Fenomenologia di un atteggiamento diffuso

14 aprile 2010
Pubblicato da

di Lorenzo Mecozzi

[questo post è apparso per la prima volta sul blog quattrocentoquattro.wordpress.com/]

mentre Giovanni declama,
“Zanzi” va fuori tema,
ed Edoardo mette lì un poema
col cruciverba della settimana
e i logaritmi della sera prima…

La Corazzata Potemkin – Vecchioni

Era il 1989, l’anno delle illusioni sulla fine della storia e sulla fine di tutte le contrapposizioni, quando la RAI, su quello che era ancora solo il primo canale, trasmetteva L’Aquilone.

Il programma nasceva da un’idea Filippo Canu: si trattava di un settimanale culturale in onda il venerdì alle 15 su RAIUNO. Condotto da Claudio Angelini, con la collaborazione di Franco Foresta Martin,, Luciano Lucignani, Gianni Raviele, Vanni Ronsisvalle e Giorgio Weiss, si presentava come la più seguita rivista letteraria dell’epoca, con una audience media di 500 mila spettatori. [http://www.giorgioweiss.it/node/226 ] All’interno della trasmissione ebbe luogo un concorso ad eliminazione diretta tra poeti in gara con la lettura di una propria poesia. L’esperimento fu riproposto l’anno successivo, con leggere variazioni di contenuti, dovendo i poeti in gara proporre opere di classici della letteratura italiana piuttosto che proprie liriche.

Questo breve amarcord, che poi tanto amarcord non è per chi come me all’epoca non era ancora nato, può risultare utile per improvvisare una riflessione sulla condizione della poesia (che diventa, nell’ambito televisivo, metonimia di un certo tipo di cultura letteraria) negli ultimi vent’anni, approntata non da uno specialista o da un poeta, ma da chi ne ha affrontato lo studio in ambito accademico partendo dalle impressioni che l’immaginario postmoderno ha da offrire.

Tra i sedici nomi in gara spiccano quelli di due fra i più importanti poeti del secondo Novecento (Sanguineti e Rosselli) e quelli di due autori di sicuro valore come Pagliarani e Magrelli; ad accomunarli: la sconfitta.

Il risultato naturalmente deve essere relazionato al particolare tipo di competizione: in una gara in cui i poeti leggono le proprie poesie alla televisione, elementi come la dizione, la gestualità e la mimesi facciale, la leggibilità e la chiarezza espressiva giocano un ruolo determinante. In un medium che abolisce molte delle mediazioni che caratterizzano il testo scritto, necessariamente i criteri di giudizio estetico vengono determinati da fattori eterogenei al giudizio critico del testo letterario. Agli spettatori, inoltre, non è richiesto nessun tipo di specializzazione al momento della scelta. Questi elementi, reagendo insieme, possono senz’altro giustificare la bocciatura da parte del pubblico. Ma credo sia indispensabile, per comprende tali illustri esclusioni, giudicare anche la natura dei testi che i quattro poeti hanno presentato, in relazione soprattutto alle poesie dei loro avversari.

Immediatamente verrebbe da pensare: Sanguineti è Sanguineti. E non sarebbe semplicistico: la natura sperimentalistica dell’opera che il poeta genovese presenta rischia di schiacciare il senso di un testo che richiede senz’altro una lettura più mediata e circostanziata, se confrontato con la poesia “più o meno” d’amore di Cucchi, in cui emergono parole semplici come “guerra” “fantasia” “angelo”. Ed è sempre una poesia quasi d’amore, dalla sintassi e dal lessico semplicissimi, in cui il metaforismo non inficia un’evocazione patetica adeguata, quella di Valentino Zeichen, ad eliminare Amelia Rosselli, con la sua dizione conturbante e fortemente musicale che trasferisce al parlato il ritmo dilabente viscerale dello scritto. La poesia concettosa di Magrelli deve lasciar spazio alla lirica di Margherita Guidacci in cui è l’acqua a dire “io”. Pagliarani e la povera ragazza Carla, con la sua “Milano grigia e anonima” che si presenta attraverso “verbalizzazioni differenziate”[Poeti italiani del ‘900, a c. di Pier Vincenzo Mengaldo, Milano, Mondadori, 1981] non possono nulla contro il gozzaniano, dunque più scolastico, Riviello.

