da fare e dire, se ne vanno da un post all’altro ad insolentire il prossimo.
    Ma sta tranquillo, mentre la mia vecchiaia è malattia da cui non si guarisce, per l’adolenza pervicace tua le speranze di maturare sono tante e fondate.
    I miei migliori auguri, ops, scusa … my best, honey…

  118. Lello Voce il 12 aprile 2010 alle 07:20

    Errata: adolenza: leggasi – adolescenza…. nemmeno più in italiano sono capace di scrivere… mamma mia :-(

  119. Lello Voce il 12 aprile 2010 alle 07:25

    Ri- Errata (l’arteriosclerosi avanza!) allora: mi rendo conto che il buon Donald Duck è responsabile solo della correzione del mio pessimo inglese, il parto Melvilliano invece della frecciatina.
    Dunque spero che con le loro giovini energie sappiano spartirsi da bravi amichetti quanto scritto sopra.
    Sorry, abbiate pazienza (come si dice a Napoli)…..

  120. Lello Voce il 12 aprile 2010 alle 07:26

    TRi_ quasi errata… a meno che non siano lo stesso essere afflitto però da una sindrome Zelig piuttosto grave, ^_^

  121. francesco pecoraro il 12 aprile 2010 alle 08:46

    @ama
    altre generalizzazioni.
    solo due esempi: Walter Siti, ristampato di recente (Il contagio), non scrive di certo nell’italiese industriale di cui parli, ammesso che esista.
    lo stesso dicasi per la ristampa del romanzo di Desiati.
    ti propongo una rilettura del pezzo di Helena.

  122. véronique vergé il 12 aprile 2010 alle 09:44

    Come lettrice, penso che i libri fanno parte della felicità della vita. Certo ci sono libri scritti in una lingua liscia, pulita di tutto odore: libri con il colore giusto, ma artificiale.
    Questi romanzi ( perché la poesia non si puo abbandonare alla scrittura artificiale) portano con loro il desiderio di raccontare storia, di allontanare il lettore dalla sua propia storia.

    Sono libri dell’oblio.

    Direi che scrivere un romanzo crea una tensione tra il respiro dello scrittore,
    il suo desiderio di creare una lingua nuova, di coltivare un fiore strano e la necessità di costruire una storia capita da tutti.
    Quando apri un libro scritto con una parola viva, ammalata, la terra sicura della lettura trema, il lettore non riconosce la lanterna che guida,
    ha l’impressione di nuotare in pericolo.

    Ho conosciuto il gusto di sale che rimane, quando leggo un romanzo con una scrittura solare. Chiudo il libro, mi sembro avere
    un sole nella mente, a volte, la scrittura ha il colore scuro, e mi sembro
    avere un fiore della tenebra nella testa. Un romanzo di qualità ha la capacità di fare un traslocco nella mente. quando hai finito, la tua visione è fatta di bagliori. Sei un po’ smarrito, ma respiro.
    Il problema con il romanzo è di creare una parola viva; al teatro, l’idea, l’emozione si incarnano. Il romanzo deve raggiungere un oceano per vibrare.

    La letteratura odierna sogna a uno spazio che è ancora da inventare,
    tutto sembra scoperto. Dà un’impressione di claustrophobia.

    Uno scrittore si deve immaginare un mondo mai visto, un mondo sottomarino,
    senza dimenticare la realtà che ci avvolge.

  123. […] Oppure possono farsi tranquillamente i fatti loro in splendido isolamento? Pubblicare per Mondadori significa vendersi a Berlusconi? Si può scrivere sul quotidiano Liberio senza arrossire e con dignità? Nazione Indiana ha iniziato a chiederselo con due interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, ed ha fatto girare 10 domande tra scrittori, critici e persone della cultura: Erri De Luca, Luigi Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanuele Trevi, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti,Dario Voltolini, Tommaso Pincio, Alberto Abruzzese, Nicola Lagioia, Christian Raimo, e per ultimo Gianni Celati. […]

  124. Enrico Macioci il 12 aprile 2010 alle 12:12

    AMA
    pecoraro ti dice le stesse cose che ti ho detto io. Walter Siti – un autore che mi repelle – scrive molto bene, non s’esprime certo in italiese e per di più gode di una comunità critica affezionata ed è pure tradotto. Hai voglia a generalizzare, la verità che mi sembra emergere dal dossier delle dieci domande è che è impossibile generalizzare.

