I cuori infranti di Rosetta Loy

26 aprile 2010
Pubblicato da

di Chiara Valerio

Sui destini degli individui, la letteratura ha pretese assai più potenti dell’esperienza stessa. Esercita un’azione esaltante ma spietata. (…) A confronto con la letteratura, la realtà empirica, ingiuriata per millenni dai poeti, è capace persino di mostrarsi costante, clemente, cordiale. (L. Koch, Abitare fra gli archetipi). Cuori infranti di Rosetta Loy (nottetempo, 2010) è un distico di favole nere, in cui l’amore vince su ogni altra cosa e nel quale ogni altra cosa è la vita degli altri. Un libro che vanta e ottiene pretese sugli accadimenti, sui gesti, sulle esitazioni. Racconta due delitti della nostra storia recente quasi fossero fiabe per la notte, la strage di Erba e il delitto di Novi Ligure.

Il paese del cioccolato è il primo pannello del distico, è di legno come il parquet della villetta di una buona borghesia. La borghesia da nucleo familiare statistico con una madre, due figli, uno maschio e una femmina, un cane, il capofamiglia in azienda, i vicini sorridenti, il prato, la cura, il fidanzato adolescente della figlia un po’ ribelle e un po’ appassionato di musica pop, e di gelatina sui capelli. Una famiglia con una moquette. La storia di questo racconto riguarda (…) una biondina con i capelli lisci sul collo e un viso appena troppo paffuto, gli occhi fra il castano e il verde macchiato di pagliuzze più chiare e un ragazzo che (…) oltre a non portare lo zainetto zeppo di libri e avere smesso da tempo di uscire da scuola all’ora del pranzo, dopo aver seguito uno dei tanti corsi di avviamento, è diventato tecnico idraulico senza fissa occupazione. Gli amici lo chiamano il “Pooh” dal suo idolo, l’omonimo complesso musicale nato all’inizio degli anni sessanta. Erica e Omar, quarantaquattro coltellate, due morti, qualche bugia, un cane che non abbaia e nemmeno morde, trentamila concittadini disposti a una fiaccolata contro lo straniero, il diverso, la pelle scura che è presagio lombrosiano di oscuri intenti. Sono entrati in casa, ci vogliono uccidere tutti. Numeri ripetuti e ripetitivi di un gioco da bambini. Di una campana segnata col gesso su un piazzale di cemento, o sull’asfalto, da cantilenare per passare il tempo. Erica e Omar, innamorati come Lancillotto e Ginevra, Albano e Romina Power, come Romeo e Giulietta, senza saperlo, dolci come il cioccolato, forti come il sangue, bugiardi ma con le gambe corte. Lo siamo stati tutti, lo sono anche io, dolce come il cioccolato, forte come il sangue, bugiarda col rischio delle gambe corte. Come immaginare il sangue in questa storia. Il cioccolato e il sangue. Il cioccolato e il gelo della mente. Il coltello e la gola. Il coltello e il cuore, la pancia, il petto, le braccia. Tutto rosso, la moquette e le mattonelle del bagno, i capelli, le mani, la carta alle pareti.

Il secondo pannello si intitola Erbario ed è di pietra, come una cascina antica, ristrutturata, con i muri spessi, racconta di un posto silenzioso, o che almeno lo è stato. Prima che arrivasse quello con la pelle scura, e sposasse una donna con la pelle bianca, e i due avessero un bambino che non fa altro che piangere. Prima i muri di pietra bastavano a tenere il mondo fuori. I protagonisti sono un netturbino (con diploma di geometra) grosso e taciturno dalle mani grandi come spatole, appassionato dei fumetti di Diabolik, e sua moglie, una quarantaquattrenne piccola e formosetta che ha sempre in mano il panno ultimo modello per togliere ogni ombra di polvere dai mobili o lucidare le piastrelle della cucina. Rosa e Olindo sono felici, si sono incontrati, si sono trovati, hanno un camper, una casa linda dove chiudersi a preservare la loro felicità dalle incursioni degli altri, dagli eccessi, dove cucinare, mangiare, smaltire l’infanzia infelice di Rosa e i silenzi di Olindo, dove progettare il futuro dei loro soldi dopo aver estinto il debito per il camper, ma il rumore continua, il bambino piange, soprattutto il bambino piange e tutti i pensieri di quotidianità collassato nel desiderio di un Natale senza più quel trambusto al piano di sopra.

Rosetta Loy con un esercizio di narrativa emozionante, con la lingua piana e piena di ritorni delle storie ripetute e modificate sia da chi racconta che da chi ascolta, scrive di quei delitti di prossimità che rendono il dolore, l’amore e la condivisione efferati. Con lo stesso esercizio narrativo ricostruisce e talvolta anticipa, quello che gli altri non possono vedere, crea eco e quindi spazi, nella nostra provincia cronica e diffusa. Lo straordinario è sempre latente nell’ordinario, il mistero abita il quotidiano e il dimesso, la Tenebra invade brutalmente a ogni momento la storia individuale, (…) dissolvendo il caduco, rivelando – come la poesia, come la profezia, come la morte – a ognuno quello che è veramente, e sa, e può. (L. Koch, Favole di tenebra)

R. Loy, Cuori infranti, nottetempo (2010), pp. 72, 7,00 euro.

[L’immagine in apice è di RueMorgue – Horror in culture and entertainment]

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2 Responses to I cuori infranti di Rosetta Loy

  1. Maurizio Bosio il 26 aprile 2010 alle 12:58

    Gentile Chiara Valerio,

    benché io sia un suo grande estimatore trovo l’accostamento di Giulietta e Romeo (Shakespeare, non Baci Perugina) con Albano e Romina semplicemente osceno. Ancor più Lancillotto e Ginevra con due figure mediocrissime dell’orrenda Italia in cui viviamo come Rosa e Olindo. Tanto più mi stupisco dello scivolone quanto mi pare di capire, dalla recensione, Rosetta Loy ha descritto la banalità e la miseria delle coppie di assassini.

  2. chi il 27 aprile 2010 alle 00:42

    maurizio bosio,
    possiamo darci il permesso in questo ventisette aprile di trovarci in disaccordo?
    :-)
    chi



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