La responsabilità dell’autore: Franz Krauspenhaar

3 giugno 2010
Pubblicato da

[Dopo gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo Erri De Luca, Luigi Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti, Dario Voltolini, Tommaso Pincio, Alberto Abruzzese, Nicola Lagioia, Christian Raimo, Gianni Celati, Marcello Fois, Laura Pugno, Biagio Cepollaro, Ginevra Bompiani, Marco Giovenale, Vincenzo Latronico, ecco le risposte di Franz Krauspenhaar.]

1)      Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici, che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?

Non capisco davvero come si possa onestamente affermare una cosa del genere. O questi signori leggono solo classici, e al massimo si fermano agli anni 60, o forse hanno perduto – o non hanno mai avuto – la capacità di leggere criticamente un testo letterario svincolandolo serenamente da un periodo storico. Svincolandolo, voglio dire, in maniera parziale ma allo stesso modo sana. Può anche darsi che la mole di romanzi e poesie presenti sul mercato, o sulle bancarelle del non-mercato (penso alla poesia) possa dare l’impressione orrorifica che sia inutile tentare l’assalto allo Yukon, alla ricerca delle pepite d’oro. Per cui, questa è la mia impressione, buona parte della critica assume lo stesso malcostume del pubblico, che non è mai innocente: va a fidarsi di ciò che già conosce e gli è piaciuto, alleva i suoi vitelli d’oro, o suoi polli ruspanti, bada a farli crescere; e poco o nulla si avvede degli altri, senza curiosità, senza slanci.

Mi rendo conto che fare una mappatura di questo sterminato territorio è impresa titanica, ma se non lo fanno loro, se loro, i critici, in gran parte, pensano ai “soliti a loro noti”, se non ci si immola davvero per questo lavoro, come si può pretendere di essere davvero autorevoli? Come ho già detto in altra sede, io scrittore posso presentare delle falle di conoscenza, delle mancanze, la mia creatività non va a perdersi; ma un critico deve colmare tutto, o quasi. Non deve fare sconti a noi, naturalmente, ma men che meno a se stesso. Se vuole, e deve, fare il suo mestiere al meglio, se deve stare in trincea davanti a tutti, deve essere, in qualche modo, il migliore, con rigore, passione e aggiungerei amore. Il migliore per capacità di lavoro, preparazione, senso morale. Non basta dire che i soldi sono pochi; sono pochi per tutti, o quasi. La critica è una vera missione, io la intendo così, e dunque da un critico vero, militante, osservante, io mi aspetto il massimo. Dunque, tornando alla domanda, se un critico afferma che oggi non c’è vitalità, devo per forza affermare, conoscendo la situazione dall’interno, leggendo e conoscendo parecchi scrittori italiani, che questo critico semplicemente non sa; o non vuole sapere.

2)      Ti sembra che la tendenza verso un’industrializzazione crescente dell’editoria freni in qualche modo l’apparizione di opere di qualità?

Non esattamente. Credo piuttosto che l’industrializzazione crescente aumenti esponenzialmente gli “aborti”: ovvero le opere di qualità in qualche modo escono, anche presso le case editrici più grandi – ma più spesso presso le più piccole, i cosiddetti “editori a progetto” – ma poi non vengono date loro le gambe per divincolarsi e uscire davvero nel mondo. Rimangono per qualche tempo in libreria, nelle “pescherie letteratura”, nelle quali i “pesci libro” mediamente dopo tre mesi o meno già puzzano, e sono pronti per la sostituzione con del nuovo “pescato cartaceo”. L’industrializzazione crescente contribuisce alla nascita di oggetti letterari nati morti, e questo è davvero umiliante. E’ vero, spesso vedono la  luce delle librerie libri che decenni fa non sarebbero mai usciti; oggi uno sconosciuto trentenne può esordire mentre ai “vecchi bei tempi” non era così. Ma esordire come, in che modo? Con quali cure, garanzie? E’ quasi tutta massa-critica, gli editori lavorano anche per il macero. La carta “ricanta”, in certo modo, e tutti, a parte gli autori, sono contenti. Si bada a limitare il rischio imprenditoriale trattando i libri come normali oggetti di consumo.

3)      Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?

Non sono veicoli sufficienti di conoscenza, ma non metterei i giornali alla gogna. E’ tutta la filiera che è a pezzi. E’ pieno di librai ed editori ignoranti, a esempio, che non sanno riconoscere un libro decente nemmeno se glielo fai leggere con una pistola puntata alla tempia. Poi ci sono, d’altra parte, tantissimi appassionati della buona letteratura che non riescono a sapere dell’esistenza di libri che certamente potrebbero piacere loro molto di più di quelli tanto pubblicizzati dal marketing. Un buon libro di letteratura può essere salvato dal vuoto dal passaparola, lo sappiamo, ma anche qui la cosa non è del tutto buona e  giusta. Una casa editrice non può seguire soltanto le vicende da feuilleton – o soap opera – del suo Strega, non può non rendersi conto che un certo libro è fatto di idee e sangue, non solo di chiacchiere e manierismo. Ecco la cultura contemporanea che assume il cinismo dei “contafagioli”, come l’ex presidente di Ford e Chrysler Lee Incocca nominava gli amministratori della Ford. Il cinismo della quadratura dei conti, che comunque potrebbe essere compiuta con “prodotti” (perché il libro è anche un prodotto, certo) più validi. Dunque i giornali e i settimanali seguono l’andazzo dell’acquisto facile, spesso facendo del sensazionalismo da quattro soldi. Penso a quel povero personaggio che si chiama Antonio d’Orrico, che da anni e anni dispensa “bordate situazioniste” buone per tutte le 400 stagioni di Bruno Vespa. Il bookjay per eccellenza. Che poi, come mi dicono, sia un uomo colto questo rende il tutto più squallido. Uno che da millenni, come un dinosauro in agonia, fa una pubblicità superflua a Philip Roth, uno scrittore che più manierato non si può. Tra il Nobel a lui o a Bob Dylan io certo sceglierei il cantante, con tutto che, diciamolo chiaro, con la letteratura vera c’entra abbastanza poco.

4)      Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?

Ho l’impressione che spesso vadano a caso. E va bene anche il caso, naturalmente; basta portare a casa i risultati. E i risultati sono anche seguire il corso delle opere fuori dalle tipografie, aiutare l’autore, non sparare sul pianista, salvare la tigre; non lasciarlo sempre in balia, il poveruomo, del vuoto spinto, a meno che non si ritenga che tale autore possa portarci indietro tanti soldi tramite un investimento mediatico. E’ tutto abbastanza immorale. Un autore è un autore, non un venditore porta a porta. Solo che se la maggioranza dei miei colleghi continua a piegarsi  come facevano le mondariso nei campi, pur di andare a fare la loro presentazione di dieci persone a Casalpollicione tutto a loro spese, è ovvio che c’è poco da fare, che siamo fottuti anche se col sorriso sulle labbra… Il sistema rema in un solo senso, e ti ritrovi solo, a volte incazzato, anche se sempre fiero.

5)      Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?