  125. georgia il 12 aprile 2010 alle 12:47

    Vedo che sono stata fraintesa da molti (soprattutto da alcor).
    Scusate ma io non ho mai affermato che la letteratura sia morta. Figuriamoci se dico una cazzata del genere. Detesto da sempre chi dice, a tempi alterni, che il romanzo è morto, la poesia è morta, tutto è morto.
    Io però ho detto il contrario e mi sembra anche di averlo detto con precisione: “chi parla di morte (per la letteratura) parla solo della morte della PROPRIA letteratura“.
    Io ho parlato di mutazione (in corso da decenni e arrivata alla fine. FINE che non è la fine della scrittura, ma solo mutazione, e stavolta pure drastica)
    Cosa succede in questo preciso periodo di mutazione (tra l’altro annunciato da tempo) non lo so, aspetto che me lo dicano gli scrittori.
    Vedo in giro molta gente che scrive, alcuni lo fanno molto bene altri meno, la cosa inquietante è che si somigliano moltissimo tutti fra loro (a parte rare eccezioni che confermano la regola). Troppo direi. Di solito le somiglianze fra scrittori di uno stesso periodo le scoprono i critici e gli studiosi, con grande fatica, oggi sono visibili ad occhio nudo anche ai profani. La lingua è molto simile e, oserei dire, quasi neutra.
    Io non ho sparato a zero su nessun scrittore (tra l’altro non infierisco mai su chi leggo e NON mi piace, perché non ne vedo l’utilità) e non vedo perché dovrei far nomi. Vorrei invece fare nomi su qualcuno che possa smentire quello che penso, ma non ne sono in grado (altrimenti penserei diversamente), per questo sarei grata sia ad alcor che ad altri che me li indicassero, li leggerei volentieri, però tenete presente che se mi segnalate delle ciofeche di amici dopo vi chiedo il rimborso del prezzo del libro ;-).
    Riguardo ad alcor … boh, non ho capito la tua provocazione del cerchio e della botte, ma posso provare a risponderti. Premesso che io non sono tenuta a condividere ogni cosa che posto e che linko, in linea di massima leggo Carla Benedetti sempre con grande interesse, perché ha una maniera calda, appassionata e non conformista di affrontare le cose, questo non vuol dire che debba condividere tutto quello che scrive. Tendo però ad avere interesse anche verso chi dice cose contrarie alle mie, se lo dice in maniera non banale.
    Perché mi chiedi se la condivido in quel particolare articolo? Non vedo proprio il perché della domanda. Non ci vedo neppure la contraddizione che invece noti tu. Io non ho mai detto che non c’è più nulla di nulla e soprattutto …io ho messo un punto interrogativo abbastanza consistente :-). Anch’io penso che occorrano luoghi di discussione, che occorra capire se il fenomeno consumista stia soffocando quello che fatica a manifestarsi. Non ho mai pensato che la generazione sotto i trent’anni non si esprima, anzi penso che siano in grado di farlo meglio degli altri, perché sono la prima generazione dopo il grande resettamento, temo però che ci sia il rischio che per farcela il prezzo da pagare sia troppo alto. Scrivere davvero, non è mai stata una passeggiata per nessuno, oggi lo è ancora meno (molti vengono pubblicati ma pochi scrivono davvero). C’è il rischio che ce la faccia solo chi vede la scrittura come un mezzo, come uno status e non come un fine.
    Tra l’altro ricordo una polemica di Carla Benedetti contro l’invadenza degli editor, ricordo che condividevo quasi tutto. Forse la somiglianza eccessiva delle opere è dovuta al lavoro di editor più che allo scrittore.
    Dell’articolo di Romano Luperini (linkato nello stesso post indicato da alcor a mia vergogna) che mi sembra fosse dettato dal vizio tutto italiano di dire che tutto è stato fatto tutto è stato detto, ad esempio però condivido la parte finale, dove accenna all’insorgere di una scrittura in italiano di scrittori di altra madre lingua, che è fenomeno già diffuso e molto interessante in Europa, in Italia non so se ci siano già state opere di un certo valore (per esempio all’altezza di Kader Abdolah, iraniano che vive in olanda e scrive in olandese). Mi ha interessato anche l’accenno di AMA alle lingue mischiate e in via di mutazione. Anche qui mi domando è un bene è un male? Non lo so.

