L’uomo nero muore apposta

di Mariasole Ariot

Gli occhi guardano alla stazione, Padova e i palazzi intrecciati di azzurro fluorescente, l’orribile mascherato. Alla fermata dell’autobus piovono  un uomo dai costumi antichi, due ragazzi colombe, un’anziana signora con le borse traforate e una donna col pancione e un bimbo tra le dita.
L’attesa è lunga, passano numeri inutili per chiunque, la pioggia si accumula negli interstizi, tra una mattonella e l’altra, un vuoto e il successivo, e si sta fermi a fumare  il tempo.
L’uomo antico  si avvicina:
Signorina, lei è di qui?
No, mi spiace, vengo e vado.
Anch’io.

Un autobus arriva, color fuoco nella pioggia, apre veloce e la calca si gonfia dal retro come una goccia triplicata dal rimbalzo e sale tra le spinte. La donna col pancione è in ultima fila, la osservo per la veste dipinta, è bella, un gioco di luce e  il richiamo alla terra. Ripenso alle conversazioni fatte altrove con  l’uomo antico, sul vuoto di Lao Tze e la valle delle donne, il femminile che s’apre ad accogliere, il concavo come possibilità di un inizio, e poi la Madonna del Bernini e Bernini come capolavoro.
Le porte si chiudono.
Serrano, stringono. Tra le porte una gamba, i sandali indiscreti, un grido in sordina. Un sandalo, un gomito e un figlio. Mama! Mama!
E allora l’autobus si ferma, spalanca le porte alla caduta e la donna si accascia, il bambino strilla e smette, si siede a distanza di un gradino d’acqua per lasciare agli altri l’intervento che non viene mai.
Il conducente si affaccia, non accenna ad avvicinarsi e  borbotta “da dove sea saltà fora sta femana?”, ricaccia la testa all’interno per evitare la seconda donna e gira il mento  all’uomo antico.
In tre ci avviciniamo. Lei ora è seduta. La pioggia snoda i capelli e sposa le ciglia, trema il linguaggio, il bambino è silenzioso e  la gamba non si muove. Il conducente preoccupato riparte, i tempi stringono, biglietti, prego.

Quando le eccezioni chiamano i soccorsi,  i due ragazzi piccioni aprono il becco:
Che storie, hai visto la negra? L’avrà fatto apposta.”

Apposta.
Gettarsi volontariamente tra due porte, farsi serrare le gambe, la bocca, i figli e le mani, lasciarsi strizzare dalla fretta rischiando la rottura, calvalcarla la rottura, abbandonare le gambe alla fine, lasciarle bloccate alla pioggia, cadere all’indietro per sempre.
E mentre il verso dei piccoli imbecilli mi risuona alle tempie, lo immagino come una predizione all’eccesso, la scena finale, milioni di migranti che si gettano sulle strade, sotto i treni, dall’alto degli inceneritori, sotto i rulli trita oggetti, oggetti per oggetti, ad ogni ora, ad ogni istante, all’unisono, per una disperazione obbligata, un suicidio di massa non già per una fine del mondo annunciata ma per una fine già data.
E Padova ora è una terra a nord est con la cravatta verde e un conducente che parla la vera lingua, ogni cosa è a suo posto, Nietzsche è letto cancellando, le mele marce hanno i gambi rotti, i venditori di tirature limitate incastrano vecchiette, romaladrona ha squarciato il cielo, l’uomo nero muore apposta.
Se la pioggia fa uscire i vermi, la terra li inghiotte. Tutto è perfetto. Ogni cosa a suo posto.
Quando il peggio è confessabile e non c’è stupore al perverso, quando l’immaginario è bucato e i buchi sono la logica, il terreno è pronto, dal letame nasce letame, il così-sia dell’autoconcimazione.

