Questioni di censura

21 aprile 2010
Pubblicato da

di Ethan Zuckerman

Il recente intervento del segretario di Stato Hillary Clinton sulla libertà di internet è un segno del forte interesse del Dipartimento di Stato Usa verso l’utilizzo di internet per promuovere riforme politiche in società chiuse ed autoritarie. E’ naturale che il Dipartimento di Stato guardi ai progetti di sistemi per eludere la censura su internet. Il New York Times segnala che un gruppo di senatori chiede al Segretario di utilizzare i fondi esistenti a sostegno dello sviluppo dei programmi per aggirare la censura, tra cui Tor, Psiphon e Freegate.

Ho passato buona parte degli ultimi due anni studiando i sistemi di elusione della censura su internet. Con i colleghi Hal Roberts e John Palfrey ho eseguito uno studio che mette a confronto i punti di forza e di debolezza dei diversi strumenti. Gran parte del nostro sforzo è finalizzato al coordinamento tra gli sviluppatori di questi strumenti e chi ha bisogno di questi strumenti per pubblicare contenuti sensibili.

Sono del tutto convinto che abbiamo bisogno di strumenti anticensura solidi, anonimi e di facile utilizzo. Ma credo anche che abbiamo bisogno di molto di più di semplici strumenti per aggirare la censura e temo che i tecnologi e i finanziatori si concentrino solo su questo aspetto della libertà su internet a scapito degli altri. Mi chiedo se stiamo studiando abbastanza le limitazioni fondamentali dei sistemi di elusione e se stiamo ragionando anche su cosa la libertà sul web possa fare per gli utenti in società non democratiche.

A questo proposito lancio una provocazione: Non possiamo eludere la censura su internet.

Non voglio dire che i sistemi di aggiramento della censura non funzionano. Abbiamo provato diversi sistemi di elusione in nazioni dove funziona la censura e abbiamo scoperto che la maggior parte di questi riesce a recuperare materiali bloccati dal firewall cinese e da sistemi simili. C’è qualche problema legato alla privacy, alla dispersione di dati, alla resa di alcuni tipi di contenuti e soprattutto l’usabilità e la performance, ma i sistemi funzionano e riescono a eludere la censura. Quello che però voglio dire è che non possiamo permetterci di utilizzare gli strumenti esistenti per “liberare” tutti gli utenti internet cinesi, anche se tutti volessero davvero essere “liberati”.

I sistemi anticensura hanno tutti uno stesso modello operativo: agiscono come proxy per permettere di raggiungere contenuti bloccati. Un utente viene bloccato nell’accesso a un sito dal suo Isp o dall’Isp di quell’Isp. Se vuole leggere una pagina di Human Rights Watch, non riesce a visualizzarla perché l’indirizzo Ip di quella pagine è su una “black list”. Così indirizza il suo browser verso un altro indirizzo Ip per ottenere dal server di Hrw quella pagina. Così, se quell’indirizzo non è bloccato, riesce a ricevere la pagina via proxy. Nell’operazione il proxy funziona come un service provider. La sua capacità di fornire un servizio adeguato ai suoi utenti è legato all’ampiezza di banda, sia in fase di accesso al sito che di scaricamento dei contenuti. E la banda larga costa.

Alcuni sistemi hanno cercato di ridurre questi costi cercando di condividerli tra alcuni volontari – Psiphon nella sua forma originaria utilizzava computer di alcuni volontari in tutto il mondo come proxy e utilizzava la loro banda per accedere a internet. In molti paesi, però, le connessioni sono asimmetriche, ottimizzate per lo scaricamento di contenuti ma molto più lente quando si tratta di inviare contenuti. Psiphon non è più basata principalmente su proxy ospitati da volontari. Tor sì, ma i nodi di Tor sono speso ospitati su server di università e società che hanno ampia disponibilità di banda. Maproprio la disponibilità di banda rimane uno dei maggiori vincoli all’uso di Tor. Gli strumenti attualmente più usati – servizi VPN come Relakks e Witopia – chiedono in pagamento agli utenti cifre annue significative per le spese legate alla banda larga.

