Missione Cernobbio

23 aprile 2010
Pubblicato da

di Mauro Baldrati

Il taxi procede in colonna, a passo d’uomo, verso l’ingresso. Il vialetto è presidiato dalle guardie, probabilmente carabinieri in borghese, che controllano i documenti.
Siamo quasi arrivati al posto di blocco. Non vedo perquisizioni, o passeggeri fatti scendere dai taxi o dalle berline scure. I controlli devono essere discreti, e rispettosi. La sicurezza va garantita, ma si tratta pur sempre di persone importanti. E le persone importanti hanno questa caratteristica: pretendono la sicurezza ma odiano essere importunate.
Quando arriva il nostro turno una guardia si abbassa per guardare nell’abitacolo. Dice “buon giorno”, cui rispondo educatamente, rilassato, come sempre. La mia identità è sicura, è stata analizzata a lungo, e sottoposta a verifiche. Io sono Gunther Meyer, dottore commercialista residente a Milano, invitato a un convegno internazionale all’hotel Villa d’Este di Cernobbio. La guardia mi chiede la carta d’identità, che ho già preparato. Gliela porgo. Lui la studia brevemente, controlla sulla lista degli invitati. Il mio nominativo è presente, è regolare. Sono uno dei tanti professionisti che gli ordini invitano ogni anno a questo convegno internazionale di personalità dell’economia e della politica. Qui, mi ha detto il dottor Mustafà, il mio intermediario, ci sono industriali potenti, ministri, che discutono del futuro dell’economia globale.La guardia mi restituisce la carta di identità, mi chiede: “pensa di fermarsi per la notte, dottor Meyer?”
“No” rispondo. “Parto stasera per Milano.”
“Certo” dice la guardia, annuendo. “Quindi non ha bagaglio con sé, dottor Meyer?”
“Solo la mia 24 ore. Desidera controllarla?”
La guardia sembra riflettere. “Non è necessario. Buon lavoro, dottor Meyer” e mi saluta con un cenno del capo, prima di passare all’auto che ci segue.

Il taxi imbocca il vialetto, arriva sul piazzale di questa specie di castello attestato sulla riva del lago di Como. Il dottor Mustafà ha detto che questi luoghi sono famosi e invidiati nel mondo intero, soprattutto in America, dove i ricchi sognano di possedere ville con vista sul lago. E’ segno di enorme prestigio, ha detto il dottor Mustafà, riuscire ad acquistare una residenza sul lago di Como. Ma pochi ci riescono.
Scendo e dico all’autista di aspettarmi. A operazione finita devo allontanarmi subito, senza essere precipitoso, senza fuggire, perché non è necessario, visto che non ci sarà nessun esito cruento immediato, ma è buona regola abbandonare al più presto la scena di una missione. Noi pianifichiamo, non dobbiamo permettere al caso, all’imprevisto, di scombinare il lavoro.
Mi avvicino al banco della reception, dove un gruppo di giovani uomini e donne vestiti con abiti blu ricevono e registrano i visitatori. Dico il mio nome. Di nuovo una ragazza consulta una lista. Annuisce, dice “benvenuto, dottor Meyer, si può accomodare in sala”, e mi restituisce il documento.
Già, la sala. Non mi ha detto quale, è già impegnata col prossimo ospite. Ma io lo so, perché ho studiato la planimetria dell’albergo, la hall, le dependances, gli uffici. Non dovrebbe servirmi a nulla, perché tutto avverrà nella sala dei convegni, dove tra circa un’ora parlerà la persona che sto aspettando, ma ogni luogo va studiato nei dettagli, per individuare possibili vie di fuga in caso di emergenza.
La hall è affollata di persone che raggiungono le postazioni del convegno, e una grande quantità di uomini col minuscolo auricolare degli addetti alla sicurezza. Sono guardie private, poliziotti, ma anche agenti dei servizi segreti di paesi stranieri, perché ci sono rappresentanti di vari governi.
Vedo una poltrona libera in prima fila e la raggiungo immediatamente. E’ fondamentale che sia seduto a ridosso del tavolo degli oratori, per portarmi a diretto contatto con l’obiettivo, quando verrà il momento.
Lancio occhiate intorno, agli altri ospiti, e nessuno si cura di me. Questo era previsto. Il dottor Meyer non fa parte del giro, è un professionista che nessuno conosce. Anche per questo è stato scelto, oltre al fatto che ha la mia stessa altezza, un metro e ottanta.
Mi siedo, apro la valigetta e controllo il contenuto: la busta arancione è al suo posto, nello scomparto dei documenti. La richiudo e l’appoggio sulle gambe. Mi metto comodo sulla poltroncina ed entro nello stato di iper-rilassamento, mentre ripenso per l’ennesima volta alla preparazione di questa missione.

