La mia famiglia fragilmente atea

3 giugno 2010
Pubblicato da

di Chiara Valerio

Herling sosteneva che l’idea che abbiamo oggi del Male fosse fortemente condizionata da Dostoevskij che ne descrisse in modo superbo la grandezza. Per questo motivo siamo portati a non riconoscerlo nella mediocrità di molti assassini. Io sono un lettore vorace e mi piace anche molto camminare. Ed era da tanto che non leggevo un libro che mi portasse a passeggio per le opere, per le ossessioni libresche, per gli incontri e per le città di un altro. Vado a vedere se di là è meglio di Francesco M. Cataluccio (Sellerio, 2010) è una autobiografia letteraria scanzonata e adolescente che conserva, nonostante citazioni accurate, apparato note e indice dei nomi, la dimensione di un racconto orale narrato da un viaggiatore entusiasta e per il quale i libri sono stati la vera carta geografica dell’esistenza, fisica, emotiva e lavorativa. (…) il ceco invece suonava alle mie orecchie poco chiaro e con una accentazione come di chi ha ingoiato una patata bollente e cerca disperato di dare aria alla lingua.

Tutto comincia con una nonna che esclama Dio può essere amato anche con l’impulso malvagio e con due bambini che, spalancando un atlante consunto, decidono che il loro compito sarà quello di cercar di trovare più Giusti possibile nel mondo. E se per un poco il mondo rimane la sua proiezione di carta, poi, incredibilmente non smette di esserlo. Perché nonostante il protagonista viaggi e tanto, nonostante i capitoli di queste memorie sparse somiglino incredibilmente all’indice di un breviario geografico, Firenze, Mosca, Dublino, Vilna, Budapest, Buenos Aires, Baku, Maison-Lafitte e Drohobycz, ogni luogo è descritto attraverso i libri che ci sono passati e attraverso le persone che quei libri hanno scritto o hanno perso l’occasione di scrivere. Attraverso le persone che hanno esitato, accelerato, letto, pensato, suonato, svolto calcoli. Perché la letteratura, dalla poesia, al teatro (che come assicurava il cagionevole Jan Kott è la mia unica vera malattia), al chiosco di due emigrati del nordest italiano che fanno il gelato a Varsavia, è la montatura, a lenti colorate e spesse, che Cataluccio indossa per guardare il mondo.

Per questo le sue descrizioni sono sempre eco di descrizioni di altri, o di descrizioni proprie ma precedenti, e i luoghi che visita non gli vanno mai incontro nudi, ma sempre fantasmatici, fantastici, sempre pieni di rimandi, di sussurri e di grida. Non c’è niente di piatto in queste pagine bidimensionali, e la cosa che davvero (mi) emoziona è che queste lenti, colorate e spesse, funzionano pure al vice versa. Perché l’Isola del Morti di Bocklin non è solo il saggio di Marguerite Yourcenar, il quadro nel bunker degli ultimi giorni del Furer o la riproduzione nello studio di Freud. L’Isola del Morti è pure il cimitero di Firenze, un tumulo scuro in mezzo a un traffico di auto sempre più policromo.

Questa maniera di Francesco Cataluccio di scrivere la realtà come fosse prosa e la prosa come fosse realtà, (mi) rallegra e (mi) fa compagnia, nonostante di questi nomi polacchi io ne conosca due terzi, a esser buoni, e ne abbia letto, a esser larghi, appena un terzo, nonostante non abbia visto tutto Wajda e Tarkovskij, e non rida sempre sulle righe di Lec, non sappia dov’è Otwock e abbia abbassato gli occhi un po’ timida tutte le volte che a Napoli passavo per via Crispi sotto la casa di Grudzinski perché, lui vivente, non avevo mai avuto tempo di leggere Diario scritto di notte (e nonostante Zuk Opalski e Anna Carrubo me ne avessero sempre parlato).

Ma ci sono almeno tre cose che mi fanno appartenere a questo scritto, e fanno sì che questo scritto mi appartenga. L’ossessione per la dimenticanza legata all’ossessione, altrettanto vana, di utilizzare i taccuini di appunti come dighe foranee alla marea del tempo. (…) questa apologia dell’oblio allora mi parve quanto mai appropriata e un monito a me che facevo di tutto per non farmi sfuggire niente, incaponendomi nel ricordare continuamente che inferno fosse stata, e fosse, quella città bellissima. La passione, a tratti addirittura stolida, ma reale, appassionata e possessiva, per Witold Gombrowicz. La certezza che Cataluccio, come Orlando di Virginia Woolf, e come me, rivendica per l’ateismo suo e della sua famiglia, la fragilità di chi, per ogni riga che legge, fa un atto di fede, perché crede nelle parole.

F. M. Cataluccio, Vado a vedere se di là è meglio, Sellerio (2010), pp. 410, eu. 15,00.

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