Ipotizziamo che sistemi come Tor, Psiphon e Freegate ricevano finanziamenti aggiuntivi dal Dipartimento di Stato. Quanto costerebbe fornire accesso via proxy per la Cina, per esempio? In Cina ci sono 384 milioni di utenti di internet, il che significa avere un Isp in grado di gestire più di 25 volte gli utenti del più grosso Isp Usa. La Cina consuma 866.367 Mbps di banda larga secondo CNNIC. Non è facile stimare quanto gli Isp paghino per la banda larga, anche se i prezzi convenzionali sono tra 0,05 e 0,10 dollari per gigabit. Sulla base di un prezzo di 5 centesimi, il costo per portare internet in Cina sarebbe di 13,6 milioni al mese, 163,3 milioni l’anno solo per la banda larga, senza contare i costi dei proxy server, dei router, degli amministratori di sistema. Rispetto a queste cifre, i 45 milioni che i senatori Usa chiedono alla Clinton sembrano una cifra irrisoria.

C’è un’altra complicazione: non stiamo parlando solo di gestire un Isp, ma di gestire un Isp di cui con ogni probabilità verrà fatto un cattivo uso. Gente che fa spam, truffatori e altri criminali su internet usano proxy server per condurre le loro attività in modo da proteggere la loro attività. Wikipedia si riserva il diritto di bloccare utenti che usino proxy per editare le voci, dopo che molti utenti hanno utilizzato i proxy per aggirarne le regole. Gli operatori proxy devono quindi trovare un punto di equilibrio: affinché i proxy siano utili, le persone devono saperli usare per accedere a siti come Wikipedia o YouTube, ma se li usano per abusare dei siti visitati, i proxy vengono bloccati.

Sono scettico sul fato che il Dipartimento di Stato possa o voglia di finanziare o attivare un Isp che possa essere utilizzato da milioni di utenti simultaneamente, molti dei quali lo userebbero per commettere frodi o mandare spam. Le persone che finanziano proxy non sanno cosa questi possono fare in questo senso: invece pensano che i proxy siano usati solo in specifiche circostanze, per accedere a contenuti bloccati. Questo è il problema. Uno stato come la Cina blocca molti contenuti: secondo Donnie Dong cinque dei dieci siti più popolaro nel mondo sono bloccati in Cina. Tra questi YouTube e Facebook, che occupano molta banda a livello di pesantezza dei download che di lunghezza delle sessioni. Forse potremmo fare da ISP per la Cina se fornissimo accesso solo verso Human Rights Watch, non certo se fornissimo accesso a YouTube. Gli operatori proxy hanno affrontato questo tipo di questioni quando hanno mezzo dei limiti all’utilizzo dei loro strumenti: alcuni bloccano YouTube o contenuti pornografici, altro limitano l’uso da parte di alcune persone. Nel decidere chi o che cosa bloccare gli operatori danno la loro risposta a una questione complessa: Che parti di internet vogliamo aprire alle persone che vivono in società autoritarie?

Non è una questione semplice. Immaginiamo di riuscire a fare traffico tramite proxy verso paesi come Cina, Iran o Myanmar, e di riuscire a mantenere questi proxy accessibili e liberi (non è semplice). Abbiamo ancora dei problemi. La gran parte del traffico è domestico. In Cina stimiamo che il 95% del traffico è interno al paese. E la censura agisce soprattutto a livello domestico. Come documentato da Rebecca MacKinnon, in Cina i contenuti user generated vengono censurati con modalità complesse e decentrate. Quindi una gran parte di materiali controversi non viene pubblicato sia perché viene bloccato, sia perché gli autori temono che venga bloccato o cancellato l’account del loro blog. Se gli autori cinesi avessero per esempio accesso a Blogger, potrebbero pubblicare lì.

Nel promuovere la libertà su internet dobbiamo valutare strategie per contrastare la censura nelle società chiuse. Dobbiamo quindi affrontare anche la “censura soft”, l’utilizzo degli spazi pubblici da parte dei regimi autoritari che sponsorizzano blogger filo-governativi e spargono commenti favorevoli (Evgeny Morozov ci offre una visione molto cupa sull’uso autoritario dei social media in “How dictators watch us on the web”).