    Rispondo anche a macioci che scrive: “secondo la maggior parte dei commentatori, gli scrittori italiani attuali non si rifanno alla tradizione né italiana né estera non la conoscono, non la leggono, non la amano e non ci si confrontano” Io non l’ho detto, forse è vero, ma non necessariamente, visto che una cosa è leggere un’altra scrivere. Possono anche leggere, copiare, citare, ma certo la scrittura che esce poi sul mercato non aiuta a leggere le opere del passato, anzi crea un tipo di dipendenza linguistica che rigetta la scrittura più densa, crea una rottura epocale. Ripeto che non so se questo sia un bene o un male. Ne prendo atto e basta.
    La scrittura di faletti e moccia, checchè se ne possa pensare, non è poi molto diversa dalle altre, è solo più commerciale.
    Concordo con Ama: “I nomi devono farli quelli che sostengono che oggi in libreria non escano solo libri in italiese industriale, opportunamente corrette in una lingua neutra e commercializzabile”. Nessuno è contrario per partito preso alla scrittura commerciale, c’è un intero mercato che la consuma. Il problema è l’opposto, quindi faccia i nomi chi pensa che oggi in Italia ci siano opere che fra 100 anni verranno studiate anche in positivo. E non lo dico per polemica, ma solo per capire se ho torto a pensare che la mutazione ha raggiunto il punto di non ritorno e che da ora in poi davvero le cose sono mutate come non era mai successo prima (anche se naturalmente l’allarme è venuto da molte parti e da molti anni). Mutazione non vuol dire catastrofe.

  126. Il fu GiusCo il 12 aprile 2010 alle 13:02

    AMA vuole opere; be’, ce ne sono almeno due che sono sintomatiche del periodo italiano recente e significative ben al di la’ della cronaca: “Assalto a un tempo devastato e vile” di Giuseppe Genna, ora alla terza versione, e il “Canti del Caos” unificato di Antonio Moresco. Anche chi non avesse voglia di leggere null’altro, con quei due volumi avrebbe di che masticare prosa per anni, anni nei quali passeranno millemila post in blog e milionmila commenti a ridire che la letteratura e’ morta.

  127. dimitri il 12 aprile 2010 alle 13:19

    @ bartleby che, rivolgendosi a Lello Voce, scrive queste parole “tranquillo, vedrai che prima o poi qualcuno dirà che sei la promessa della poesia italiana”.

    Stai parlando a uno dei pochi poeti contemporanei antologizzati (cfr Segre-Ossola, Antologia della poesia italiana), sul quale si scrivono tesi di laurea e si tengono corsi nelle università.

  128. Carlo Capone il 12 aprile 2010 alle 13:34

    Lo avevo già chiesto proponendo anche i nomi, ma mi ripeto. A giusto coronamento di questa inchiesta sulla responsabilità dell’autore, che ineluttabilmente ha portato il discorso ( o il dibbbbattito) sullo stato della letteratura italiana e di chi dicono ne muova le fila, la Redazione di NI prevede di sottoporre le 10 domande anche ai maggiori editor di Feltrinelli, Mondadori e Rizzoli? io penso che in queste discussioni le majors abbiano svolto il ruolo del convitato di pietra, meglio, del Commendatore. Sarebbe perciò utile che qualcuno lo cavasse dalla botola di scena e finalmente ascoltassimo cosa ha da dire o maledire. Altrimenti c’è il rischio di aver riempito pagine e pagine di carta elettronica senza la parola fine ( che non è detto debba esserci per forza, per carità, ma uno straccio di conclusione a questo punto appare doveroso oltre che sacrosanto).

