La libertà di Internet: proteggerla prima di progettarla (1)

di Ethan Zuckerman – traduzione di B. Borgato e B. Parrella

l’obiezione principale che mi è stata fatta è: “Okay, il ricorso a strumenti anticensura non è l’unica strategia possibile. Cosa dovremmo fare allora? “

Qualche settimana fa, ho proposto un post pensato per stimolare la discussione sull’idea della libertà di Internet [tradotto in italiano su Nova (e ripreso su Nazione Indiana ndr)]. Ho ricevuto un numero tale di reazioni, sia di elogio che di critica, da ritrovarmi coinvolto in molte più conversazioni sulla libertà del web di quanto mi fossi aspettato. È una questione che sta a cuore a molti, in attesa di sapere se Google smetterà di applicare la censura al suo motore di ricerca cinese [che ora punta su Hong Kong, proprio per evitare tale censura], riflettendo sulle implicazioni nell’ambito dei social media delle recenti riduzioni delle sanzioni contro Cuba, Iran, Sudan adottate dal Ministero del Tesoro statunitense, mentre proseguono [in USA] le audizioni al Congresso e le revisioni legislative. (La mia amica e collega Rebecca MacKinnon, da tempo impegnata a educare Washington su questi temi, offre una panoramica completa della complessità di questa dimensione, dal punto di vista legislativo e delle lobby.)

Alcune risposte al mio intervento hanno evidenziato come le idee espresse non fossero solo mie, bensì riflettessero il pensiero di tante persone capaci che operano in questo campo. Niente di più vero – ho avuto la fortuna di lavorare con la Open Net Initiative e con gli altri del Berkman Center e del Citizen Lab nel corso degli ultimi anni, e devo molte delle mie riflessioni su questi temi a gente in gamba come RebeccaJohn Palfrey,Ron DeibertJonathan ZittrainNart VilleneuveHal Roberts e altri – mi dispiace non aver chiarito queste interconnessioni nel post precedente.

I commentatori, sia online che offline, si sono chiesti se le teorie del cambiamento postulate nel mio pezzo fossero quelle giuste o un elenco completo – non pensavo certo di offrire un elenco completo, quanto piuttosto alcune proposte di discussione. L’amico Dario Cuplinskas suggerisce giustamente che inquadrare il concetto di libertà del web in termini di cambiamento di regime sopravvaluta e travisa la questione non favorendone la comprensione. Altri invece sembrano decisi a tracciare una linea precisa: per la libertà di Internet ci vuole un cambiamento di regime—ed è vero, ha senso pensare a una strategia americana per la libertà della rete a livello globale in termini più precisi. Un commentatore ha ripreso le mie tesi per poi proporre uno scenario quasi opposto a quello che proponevo, sostenendo che una strategia simile a quella di Radio Free Europe potrebbe favorire l’evoluzione di un web libero. Sono convinto che si sbagli, ma questo è esattamente il tipo di confronti che speravo di stimolare.

Ma la contestazione principale che mi è stata fatta è: “Okay, il ricorso a strumenti anticensura non è l’unica strategia possibile. Cosa dovremmo fare allora? ”

Vorrei che fosse un problema facile da risolvere. Sembrava che fossero pochi gli Stati coinvolti nella censura di Internet, che avveniva attraverso un numero limitato di tecniche note e applicate dai fornitori d’accesso a Internet. Ora è più diffusa e complessa, inclusi gli hacker e gli attacchi del tipo Denial of Service (DDoS), il filtraggio sia da parte degli editori che dei fornitori d’accesso, utilizzando una vasta gamma di tecniche, compreso l’arresto e i procedimenti penali contro chi si esprime liberamente on-line e il ricorso ai media partecipativi da parte delle autorità statali. Di fronte a un tale insieme di minacce alla libertà del web, abbiamo bisogno di adottare una serie di contromisure. Eccone alcune:

– Il mio collega del Berkman, Jonathan Zittrain, suggerisce una risposta più attiva alla censura praticata a nome degli editori, una forma di “Trattato di aiuto reciproco“, dove i siti si accordano per ospitarsi i contenuti reciprocamente, così da proteggerli da alcuni tipi di blocchi. Sta mettendo a punto l’idea e in una recente conversazione ha proposto una struttura di “link e mirror”, in cui i server web nascondono le copie “cache” del contenuto a cui rimandano i link, da utilizzare solo se il sito web originale non dovesse essere accessibile. È un modello che potrebbe funzionare bene per i contenuti statici, e nel lungo periodo potrebbe rivelarsi utile a garantire l’accesso ai contenuti in maniera più dinamica e complessa. Si potrebbero integrare altre strategie nella creazione di resistenze ai blocchi tramite il “mirroring” – Psiphon sta raccogliendo le “cache” di materiali da siti come quello della BBC, così da garantirne l’accessibilità negli angoli del mondo più chiusi a Internet, mentre progetti come AccessNow replicano certi video controversi, compresi i video delle proteste iraniane, per poi cercare di renderli accessibili attraverso molteplici canali.