Il mio obiettivo si chiama Marco Scorzoni, è un uomo politico, come il committente, del quale non conosco il nome vero, ma solo il soprannome: Il Vecchio. Così lo chiama il dottor Mustafà, senza aggiungere altro. D’altra parte io non chiedo mai spiegazioni, non sono interessato né alle identità né alle motivazioni dei committenti. Io sono un tecnico, organizzo e porto a termine, il resto sono dettagli inutili, o addirittura pericolosi. E questo vale soprattutto per i politici, la specie più infida dei committenti, perché hanno la paranoia del doppio gioco, delle intercettazioni, del tradimento.
Il Vecchio ha deciso di eliminare Marco Scorzoni, che presiede qualche commissione o istituzione del governo italiano, non ho pratica delle faccende politiche. Lo vuole eliminare, ha detto il dottor Mustafà, che sembrava molto divertito mentre commentava, perché “gli rompe le palle” con esternazioni, critiche e strappi, benché appartengano allo stesso schieramento politico. Marco Scorzoni vorrebbe destabilizzare Il Vecchio, secondo il dottor Mustafà, per prendere il suo posto. Ma Il Vecchio è una volpe, anzi, un lupo feroce, e ha contrattaccato con un piano diabolico.
Per prima cosa bisognava individuare la cosiddetta chiave d’acceso, cioè una identità pulita che io potessi usare per agire. Questo commercialista, Meyer, operava a Milano, ma non aveva clienti, né segretarie. E non frequentava colleghi, né uffici. Apparentemente non si capiva di cosa vivesse, visto che non si occupava di nulla, denunce dei redditi, consulenze, bilanci. Il motivo è semplice: era un prestanome della mafia. Riciclava denaro, investiva in borsa, procurava fatture, acquistava immobili. Il tipo ideale, senza rapporti coi colleghi, e quindi esente da imprevisti dovuti a incontri casuali, per esempio persone che vedono il suo nominativo nella lista e lo cercano per salutarlo ecc.
Così Il Vecchio, sfruttando i suoi contatti e il suo potere, ha comprato Meyer dalla mafia e l’ha fatto sparire. Poi è stata sostituita la foto nei suoi documenti con la mia.
Quindi coi documenti in ordine, e dopo un meticoloso addestramento, soprattutto sulla manipolazione dell’arma che dovrò usare, sono entrato in azione.