Dobbiamo anche affrontare la crescente minaccia alle conversazioni online. Quando la Turchia blocca YouTube per evitare che cittadini turchi vedano video che diffamano Ataturk, non fa vedere quel contenuto a 20 milioni di navigatori turchi. Quando qualcuno lancia un denial of service distribuito (DDoS) nei confronti di Irrawaddy (giornale online molto critico nei confronti del governo di Myanmar), ne inibisce  la lettura a tutti. I sistemi di elusioni possono permettere ai turchi di superare il blocco su YouTube, ma non aiutano gli americani o i birmani a vedere Irrawaddy quando è sotto un DDoS o un attacco di hacker.

Gli editori di contenuti controversi stanno realizzando che non devono solo affrontare censure mediante sistemi nazionali di filtraggio, ma anche mediante una serie di attacchi tecnici e legali mirati a rendere inaccessibili i loro server. Ci sono diversi metodi con cui gli editori possono aumentare la resistenza dei loro siti agli attacchi DDoS o ai filtri. Per evitare il blocco in Turchia, YouTube può aumentare il numero degli indirizzi Ip che conducono al server; può mantenere una mailing list per fornire agli utenti gli indirizzi Ip non bloccati con cui poter accedere a YouTube oppure creare un’applicazione che, una volta scaricata, fornisce indirizzi Ip non bloccati agli utenti di YouTube. Sono tutti sistemi utilizzati dai siti spesso bloccati in stati autoritari. Ma YouTube non adotta queste misure per almeno due motivi.

In primo luogo ha sempre cercato di trattare con le nazioni che filtrano internet piuttosto che contrapporsi combattendo i filtri, anche se adesso la politica potrebbe cambiare dopo che Google ha annunciato la sua intenzione di non voler collaborare con la censura in Cina.

In secondo luogo YouTube non ha alcun incentivo economico a essere sbloccata in Turchia. Addirittura il blocco in Turchia potrebbe rappresentare un vantaggio economico. I siti fondati su contenuti user generated si reggono sulla pubblicità. E gli utenti pubblicitari sono più interessati agli utenti Usa (che hanno carte di credito, maggiore disponibilità e maggior facilità a spendere online) che non agli utenti in Cina o Turchia. Alcuni sospettano che l’introduzione di versioni leggere di servizi come Facebook sia diretta agli utenti nei paesi in via di sviluppo, che difficilmente creano reddito. Sul piano economico potrebbe quindi essere difficile convincere questi servizi a continuare a essere presenti in paesi autoritari, dove già hanno difficoltà nel vendere pubblicità.

Sintetizzando:

  • Aggirare la censura su internet è difficile e costosa. Può facilitare l’invio di spam ed il furto di identità.
  • Aggirare la censura mediante proxy dà semplicemente accesso ai contenuti internazionali, non si risolve il problema della censura interna.
  • Aggirare la censura non offre una difesa contro attacchi  DDos o altri attacchi agli editori e pubblicatori di contenuti.

Per capire come promuovere la libertà su internet, dovremmo iniziare a riflettere su come pensiamo che internet possa cambiare le società chiuse. E sul motivo per cui riteniamo che essa debba essere una priorità per gli Usa o la diplomazia mondiale. Io credo che il lavoro sulla censura sia motivata dalla convinzione che la capacità di condividere informazioni sia un diritto umano di base. L’art. 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani stabilisce che “tutti hanno il diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”. Internet è il sistema più efficace inventato finora dall’uomo per cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee, e quindi dobbiamo garantire che tutti abbiano libero accesso a internet.