– Insieme ad Hal Roberts, stiamo studiando le contromisure alla portata di piccole entità e blogger che pubblicano online per difendersi dagli attacchi DDoS. Stiamo considerando il principio della cosidetta “degradazione elegante”, dove i siti che rispondono a un attacco DDoS diventano meno dinamici e interattivi continuando però a tenere attive le pagine statiche. Se colpiti da pesanti attacchi, i singoli siti autonomi possono rapidamente affidarsi alle versioni di riserva (back-up) ospitate da grandi fornitori come Blogger o WordPress.com, i quali dispongono di tecnici addetti a rintuzzare tali attacchi. Di nuovo, questa tattica funziona se viene integrata da altre strategie specifiche: organizzare squadre di amministratori “white hat”, (o hacker etici) capaci di entrare rapidamente in azione e difendere i siti sotto attacco; creare una robusta architettura tecnica come quella offerta da servizi tipo ProlexicAkamai; controbattere attivamente gli attacchi DDoS ricorrendo ad altri servizi tipo quelli di Peakflow e Arbor Networks.

– Come ha suggerito Rebecca MacKinnon nella sua testimonianza davanti al Senato Usa, le aziende soggette a diffuse censure su Internet, come Google, dovrebbero considerare l’avvio di interventi presso il WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) e altri enti internazionali che considerano la censura una pratica scorretta contro il libero commercio. Questa non è certo una strada percorribile per le piccole entità – è quel tipo di strategia che richiede impegni costosi e continuati – ma è un ambito in cui le grandi aziende possono creare dei precedenti giuridici a cui in seguito potrebbero appoggiarsi anche le piccole strutture.

Considerando questi ed altri approcci, sono arrivato alla convinzione che ogni strategia di successo per la libertà di Internet dovrà richiedere l’impegno convinto e continuato dei grandi fornitori di servizi e d’accesso – aziende quali Google, Yahoo!, Microsoft, Facebook e altre. La soluzione architettonica del Professor Zittrain – la combinazione di link e mirror – è un’ottima soluzione per tenere online contenuti statici, come articoli o video su manifestazioni di protesta, pur a fronte di filtri o attacchi DDoS attivati da autorità statali. Ma è assai più difficile creare duplicati, o mirror, delle complesse situazioni attive su community come quelle su siti tipo Facebook… o finanche dei commenti che si sviluppano in un blog. Per duplicare tali contenuti occorre operare in maniera ravvicinata con le stesse strutture che gestiscono quei servizi interattivi.

La soluzione a cui io e Hal stiamo lavorando si rivolge a siti a tutela dei diritti umani e può essere riassunta con, “Quando sei sotto attacco, riduci al minimo ogni funzionalità e poi trova riparo a casa di qualcun altro più grande”, ovvero un importante fornitore d’accesso come Akamai o Google. E le imprese più ferrate per combattere la battaglia sul fronte dei trattati commerciali, come sostiene Rebecca, sono le grandi corporation. Tutto ciò scaturisce da una delle scomode verità dell’Internet contemporanea: giorno dopo giorno, la Rete va facendosi sempre più centralizzata.

Quando iniziammo a costruirla nel 1994, l’Internet commerciale era altamente decentralizzata – molti siti web operavano server in proprio, potendo scegliere la connessione da una gamma di fornitori d’accesso. Oggi è molto più comune affidarsi a grandi aziende di hosting come Rackspace. E sempre più l’uso di Internet va concentrandosi su un numero ridotto di siti-chiave che dominano i dati del traffico generale. Arbor Networks definisce questa tendenza “l’avvento dei super-giganti“. In base ai propri dati di monitoraggio del traffico Internet, il “60% di tutti i contenuti online partono da, o finiscono all’interno di, appena 100 o 150 siti”. Tra i siti ai primi posti la concentrazione è perfino più corposa – 30 aziende raccolgono il 30% dell’intero traffico su Internet. E alcuni di questi super-giganti – Google, Facebook, Amazon, Yahoo! – sono ambienti ben recintati (Google controlla YouTube, Blogger e molti altri servizi, Facebook), o ristretti in modo da offrire accesso a versioni localizzate (Amazon e Yahoo!). È impossibile ricreare dei mirror funzionali di simili siti. E accedervi tramite dei server proxy può risultare enormemente costoso, come sostenevo nel mio post precedente. Se riteniamo che gli utenti cinesi debbano avere accesso a YouTube, occorre che quest’ultimo divenga un attivo partecipante in tale battaglia.