  129. Enrico Macioci il 12 aprile 2010 alle 15:54

    georgia
    Concordo su parecchie cose, meno sulla tua ultima richiesta: sai anche tu che è difficilissimo poter affermare oggi che una cert’opera resterà anche fra 100 anni. C’è chi dice, come Il Fu GiusCo, che una possa essere I CANTI DEL CAOS di Moresco; io non credo, secondo me vale meno di quel che si dice anche se non è, per parecchie ragioni, un’opera che si possa ignorare. Anche quando affermi che gli scrittori oggi scrivono tutti allo stesso modo, non ti seguo tanto; cos’hanno in comune Siti, Mari, Pugno, Mozzi, Genna, Avoledo, Colombati, Moresco, Tonon, Vasta, Pincio, Parente, eccetera?
    Poi ri-cito due affermazioni di AMA che mi lasciano quantomeno perplesso, specie per la perentorietà.
    La prima: “Nicola Lagioia, che ha letto molti americani, ha raggiunto uno standard minimo di visibilita’ nazionale.” Quali sono gli americani che hanno influenzato così visibilmente Lagioia? E se pure fosse, è così grave?
    La seconda: “La capacita’ di lettura si e’ molto abbassata. Molti degli autori da te citati oggi risulterebbero troppo complessi.” Io avevo citato Flaubert, Kafka, Hemingway e Tolstoj; davvero oggi questi non se li fila più nessuno? Bisogna che qui c’intendiamo su che lettore si prende in considerazione, credo.
    Un’altra considerazione: senza sottovalutare la capitale importanza della tradizione della propria lingua, la letteratura vive di agganci e rimandi e influenze internazionali; la letteratura americana e francese e tedesca e russa eccetera hanno in parte forgiato e in parte forgeranno la nostra; se il risultato sono buon opere (I PROMESSI SPOSI debbono tantissimo a Walter Scott e a Shakespeare, tanto per fare un esempio) qual è il problema?
    ps: io i nomi li faccio, mi pare. Persino Shakespeare ho scomodato!

  130. Anonimo il 12 aprile 2010 alle 17:14

    OT. Vorrei chiedere a Georgia come si fa a mettere i link ai nomi come ha fatto nell’ultimo commento.

  131. maria il 12 aprile 2010 alle 18:48

    .La seconda: “La capacita’ di lettura si e’ molto abbassata. Molti degli autori da te citati oggi risulterebbero troppo complessi.” macioci che cita ama

    maria
    non è detto; ma da cosa deducete che la capacità dei lettori si sia abbassata, dalla mediocrita della maggioranza dei titoli che appaiono oggi suppongo , più che dalla conoscenza diretta del lettore. Non credo esista in proposito uno studio che incroci i dati di più generazioni, tenendo conto delle variabili che nel corso del tempo si producono .

    E allora non vi viene in mente che anche i lettori abbiano le loro delusioni e rabbie alle quali segue spesso il volo del libro nel cesso?

    Non ho ricordanza ultimamente di scrittori italiani contemporanei, anzi giovani ,letti con soddisfazione, a parte Andrea Bajani con lo splendido Se consideri le colpe e Paolo Nori con molti titoli. Adesso mi sono fatta astuta e vivendo in un quartiere con delle belle biblioteche pubbliche a portata di mano, mi servo di esse, se non altro salvando il misero portafoglio! Seppoi un libro mi piace lo compro!
    Di italiani non compro quasi nulla però.

    Io credo , dunque,che l’abbassamento di livello dei lettori sia anche “colpa “degli scrittori, c’è poi da dire che rispetto ad alcuni decenni fa probabilmente il numero di chi legge è aumentato e quindi come sempre succede, in una società di massa, si è abbassata la qualità degli uni e degli altri. La sfida sarebbe quella invece di mantenere a fronte di aumentati lettori la medesima qualità di prima, e i primi in questo dovrebbero essere proprio gli scrittori, ma mi viene un dubbio, ne sono capaci?

