ma è un ragazzo in gamba

30 aprile 2010
Pubblicato da

di Paola Lodola

Stando a recenti analisi, gli studenti stranieri che cominciano a studiare in Italia da preadolescenti sono quelli che devono affrontare le difficoltà più grandi, più di quelli che arrivano da bambini, ma anche più di quelli che si inseriscono nel sistema scolastico italiano da adolescenti. Perché? Come ha descritto Graziella Favaro in un recente incontro sugli stranieri e la scuola organizzato a Milano dal Centro Come, un ragazzino di undici o dodici anni non ha più l’apertura, che hanno i bambini più piccoli, per imparare una lingua come un gioco e, d’altro canto, non sente ancora la responsabilità di dover affrontare la faccenda per senso del dovere verso la propria famiglia, come accade ai più grandi. Inoltre se per un bambino la gratificazione che deriva dal rapporto con un’insegnante attenta è sufficiente e incoraggiante in sé, e se per i ragazzi più grandi torna possibile stabilire un’alleanza forte con un adulto di riferimento, nella preadolescenza gli interlocutori privilegiato sono i coetanei.

A dodici anni ci si sente giudicati, criticati o accettati dai coetanei, più che in altre età. Degli adulti importa meno. È con i coetanei che si perde la faccia, o la si conquista. E senza una lingua per relazionarsi, un giovane sente di vivere una regressione fortissima. Non è un caso che i neoarrivati siano sempre descritti come timidi, insicuri, chiusi. Le scuole più attrezzate, gli insegnanti più attenti, queste cose le sanno, e provvedono. Anzitutto badano a che l’inserimento avvenga nella classe dei coetanei. Sanno che incastrare un dodicenne in quinta elementare è un errore di strategia, oltre che, nella maggior parte dei casi, un’illegalità. Coinvolgono la classe intera da subito, lavorano tranquille perché sanno che non stanno facendo perdere tempo agli italofoni, anzi. Hanno le idee ben chiare su quante cose i loro studenti potranno apprendere se tutti si impegneranno a sostenere i nuovi compagni. Per esempio in fatto di life skills, le cosiddette competenze per la vita, di cui si parla all’Organizzazione mondiale per la Sanità e nei workshop internazionali dell’Unicef, abilità fondamentali che non a caso il nuovo curriculum europeo costringe a mettere in evidenza: possedere capacità empatiche e idee creative, gestire le emozioni, possedere un pensiero critico, saper verbalizzare le proprie idee, e si potrebbe continuare. Se ben orchestrati, sono i ragazzi a garantire la migliore riuscita scolastica degli alunni stranieri, facendoli sentire bene.

L’articolo 45 del Decreto della Presidenza della Repubblica n. 394 del 1999, quello che regolamenta l’inserimento degli alunni stranieri nella scuola italiana, è spesso disatteso, sebbene sia tuttora in vigore. È una legge bellissima che comincia così:

“1. I minori stranieri presenti sul territorio nazionale hanno diritto all’istruzione indipendentemente dalla regolarità della posizione in ordine al loro soggiorno, nelle forme e nei modi previsti per i cittadini italiani. Essi sono soggetti all’obbligo scolastico secondo le disposizioni vigenti in materia. L’iscrizione dei minori stranieri nelle scuole italiane di ogni ordine e grado avviene nei modi e alle condizioni previsti per i minori italiani. Essa può essere richiesta in qualunque periodo dell’anno scolastico. I minori stranieri privi di documentazione anagrafica ovvero in possesso di documentazione irregolare o incompleta sono iscritti con riserva.

2. L’iscrizione con riserva non pregiudica il conseguimento dei titoli conclusivi dei corsi di studio delle scuole di ogni ordine e grado. In mancanza di accertamenti negativi sull’identità dichiarata dall’alunno, il titolo viene rilasciato all’interessato con i dati identificativi acquisiti al momento dell’iscrizione”.

Quanto ai criteri che gli insegnanti devono seguire per individuare la classe a cui destinare i neoarrivati, la legge è chiarissima, accorta, e lungimirante. “I minori stranieri soggetti all’obbligo scolastico vengono iscritti alla classe corrispondente all’età anagrafica, salvo che il collegio dei docenti deliberi l’iscrizione ad una classe diversa, tenendo conto:

a) dell’ordinamento degli studi del Paese di provenienza dell’alunno, che può determinare l’iscrizione ad una classe immediatamente inferiore o superiore rispetto a quella corrispondente all’età anagrafica;
b) dell’accertamento di competenze, abilità e livelli di preparazione dell’alunno;
c) del corso di studi eventualmente seguito dall’alunno nel Paese di provenienza;
d) del titolo di studio eventualmente posseduto dall’alunno.