La sala è ormai piena, uomini e donne eleganti di varia nazionalità, le guardie con gli abiti scuri, gli auricolari. Per me sono parti della tappezzeria, oggetti animati, infatti la mia linea di azione è semplice: non userò armi tattiche, né dovrò fare gesti sospetti. Io sono uno del pubblico, come tutti. Che si comporta come tutti.
Gli oratori iniziano a prendere posto. Quando arriva Marco Scorzoni il silenzio piomba nella sala. Tutti guardano il Presidente, così viene introdotto dal relatore, che si appresta a prendere la parola. E’ un uomo alto, di circa cinquant’anni, con una leziosa cravatta rosa, un tipo molto in voga tra i politici italiani, ha detto ghignando il dottor Mustafà, che sono considerati i più snob del mondo.
Inizia a parlare, dopo una introduzione del relatore, ed io mi metto di nuovo in stato di iper-rilassamento. Il discorso dura circa quaranta minuti, poi parla un altro personaggio, e seguono domande del pubblico. E’ un’attesa lunga, snervante, ma sono preparato. Abbiamo calcolato che prima di agire dovrò restare seduto almeno due ore. Per questo è necessari attivare l’iper-rilassamento, per neutralizzare la tensione nervosa, che potrebbe confondermi, spingermi a commettere degli errori.
Quando è ormai evidente che l’evento sta per concludersi, apro la valigetta e prendo la busta. Tiro fuori il cerotto, che misura 4 centimetri per tre, e lo applico sul palmo della mano destra. Lo faccio aderire con cura, aprendo e chiudendo la mano, per farlo adattare alle pieghe della pelle.
Ecco, ora tutti si alzano in piedi e si avvicinano al tavolo, come previsto. Anch’io mi alzo, e raggiungo rapidamente la postazione. Varie persone stazionano accanto a me, cercano di scambiare battute con Marco Scorzoni, fanno domande, portano i saluti di conoscenti comuni.
Quando finalmente trovo un varco, con un gesto fulmineo tolgo lo strato di protezione del cerotto. Tendo la mano e dico, ad alta voce: “Signor Presidente, sono Gunther Meyer, dottore commercialista. Vorrei ringraziarla per tutto ciò che ha fatto per noi!”
Marco Scorzoni è attorniato, pressato da tutte le parti, ma la mia mano si apre un passaggio, è come un tronco d’albero proteso. Intuisco lo slancio di risposta, la sua mano che sta per accettare la mia, in una stretta obbligata, sicura, decisa. Ma un uomo a lui vicino, probabilmente un collaboratore, si avvicina e gli parla a poca distanza dall’orecchio, sbilanciandolo all’indietro, distraendolo. La mia mano è inerte ora, dimenticata.
La ritiro, facendo attenzione a non toccare nulla e nessuno, soprattutto parti del mio stesso corpo. Mi restano circa quarantacinque secondi, prima che l’entità di disattivi a contatto con l’aria. Non devo perdere la concentrazione, né devo cedere al panico per i secondi che volano, mentre Marco Scorzoni continua a essere distratto, sul punto di girarsi e lasciare la sala.
Faccio ripartire la mano, con un gesto invasivo, aggressivo quasi.
“Presidente Scorzoni, è un onore conoscerla!” dico gridando, sovrastando il vociare della folla. “Accetti, la prego, i ringraziamenti di tutta la categoria dei dottori commercialisti!”
Capto qualche sguardo di commiserazione di questi uomini di mondo, per i miei modi villani. Ma Marco Scorzoni decide che non può, non deve sottrarsi a questa richiesta di attenzione, a questo richiamo collettivo di una intera categoria. Così la sua mano si appoggia alla mia, l’afferra e si fa afferrare. Gliela stringo, la strattono in un impeto di euforia, mettendolo in imbarazzo, strappandogli un sorriso che si espande in una risata verso questo pazzoide entusiasta.
“Ma s’immagini, dottore, s’immagini!” dice.
Trattengo ancora la sua mano, per permettere all’entità di entrare in lui, attraverso i micro-aghi del cerotto, che gli provocano delle lesioni superficiali di cui non si rende conto.
Quando è inutile perseverare, perché la contaminazione è avvenuta, e anche per non creare sospetti, gli lascio la mano, chiudo la mia a semi-pugno e, reggendo la valigetta con l’altra, guadagno velocemente l’uscita.
Raggiungo il bagno, mi chiudo in una toilette, appendo la borsa a un attaccapanni e prendo il coltellino tascabile dalla tasca dei pantaloni. Benché ora l’entità sia in gran parte disattivata rimuovo con grande cura il cerotto, badando a non sfiorarlo con le dita, perché qualche residuo potrebbe essere ancora attivo. Si tratta di un clone modificato del virus Ebola, che Il Vecchio ha ottenuto da un laboratorio segreto di ricerca russo. Il dottor Mustafà ha detto che ha rapporti privilegiati con la Russia, e l’ha avuto direttamente da un alto funzionario governativo.
Getto il cerotto nel water e tiro l’acqua. Poi mi lavo con cura le mani con un detersivo speciale che ho nella borsa.
Mi sciacquo la faccia, mi pettino ed esco dai bagni.
Mentre mi dirigo verso l’uscita incrocio Marco Scorzoni seguito da una segretaria e varie persone. Il virus sta già lavorando, tra circa una settimana cadrà in preda a una febbre altissima che convincerà il suo medico a farlo ricoverare in ospedale. Qui gli diagnosticheranno il virus, per il quale non esiste cura, e dopo due settimane morirà, ridotto a una larva, con gli organi interni ridotti in poltiglia, causando sentimenti di orrore tra la popolazione italiana ed europea.
Che è esattamente ciò che vuole Il Vecchio.