Se crediamo che l’accesso a internet possa cambiare le società chiuse in un modo particolare, possiamo stabilire un ordine di priorità per i diversi aspetti di internet. La nostra teoria del cambiamento ci aiuta a capire a cosa dobbiamo garantire l’accesso. Le teorie elencate di seguito raramente sono dichiarate pubblicamente, ma credo che esse sottendano a molto del lavoro dietro alla lotta alla censura

La teoria dell’informazione soppressa. Se riusciamo a fornire l’informazione negata alle persone dai regimi autoritari, queste si solleveranno e sfideranno i regimi. Potremmo chiamarla la “teoria dell’Ungheria ‘56”: allora le notizie di rivolte contro i governi comunisti nel mondo, diffuse in Unghera da Radio Free Europe, hanno spinto gli ungheresi a sollevarsi contro il regime. Io di solito la definisco come “teoria della Corea del Nord” perchè credo che la Corea del Nord potrebbe essere un luogo dove l’informazione potrebbe portare alla rivoluzione (su quanto poco siano informati del mondo esterno i nordcoreani e sul mondo visto da Seul si veda l’articolo di Barbara Demick sul NYTimes “The Good Cook“). Ma la stessa Corea del Nord è meno isolata dal punto di vista informativo di quanto possiamo ritenere. E’ possibile quindi che l’informazione sia una condizione necessaria, ma non sufficiente, per la rivoluzione politica. E’ anche possibile che noi sopravvalutiamo il potere dell’informazione negata, soprattutto perché è estremamente difficile bloccare l’informazione in un epoca di connessione.

La teoria della rivoluzione di Twitter. Se i cittadini di paesi chiusi possono utilizzare i potenti strumenti di comunicazione resi disponibile da internet, potranno unirsi e rovesciare i loro oppressori. E’ la teoria che ha indotto il Dipartimento di Stato a chiedere a Twitter di rinviare un blocco programmato durante le proteste seguite alle elezioni iraniane. Anche se è improbabile che le tecnologie di connessione possano portare alla caduta del regime iraniano, esistono anche esempi di segno contrario, come il ruolo avuto dai telefonini nella rivolta contro il presidente Estrada nelle Filippine. C’è molto entusiasmo attorno a questa teoria, ma le analisi più attente ne segnalano i limiti. I canali di comunicazione aperti online tendono a essere compromessi velocemente, a essere utilizzati per la disinformazione e per il controllo degli attivisti. E quando la situazione sfugge di mano, i regimi non esitano a staccare la spina dei network.

La teoria della sfera pubblica. La comunicazione in rete potrebbe non portare immediatamente alla rivoluzione, ma fornire un nuovo spazio dove una nuova generazione di leader può pensare e parlare liberamente. Sul lungo periodo la capacità di creare una nuova sfera pubblica, parallela a quella controllata dallo stato, darà vigore a una nuova generazione di attori sociali. Marc Lynch ha indicato come esempio il ruolo dei samizdat, media clandestini dell’ex Unione Sovietica, che sono stati probabilmente più importanti come spazio di libera espressione che non come canali di diffusione di informazioni.

Dalla teoria accettata dipendono le scelte politiche. Se riteniamo che sia critica la diffusione dell’informazione – che sia all’opinione pubblica o a piccoli gruppi influenti – concentreremo i nostri sforzi su sistemi come Voice of America o Radio Free Europe. Si tratta di un approccio molto efficiente, ma sfortunatamente abbiamo un lungo track record che dimostra che questa forma di lotta alla censura non apre magicamente i regimi chiusi, suggerendo che questa strategia potrebbe rivelarsi povera.

Se adottiamo la teoria della rivoluzione di Twitter, dobbiamo focalizzarci sui sistemi che consentono comunicazioni rapide all’interno di network fidati. Il che significa strumenti come Twitter o Facebook, ma probabilmente anche tool come LiveJournal e Yahoo!Groups che fondano il loro servizio sull’esclusività, permettendo a piccoli gruppi di organizzarsi al di fuori del controllo delle autorità. Se invece puntiamo sull’approccio della sfera pubblica, puntiamo sulle tecnologie che permettono la comunicazione e il dibattito pubblico – blog, Twitter, YouTube e virtualmente tutto ciò che va sotto l’etichetta di Web 2.0.