Nella classe corrispondente all’età anagrafica dunque o in quella immediatamente inferiore o superiore. Gli arretramenti devono essere deliberati dal collegio docenti e sono possibili solo dopo aver riscontrato abilità e livelli di preparazione inadeguati. Non certo nell’uso dell’italiano, bensì nelle competenze e nelle capacità trasversali. Quanti sono i collegi docenti che prendono sul serio questo decreto della Presidenza della Repubblica? che sono capaci di valutare per davvero uno studente moldavo o cinese o bengalese prima di decidere in quale classe inserirlo? Quanti sono i collegi docenti che hanno motivato un ritardo maggiore di un anno solo dopo averlo misurato realmente?

Spesso sono gli insegnanti più materni a prendere le decisioni peggiori. Convinti di essere più importanti loro, e quello che sapranno insegnare, dei compagni di banco e di intervallo, se devono inserire un dodicenne o un tredicenne, tre volte su quattro lo mettono in prima media: “così fa tutto il ciclo da noi”. Per il loro bene si dimenticano di fare i conti, e di capire se al malcapitato avanzerà il tempo per fare una scuola superiore e magari prendersi un diploma.

Un inserimento fatto male provoca danni che possono diventare indelebili, umiliazioni a cui non sarà facile rimediare.

Alcuni ragazzi, venuta meno la possibilità di relazionarsi con i coetanei a scuola, poco a poco abbandonano, se ne stanno per strada a fare skateboard o basket o niente, e della scuola smettono di avere l’abitudine. Perduto il linguaggio delle parole, adottano quello del corpo. Alcuni si rintanano in un ruolo da primo attore, sempre in mostra e sopra le righe. Altri, i più deboli, si rintanano in casa. Per loro accettare la doppia involuzione a cui sono stati sottoposti, la mancanza delle parole e la retrocessione scolastica, è una prova difficilissima da sostenere.

Chi non smette di frequentare la scuola spesso si isola o è isolato da compagni troppo più giovani di lui per non vederlo come un marziano.

Un inserimento fatto senza mettere al primo posto il parametro dell’età, presto o tardi, comporterà di dover convincere qualche scolaro che il loro nuovo compagno, alto due spanne più di lui, è stato retrocesso e quindi studierà lì, ma è un ragazzo in gamba. Presto o tardi capiterà che una tredicenne non vorrà più cambiarsi per fare ginnastica se deve condividere lo spogliatoio con delle bambine di undici anni. Per discutere di costei, e delle sue inspiegabili, improvvise chiusure verso l’attività fisica, le insegnanti di cui sopra si dichiareranno disponibili a convocare consigli di classe straordinari. Il giorno stabilito le si potrà vedere nei corridoi con il volto delle martiri perché ancora una volta staranno a scuola due ore in più dell’orario. Ma neppure per un secondo si fermeranno a pensare che il disagio che si accingono a risolvere, con zelo e professionalità, l’hanno creato loro.

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8 Responses to ma è un ragazzo in gamba

  1. véronique vergé il 30 aprile 2010 alle 10:32

    Articolo molto interessante che sottolinea la difficoltà, ma anche la bellezza della missione dell’insegnante: accogliere, fare crescere la giovinezza nelle migliori condizioni. Il problema è stesso: la povertà dei mezzi. Penso che un “premier arrivant” adolescente deve seguire classe con gli altri, ma anche classe specifiche di apprendimento della lingua della terra di accoglienza con professionisti: c’è una pedagogia particolare per insegnare la lingua con ragazzi che parlano una lingua straniera a casa e non conoscono la lingua del paese dove si costruisce l’avvenire loro.

  2. Ares il 30 aprile 2010 alle 17:30

    Gran bell’articolo.

    • jan reister il 30 aprile 2010 alle 19:16

      L’ho letto con molto interesse, è davvero un articolo importante.

  3. emilia zazza il 1 maggio 2010 alle 14:11

    fa luce su nuovi (almeno per me) aspetti della questione e offre spunti di riflessione. bello davvero.

  4. […] da Nazione Indiana 30.04.2010 Condividi+Articoli correlati Feed for this Entry Trackback […]

  5. tnigi il 9 maggio 2010 alle 13:31

    Sì, è importante. Solleva domande cruciali, cercando di mettere a nudo la difficoltà di trasformare in concretezza l’idealità della lungimiarante legge italiana – problema del resto non nuovo, soprattutto in ambito scolastico… Mi ha colpito leggere di insegnanti ‘convinti di essere più importanti loro, e quello che sapranno insegnare, dei compagni di banco o di intervallo..”

    Certo, non è difficile immaginare casi di apparente protezione ‘materna’ per il bene dell’allievo, e insegnanti senza competenze interculturali specifiche che, non riconoscendo di essere anche loro parte del problema, lo proiettano tutto sugli allievi invece di tentare di risolverlo razionalmente valutando tutti i pro e contro. Ci sarà sicuramente chi, fra gli insegnanti, è rimasto indietro con la pedagogia, chi invece ha letto libri più aggiornati e continua a leggerli, chi ha viaggiato e chi no, chi si mette in gioco e chi non sa giocare, chi vive l’appartenenza a un’istituzione in modo passivo, aspettando soluzioni solo dall’alto, chi invece si attiva in proprio e propone, dibattendosi magari fra mille difficoltà, non sempre e solo di ordine economico o ‘di tempo’, ma anche essenzialmente radicate nella nostra cultura.