Il web è stato ed è fondamentale. Dà la possibilità di accorciare gli spazi non solo mentali, ma anche fisici. Nazione Indiana, per esempio: non perché ne sono stato redattore per 4 splendidi anni e poi me ne sono andato e ne rimango un supporter: ma qui il dibattito culturale, tra alti e bassi, tra risse furibonde e approfondimenti di grande spessore, ci sono. Nazione Indiana ma anche La poesia e lo spirito, Il primo amore e altri litblog multiautore sono anni che colmano le lacune della stampa, che fanno conoscere nuovi scrittori, che addirittura, benché nello spazio ristretto di una specie di elite di appassionati, li lancia fuori dal buio, li porta avanti colmando l’assordante silenzio. Che dà voce a validi scrittori e poeti ancora inediti. Che apre spazi di socialità nel nome delle idee, differenti, a volte contrastanti. Il lit-blog è un media antieditoriale, nel senso che non viene seguita una linea dettata da chi paga. Le linee si intersecano, a volte si scontrano. E questo è un gran bene per la democrazia. E tutto questo viene compiuto quasi sempre nel nome della qualità, di una certa purezza e partecipazione che altri media non hanno mai avuto. La divulgazione di idee, di dibattiti che spesso vengono ripresi e sviluppati dai giornali e da qui alla stampa, rimbalzando, ritornano. Io la vedo come una cosa notevole. Dal 2003, da quando Nazione Indiana ha aperto i battenti, se ne sono lette e viste delle belle, e così questo blog ha aperto la strada ad altri e ad altri ancora che hanno come filosofia davvero fondante il “credere” nella letteratura. Perché per me la letteratura è una sorta di religione del pensare e dell’esistere, è fatta di riti che ripropongono l’esistenza umana in una forma artistica, ma è pur sempre vita pulsante, vissuta, patita, amata. E’ una religione dell’espressione, che ci rende la vita più larga e più lunga, la amplifica. E noi dobbiamo combattere fino in fondo per questa nostra religione senza déi ma con un credo, che è quello della nostra stessa vita, della vita degli uomini, tutti.

6)      Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme?

Penso che gli editori dovrebbero continuare a pensare ai profitti ma investendo di più nella ricerca. Tutto qui. Nessun sovvenzionamento. In questo paese sappiamo bene dove si finisce con le sovvenzioni, in qualsiasi campo.

7)      Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo …), che ha una risonanza sempre maggiore all’estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?

Sì, nelle interviste. Se ne hanno voglia. O se è loro data la possibilità di parlare di cose non strettamente attinenti il libro che stanno pubblicizzando. Io credo però che lo scrittore ha la possibilità di parlare con vigore della società attraverso le sue opere. Dunque, in seguito, di approfondire in altre sedi. Se io scrivo un libro, un romanzo, un’inchiesta, a esempio sul lavoro minorile, ecco la possibilità di dire la mia su un problema attuale in scioltezza. Ma se scrivo un noir, o un romanzo ambientato nel sedicesimo secolo, e voglio a tutti i costi attualizzare il messaggio partendo da un lontano dato storico o a un sequestro di persona del tutto inventato, ecco che opero una evidente forzatura. Alla base c’è però sempre una forte volontà editoriale. Lo scrittore più di tanto non può fare. Nemmeno se imitasse il beau geste di un Mishima.

8)      Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?

Gli scrittori come chiunque. Siamo tutti complici. Complici prima di tutto in cabina elettorale. Naturalmente vanno fatti dei distinguo: ci sono scrittori impegnati, ma più che altro a riempirsi la bocca del loro impegno. Ce ne sono altri davvero sinceri, fattivi, coraggiosi. Se lo scrittore ha in gran parte perso la sua forza di oracolo, è dunque vero che parallelamente ha perso delle responsabilità. Certamente, gli scrittori schierati precisamente da una parte politica li ho sempre trovati ridicoli, e avvilenti. Un artista è per costituzione un anarchico, anche se va a votare segretamente per un partito ben preciso. Sulla qualità non posso pronunciarmi nettamente: certo è che un uomo di potere, proprio a orecchio, difficilmente sfornerà qualcosa di potente, di dirompente, di sincero. Se noi vogliamo una letteratura consolatoria, ma in definitiva ammorbante e di poco peso, estinguibile in comode rate, allora siamo a posto. Ci sono poi gli “impegnati speciali”, quelli che sfornano libri d’impegno ma seguendo una moda editoriale, per cui nello stesso anno vediamo vari autori uscire con libri su una certa problematica sociale. Naturalmente il problema nel frattempo si aggrava, ma questi scrittori sono già passati a scrivere di cose più morbide e titillanti, seguendo la loro vera vocazione. Saviano è l’eccezione che conferma la regola: ha iniziato in prima linea, ha avuto un grande successo e va avanti per la sua strada, credo molto difficile. In certo senso prigioniero di Gomorra, perché Roberto sa fare anche altro. Ecco, il fenomeno Saviano, con le sue forzature fabiofaziesche, è qualcosa che ha reso la letteratura (per me Gomorra è un romanzo, anche se di verità, perché tale è l’impianto) un veicolo di conoscenza e confronto. Nemmeno Pasolini riuscì a rendere una sua opera letteraria veicolo di così vasto confronto; ebbe bisogno di scrivere sui giornali per scaricare al mondo dei lettori e dei commentatori le sue pesanti accuse. Si continua a proposito a invocare un Pasolini del nuovo millennio, come se questo fosse necessariamente un bene: fu figlio dei suoi tempi acri e inconditi, oggi si sarebbe ucciso, forse. E comunque PPP cercava la morte, la sua poetica era alla fine reazionaria e precludeva all’autoannientamento. Un artista imprescindibile, comunque. Oggi la letteratura, la carta stampata, anche la televisione, così frammentata e deludente, non hanno la stessa forza. E il cinema italiano… lasciamo perdere.

9)      Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?

Non credo ci sia una separazione. Credo che sia tutto connesso. Viviamo dentro vasi comunicanti, in qualsiasi settore. Nel giornalismo culturale però, oltre a quelli, come Loredana Lipperini per esempio, che è la “schierata speciale” per antonomasia, figlia di un certo passato per fortuna obsoleto, normalmente i giornalisti e i critici, ferme restando le loro convinzioni politiche di solito – e come da tradizione – di sinistra, tendono a pensare ai contenuti dell’opera indipendentemente dal sostrato ideologico. O almeno così mi pare. Il rapporto cultura-politica era più forte decenni addietro, quando potevano avere spazio scrittori e registi che, nonostante le perdite economiche da Caporetto dei loro film e libri, potevano continuare a fare il loro ideologico lavoro culturale avendo il partito alle spalle come una laica Santa Madre Chiesa. Un nome famoso che mi viene in mente ora è quello di Francesco Maselli, il regista. In America avrebbe fatto un solo film, e forse nemmeno quello. Invece in America un solo film – per flop al botteghino – lo potè fare Charles Laughton con “Il terrore corre sul fiume”, uno dei più bei film della storia.

10)  Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali “Libero” e il Giornale, caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell’informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe …), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?

In linea di massima no. Però, se uno scrittore non trova spazio laddove potrebbe dare un contributo, è facile e umano saltare su un altro carro. Che per lo scrittore, badiamoci bene, non è quello del vincitore, bensì di qualcuno che ti ha dato un’opportunità. E non certo di parlare di politica in senso stretto (questo sarebbe grave) ma di letteratura. In sostanza, la famosa “terza pagina” è una specie di girello per grandi e coltissimi. Un oasi sostanzialmente innocua. Dunque ci può stare. Come quando si urla allo scandalo se un Saviano o altro scrittore orientato a sinistra scrive per Mondadori o Einaudi. E allora? Dovrebbe perdere l’occasione di sparare le sue cartucce da una corazzata invece che da una scialuppa di salvataggio? E’ tutta ipocrisia e, così avverto io, invidia. Sentimento che ci avvolge tutti, beninteso. Ma insomma, questa infinita polemica la vedo sterile, ipocrita. Non mi pare che gli altri gruppi editoriali siano fatti da santi appena sbarcati da una Soyuz in arrivo dal paradiso. E non dimentichiamo i leader della sinistra che hanno firmato i loro volumi con editori berlusconiani. La purezza deve cadere dall’alto, se c’è, innanzitutto. Certo, se questo fosse del tutto vero saremmo tutti dei Cittadini Dillinger, o dei “drughi” alla Anthony Burgess.