marco rovelli

Marco Rovelli nasce nel 1969 a Massa. Scrive e canta. Come scrittore, dopo il libro di poesie Corpo esposto, pubblicato nel 2004, ha pubblicato Lager italiani, un "reportage narrativo" interamente dedicato ai centri di permanenza temporanea (CPT), raccontati attraverso le storie di coloro che vi sono stati reclusi e analizzati dal punto di vista politico e filosofico. Nel 2008 ha pubblicato Lavorare uccide, un nuovo reportage narrativo dedicato ad un'analisi critica del fenomeno delle morti sul lavoro in Italia. Nel 2009 ha pubblicato Servi, il racconto di un viaggio nei luoghi e nelle storie dei clandestini al lavoro. Sempre nel 2009 ha pubblicato il secondo libro di poesie, L'inappartenenza. Suoi racconti e reportage sono apparsi su diverse riviste, tra cui Nuovi Argomenti. Collabora con il manifesto e l'Unità, sulla quale tiene una rubrica settimanale. Fa parte della redazione della rivista online Nazione Indiana. Collabora con Transeuropa Edizioni, per cui cura la collana "Margini a fuoco" insieme a Marco Revelli. Come musicista, dopo l'esperienza col gruppo degli Swan Crash, dal 2001 al 2006 fa parte (come cantante e autore di canzoni) dei Les Anarchistes, gruppo vincitore, fra le altre cose, del premio Ciampi 2002 per il miglior album d'esordio, gruppo che spesso ha rivisitato antichi canti della tradizione anarchica e popolare italiana. Nel 2007 ha lasciato il vecchio gruppo e ha iniziato un percorso come solista. Nel 2009 ha pubblicato il primo cd, libertAria, nel quale ci sono canzoni scritte insieme a Erri De Luca, Maurizio Maggiani e Wu Ming 2, e al quale hanno collaborato Yo Yo Mundi e Daniele Sepe. A Rovelli è stato assegnato il Premio Fuori dal controllo 2009 nell'ambito del Meeting Etichette Indipendenti. In campo teatrale, dal libro Servi Marco Rovelli ha tratto, nel 2009, un omonimo "racconto teatrale e musicale" che lo ha visto in scena insieme a Mohamed Ba, per la regia di Renato Sarti del Teatro della Cooperativa. Nel 2011 ha scritto un nuovo racconto teatrale e musicale, Homo Migrans, diretto ancora da Renato Sarti: in scena, insieme a Rovelli, Moni Ovadia, Mohamed Ba, il maestro di fisarmonica cromatica rom serbo Jovica Jovic e Camilla Barone. 

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  15 comments for “L’uomo nero muore apposta

  1. 12 aprile 2010 at 17:32

    Ma guarda.

  2. véronique vergé
    12 aprile 2010 at 21:22

    Un racconto sotto la pioggia del mondo. E’ il talento dello scrittore di raccontare il quotidiano, l’istante dove si gioca l’umanità. Chi sarà avvicinare del bambino e conoscere la sua pena? Per la magia della scrittura, il lettore diventa la donna seduta, i capelli sotto la pioggia. Prova il sentimento di solitudine, con compagnia gli occhi spaventati del figlio e la lacrima del cielo. E nella testa le parole di ragazzi.

    Triste racconto, crudele, ma bello.

  3. 12 aprile 2010 at 23:17

    Un racconto che sarebbe perfettamente preciso e realistico, se non fosse per un particolare che ne inficia tutta la costruzione di stampo veristico: quando mai s’è visto un controllore chiedere i biglietti, su di un autobus di Padova?

  4. mario schiavone
    13 aprile 2010 at 15:51

    bel racconto. lo stampo e lo porto con me, lo leggerò nei prossimi giorni.
    :)

  5. A.F.
    13 aprile 2010 at 16:17

    L’autobus, al pari del treno, come luogo simbolico in cui le divisioni razziali prendono forma. Era così negli autobus con posti differenziati nel Sudafrica dell’apartheid e negli Stati Uniti degli anni ’60. Oggi i “volenterosi carnefici” di Zaia sono gli autisti degli autobus cittadini: sempre più, almeno in Veneto, avanguardia scalmanata del movimento xenofobo.