Questo è l’aspetto strano. Nell’Internet centralizzata di oggi gran parte dello spazio pubblico digitale che celebriamo sotto lo striscione della libertà della Rete è di fatto controllato da grandi corporation. Di per sé non c’è niente di sbagliato in questo quadro – molta dell’innovazione nello spazio di Internet è dovuta a tali aziende commerciali. Ciò tuttavia può presentare dei problemi quando si tratti di ricorrere a tali strumenti per tutelare un ambiente per la libertà d’espressione.

Queste entità non hanno alcun obbligo legale di consentire la circolazione aperta, non filtrata, di opinioni politiche nei propri spazi, allo stesso modo in cui gli shopping mall non sono tenuti a ospitare manifestazioni politiche. Spesso dimentichiamo questo fatto perché così tanta gente usa Blogger o Facebook per esprimere opinioni politiche, e generalmente tali piattaforme si prestano a essere utilizzate in tal senso. Eppure talvolta questi super-giganti ci rammentano che non sono tenuti ad essere “common carriers”, operatori neutrali, né (al pari delle aziende telefoniche) a seguire pratiche non-discriminatorie sul tipo di espressione che decidono di consentire sulle proprie piattaforme. Spiegando la decisione di Facebook di eliminare un gruppo marocchino che sostiene la separazione tra Stato e moschee, l’amica e collega Jillian York sottolinea come gli intricati Termini di Servizio di Facebook siano stati usati per giustificare la rimozione di foto di allattamento al seno di un omonimo gruppo e per avvallare invece l’esistenza di gruppi che negano l’olocausto e sostengono la pedofilia. Il suo punto centrale: mentre Facebook è un potente strumento per organizzare iniziative, chiunque usi quella piattaforma rischia di cadere vittima di certe interpretazioni di tali Termini di Servizio che limitano la libertà d’espressione. (Come nota il super-designer web Chris Blow in un commento al post di Jillian, decisioni come queste possono non rispecchiare la policy ufficiale di Facebook quanto piuttosto i tentativi individuali degli addetti di Facebook alle prese con l’oceano di 5 miliardi di singoli testi inseriti ogni settimana).

Per sperare di vedere fornitori come Facebook propagare la libertà di Internet in questi ambienti recintati, occorre che prima di tutto s’impegnino a proteggere tali diritti sulle proprie piattaforme. La buona notizia è che certe aziende considerano assai seriamente questa posizione. Google, Yahoo e Microsoft stanno lavorando con vari gruppi in ambito accademico e nella società civile nel contesto della Global Network Initiative per sviluppare le “best practices”, le migliori pratiche possibili per la tutela della privacy e della libertà d’espressione all’interno degli spazi sotto il loro controllo.

[Fine prima parte]
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Testo originale Internet Freedom: Protect, then project
Pubblicato su Voci Globali – La Stampa – 26/3/2010
Pubblicato sotto Licenza Creative Commons Attribution 3.0

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7 Commenti

  1. Francamente interdetto (e irritato).

    Si applaude all’Amm. USA per l’interesse mostrato “verso l’utilizzo di internet per promuovere riforme politiche in società chiuse e autoritarie”, sino ad immaginare una vera e propria “strategia americana per la libertà della rete a livello globale”, coinvolgendo niente meno che le grandi istituzioni libertarie Microsoft e Yahoo, senza nominare mai il recente rinnovo, voluto da Obama, del Patriot Act, quello che prevede – guarda un po’ – il controllo e l’intercettazione e l’eventuale censura di ogni comunicazione. Che senso ha questo modo di porre le cose? Certo, gli USA non aggrediscono direttamente le opinioni dei cittadini così come accade in Cina, Iran, etc.; possono permettersi di farlo a ragion veduta. In fondo, il fatto di essere la nazione tecnologicamente più avanzata gli permette di salvare le apparenze: riescono a nascondere meglio l’invasività del controllo.

    [Scusate, ma quella di Microsoft che lavora per trovare le migliori pratiche per la tutela della privacy è veramente divertente]

    NeGa

    • Nevio Gambula scrive:

      Che senso ha questo modo di porre le cose?