Ad uscire sconfitte dalle quattro sfide non sono solo le poesie, mi sembra: sono la novità e la sperimentazione contro un senso comune sedimentato ed alimentato dalla scolarizzazione media e dall’immaginario che condiziona l’idea stessa di poesia. I poeti che arriveranno in finale si presentano inizialmente con poesie o “tradizionali” o “maledette” , entrambe in qualche modo velatamente decadenti.

Quando le mediazioni opportune vengono a mancare, quando il discorso intorno alla poesia viene a coinvolgere un pubblico vero, quando si ricreano le condizioni perché un uditorio possa ricongiungersi al mondo della letteratura contemporanea in versi, questa sembra impreparata ad assecondare il gusto degli spettatori. O sono loro, i nuovi lettori, ad essere presi in contro tempo.

Le cause sono sicuramente molteplici e difficilmente sintetizzabili. Ma, ripercorrendo indietro nel tempo le vicende della nostra storia letteraria, non posso non soffermarmi sul periodo delle avanguardie storiche: pensare all’impatto dirompente che il Futurismo ha avuto sull’idea comune di poesia. A come ne sia uscita violentata l’autorità sacrale della poesia, come questa abbia perso da quel momento il diritto di parlare da un pulpito. E se alla perdita del mandato sociale dei poeti ha risposto il successo della musica pop-rock, ciò a mio avviso è dovuto al fatto che i novelli Orfeo sono riusciti a coniugare gli assunti absolument  moderne della poesia romantica – quindi la lirica come espressione dell’interiorità, della sensibilità individuale e soggettiva, della “passione eccitata da eventi reali” [Wordsworth e Coleridge, Prefazione alle Lyrical Ballads, in Ballate liriche, Milano, Mondadori, 1999] – con la necessità minima di uno stile che rimanga “variazione ornamentale” [Roland Barthes, Il grado zero della scrittura, Torino, Einaudi, 1982]. La canzone si è impossessata della dimensione ‘poetica’ della poesia, che la letteratura del Novecento agli occhi del pubblico non specialistico sembra aver abbandonato. Non c’è poesia nello “scialo di triti fatti”, non c’è poesia in una gronda, non c’è poesia presso il Bisenzio. Il critico Pier Vincenzo Mengaldo nella sua antologia “Poeti italiani del Novecento” coglie la fenomenologia di questo iato tra poesia e percezione della poesia, ma non ne comprende forse la portata qualitativa, scrivendo di Pavese che non è possibile avere uguale comprensione (rispetto a Lavorare stanca) per “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, droga di intere generazioni di liceali”. Gli stessi studenti che hanno amato il Pavese “dell’eccessiva e infantile fiducia […] nel valore esemplare della propria biografia”[Poeti italiani del ‘900, a c. di Pier Vincenzo Mengaldo, Milano, Mondadori, 1981] hanno imparato a ritrovare quell’illusione nelle canzoni. Le sperimentazioni di Zanzotto, Sanguineti, Rosselli e Pagliarani appaiono prive di un sentimento poetico, lontane dalle attese dei lettori. Allo stesso modo l’indiscussa novità di Magrelli nel panorama italiano – negli anni de Il nome della rosa, avventuroso best-seller per eccellenza del postmodernismo.