  6. 16 aprile 2010 at 23:37

    @Samuele Parlato: mi chiedo se tu sia di Padova, perchè i controllori degli autobus negli ultimi anni sono diventati cattivissimi. E spesso non se la prendono con noi padovani doc, ma si accaniscono proprio contro gli immigrati. Questo te lo dico per molteplici esperienze personali vissute sugli autobus di Pd. Ammettiamo pure che spesso molti immigrati non hanno il biglietto; ma molte volte ho visto controllori agire nel totale pregiudizio e con maniere veramente odiose nei confronti del disgraziato di turno. Come se fossero tutti dei delinquenti. Io a questo racconto ci credo.
    PS comunque i conducenti non se la prendono solo con i “negri”: la sciatteria di molti di loro sta dilagando, a mio parere. Non capisco perchè: forse dipende dal traffico di questa città, che come molte altre, è in grado di produrre elevatissimi livelli di stress.

  7. mariasole ariot
    17 aprile 2010 at 10:58

    Vero, i conducenti se la prendono un po’ con tutti, a Padova, a Milano, a Vicenza. Ma vi dirò, a me quel che più ha colpito non è stata la partenza indcente dell’autista.
    E’ stata la frase, aggiunta alle altre venute prima e dopo, di quei due ragazzi. Quel l’ha fatto apposta. Perché se due giovani arrivano a credere che una donna -solo perché nigeriana- per attirare l’attenzione sia disposta a farsi stritolare da un autobus, bambino incluso, allora c’è da ragionarci seriamente. Perché non è la voce di due imbecilli, è una voce che si respira, una distorsione che penetra ovunque come fumo passivo.
    E poi -mi chiedo- e se si arrivasse davvero a questo estremo ipotizzato? Se davvero, supponiamo, la donna si fosse lasciata chiudere apposta tra le porte ? Perché arrivare a tanto? Per salire sull’ambulanza e recuperare la propria dignità, tornare persona, giuridicamente e simbolicamente? Come soldati in guerra che per evitare il massacro si tagliano mani, polsi e gambe. Mutilazioni come risposte, come sollievo, come strappo al destino segnato. Morire sotto le bombe del nemico o nelle parole del nemico. E allora crearlo internamente il nemico, farsi male da sé prima che sia l’altro a fare la prima mossa. Se questa è l’immagine possibile -e siamo all’inizio- mi domando quale sia la deriva.

  8. 17 aprile 2010 at 23:06

    Capisco. E concordo: non è una voce isolata, è una voce che si respira, oggi quest’immagine mi fa pensare alla cenere islandese che ci sta ammantando.
    Ed è pesante realizzare che l’imbarbarimento sia visto sempre più come la “normalità”, e il -nostro- diverso vedere, che dovrebbe essere “normale”, appaia quasi sovversivo.
    Personalmente comunque non credo alla possibile verità di questo estremo ipotizzato.
    Complimenti per questo racconto.

  9. Colette Magine
    17 aprile 2010 at 23:54

    Oui salut, moi, je suis une petite écrivain française, il y a quelque temps que je suis le blog. Je crois qu’il faudrait le traduire en français aussi, peut-être certaines sous-entendues, ils changeraient bientôt en devenant plus compréhensibles à la plus part du public. Je me demande la raison de cet article, je n’en voulais rien savoir de cette nègre si méchante. Est-ce qu’on doit vous suivre ou bien je peux dire, « no, ça ne me regard pas »? Merci, Colette.

  10. mariasole ariot
    18 aprile 2010 at 12:18

    Ti domandi, Colette, la ragione di questo pezzo e in finale aggiungi:
    Est-ce qu’on doit vous suivre ou bien je peux dire, « no, ça ne me regard pas »?