    Trovo però importante chiedersi anche, come fa l’articolo, “quanti sono gli insegnanti ‘capaci di valutare per davvero uno studente moldavo o cinese o bengalese prima di decidere in quale classe inserirlo?” ma non me la sentirei di condannare senza appello gli insegnanti che hanno ancora poca propensione al rischio, pur condividendo la preoccupazione di cui l’articolo si fa portavoce. In altre parole, se si va oltre il discrimine ‘buoni e cattivi’ e si guarda al problema in un ottica di sistema, senza sopravvalutare nessuna delle variabili (per esempio si può demandare la soluzione al solo rapporto con i coetanei? Forse no.) e ci si chiede criticamente di quali competenze e risorse c’è bisogno, forse il problema si potrebbe dividere e cominciare ad affontare?

    Per cominciare mi viene in mente una domanda: quale supporto concreto riceve dalle istituzioni la classe docente per collegarsi con i vari Paese di riferimento e acquisire informazioni utili riguardo ai loro sistemi educativi, ai programmi e ai materiali didattici ecc? Esiste qualcuno che lo fa?

    La rete può aiutare?

  6. paola lodola il 10 maggio 2010 alle 14:11

    Grazie dei commenti e delle riflessioni. Del materiale si trova sulle scuole dei paesi di provenienza, qualcosa nel sito del centro Come per esempio, qualcosa pure presso il centro di documentazione dell’ismu di Milano dove periodicamente aggiornano le loro mappature sui sistemi scolastici nei diversi paesi. Ma si tratta, in generale, di informazioni orientative e non esaustive. Del resto per sapere cosa sa fare un ragazzo che ha studiato sempre in Italia sapere com’è la scuola qui è importante ma fino a un certo punto. Per capire le competenze, e soprattutto per valutare i possibili sviluppi, ci vuole tempo e uno studente cambierà in un senso o nell’altro anche a seconda del contesto in cui sarà ammesso. Per questo vale la pena farlo partire con i suoi coetanei e osservarlo. Nella peggiore delle ipotesi lo si boccerà a fine anno, nella peggiore. Sono convinta che i compagni siano lo strumento più efficace per l’apprendimento. Lo sapeva don Milani, più che mai attuale, e lo sapevano i suoi allievi quando scrissero Lettera a una professoressa. Me lo ha detto anche Nasser che ha 16 anni e se ne andato dall’Egitto a 13, da solo, senza mai essere andato a scuola nel suo paese. Quando è venuto da me quest’anno, perché da Milano nord era stato trasferito in una comunità a Gratosoglio, sapeva leggere e scrivere bene. Gli ho chiesto “chi ti ha insegnato? Che brava insegnante avevi nell’altra scuola. Come si chiamava?” “si chiamava Marianna. Era bravissima, ma non mi ha insegnato lei, mi ha insegnato Filippo, il mio compagno di banco”. Nasser a 15 anni ha imparato a leggere e scrivere in poch mesi. Dal nulla, senza saperlo fare neppure in arabo.
    Quanto al lavoro di gruppo, che naturalmente funziona solo se c’è un gruppo, e al suo valore consiglio anche la lettura di Ultimo banco, per una scuola che non produca scarti. Raccoglie gli articoli apparsi sull’Avvenire di un altro prete che fa il doposcuola da una vita, Sandro Lagomarsini. C’è un pezzo che si intitola Il Lavoro di gruppo. Vale la pena. È chiaro che il ruolo dell’adulto è centrale perché è lui che coordina ed educa alla generosità e all’accoglienza. E’ stata Marianna a permettere che Filippo si prendesse a cuore Nasser, un’altra magari avrebbe delegato la faccenda all’alfabetizzatrice di turno con le sue tre ore a settimana, ammesso che la scuola ne avesse una, ed evitato che Filippo perdesse tempo a fare il maestro.

  7. tnigi il 11 maggio 2010 alle 12:02

    Utili precisazioni. Lieta che tu abbia condiviso la storia di Nasser, che è molto bella. Non so se tu abbia mai avuto modo di contattare la maestra Marianna e di parlare con lei della sua esperienza. Filippo e Nasser hanno fatto qualcosa che probabilmente gli veniva naturale e lei non li ha ostacolti. .. Ha l’aria di essere una che sa giocare.. ed è già tanto che un educatore lasci spazio, se lo fa con consapevolezza. Credo che divulgare storie di casi concreti sia di grande aiuto per accendere la luce e stimolare domande complesse. Poi, certo, ogni insegnante costruisce la sua consapevolezza nel rapporto diretto con ragazzi in carne e ossa, ciascuno nel proprio contesto e con il proprio bagaglio di esperienze e di incertezze. Gli insegnanti stessi hanno bisogno di aiuto e confronto. Idealmente dovrebbero tenere al loro ruolo di facilitatori, indipendentemente dalla materia che insegnano. Grazie per tutte le indicazioni che hai dato.



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