Sul modo di percepire la poesia influiscono enormemente l’istruzione scolastica e la tradizione tramandata attraverso il senso comune. Per usare le parole di Montale, l’Italia “ha avuto un d’Annunzio”[Eugenio Montale, Il “Nuovo Colombo” della poesia francese, in E.M. Secondo Mestiere. Prose I, Milano, Mondadori, 1996  ] capace di influire pesantemente sull’immaginario poetico in senso “stranamente estetizzante” e decadente: un maledetto poeta che per tutti è un poeta maledetto; d’altra parte il Montale che si studia a scuola, insieme a Pascoli e Carducci, è quello di “Meriggiare pallido e assorto // presso un rovente muro d’orto” e non di “com’è tutta la vita e il suo travaglio // in questo seguitare una muraglia”. I primi versi rimandano ad un’idea tradizionale di poesia, gli altri necessitano una contestualizzazione storica, la consapevolezza di un mutamento. Il Novecento viene, tranquillamente, insegnato come colpo di coda di una tradizione millenaria. D’Annunzio, con il suo vitalismo ed il continuo processo di stilizzazione estetizzante supplisce alla mancanza di poeti realmente romantici. Nell’immaginario di ogni giorno il momento di rottura del futurismo agisce soltanto come giustificazione a scrivere versi. Non viene avvertita la necessità di riformulare l’idea stessa di poesia: che in definitiva resta un’idea romantica. Da una parte l’aspirazione del poeta al sublime, dall’altra la necessità di una minima stilizzazione.

La canzone, attraverso la continua esposizione della dimensione sentimentale e privata, sembra aspirare al sublime. Proprio banalizzando gli strumenti della poesia, e mascherandoli attraverso la musica, giustifica tale aspirazione: in una dialettica che agli occhi del pubblico si allontana meno dall’idea della poesia romantica come eccitata passione.

Il risultato è l’equazione poesia=lirico=poetico, per cui anche la stilizzazione finisce in subordine rispetto all’erompere dell’individualità e dell’interiorità. Sempre più forte emerge la presenza di un “io” che osserva il mondo attraverso una dimensione mistica che mistifica l’idea stessa di poesia, non lasciando spazio alle sperimentazioni avanguardistiche che finiscono per parlare solo agli addetti ai lavori: a chi è capace di comprendere gli sviluppi di una tradizione che si è allontanata forse definitivamente dal proprio pubblico, rimasto in gran parte immobile.

“Se una forma d’arte viene emarginata è perché non parla davvero alla gente” scrive David Foster Wallace, e la gente non percepisce i poeti come profeti di un sapere superiore, ma come disordinati soldati di una caotica e incomprensibile Corazzata Potëmkin.

httpv://www.youtube.com/watch?v=tur8Ll4vVy4&feature=player_embedded Amelia Rosselli e Valentino Zeichen

httpv://www.youtube.com/watch?v=7N-DwBzQ0Tw&feature=player_embedded Edoardo Sanguineti e Maurizio Cucchi

httpv://www.youtube.com/watch?v=_TXqQ5VYqGw&feature=related Margherita Guidacci e Valerio Magrelli

httpv://www.youtube.com/watch?v=FN988oPfXaM&feature=related

Elio Pagliarani e Vito Riviello.

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8 Responses to Fenomenologia di un atteggiamento diffuso

  1. Luciano Mazziotta il 14 aprile 2010 alle 09:26

    gran bell’articolo. Convincente in tutto. La penso decisamente allo stesso modo.

  2. lucy il 14 aprile 2010 alle 11:33

    efficace e convincente, specie per la denuncia dell’insufficienza del modello romantico – momento letterario necessario, eppure “dannoso” – e dell’illusione ottica prodotta da d’annunzio in questa direzione. la poesia del novecento ha invece faticosamente cercato altre strade: a volte le ha trovate, altre ha fatto dietrofront. è un po’ diffcile oggi che il pubblico più vasto si accosti alla poesia, pur avendo un grado di istruzione più alto che non in passato, perché da essa si aspetta dei bei versi, forse una consolazione, una maniera più ordinata e riconoscibile, epocale, di procedere. e invece le maniere sono molteplici, non tutte valide, non tutte “poetiche”: alcune inconsistenti, autoreferenziali, scioccamente elitarie nell’estrema – e insensata – illeggibilità, non fruibilità dei testi. bisogna prestare ascolto anche alla poesia “brutta” per capire, se non altro per concepire la novità del novecento e di questo inizio di terzo millennio. il novecento è molto altro, anche se – cosa che reputo un valore – deve quasi tutto ai millenni che lo hanno preceduto.