    Ecco. E’ esattamente questa la ragione di questo pezzo. La rabbia di chi troppo spesso dice: ça ne me regarde pas.

  11. mariasole ariot
    18 aprile 2010 at 12:29

    sbavatura nei tasti – e nel significato: la rabbia per chi, non di chi.

  12. Colette Magine
    18 aprile 2010 at 14:02

    oui, je comprends très bien la “rabbia” italienne, surtout quand elle est désirée si fermement et cherchée si prétendument entre lignes de l’écriture qu’on trouve finalement l’accomplissement de ses désirs les plus chachés, une illusion italienne ?

  13. francesca matteoni
    18 aprile 2010 at 15:58

    L’estremo ipotizzato da Mariasole indica secondo me un altro possibile discorso a margine: l’incapacità di non vedere che le ferite. E anche questo è pericoloso – c’è tutto un sistema mediatico che insiste sul dolore, sul pietismo, che rende umani i soggetti che guardiamo solo perchè soffrono. Il passo ulteriore sarebbe capire che la mutilazione, quando si nega una dignità, è nostra, che l’arto mancante è il nostro.
    Sui conducenti, controllori, etc. estendiamo anche ai treni, mi è capitato spesso, l’ultima volta meno di venti giorni fa, di assistere a sceneggiate di controllori bulli con persone che hanno il biglietto, ma magari non obliterato bene, e guarda caso spesso immigrati. A loro si può dare del “tu” con tono di disprezzo, anche se hanno pagato.

    @Colette, una mera curiosità, bello respirare aria d’Europa, ma se sei in grado di leggere un articolo in italiano, perchè senti l’impulso a rispondere in francese? Tanto per.

  14. Andrea Raos
    18 aprile 2010 at 16:39

    Un francese piuttosto sgrammaticato peraltro. Mah, beata questa gente che ha tempo da perdere.

    *

    Gran bel pezzo, Sole. Ho ripensato ai disordini francesi del 2005.
    Avevo scritto questa specie di analisi
    https://www.nazioneindiana.com/2005/11/25/sui-roghi/
    e mi è tornato in mente un episodio che lì non avevo raccontato: il giorno prima dell’esplosione degli scontri, nel mio quartiere (un quartiere non ricco, ma comunque da tutt’altra parte rispetto alle famigerate banlieues), avevo assistito a una furibonda rissa tra un giovane maghrebino e il conducente di un autobus, appunto.
    Non so perché fosse iniziata (non ero sull’autobus ma per strada), ma era davvero brutale: erano rotolati sempre picchiandosi sul marciapiede, finché all’arrivo della polizia gli amici del ragazzo ne avevano coperto la fuga.
    Si respirava un’aria di violenza repressa (repressa nemmeno poi tanto, appunto) in quei giorni, che fece sì che non mi stupissi, il giorno dopo, ascoltando i primi notiziari.

    Naturalmente è sciocco da parte mia sperare che l’Italia impari dagli errori altrui.

  15. Colette Magine
    18 aprile 2010 at 21:07

    de nouveau me voici, Francesca, moi, j’ai décidé de vous écrire en français parce qu’une fois, il n’y pas très longtemps, j’avais englouti mon copain italien en cherchant de lui parler dans sa langue maternelle, elle était évidemment trop maternelle; c’est pour ça que je dois toujours la changer selon les endroits sur lesquels je tombe, je ne veux pas engloutir ma fortune chez le dentiste :-° Maintenant c’est le français, peut-être un jour, pas si lointain, mon dialecte d’origine, et après ? Le mots passent de bouche en bouche, chère Véronique, (plutôt de bouche en oreille pour ceux qui aiment la grammaire, Andrea, -moi aussi, je l’aime beaucoup bien qu’elle soit déjà corrompue- et enfin ce sont les boucles aux oreilles qui ouvrent un éclat de richesse comme chez les tsar de la Roussie) Merci, Colette

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