    Lettori e scrittori sono intimamente legati, se i primi sono per mille ragioni mediocri i secondi lo saranno altrettanto, è come un gatto che si morde la coda!

    maria

  132. Enrico Macioci il 12 aprile 2010 alle 22:15

    @maria
    Veramente io contestavo, almeno in parte, AMA.

  133. Lello Voce il 12 aprile 2010 alle 22:48

    Devo delle scuse a paperino…
    ho confuso lui con un altro nick tale ‘seipoetisapesserolinglese’.
    Sorry Donald, perdona la distrazione…

  134. paperinoramone il 12 aprile 2010 alle 22:51

    @ lello voce

    ma te pare, per così poco. :-)

    dà un’occhiata alla tua casella di posta piuttosto

  135. maria il 13 aprile 2010 alle 08:24

    @macioci
    hai ragione, ho quotato in modo parziale, ma avevo in mente le tue posizioni:-) comunque il mio commento non era soltanto rivolto ad ama, ho preso la sua affermazione per tentare di svolgere un ragionamento sui lettori

    maria

  136. cf05103025 il 13 aprile 2010 alle 08:43

    Forse l’avrete già letto.
    Ma sull’ultima edizione della Domenica del Sole 24 Ore esite un pregevole articolo di Goffredo Fofi ove vengono citati vari autori ( che qui scrivono, talvolta) ed altri di cui sopra,
    nonché si parla succitamente & fiduciosamente della responsabilità degli autori.
    Direi che la redazione di NI potrebbe intervistarlo.
    MarioB.

  137. georgia il 13 aprile 2010 alle 10:54

    Direi che la redazione di NI potrebbe intervistarlo [goffredo fofi]

    @ cfO5ecc. mi sembra una proposta molto interessante
    geo

    @ anonimo, basta predere il singolo indirizzo che si trova nel Permalink di ogni commento e poi linkarlo. Se il problema fosse come linkare bisogna usare la tag apposita che non posso mettere (perchè non apparirebbe).
    Se il tuo problema è fare il link vai QUI ti insegna come fare (nella mascherina nera).

  138. Alcor il 13 aprile 2010 alle 11:24

    @ georgia

    se ti ho frainteso è perché ho pensato che la georgia che ha scritto questo commento ( 10 aprile alle 10:07):

    «io trovo le risposte di Celati perfette.
    La letteratura (la letteratura e non solo l’editoria) che segue le regole del campo politico finanziario.
    Trovo che sia l’unica vera risposta esatta data fino ad ora.
    Ad ogni modo è chiaro che a chi scrive in Italia le risposte, al momento, NON piaceranno molto ;-)»

    fosse d’accordo con Celati che la dà per morta.

    Dare tutto per finito assieme a Celati e poi dire che tutto non è finito allineandosi ad altri per me è dare un colpo al cerchio e uno alla botte [delle opinioni altrui].

    Quanto alle liste di libri, ci vedo una certa pigrizia, nel chiederle, perché i nome gli autori che val la pena leggere e che NON «si somigliano moltissimo tutti fra loro» sono già stati fatti in questo thread , almeno sette e otto, e circolano nei siti che anche tu frequenti, non solo nei circoli di quelli che ne parlano a cena.

    Mi sembri uno di quegli uccellini che stanno dentro al nido col becco sempre aperto e aspettano che i genitori ci ficchino dentro qualcosa, comincia a leggere quelli a cui si è accennato qui, verifica se hai ragione a sostenere come sostieni – nel commento di ieri delle 12:47 – che gli scrittori sono tutti uguali e che la loro lingua è simile e quasi neutra [ma allora la letteratura è morta e Celati ha ragione e tu con lui, mentre se non è vero ha ragione la Benedetti e tu con lei] e fatti un’opinione diretta e personale sullo stato delle cose.