  3. Alcor il 14 aprile 2010 alle 12:00

    votavano “spedendo cartoline”
    sembra un altro mondo

  4. andrea inglese il 14 aprile 2010 alle 18:23

    mi scuso con l’autore per il link obliato – come redattori a tempo pieno si rischia sempre qualche danno! – e ringrazio anche guido mazzoni che per primo mi segnalò il pezzo e il blog

  5. georgia il 14 aprile 2010 alle 21:23

    grazie andrea, il link al sito dove ci sono i video con i poeti che recitano le loro poesie è un vero tesoro.
    Tra l’altro è stata un gradita sorpresa Giovanna Bemporad non l’avevo mai ascoltata recitare una sua poesia …
    geo

  6. Salvatore Talia il 15 aprile 2010 alle 18:19

    Quoto: “La canzone si è impossessata della dimensione ‘poetica’ della poesia, che la letteratura del Novecento agli occhi del pubblico non specialistico sembra aver abbandonato”.

    A proposito dei gusti del pubblico non specialistico, può forse essere interessante leggere la discussione che si è svolta su Wikipedia circa la qualifica di poeta, che alcuni volevano attribuire a Fabrizio De André:

    http://it.wikipedia.org/wiki/Discussione:Fabrizio_De_André#Senza_fonte_iniziale

  7. giorgio mascitelli il 16 aprile 2010 alle 15:34

    Il pezzo è veramente interessante e le considerazioni dell’autore persuasive. Tuttavia avrei qualche dubbio a credere che sia stata la poesia del novecento a creare questo fossato con il pubblico: esso è per così dire consustanziale al genere fin dall’antichità. Credo che sia stato un colpo di genio di Baudelaire con la perdita d’aureola del poeta ad alimentare questa idea retrospettiva di un passato glorioso, ma a lui serviva per articolare la sua voce poetica nella chiave di angelo caduto. Quanto alla realtà pochi lettori sempre e ovunque, con le classiche eccezioni che confermano la regola. Basti pensare all’Italia ottocentesca dove l’unica fruizione di massa di poesia è con l’opera lirica, che quanto a sublime di secondo ordine non ha nulla da invidiare ai migliori parolieri sanremesi. Questo non ha a che fare con la vitalità della poesia, per la quale è fondamentale l’instaurazione di una tradizione di lettura, cioè la nascita di una comunità di lettori che hanno memoria del testo e lo rileggono facendolo diventare memorabile. Ciò che distingue una comunità da un pubblico è la capacità di rapportarsi al testo in maniera paritetica e creativa. Non c’è nessuna ragione perchè comunità e tradizioni di lettura del genere non si instaurino anche oggi. La gloria della poesia è nella sua radicale esperienza linguistica ed etica che costuisce una forma di innovazione della cultura umana e non in legioni di lettori che peraltro non sono mai esistiti in nessuna epoca.

  8. georgia il 16 aprile 2010 alle 15:45

    esso è per così dire consustanziale al genere fin dall’antichità

    … fin dall’antichità non direi proprio.
    Ad ogni modo anche oggi il fenomeno di distacco è limitato all’occidente.
    La poesia araba ad esempio ha ancora un fortissimo legame con il suo pubblico. Le recite pubbliche di Mahmud Darwish richiamavano un pubblico quasi da concerto rock (da noi) o se vogliamo fare un esempio più simile ai concerti di de andrè, e non si può certo dire che darwish non sia stato un grande poeta. Il problema è che la poesia cosidetta occidentale non è l’unica poesia esistente al mondo e che da noi ha perso il suo legame naturale con la recitazione e la musica. Una poesia solo letta è forse una contraddizione in termini.



indiani