Tag: , , , , , ,

59 Responses to La responsabilità dell’autore: Franz Krauspenhaar

  1. véronique vergé il 3 giugno 2010 alle 08:15

    Si riconosce in questa intervista la passione di Franz Krauspenhaar per la letteratura creativa iniettata nelle vene ogni giorno- una preghiera della vita- un cibo che dà l’impressione di essere nel mondo nella forma la più assoluta e anarchica.

    Si riconosce in Franz Krauspenhaar l’ascesi della scrittura ma anche la sua dimensione di grande festa dei sensi, verità della creazione. Uno scrittore non puo mentire nella sua vocazione e la strada è difficile, come lo rammenta Franz Krauspenhaar per Roberto Saviano. Tocca all’identità dell’uomo nel centro della scrittura.
    Mi piace che Franz Krauspenhaar ricorda gli anni splendidi come membro di Nazione Indiana, arto del corpo letterario.

  2. Tiziano il 3 giugno 2010 alle 10:10

    bRAVO fRANZ…
    la letteratura – e la poesia – sono connesse col mondo e viceversa…
    credere nelle proprie mani e andare avanti…

  3. Enrico Macioci il 3 giugno 2010 alle 12:57

    Un’intervista che condivido. Giusto il discorso, nella prima risposta, sui critici. Oggi fra i critici affermati mi sembra che il solo Cortellessa (e in parte la Benedetti) riveli un interesse pressoché enciclopedico, bulimico – anche se poi io lo trovo troppo ideologico. Giusto anche il discorso, nella decima risposta, sulla responsabilità autoriale. Sul Philiph Roth sopravvalutato: lo sostengo da sempre, e sono convinto che il tempo mi darà ragione.

  4. Salvatore D'Angelo il 3 giugno 2010 alle 13:03

    “Si continua a proposito a invocare un Pasolini del nuovo millennio, come se questo fosse necessariamente un bene: fu figlio dei suoi tempi acri e inconditi, oggi si sarebbe ucciso, forse. E comunque PPP cercava la morte, la sua poetica era alla fine reazionaria e precludeva all’autoannientamento. Un artista imprescindibile, comunque. ”

    Caro Franz, non sono affatto d’accordo su questo passaggio.
    1) Pasolini, dal punto di vista letterario- culturale- politico ecc. non fu affatto figlio dei suoi tempi. Al contrario ERA FUORI – o meglio-AVANTI rispetto ai suoi tempi.
    2) il cantore della “disperata vitalita’” NON SI SAREBBE UCCISO, oggi.
    Avrebbe continuato a lottare, a modo suo, come aveva sempre fatto durante la sua vita.
    3) Che Pasolini, nella vita reale, “cercasse la morte”, mi sembra un ingiusto LUOGO COMUNE propalato da chi non ne ha capito il metodo , svisando i presupposti della sua poetica, basati su una solidissima ideologia.
    4) Che la sua poetica fosse “reazionaria” è un altro luogo comune di quei critici “progressisti” che lo hanno mal letto e mal digerito. I tempi e l’attualità DIMOSTRANO che la sua poetica era RIVOLUZIONARIA, perchè – più e meglio dei politici- ha saputo non solo “vedere” con quaranta e più anni di anticipo il mondo attuale prodotto dal capitalismo “democratico” e globalizzato, ma anche “costruire” un vitale e disperato (nel senso esistenziale-filosofico del termine,e dunque “lucido”) affresco letterario e poetico che suonasse come una CRITICA SENZA APPELLO a QUEL mondo, a QUEI tempi, che ora viviamo in tutta la loro negatività.
    Che la qualità letteraria di alcuni suoi romanzi e poesie non sia “tutto oro”, ora con serenità e col distacco lo si può dire. Ma che la sua poetica fosse “reazionaria” proprio no. Ripeto, Pasolini rispondeva al suo meglio proprio al ritratto e alla funzione che deve avere l’intellettuale, da te sollecitata in altri passaggi dell’intervista . E, credimi, in quei suoi tempi di “grandi chiese” ideologiche mummificate, era molto più difficile e coraggioso di adesso esserlo.
    No, uno che stava scrivendo PETROLIO , cioè quello che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto essere l’affresco- critico, a livello romanzesco, del neocapilatismo globalizzato e omologante, non pensava affatto alla morte, neppure inconsciamente…
    E non dispero che , prima o poi, vengano finalmente chiarite tutte le circostanze e i presupposti della sua assurda e tragica morte.

  5. Larry Massino il 3 giugno 2010 alle 13:37

    @Salvatore D’Angelo, sul fatto che Pasolini, letterariamente parlando, cercasse la morte, c’è testimonianza proprio in Petrolio, dove se non ricordo male (non dispongo di copia del libro), alla fine di un’orgia ” sacrificale ” viene massacrato dai ragazzini ai quali si è concesso. Ricordo che quando lo lessi immaginai malignamente che quel capitolo fosse stato scritto a posteriori. Non so…

    @Krauspenhaar, Sul Pasolini reazionario, di quale Pasolini si parla? Quello della nostalgia del mondo contadino, quello degli scritti sulla lingua, quello degli scritti sulla letteratura, quello sociologico del ” non c’è sviluppo senza progresso “, quello contro l’aborto, quello dei suoi film, quello espulso dal PCI perché omosessuale, quello anticlericale, quello disperatamente contrario al potere, quello dalla parte degli ultimi? Mah, Krauspenhaar, il dire che ” la sua poetica era alla fine reazionaria ” mi sembra equivalga a un ipotetico giudizio circa la sua quantomeno limitativa comprensione del pensiero e del lavoro artistico di Pasolini. Direi, sempre ipoteticamente, Krauspenhaar, che alla fine la sua poetica, così espressa, è imbecillinaria.

  6. Salvatore D'Angelo il 3 giugno 2010 alle 13:52

    @Larry Massimo
    Ho scritto “nella vita reale”, non “nella letteratura”. NELLA VITA REALE Pasolini non cercava affatto la morte, ma la VITA…. con DISPERATA VITALITA’, appunto.
    Ah, l’errore di confondere Letteratura e Vita….

  7. Enrico Macioci il 3 giugno 2010 alle 14:18

    In effetti pensare che il ruolo che fu di Pasolini (intellettuale autorevole, conosciuto, carismatico, capace di permettersi un dialogo anche “duro” col potere eccetera) oggi sembra in un certo senso ricoperto da Saviano mette i brividi. Di nostalgia. E lo dice uno che di Pasolini non è mai stato entusiasta e che non è nostalgico.

  8. Larry Massino il 3 giugno 2010 alle 14:19

    @Salvatore D’Angelo, ho scritto ” letterariamente parlando ” senza confondere, perché in un romanzo avevo letto la descrizione immaginaria del suo massacro vero, assurdamente somigliante a come si sarebbero svolti i fatti. Della vita vera di Pasolini non so, sembrava uno che si divertiva, perché avrebbe dovuto desiderare di morire?

  9. Sascha il 3 giugno 2010 alle 17:06

    Pasolini uno che si divertiva? Ma scherziamo? Uno che, negli ultimi anni di vita, in ogni suo intervento pubblico sembrava invitare, invocare, implorare, una pallottola o un linciaggio?
    Del resto com’è, se si sono avverate le sue fosche profezie, che oggi PPP è tanto popolare nel culturame e fra le mezze calze giornalistico-televisive e naturalmente nel ‘popolo del Web’?
    Ma soprattutto: c’è qualcuno che lo legge veramente e veramente accetta la sua ‘soluzione’ alla crisi del suo tempo in tutte le sue implicazioni – cioè non si limita a usarlo come manganello per dare addosso a Saviano o a chiunque altro abbia la sfortuna di essere vivo e magari di successo oggi invece che nel 1975?