  139. Alcor il 13 aprile 2010 alle 12:28

    Nella sua prima risposta alla prima domanda Nicola Lagioia dice questo (e io lo condivido):

    «Negli ultimi quindici-venti anni c’è stata grande vitalità nella letteratura italiana, il che non implica necessariamente l’eccellenza. Ci sono però stati tentativi (più o meno riusciti, o eroicamente falliti) di scrivere grandi opere, il che dimostra che alcuni di noi credono ancora nella postumità.»

  140. georgia il 13 aprile 2010 alle 12:57

    veramente alcor chiunque poi scriva “chi parla di morte (per la letteratura) parla solo della morte della PROPRIA letteratura“ mi sembra abbia detto tutto. Ma se la tua è solo polemca continua … magari cercando altri link dal mio blog ;-)
    Ci sono esempi grandiosi nel nostro passato di scrittori disperati per la fine della propria letteratura … il grandissimo leopardi esordisce nella rete letteraria di allora (Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica che non fu neppure pubblicato fino al ‘900) condannando in toto il romanticismo, e ne elenca i pericoli, uno per uno, ma il pricipale che le parole si sarebbero reificate e addirittura sarebbero state sostituite direttamente da oggetti, diretti non a lettori ma a spettatori e uditori, e invitava ironicamente i poeti a smettere di scrivere e a inventarsi direttamente una macchina che invece di imitare il vero producesse direttamente figure e suoni. Pericoli tutti avveratisi :-) l’unica cosa che non si è avverata è la fine della letteratura. Solo che leopardi mentre piangeva sul passato che spariva e mutava (LENTAMENTE) nel presente, diventava, allo stesso tempo, il più grande romantico e l’antidoto al romanticismo più spinto. Certo quando scriveva questo saggio apocalittico era giovane, molto giovane, intervistato qui probabilmente sarebbe stato massacrato con soup-ponenza, ma era un giovanissimo che aveva già scritto l’Infinito (l’età era ininfluente dunque)e difendeva la SUA maniera di fare poesia … possiamo condannarlo per questo, o decifrarlo e condividerlo solo con modoto burocratico? ;-)

    Ok ok alcor io vorrei altri nomi … sbaglio o parlavamo di trentenni in giù? Mi sarei aspetta con più coerenza il nome di Saviano che nessuno, non a caso, ha fatto e forse anche Bajani.

    Non do mai, se posso evitarlo, giudizi negativi su scrittori. Rispetto, nei limiti del possibile, lo sforzo di chi scrive, poi magari, come maria evito di spendere soldi dopo aver letto qualcosa, magari senza comprarlo …a volte mi va peggio, perchè li compro contagiata dagli entusiasmi di rete, ma sempre meno e mai più di uno ;-).

  141. Alcor il 13 aprile 2010 alle 13:05

    @georgia

    non è una polemica continua, ti ho risposto per semplice educazione, visto che ti sei rivolta a me facendomi delle domande

    se le tue domande e le affermazioni che le sostengono mostrano sempre lo stesso modo contraddittorio di procedere non posso che metterlo in evidenza nel momento in cui ti rispondo

    ma ben volentieri mi ritengo esentata da quest’ultima

  142. Enrico Macioci il 13 aprile 2010 alle 13:06

    georgia
    Perchè secondo te nessuno “non a caso” ha fatto il nome di Saviano? Per quanto mi riguarda, non l’ho fatto perché non lo considero finora uno scrittore rilevante, ma una persona che ha scritto un’opera – per diversi motivi – rilevante.
    I nomi che avevo fatto comprendevano anche 35-40enni. Qual è il problema dell’età? Avallone o D’Avenia sono molto giovani, e già cavalcano Mondadori e Rizzoli.