Cosa significa tutto questo in relazione a come il Dipartimento di Stato dovrebbe allocare i propri investimenti per promuovere la libertà su internet? Ecco alcune implicazioni delle questioni coinvolte:

  • Dobbiamo continuare a sostenere gli sforzi per superare le censure, almeno nel breve termine. Ma dobbiamo liberarci dell’idea che possiamo “risolvere” la censura con l’elusione. Dobbiamo proseguire in attesa di trovare migliori soluzioni tecniche e politiche, non perché pensiamo di abbattere il Grande Firewall spendendo di più.
  • Se vogliamo che più gente usi strumenti per aggirare la censura, dobbiamo trovare il modo per renderli sostenibili economicamente. Deve essere una parte di una strategia complessiva e dobbiamo sviluppare strategie che siano sostenibili e che siano in grado di fornire accesso a costo basso o nullo agli utenti in paesi chiusi.
  • Allo stesso tempo dobbiamo sciogliere il nodo dell’uso di questi strumenti per mandare spam, organizzare truffe e rubare dati. Dobbiamo trovare una soluzione che protegga le reti contro gli abusi pur mantenendo la possibilità dell’anonimità, con un equilibrio difficile da trovare.
  • Dobbiamo spostare i nostri sforzi dal semplice permettere agli utenti sotto regimi autoritari di accedere a contenuti bloccati all’aiutare gli editori a raggiungere il pubblico. Nel fare questo possiamo guadagnare questi editori come alleati ma anche inaugurare una nuova classe di soluzioni tecniche.
  • Se il nostro obiettivo è permettere alle persone in società chiuse di accedere alla sfera pubblica online o di utilizzare strumenti online per organizzare proteste, dobbiamo coinvolgere nella conversazione anche gli amministratori di questi strumenti. Il segretario Clinton sostiene che dovremmo fare della libera conversazione una parte dell’identità americana. Dobbiamo risolvere il fatto che rendere le piattaforme internet resistenti ai blocchi ha un costo per i gestori e che attualmente questi non hanno alcun ritorno economico per fornire servizi a questi utenti.
  • Il governo Usa dovrebbe trattare i filtri internet – così come gli attacchi DDoS o di hacker aggio – alla stregua di barriere al commercio. Gli Stati Uniti dovrebbero fare forti pressioni perché paesi aperti come Francia o Australia resistano alle tentazioni di restringere l’accesso a internet, dal momento che il loro comportamento aiuta Cina e Iran a sostenere che la loro censura è in linea con le regole internazionali. E dobbiamo fissare dei vincoli rigidi del Tesoro Usa per rendere difficile che società come Microsoft o progetti come SourceForge operino in paesi chiusi. Se crediamo nella libertà di internet, un primo passo è quello di ripensare queste politiche in modo da non colpire i normali utenti di internet.

Il rischio nel dare retta alle richieste del Segretario Clinton è che noi aumentiamo la nostra velocità, marciando però nella direzione contraria. Adottando l’obiettivo della libertà su internet, è giunto il momento di chiederci quali obiettivi vogliamo raggiungere e di mettere a punto di conseguenza la nostra strategia.

Articolo Originale: Beyond circumvention di Ethan Zuckerman, 22/2/2010 – licenza Creative Commons Attribution 3.0 United States
Pubblicato su NòVA100 Review – traduttore non noto – NDR: la traduzione è stata lievemente modificata nelle parti meno scorrevoli e sono stati aggiunti i link originali

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3 Responses to Questioni di censura

  1. […] ** Per una descrizione di punti di forza e criticità degli strumenti anticensura, rimandiamo a Ethan Zuckerman, “Internet Freedom: Beyond Circumvention“, My Heart's in Accra, Febbraio 22, 2010 [l'articolo in traduzione italiana, Questioni di Censura, a cura di Nova100 Review, è ora disponibile in versione rivisitata con i link originali sul sito di Nazione Indiana.] […]

  2. […] ** Per una descrizione di punti di forza e criticità degli strumenti anticensura, rimandiamo a Ethan Zuckerman, “Internet Freedom: Beyond Circumvention“, My Heart’s in Accra, Febbraio 22, 2010 [l'articolo in traduzione italiana, Questioni di Censura, a cura di Nova100 Review, è ora disponibile in versione rivisitata con i link originali sul sito di Nazione Indiana.] […]

  3. […] la discussione sull’idea della libertà di Internet [tradotto in italiano su Nova (e ripreso su Nazione Indiana ndr)]. Ho ricevuto un numero tale di reazioni, sia di elogio che di critica, da […]



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