Il taxi sta viaggiando verso Milano. Devo passare dall’albergo poi mi farò portare alla Stazione Centrale, dove ho un treno per Zurigo.
E qui inizierà la seconda parte del lavoro, che il Vecchio ha accuratamente pianificato, calcolando i tempi e preparando la diffusione delle immagini di Marco Scorzoni devastato dalla malattia attraverso i giornali e le televisioni dove ha grosse partecipazioni azionarie.
Io andrò a Londra, dove riceverò una telefonata. Risponderò da un cellulare che risulterà appartenente a un francese, ricercato dall’Interpol per una serie di omicidi. In realtà è morto da tempo, ma essendo latitante nessuno lo sa. La conversazione è stata scritta, provata e riprovata e la conosco a memoria. “Allora è andato tutto bene?” chiederà la voce. “Certo” risponderò, con tono brusco. “Molto bene. Dunque Scorzoni è stato contaminato? L’Ebola non dovrebbe fallire, perché…” A questo punto lo interromperò: “Ma che dice? Le avevo detto di non chiamare mai questo numero!” e chiuderò la comunicazione.
Il numero del mio interlocutore risulterà appartenente a Luigi Falieri, il segretario del principale partito politico avversario del Vecchio. Parlerà un attore che imiterà alla perfezione la sua voce. La telefonata sarà intercettata, e comparirà in tutti i tabulati. E qui, ha detto il dottor Mustafà, Il Vecchio ha realizzato un altro dei suoi capolavori. La chiamata partirà da un programma segreto, un trojan di creazione israeliana che entra nel database di una compagnia telefonica, fa una copia virtuale di un numero e registra un’operazione, telefonata, o messaggio. A nulla serviranno le proteste dell’interessato, perché il tabulato la riporterà, e nessun perito di tribunale potrà dimostrare il contrario.
Quando le foto di Scorzoni agonizzante, pubblicate dai giornali del Vecchio, avranno fatto il giro del mondo, sarà resa nota l’intercettazione. Secondo il dottor Mustafà nessuno crederà davvero che Falieri, definito “un polentone” abbia organizzato un’operazione simile, ma quello che conta è la notizia, l’insinuazione.
Il dottor Mustafà rideva come un pazzo, mentre lo raccontava. “Così Il Vecchio otterrà tre risultati” diceva, fregandosi le mani. “Primo, l’eliminazione di Scorzoni, che gli rompe le palle; secondo, gettare sospetto e discredito su Falieri, che lo tormenta; terzo, esprimerà solidarietà allo stesso Falieri, indignandosi per la diffusione vergognosa dell’intercettazione, chiedendo nuovamente un decreto che le renda illegali, che è uno degli obiettivi primari che vuole raggiungere.”
Continuava a ridere, il dottor Mustafà, si eccitava e diceva: “Il Vecchio è un genio! E’ il più grande genio della storia!”
Ma a quel punto il mio compito sarà finito, perché io non sono interessato a seguire gli sviluppi di un’operazione.
Sarò già sparito nel nulla, nella mia tana, come sempre.

Questa è un’opera di fantasia, ogni riferimento a fatti e persone reali è puramente casuale.

Foto: Villa d’Este a Cernobbio, autore non noto.

Altri racconti di The Best su Nazione Indiana sono indicati qui sotto nella sezione articoli correlati. Da uno di questi, Dark City, si è sviluppato un libro di prossima pubblicazione per Perdisa Pop: La città nera di Mauro Baldrati.

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One Response to Missione Cernobbio

  1. sparz il 23 aprile 2010 alle 14:58

    bello teso, caro Mauro, è quella cravatta rosa che mi dà da pensare … …



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