  10. Salvatore D'Angelo il 3 giugno 2010 alle 17:31

    @sascha
    Per rispetto allo spazio dedicato a Franz Krauspenhaar,credo sia meglio tornare all’oggetto generale della sua intervista. Ho estrapolato quel breve passaggio su PPP, perchè noto che anche tra qualche autore di Nazione Indiana tende a passare un luogo comune propalato da quella che all’epoca (1975) era una corrente “progressista” dell’intellettualità (me ne viene in mente uno, Ruggero Guarini, ma forse mi sbaglio; comunque Giorgio Bocca di sicuro) che definiva PPP “reazionario” (anche qui pervertendo il senso etimo della parola), fraintendendo completamente il ragionare “fuori dagli schemi” di Pasolini, il suo metodo dell’ossimoro e della provocazione rivolta proprio a quell’ala più avveduta ( e conformista) degli intellettuali; “conformista” rispetto alla loro cecità nel non “leggere” le “linee di struttura” del neocapitalismo globalizzato e omologante, dietro l’apparente “maquillage” progressista e fintamente democratico che esso presentava. Linee di struttura che hanno dispiegato il pieno effetto nel momento presente . PPP , avendo una solida cultura marxista, già dal 1964-1967 aveva notato la completa subalternità delle “due grandi chiese” (il Pci e la chiesa cattolica), se- dicenti rappresentanti delle grandi masse- a quel neocapitalismo (vedi Il Vangelo Secondo Matteo e Uccellacci e Uccellini)Essi, cioè, confondevano la legittima aspirazione delle masse popolari a migliori condizioni di vita, con la “qualità della vita” ad queste proposta da quel capitalismo. Ed è questo che PPP criticava, non certamente l’aspirazione a vivere meglio. Tutto il progetto letterario di PPP, il suo disegno “poetico-espressivo” era volto a operare un critica spietata a queste linee di tendenza , che egli vedeva con estrema lucidità, essendo mosso da “passione e ideologia” ma da un vero e coraggioso anticonfomismo

  11. fernando coratelli il 3 giugno 2010 alle 17:50

    analisi lucida e condivisibile, caro franz. l’unico passaggio che non posso condividere appieno (e lo sai) è sul manierismo di ph. roth. ;)
    però sull’inutilità delle recensioni di d’orrico sottoscrivo.
    l’editoria è tramortita e fra poco sarà spazzata via da un vero tzunami – e con essa la maggior parte di coloro che sguazzano in quello stagno. il mondo letterario/editoriale è di per sé conservatore, poco o nulla di progressista si vede nelle sue fila. ahinoi

  12. Lucio Angelini il 3 giugno 2010 alle 17:59

    Posso fare una domanda di riserva a Franz?
    Che cosa risponderebbe Crespicapelli a Giuseppe Genna che, nel suo blog, chiede:

    “Quale romanzo di Giuseppe Genna vuoi leggere prossimamente?
    Un romanzo di genere crime, thriller o spy story, non piu’ di 400 pagine
    Un romanzo di genere crime, thriller o spy story, almeno 600 pagine
    Un libro fuori dai generi, finto autobiografico come “Italia
    Un romanzo tradizionale di formazione e visione sociale
    Un romanzo storico tradizionale
    Un romanzo di fantascienza, allegorico e massimalista”.

    La mia personale risposta sarebe “nessuno”, ma quell’opzione non c’è. Comunque il fatto che certi scrittori emergenti possano scegliere da chi farsi pubblicare (precedente sondaggio di Genna) e scrivano secondo i desiderata dei lettori (compresa la quantità di pagine e il “format” cui attenersi) è indice di inequivocabile ***vitalità*** (punto primo) :- /

  13. Salvatore D'Angelo il 3 giugno 2010 alle 18:00

    @sasha

    …oops! ( è un guaio digitare su una vecchia tastiera!). Il suo progetto espressivo-letterario, date queste premesse, non mi pareva nè mi pare “reazionario”. Anzi, l’attualità gli ha dato perfettamente ragione. Il “guaio” di PPP era che diceva la sua in perfetta autonomia e senza “diplomazia”: faceva le bucce alla sinistra di allora (Pci e gruppi più estremisti del Movimento studentesco), non da posizioni staliniane o di retroguardia, ma proprio in nome di una “alterità” di classe delle masse popolari che sono e saranno -ora e sempre- altro dalla classe borghese dominante espressione del neocapitalismo globalizzato, finanziarizzato e omologante. il quale , per dirla in un’ottica di classe, ha sbaragliato il “socialismo reale”. Grazie anche al “cul de sac” in cui s’era infilato non solo il marxismo ufficiale dell’epoca, incapace di rinnovarsi e di proporre un’alternativa seria, credibile al neocapitalismo, ma anche grazie all’incapacità e alle assurde fughe in avanti della “nuova sinistra” dell’epoca, che nulla aveva capito di quelle linee di tendenza. In sostanza si può dire che PPP , in Italia, è stato uno dei primi intellettuali a gridare (inascoltato) contro il pericolo del “pensiero unico” e per una letteratura “altra” e non subalterna ai moduli del pensiero borghese, e lo faceva consapevole di essere impregnato della grande cultura borghese “decadente” , quella che, in definitiva, ha dato più frutti e contributi al pensiero critico contro la società borghese, dal punto di vista dell’efficacia e della qualità letteraria.
    Tornando, quindi, al punto , molti intellettuali odierni (specie quelli “televisivi”) confondono il pur legittimo diritto a elaborare autonomamente un proprio pensiero letterario con la doverosa necessità di “leggere” e “capire” chi li ha preceduti, con un atteggiamento epistemologicamente corretto. Pasolini lo leggo da quando avevo vent’anni, adesso ne ho cinquantasei, l’ho letto e riletto tutto. E non mi sembra proprio portatore di una “poetica” reazionaria. Lui è stato ucciso e frainteso, ma la Storia ( e l’attualità) gli hanno dato e gli danno ragione.

  14. Salvatore D'Angelo il 3 giugno 2010 alle 18:12

    Comunque, ribadisco che, a parte quel passaggio dedicato a PPP, mi trovo sostanzialmente d’accordo con quanto esprime FK sull’attuale “stato dell’arte”. Quanto al quesito n.10, la penso come Gramsci: mai darei un soldo per finanziare i fogliacci del “nemico”, figurarsi per fare da “specchietto per le allodole” sulle loro terze pagine (Si veda il titolo di scatola del GIORNALE di ieri, qui pubblicato in altro post). Piuttosto m’industrierei a farmi leggere su “MURENE”. Ragazzi, vi ricordate la letteratura dei “samiszdat” all’epoca del socialismo reale? Beh, fra poco ci siamo anche qui da noi. E mi sa che verranno fuori tanti scrittori interessanti, incluso Franz Krauspenhaar con più spirito da “samizdat”, appunto.

  15. Michele Miccia il 3 giugno 2010 alle 18:16

    A parte il discorso su Pasolini che mi sembra più complesso, per il resto
    ti ringrazio Franz.

  16. pasquale vitagliano il 3 giugno 2010 alle 18:23

    Lucido, anti-retorico, autentico: come la sua scrittura.

  17. Larry Massino il 3 giugno 2010 alle 18:34

    @Sascha

    Lei si indigna: ” Pasolini uno che si divertiva? Ma scherziamo? Uno che, negli ultimi anni di vita, in ogni suo intervento pubblico sembrava invitare, invocare, implorare, una pallottola o un linciaggio? ”

    Dubito grossamente di quello che pensa per due ragioni. La prima è che secondo dirette testimonianze di persone amiche che lo avevano frequentato negli ultimi anni Pasolini non era affatto immalinconito dalle cose che pensava e scriveva, anzi, trovava sempre la voglia e il tempo per giocare a pallone, amoreggiare coi ragazzi, polemizzare, scrivere, filmare, frequentare amici ecc

    La seconda è che avevo imparato da studente, anche dai testi dello stesso Pasolini, che l’autorità letteraria deriva dalla sua impersonalità , che più uno scritto è forte più è autonomo e adombra il suo stesso autore. Quindi, considerati forti gli scritti di Pasolini degli ultimi anni, ne viene meno l’identità col suo autore, come fossero stati scritti se non addirittura vissuti da una sempre ambita terza persona letteraria.