  143. georgia il 13 aprile 2010 alle 13:09

    se le tue domande e le affermazioni che le sostengono mostrano sempre lo stesso modo contraddittorio di procedere

    a me alcor, con tutta la simpatia possibile, sembri veramente, più che lineare, un po’ burocratica ;-)

  144. georgia il 13 aprile 2010 alle 13:22

    Avallone o D’Avenia non smentiscono quello che presumo stia accadendo.
    Io ritengo saviano (di gomorra) rilevante, saviano non ha rotto i ponti con il passato (non completamente), forse perche il contenuto affrontato ha fatto dilatare ed esplodere anche la lingua e la struttura del libro, e il come affrontare tale contenuto … anzi non forse, ma certamente.
    Un’altra cosa interessante è che l’argomento di saviano a primo colpo poteva disturbare il potenziale lettore (non è certo il primo in italia ad aver scritto libri su argomenti del genere, anzi), e correva il rischio di apparire lezioso e artifatto, se non è successo vuol dire che il lbro (al di là del contenuto) possiede anche un magia e una novità linguistica (e secondo me anche di pensiero narrato) che ancora non è stata afferrata a pieno …

  145. georgia il 13 aprile 2010 alle 13:24

    artifatto = artefatto

  146. Alcor il 13 aprile 2010 alle 13:27
  147. georgia il 13 aprile 2010 alle 13:40

    :-)))))))))))) beh che una pratica burocratica non dovrebbe durare (senza raccomandazioni) non più di due mesi … come dargli torto (anche se de luca ha un linguaggio pure lui burocratico)?
    Ad ogni modo alcor puoi dormire fra due guanciali, credo che la burocrazia campana sia salva, visto che de luca ha perso (e poi sarebbe stata salva lo stesso):
    Alcor io ero ancor più cattivella … mi rifacevo alla bellissima espressione di celati che notava nel linguaggio burocratico una forma di pazzia sociale:-).
    Affrontare la poesia e le parole dei poeti come se fossero divine, tagliate col coltello fra il no e il si senza considerare che ogni affermazione (o negazione) di un poeta sia soprattutto connotativa e valida solo all’interno della propria poetica … beh è un atteggiamento burocratico.

  148. georgia il 13 aprile 2010 alle 14:08

    anonimo la parola da linkare deve essere sempre chiusa con “”

    Non so se i simboli appariranno

  149. georgia il 13 aprile 2010 alle 14:10

    infatti non è apparso nulla … va beh trovi anche la chiusura nella pagina che ti avevo linkata

  150. Alcor il 13 aprile 2010 alle 14:41

    sull’omologazione da un lato e l’informazione letteraria dall’altro sono abbastanza interessanti sul Sole24ore di ieri anche l’articolo di

    Eli Gottlieb «Tutti a scuola di omologazione» [io per esempio non sapevo che la prima università americana ad aver istituito una laurea in “scrittura creativa“ fosse il Middlebury College del Vermont già nel 1936]

    e quello di Pischedda sul giornalismo culturale «C’era una volta pagina tre», che recensisce il libro di Ferretti&Guerriero «Storia dell’informazione letteraria in Italia dalla terza pagina a Internet. 1925-2009»

  151. georgia il 13 aprile 2010 alle 15:17

    se non trovate l’articolo in rete e vi interessa, potete ascoltarne la lettura alla radio del sole24ore
    Eli GottliebTutti a scuola di omologazione, Il sole24ore, 11 aprile 2010.

  152. Enrico Macioci il 13 aprile 2010 alle 15:27

    georgia
    Veramente ti avevo domandato (m’interessa il tuo punto di vista) perchè secondo te “non a caso” nessuno ha citato Saviano, e non il tuo parere su GOMORRA – peraltro rispettabilissimo.

  153. georgia il 13 aprile 2010 alle 15:50

    enrico perchè probabilmente pensano come te :-) che saviano non sia stato, con gomorra, uno scrittore ma solo autore di una opera “rilevante”.
    Si parlava di trentenni che smentissero quello che io pensavo, sono stati fatti dei nomi (la maggior parte NON trentenne), ma saviano (che se non fosse uno solo, mi convincerebbe a pensare diversamente) non lo ha nominato nessuno (fra quelli che hanno fatto nomi), ammetterai che non può essere stato un caso ;-) … tra l’altro nominare saviano mi avrebbe anche dato ragione sul fatto che scrivere veramente, oggi, forse, possa richiedere un prezzo troppo alto, visto che scrivere vuol sempre dire avere qualcosa da dire, e dirlo in maniera tale che entri nel mondo (mondo nel senso arendtiano) e ne aumenti la costruzione. Un tempo scrivevi e il più delle volte intervenivi veramente nella realtà della generazione seguente (o anche oltre), oggi (e forse per la prima volta) puoi provocare cambiamenti (piccoli o grandi) anche nel presente … questo può anche sconvolgere una vita e forse … distruggerti anche come scrittore …