      Le nazioni e la loro politica non sono una cosa monolitica, ma fatta di varie voci e interessi volta per volta messi insieme. Il Patriot Act, rinnovato da Obama, è comunque da tempo in discussione, specie per gli abusi che esso ha permesso sotto l’amministrazione Bush. Che gli Stati Uniti inizino a lavorare sul fronte della libertà di espressione e sui diritti civili in rete è un bene di per se, indipendentemente dai singoli passi di Obama. L’idea è la creazione di un sistema di incentivi per la promozione della libertà di espressione, incentivi fatti di politica estera, marketing nazionale, politiche commerciali. Le aziende americane sono quelle che sono: Yahoo, che ha consegnato dissidenti cinesi al carcere, Microsoft (MS e best practices: un ossimoro), Google. Io trovo interessanti le domande poste da Zuckerman sul modello di cambiamento reso possibile dalla rete e credo che siano attuali anche in politica interna, nei movimendi della società civile, nei circoli underground italiani.

  2. A me, francamente, a questo punto interesserebbe un discorso serio non sui modelli di cambiamento resi possibili ma sui cambiamenti effettivamente risultati dalla diffusione delle nuove tecnologie di comunicazione digitali negli ultimi trent’anni. Magari si scoprirebbe che non sono stati così favolosamente positivi. Le sempre più vaste e frequenti crisi finanziarie sono il caso più plateale e che provoca le più veementi smentite dei tecnofili (ma l’aneddoto resta: Bernie Madoff presidente del Nasdaq). Ma, più vicino a casa, un tema molto caro a NI: nel 1993, quando scese in campo B., la Rete era una realtà minuscola in Italia e, curiosamente, il suo potere è cresciuto di pari passo con la Rete che sembra favorire più lui che i ‘movimenti della società civile’ e i ‘circoli underground italiani’.
    Nel post scorso Zuckerman citava vari teorie più o meno esplicite dispiegate dai sostenitori della Rete come strumento di cambiamento e che sono sottoscritte da tutti quanti vogliono scaricare dischi e film gratis in cambio di ‘attenzione’. Ecco, quelle sono le cose che andrebbero messe in discussione.

    • Sascha scrive:

      A me, francamente, a questo punto interesserebbe un discorso serio non sui modelli di cambiamento resi possibili ma sui cambiamenti effettivamente risultati dalla diffusione delle nuove tecnologie di comunicazione digitali negli ultimi trent’anni.

      Cioé da quando esistono. Perbacco!

  3. Beh, sì.
    Trovo abbastanza affascinante come tutta quella tradizione di studio che indagava sui mutamenti sociali indotti dai cambiamenti delle tecnologie di comunicazione e che di solito si identifica col nome di Marshall McLuhan sia oggi ossificata e messa al servizio di un ideale di partito. Anche le più ambiziose ricerche sull’effetto delle reti sono legate a un pregiudizio positivo e negano o sminuiscono i dati negativi (vedi la lunga serie di disclaimer sui rapporti fra la Rete e la crisi finanziarie o anche solo, per rimanere a NI, la convizione non sostenuta dai fatti di un effetto positivo della Rete sulla letteratura – che qualcuno, come Cepollaro, comincia a dubitare).
    Avendo deciso che la diffusione della Rete rappresenta tutto il meglio che l’umanità possa sperare tutta la realtà viene interpretata attraverso schemi indiscussi e non percepiti come tali, cioè come costrutti ideologici, da quanti li considerano fatti. Ogni problema che può essere attribuito alla Rete viene risolto con lo slogan ‘più Rete!’. Qualsiasi tentativo d’intervento governativo è considerato come il Male mentre si ignorano o applaudono forme di regolamentazione private in mane a poche corporations di solito americane. Si sostiene con sicurezza che i governi temono la Rete, ne sono minacciati, non la capiscono, senza darsi la pena di dimostrare come questo avvenga, più che altro per paura di scoprire che ciò NON sta avvenendo. Si proclama l’importanza della Rete per chi combatte la libertà nei paesi autoritari senza pensare all’impotenza della Rete nei paesi democratici.
    Mi rendo conto che questo è un po’ caricaturale e che di analisi un po’ più serie della Rete se ne trovano anche (a cercarle molto, molto bene) ma direi che è il comune sentire del ‘popolo del web’ in migliaia e migliaia di forum e blog e newsgroup.

  4. In effetti, per non allargare troppo il campo, invece di farne una domanda in una lista (notoriamente non felicissima) il punto dell’influenza dei nuovi media sulla letteratura potrebbe essere il vero centro della discussione. Come ho detto, le parole di Cepollaro, un ex entusiasta ora più dubbioso, mi sembrano cogliere il punto perfettamente.

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