    Per spiegarmi meglio, anche gli scritti di Bernhard, non solo quelli degli ultimi anni, erano forti, ma egli non era un uomo triste, anzi, lui stesso odiava, come dice in alcuni passaggi autobiografici, i suoi ammiratori che gli scrivevano o lo raggiungevano fino alle finestre di case per condividerci progetti suicidi. Per non dire che il Werther di Goethe, come tutti sappiamo, suscitò davvero tanti suicidi, contrariamente alla notoria gioia di vivere del suo autore.

  18. Salvatore Talia il 3 giugno 2010 alle 18:53

    “E comunque PPP cercava la morte, la sua poetica era alla fine reazionaria e precludeva all’autoannientamento”. – Questo mi sembra proprio uno “speditivo apprezzamento di massima”…

  19. Valter Binaghi il 3 giugno 2010 alle 19:52

    Su Pasolini:
    Ho letto in ritardo “Futbol bailado” di Alberto Garlini, e devo dire che, oltre che un grande romanzo, mi è sembrata un’interpretazione imprescindibile di quella pulsione sacrificale che abitava nell’ultimo grande intellettuale italiano.
    Non posso far altro che consigliarlo a tutti.

  20. franz krauspenhaar il 3 giugno 2010 alle 20:00

    ma avete solo pasolini in testa?

    l’ho citato, e brevemente, con tutto il rispetto e l’ammirazione possibili.

    di tutto il resto, poco o nulla. fate cadere (ciascuno a suo modo, ciascuno con la sua “intensità”) le braccia.

  21. gianni biondillo il 3 giugno 2010 alle 21:04

    In effetti la “deriva pasoliniana” non rende giustizia alle risposte di Franz.

  22. Tiziano il 3 giugno 2010 alle 21:25

    SU PASOLINI

    Non c’è tanto da dire… basta leggerlo e starsene anche un po’ zitti, magari… scrittori fra di voi? perfetto! leggetevi PETROLIO… il romanzo inevitabilmente incompiuto… lì esiste la scrittura, la meraviglia, le contraddizioni… il rischio… certo che c’è gente che ancora lo legge, anche senza bisogno di attribuire voti, classifiche, e robetta simile…
    è leggittimo che non piaccia, ma è altrettanto legittimo navigarlo.

  23. Tiziano il 3 giugno 2010 alle 21:27

    comunque Franz parlava d’altro… e d’altro canto, anche per lui – facciamo finta che non ci conosciamo – vale alla fine la sua letteratura, quel che lascia: quello che testimonia che Franz Krauspenhaar ha semplicemente vissuto.

  24. pasquale vitagliano il 3 giugno 2010 alle 22:10

    “Io sono una forza del Passato. Solo nella tradizione è il mio amore…” E la società italiana? “Il popolo più analfabeta. La borghesia più ignorante d’Europa”.
    Franz va all’anima delle cose. Gli altri? “Danzano… Sì, danzano”…
    (Da La Ricotta)
    PVita

  25. Adriana Lazzini il 3 giugno 2010 alle 22:58

    @Franz
    Buona sera Franz, io come te mi sono stupita della concentrazione dei commentatori sulle tue poche righe su Pasolini… Bho?! Cmq ho apprezzato e condiviso le parole che hai usato per descrivere l’anarchia dello scrittore: vero, concordo…credo indubbiamente che chi scrive, già per il solo fatto di farlo, abbia la libertà senza regole nè padroni, in testa e fra le mani, che poi riesca ad agirla nella vita sono più dubbiosa, per quanto – come dici a proposito della sua incisività o possibile incisivita nel sociale/politico fra e sulle persone – anche secondo me dovrebbe e/o potrebbe, dalla sua posizione di agente culturale, veicolare importanti posizioni, spunti, riflessioni, stimoli.
    Mi piace la definizione che dai di letteratura, quasi un credo, una religione, perchè (in associazione a quanto detto prima) è un pò come vivere la letteratura nella sua fisiologica natura espressiva, creativa, fantastica, ma al tempo stesso viva di “vita”…appassionatamente, come si addice nell’immaginario culturale ad una fede appunto, ma di quelle istintuali, senza ideologie, ortodossie, dogmi.
    Un saluto Adriana

  26. massimo il 3 giugno 2010 alle 23:05

    Philip Roth sopravvalutato. Non c’è dubbio.
    Pasolini … Adesso avrebbe 88 anni e si sarebbe probabilmente convertito all’islamismo.

  27. Valter Binaghi il 4 giugno 2010 alle 02:23

    @Franz
    Mi dispiace, ma io non “credo” alla letteratura, a quello che è diventata. La pratico come un vizio, consapevole che ha avuto origine in un’epoca probabilmente finita. Presupponeva una non dico monumentalità, ma una aseità dell’opera che oggi è impossibile, perchè la parola è sommersa nel chiacchiericcio universale cui la Rete dà il suo sostanziale contributo. Pasolini è stato una soglia, noi siamo epigoni: non per colpa nostra, credo. Nessuno è veramente superiore al proprio tempo.

  28. gianni montieri il 4 giugno 2010 alle 08:30

    sicuramente uno dei migliori l’intervento di franz, privo di retorica. Scritto col suo piglio tipico, che unisce la serietà della riflessione all’ironia.
    Dissento solo su una sciocchezza “piliph roth” … sarà che l’adoro e un fan non discute. :-)

    grazie franz

  29. manuel cohen il 4 giugno 2010 alle 09:51

    Continua la mitologia di Pasolini: in questi trent’anni dal suo omicidio, si registrano una marea di stupidaggini: ‘Pasolini avrebbe detto’ ‘ora direbbe’ Pasolini oggi sarebbe Buddista, o Islamico, o radicale: Pasolini avrebbe tuonato contro Mister Bugiardoni, Pasolini avrebbe fatto tutti i nomi, Pasolini ora avrebbe fatto lo sciopero della fame, e 15 anni fa sarebbe morto di AIDS (sì, anche questo ho sentito dire). si sarebbe incatenato, pasolini Santo subito come Sebastiano e Santa Maria Goretti…

    Pasolini è morto, continua a dire molte cose, ma non quelle che a tutti costi vorremmo che lui dicesse.

    Altra orripilante mitografia pasoliniana: voleva la morte, voleva morire. o peggio: se l’è cercata.

    Insomma, tutte gran cagate, scusate, ma ci sta.

    Era attaccatissimo, morbosamente alla vita: qualche esegeta dell’ultima ora vada a rileggersi i suoi libri.

    Quanto alle autoprefigurazioni da morto: vabbè, ma non è che sul nulla ci costruisci una fine.

    Accettiamo il fatto che Pasolini sia morto trent’anni fa, e che non sta a lui parlarci di quello che accade ora, ma a chi vive oggi, mangia, vota, legge, spende e spande, chi scrive sui giornali e stampa libri, da questi ci aspettiamo parole che ci aiutino a guardari intorno.

    @ F:K.

    caro Franz, ho molto apprezzato le tue risposte, e in parte condiviso. Evviva la sincerità e l’entusiasmo.

    La prima risposta la sottoscrivo. Quei critici non ci sono, o se ci sono, non esistono. 8con molti distinguo e eccezioni, da da sé).