  154. Il fu GiusCo il 13 aprile 2010 alle 16:26

    georgia: non c’e’ nessun biasimo verso Saviano nel considerare Gomorra, dal punto di vista letterario, inferiore ad altri libri odierni (non nomi di autori… ma nomi di libri, opere); cosi’ come immagino molti di quelli che non nominano Gomorra siano altresi’ concordi nel ritenere Saviano (nome di autore in questo caso) scrittore socialmente importante e cittadino rilevante nel panorama italiano contemporaneo;

    il fatto che i libri di grana letteraria piu’ fine, menzionati da altri, non arrivino a te o a morgillo, e’ un altro tipo di problema, squisitamente letterario o di poetica; arriveranno cortellessa o policastro a farvi la lezione sul perche’ alcuni libri siano letterariamente piu’ importanti di altri

    ma qui l’importante e’ capire che stiamo parlando di ambiti differenti e che tu, come morgillo, cercate solo di metterli assieme, mentre non vanno storicamente assieme: quella tendenza e’ nata negli anni ’80 col pop ed e’ gia’ finita dopo l’abbuffata postmoderna dei vari klein, fukuyama, gladwell, cultural studies, allevi stesso… oggi da questo punto di vista siamo a youtube, alle susan boyle, al bimbo thailandese di i will always love you, a lonely girl

  155. georgia il 13 aprile 2010 alle 16:48

    ah ecco fuGiusCo… mi era sfuggito, aspetterò a capino in su e bocca aperta (come dice alcor) policastro e cortellessa che mi spieghino gli ambìti àmbiti e poi sarò a posto anch’io :-), ma … dove sarebbe, in questo colonnino, morgillo? … non dirmi che …NOOOOO!!!!?????!!!!!! :-)
    …. F.O.R.M.I.D.A.B.I.L.E ;-)

  156. Enrico Macioci il 13 aprile 2010 alle 21:15

    Georgia
    Non credo ci sia malanimo verso Saviano – il quale immagino dovrebbe essere causato dalla sua popolarità e dalle copie vendute eccetera. Io qui su NI quando l’ho criticato mi sono preso una formidabile bordata d’insulti. Nè mi sembra così strano che Saviano non compaia spesso in una discussione sullo stato della letteratura. GOMORRA mi ha interessato poco, benché alcuni elementi d’una certa potenza ci siano – parlo del piano letterario. Semplicemente per questo non l’ho citato.

  157. G. P. il 14 aprile 2010 alle 11:14

    Quando dicevo che non capivo la risposta n. 10, intendevo: data e nome del quotidiano su cui è comparsa l’intervista di cui: “Conosco quei giornali per uno scivolone fatto sulle loro pagine in un periodo di depressione, quando ero in vena di darci un taglio con lo scrivere. L’intervistatore era garbato, ma ho capito che le mie lagne contro un editore di sinistra facevano comodo.”

  158. Salvatore D'Angelo il 15 aprile 2010 alle 17:10

    Complimenti a Véronique per il suo bellissimo italiano e anche per il contenuto del commento del 12.4 ore 9.44: il suo amore per la letteratura è meravigliosamente poetico…lascia disarmati.
    Comunque volevo dire che I SONETTI DEL BADALUCCO NELL’ITALIA ODIERNA è uno dei libri più leggiadri, raffinati e divertenti che ho letto ultimamente, ricco di intelligenza e humour. E Vecchiatto con la sua Carlotta è un degno personaggio borgesiano. Bravo Celati. Grazie anche a te la “letteratura” continua ancora a vivere.

  159. véronique vergé il 15 aprile 2010 alle 17:40

    Un abbraccio a te, Salvatore :-)



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