    Il tuo parere su Roth, lo rispetto e non condivido. Quanto al Nobel, perchè darlo a un cantautore già impaccatissimo di soldi? non sarebbe meglio girarlo a uno scrittore fecondo e più ‘povero’?

    quanto alla risposta n. 4: è vero, ‘vanno a caso’. Altrimenti non ti spieghi certe scelte e certe eslusioni. Ovviamente non lo ammetteranno mai (guarda le risposte delle precedenti interviste: gli addetti ai lavori, editors e consimili, si autoassolvono)

    n. 5: è vero, il web è fondamentale, anche se ancor oggi molti (anche tra i trentenni poeti9 non se ne rendono conto. Tra l’altro penso che l’unico futuro per le riviste letterarie cartacee sia nel web, l’unica forma possibile di sopravvivenza 8anche economica) e di ampia veicolazione.
    Tra i litblog, metterei anche Rebstein per la qualità, le scelte non alla moda, e il rilievo di molti collaboratori (Adriano Marchetti,Giuseppe Panella,Marco ercolani, Giuseppe Zuccarino tantissimi critici, traduttori, e autori).

    Molto suggestiva la visione degli ‘impegnati speciali’ : un po’ come i sostenitori della bontà della mela verde del cantone x, mentre tutto la penisola è ormai piena di vermi.

    é vero: nei pochi spazi possibili, gli autori hanno la possibilità di dire: le interviste (quando non censurate o tagliate) sono un ottimo strumento o arma.

    Ciao e grazie per le tue risposte non supponenti. (ma la Lipperini, non è la tizia che parla solo di fantascienza?)

  30. franz krauspenhaar il 4 giugno 2010 alle 10:32

    no, parla anche di videogiochi come se fossero letteratura.

  31. Salvatore D'Angelo il 4 giugno 2010 alle 11:04

    @ Franz Krauspenhaar

    Su Pasolini quoto Manuel Cohen: troppa “mitologia” e troppo pressappochismo da parte di chi continua a leggerlo “a spizzichi e bocconi”o per sentito dire, e soprattutto a propalare i Tre Grandi Equivoci su di lui (era “reazionario”, cercava la morte, aveva nostalgia del Passato). Non voglio ripetere ciò che ho già scritto nei commenti precedenti, ad ogni modo, caro Franz, non è che noi (o io almeno) si abbia sempre e solo Pasolini in testa, così, tanto per malattia di fan. No, non sono un “fan”. Lo ha detto Binaghi poco fa “Pasolini è stato una soglia”. Nel senso che, quando si discute di queste cose ( i quesiti in questione), non si può prescindere da QUELL’ ESEMPIO. E quando si parla di QUESTA SOCIETA’, così com’è, non si può NON PENSARE a Pasolini che l’aveva vista con CINQUANTA ANNI D’ANTICIPO, con la sola forza e lucidità del LETTERATO e dell’ INTELLETTUALE. Personalmente, e con tutta la simpatia che nutro per te, sentirti ripetere quei luoghi comuni, mi fa inquietare, diciamo così. Insomma, proprio perchè PPP è morto e le sue opere ormai sono lì, chi ne vuole parlare , credo che abbia il dovere di leggerlo con attenzione.
    E certo che ora spetta agli scrittori e agli intellettuali di adesso “dire-rappresentare” questi tempi, sperando che qualcuno lasci qualcosa che RIMANGA, al di là di moduli e stili.
    Quanto alle tue risposte, ho già detto che le apprezzo e cosa non condivido, soprattutto lo “smarcarsi” o far finta di non vedere che il Magnifico Cartaro si sta pappando anche tutta l’editoria e, avendo il potere politico nelle mani, si capisce benissimo che vuole organizzare il controllo totale della comunicazione e della Società, in una sorta di TRUMAN SHOW REALE. L’intellettuale o lo scrittore che dice “non me ne frega, io ho da fare il mio mestiere”, con ciò intendendo che il suo mestiere nulla abbia a che fare con questo è un REAZIONARIO AUTENTICO e un COMPLICE inconsapevole del Truman Show.
    Insomma, dieci, cento, mille MURENE e una RETE DIFFUSA di medio piccole Case Editrici che abbiano un occhio ANCHE alla LETTERATURA , non solo ai PRODOTTI di Mercato. E se si consociassero, per provare a contrastare i grandi gruppi in mano al Magnifico Cartaro, sarebbe il massimo. O no?

  32. manuel cohen il 4 giugno 2010 alle 11:46

    ha bene, allora ha tutto un mondo.

  33. manuel cohen il 4 giugno 2010 alle 11:47

    ah. galassia

  34. Salvatore D'Angelo il 4 giugno 2010 alle 13:05

    @franz krauspenhaar
    Non è che noi ( io, almeno) si abbia sempre Pasolini in testa così, tanto per fare i “fan”. Non ho spirito da fan. Semplicemente mi inquieta che anche uno scrittore di N.I. attento e “anarchico” come te, dia credito ai Tre Grandi Equivoci su PPP (era reazionario, aveva nostalgia del passato, voleva morire). Molti confondono i piani tra Letteratura e Vita, purtroppo; e proprio grazie a quella vulgata “progressista” che non ha mai ben digerito i presupposti teorico-critici del suo disegno letterario complessivo. Eppure, essendo PPP morto, col distacco, non dovrebbe essere così complicato leggerlo con attenzione e rendersi conto di quanta “mitologia” travisante sia stato avvolto (qui quoto al 100% Manuel Cohen).
    Poi c’è un’altro punto, e l’ha detto Binaghi poco fa: “PPP è stato una soglia”, appunto e – anche sulle questioni sollevate dai quesiti – diventa automatico , data la sua forza e attualità, non richiamarlo. Il pensiero unico, le linee di tendenza del neocapitalismo finanziario, globalizzato e omologante, le ha “viste” con lucidità cinquanta anni fa, assieme all’illusione della fine della Storia ecc. ecc. E certo che spetta agli scrittori odierni “dirci criticamente”, sotto forma letteraria, i tempi che viviamo, con la speranza che qualcuno lasci qualcosa che RIMANGA.
    Quanto alle tue risposte, esse mi trovano d’accordo. In più aggiungo che non sarebbe male se vi fossero dieci, cento, mille MURENE;e non sarebbe male se le case editrici medio piccole provassero a consociarsi, puntando sempre di più sulla Letteratura e meno sui Prodotti di mercato, per fare da contrasto ai grandi gruppi, che stanno per cadere sotto il controllo di B., che continua con determinazione nel suo disegno di anestetizzare la società, confezionandole un vero TRUMAN SHOW. Lo scrittore che dice con snobismo che tutto questo non lo riguarda e non gli interessa, perchè deve pensare , lui, a fare bene il suo mestiere, beh quello si che è un vero REAZIONARIO.

  35. Salvatore D'Angelo il 4 giugno 2010 alle 13:15

    @franz krauspenhaar
    Non è che noi ( io, almeno) si abbia sempre Pasolini in testa così, tanto per fare i fan. Non ho spirito da fan. Semplicemente mi inquieta che anche uno scrittore di N.I. attento e anarchico come te, dia credito ai Tre Grandi Equivoci su PPP (era reazionario, aveva nostalgia del passato, voleva morire). Molti confondono i piani tra Letteratura e Vita, purtroppo; e proprio grazie a quella vulgata “progressista” che non ha mai ben digerito i presupposti teorico-critici del suo disegno letterario complessivo. Eppure, essendo PPP morto, col distacco, non dovrebbe essere così complicato leggerlo con attenzione e rendersi conto di quanta “mitologia” travisante sia stato avvolto (qui quoto al 100% Manuel Cohen).
    Poi c’è un’altro punto, e l’ha detto Binaghi poco fa: PPP è stato una soglia, appunto e – anche sulle questioni sollevate dai quesiti – diventa automatico , data la sua forza e attualità, non richiamarlo. Il pensiero unico, le linee di tendenza del neocapitalismo finanziario, globalizzato e omologante, le ha “viste” con lucidità cinquanta anni fa, assieme all’illusione della fine della Storia ecc. ecc. E certo che spetta agli scrittori odierni dirci criticamente, sotto forma letteraria, i tempi che viviamo, con la speranza che qualcuno lasci qualcosa che rimanga.
    Quanto alle tue risposte, esse mi trovano d’accordo. In più aggiungo che non sarebbe male se vi fossero dieci, cento, mille Murene; non sarebbe male se le case editrici medio piccole provassero a consociarsi, puntando sempre di più sulla Letteratura e meno sui Prodotti di mercato, per fare da contrasto ai grandi gruppi, che stanno per cadere sotto il controllo di B., che continua con determinazione nel suo disegno di anestetizzare la società, confezionandole un vero Truman Show. Lo scrittore che dice con snobismo che tutto questo non lo riguarda e non gli interessa, perchè deve pensare , lui, a fare bene il suo mestiere, beh quello si che è un vero Reazionario.

  36. Salvatore D'Angelo il 4 giugno 2010 alle 13:16

    @ Redazione

    Qualcuno mi liberi dallo spam per cortesia. Grazie.

  37. Marco Saya il 4 giugno 2010 alle 15:03

    intervista impeccabile.

  38. franz krauspenhaar il 4 giugno 2010 alle 19:14

    caro salvatore d’angelo.

    non faccio più parte di NI da due anni.

    non capisco cosa c’entri il mio stare dentro o fuori NI con le mie idee su pasolini.

    era reazionario nel vagheggiare un mondo tutto sommato antico, ingiusto e ferale come contrapposto alla civiltà dei consumi, che ci ha dato comunque la possibilità di essere qui, a quest’ora, a dibattere via internet sullo stesso pasolini.

    che pasolini era depresso ancorchè lucidissimo su moltissime cose ( e forse il suo essere reazionario va inteso sempre come “poeticamente reazionario”, perchè pasolini era soprattutto un poeta come non ce ne sono stati, in italia – questo secondo me, certo) è cosa ovvia per chi vuole guardare davvero con lucidità molti suoi scritti, molti suoi film, molte sue affermazioni. il fatto che aveva una grande fame di vita non nega necessariamente una pulsione opposta, e di questo la psicologia ne tratta.

    non è questo, sia ben chiaro, un giudizio morale, per nulla. è che pasolini, come de andrè, come in parte lo stesso saviano, sono diventati dei santi laici da venerare, e per questo esistono delle “versioni” ufficiali che non possono essere scalfite.

    dire per esempio che come cineasta era un dilettante (seppure di genio) credo nulla tolga alla sua bravura (anche se per dovere di cassetta fece dei film a mio avviso dimenticabili.) questo lo scrissi qui per il trentennale della morte del poeta parlando di accattone, che io vedo come il terzo “volume” della trilogia narrativa sui “ragazzi di vita”. tale breve pezzo fu ripreso da “pagine corsare” che è il sito ufficiale su pasolini.

    non sono proprio per i santi, nè per i navigatori. e già che ci siamo nemmeno per i poeti.

    quello che dice binaghi mi trova del tutto in disaccordo: è un discorso rinunciatario, già ascoltato tante volte in tutte le epoche. pasolini era figlio del suo tempo, non c’è molto altro da dire.

  39. franz krauspenhaar il 4 giugno 2010 alle 19:35

    mi sbloccate il commento amici?:-) grazie.

  40. Valter Binaghi il 4 giugno 2010 alle 20:00

    @Franz
    Guarda che non mi diverto a fare il depresso, e quello che dico sulla letteratura non è quel che mi piace, ma ciò di cui mi pare si debba prendere atto. E’ un media sorpassato da altri media, e serve a chi si è formato in un’altra generazione (come noi) a segnare un margine di qualità d’arte e di pensiero (siamo quelli che leggono e che scrivono, in un mondo di analfabeti di ritorno). Il web non ha affatto creato nuovi lettori di libri, ma serve per lo più a rimpallarne le opinioni e soprattutto ad essere facilmente editori di sè stessi. Troppo facilmente, e infatti il discorso letterario o presunto tale è sempre meno distinguibile dalla chiacchiera. L’immediatezza, l’assorbimento di un decorso d’azione nell’istante, determina una mutazione nei modi dell’immaginario e dell’espressione, la possibilità di ristrutturare tecnicamente l’immagine rende obsoleta non la duttilità della parola, ma la sua camera d’ascolto e ruminazione. Non invento niente, McLuhan l’aveva previsto quarant’anni fa. Siamo come gli uomini di Neanderthal, adattarsi o morire. E infatti siamo qui, a mezza strada tra un thread di NI e uno di Vibrisse o Lipperatura.
    Un abbraccio, amico.

  41. Salvatore D'Angelo il 5 giugno 2010 alle 00:59

    @franz krauspenhaar
    caro franz, il Binaghi delle ore 20.00 dice cose sante sul web e sui thread dei ns blog, ci si rimpalla opinioni alla bell’e meglio e ci si edita, difficilmente ci si comprende fino in fondo, un po’ per il mezzo, un po’ per nostri limiti. Allora , su PPP, cos’altro posso segnalarti circa l’errore in cui incorri anche con la tua risposta delle 19.14? Da una parte mi dispiace di sviare altri dalla giusta attenzione alle tue risposte sui 10 quesiti della Redazione sulla Responsabilità dell’Autore, e dall’altra proprio non mi va di far passare quest’altro “travisamento” a proposito di Pasolini reazionario perchè contrario alla civiltà dei consumi”. Ma visto che sei tu a rilanciarla e che in quanto Autore, hai comunque una Responsabilità,( le maiuscole sono autoironiche e non irridenti, sia chiaro), vorrei proprio insistere.
    Vedi, se leggi con attenzione i suoi scritti teorici (Passione e Ideologia, Empirismo Eretico,ad esempio) e quelli polemici (Scritti Corsari, Lettere Luterane) ne ricavi una idea generale circa i presupposti di fonmdo del suo pensaiero e circa la maniera di argomentare, attaverso il meccanismo retorico dell’ossimoro e dfella provocazione paradossale “io so..so..io so…., sono contro…..sono contro…. )e via con giustapposizioni dall’effetto spiazzante che avevano lo scopo di spazzare via i luoghi comuni , di tenere desta l’attenzione del lettore interlocutore e di provocarlo alla reazione discussione ecc..
    Quanto diceva di essere “contro il consumismo” aveva un obiettivo ben preciso: smascherare uno degli elementi portanti, allora, della strategia neocapitalista: fare credere alle classi popolari di compartecipare degli stessi benefici delle classi dominanti, dar loro l’illusione della fine della classi sociali e della storia in termini di contrapposizioni di classe; denunciava che dietro all’emergere dei caratteri della “cultura di massa” e tutti i suoi annessi, c’era l’ennesima operazionebtrasformista delle classi dominanti per meglio esercitare il “domnio” sulle classi sub-alterne (sottoposte e “altre”, aliene rispetto alla borghesia). Questo denunciava Pasolini, non il “benessere” tout court,non la legittima aspirazione delle classi povere a vivere meglio. I suoi erano “espedienti retoici” provocatori per “shoccare ” il conformismo sostanzialmente acquiescente degli “intellettuali del tempo”. Non era affatto contro il Progresso. Diceva, con lucidissima intelligenza di essere contro lo Sviluppo senza Progresso. E QUEL consumismo, QUELLO sviluppo non era Prgresso, ma BARBARIE. Basta vedere i tratti dei NOSTRI tempi per avere la misura della sua lucidità. In sostanza, Pasolini, essendo marxista in versione gramsciana (e perciò eretico), ragionava con quelle “categorie mentali”, e secondo quelle categorie non era affatto REAZIONARIO, ma esercitava coerentemente la sua funzione di intellettuale critico delle tendenze borghesi dominanti. Ragionando in termini di categorie” marxiane, il “reazionario” è colui che si oppone all’abbattimento del modo di produzione capitalista e alle strutture e sovrastrutture dello “stato capitalista- borghese”. Ora, lungi da me fare una esegesi delle categorie mnarxiane classiche, ma se da Autori e da intellettuali ci poniano dinanzi a un Autore, alla sua opera, bisogna evere un atteggiamento epistemolgicamente corretto: innanzi tutto capire i presupposti teorico-cririci su cui ha sviluppato la sua opera. E questi erano i presupposti dai quali Pasolini muoveva. Ora, noi che gli siamo sopravvissuti e siamo arrivati al 2010, riconsiderando quanto diceva, possiamo in piena onestà definirlo REAZIONARIO? Io cedo proprio di no: Al contrario, i caratteri di fondo delle società a capitalismo avanzato o posdtcapitaliste (perche dominate dal capitale finanziario globalizzato) così come li denunciava PPP da intellettuale e letterato, si sono accentuati in peggio, il dominio di classe dei ceti dominanti (cioè di quelli che detengono i mezzi di produzione e che esercitano l'”egemonia” nella società, orientandone il pensiero, i costumi, le tendenze ecc.ecc.) è più foprte che mai, così come più forte che mai è l’ilusione dei cetimedio-popolari di “condividere” i modi di vita e del pensiero borghese, ormai percepita come classe generale”, mentre COSI’ NON E’. Al contrario, moltissimo ceto medio, gli intellettuali stessi, pur altamente scolarizzati, i termini “contrattuali” contano infinitamente meno di quanto contavano gli “operai di fabbrica” negli anni sessanta-settanta. Indicatore assolutamente incontestabile. Questi erano i presuppoosti teorici da cui partiva PPP. Definirlo “reazionario” perchè si ignorano questi presupposti, e si è travisato un suo “procedimento retorico” nella maniera in cui argomentava polemicamente il suo pensiero critico, significa ucciderlo sul piano teorico e lettario. PPP non era contro il Progresso e contro il benessere delle classi povere. Non aveva nostalgia di un passato contadino “aulico” o “paradiso perduto” (balle colossali!); al contrario sapeva benissimo la durezza e la fatica del mondo contadino (basta andare a rileggersi i reportage che scirisse per un rotocalco popolare di sinistra agli inizi degli anni Sessanta, in cui denunciava le durissime condizioni di vita dei braccianti calabresi nel crotonese- e per questo fu quasi “linciato” dalla DC calabrese). Anche qui, si confonde il piano “letterario-creativo” con q

  42. Salvatore D'Angelo il 5 giugno 2010 alle 01:20

    @Franz Krauspenhaar

  43. franz krauspenhaar il 5 giugno 2010 alle 09:54

    dica salvatore d’angelo.

    valter.

    so bene che un depresso non si diverte. detto questo, se tutti ragionassero come te, potremmo annunciare al mondo che il reverendo jones delle lettere italiche è qui e lotta (per un suicidio di massa) insieme a noi…

  44. […] Fois, Laura Pugno, Biagio Cepollaro, Ginevra Bompiani, Marco Giovenale, Vincenzo Latronico, Franz Krauspenhaar, ecco le risposte di Enrico […]

  45. Larry Massino il 5 giugno 2010 alle 12:20

    Conosco depressi che si divertono, umani e letterari. A me del resto i depressi divertono quasi sempre. Così come , quasi sempre, gli eccitati divertono quasi mai, del resto depressi, quasi sempre, a loro insaputa.

  46. Valter Binaghi il 5 giugno 2010 alle 15:23

    Bè, non buttiamola proprio sullo psichiatrico. Io ho fatto un ragionamento sui media, condivisibile o meno, ma non si può ridurlo a puro lamento.

  47. franz krauspenhaar il 5 giugno 2010 alle 22:49

    mah.

    mi scuso se ho urtato la sensibilità di qualcuno.

    ribadisco però il fatto che santificare pasolini, come chiunque, sia sbagliato. come è immorale (dunque moralmente sbagliato) affermare, con un ridicolo nome falso, che i “depressi divertono quasi sempre”.

    parliamo un momento dei vivi. io auguro senz’altro un giorno da depresso a questo squallido individuo.

  48. franz krauspenhaar il 5 giugno 2010 alle 22:58

    salvatore.

    lo sappiamo che pierpaolo pasolini era uno spirito contraddittorio, e che il suo fascino, la potenza del suo dire era data anche da questa contraddizione. lo sappiamo bene. e allora perchè mai cercare una coerenza laddove non c’è e, aggiungo, non deve esserci?

    pasolini, a mio modesto modo di vedere, era un artista eclettico che ragionava con vigore disperato sui temi del suo tempo. ma non è che dobbiamo giustificare per forza ogni cosa – anche cazzata, sì – che ha detto. altrimenti, davvero, dimostriamo, come ha detto qualcuno, che pasolini è stato l’ultimo intellettuale italiano. ma dove? perchè? ma siamo impazziti?

    pasolini è pieno di contraddizioni. in tutta questa contraddizione magmatica e affascinante c’è un reazionarismo di fondo, che va maggiormente cercato nella poesia, quella sì vera e pura voce di pasolini. che non era un filosofo, nè un sociologo, ma un artista della parola che ragionava con grande intelligenza.

    ho detto quello che pensavo col beneficio del dubbio, conscio delle mie manchevolezze, conscio di non aver studiato nella sua globalità l’opera del grande poeta.

    detto questo, ogni responsabilità “autoriale” ha in sè il rischio dell’errore. tutto in pasolini – volente o nolente – richiama al passato con la sua stessa “forza”, è come un vulcano che erutta dentro sè stesso per cercare uno sfogo nel non più ora.

  49. Larry Massino il 6 giugno 2010 alle 16:40

    Larry Massino falso a me sembra meno ridicolo di Franz Krauspenhaar vero, questione di gusti. Per il giorno da depresso la ringrazio, ma mi piacerebbe anche passarne uno rispettivamente da frocio, da fascista, da comunista, da testadicazzo, da pedofilo, da corrotto, da calunniatore e, perché no, da ignorante. Lo squallido individuo invece lo incornicio insieme a quanto scrittomi da Wu Ming 1, proprio qui: ” si è capito fin troppo bene come vorresti andare avanti, e allora vai avanti da solo “.

  50. franz krauspenhaar il 6 giugno 2010 alle 16:57

    guardi, non c’è problema. possiamo andare avanti da soli insieme. una sequela ci ceffoni non gliela nego di certo. se dietro la sua ultima battuta c’è quello che penso, la attendo per suonargliele, e giuro su dio che gliele suono, fosse anche con una mazza da baseball.

    la mia mail è questo: krauspenhaar@fastwebnet.it

  51. Salvatore D'Angelo il 7 giugno 2010 alle 12:25

    @franz krauspenhaar

    Caro Franz,

    vedo solo ora che è riapparso (ore 0.59 del 5 giugno 2010 ) l’articolato intervento che stavo scrivendoti , evaporato nella notte del virtuale a causa dell’incursione di un banner pubblicitario clandestinamente infiltratosi nel mio collegamento. E leggo anche la tua risposta delle 22.58 in pari data.
    Beh, non credo ci sia altro da aggiungere da parte mia che non abbia già scritto nei predenti precari e impervi interventi, se non un’ultima precisazione. Credo che il “mito” di un Pasolini “reazionario” sia stato alimentato dai successivi travisamenti delle polemiche tra lui, Moravia, Fortini e alcuni autori della Neoavanguardia del 1966, che – iconoclasticamente – sparavano calci a più non posso per scuotere le “acque morte” del conformismo letterario dell’epoca. Ti segnalo un articolo di PPP , “La fine della neoavanguardia”, pubblicato sul n.3-4 di Nuovi Argomenti anno 1966, che puoi trovare anche pubblicato in Empirismo Eretico pag. 136-137 dell’Edizione Garzanti del 1972. Pasolini “reagiva” agli interventi più rozzi ed estremistici di alcuni scrittori della neoavanguardia. Da quel momento in poi, i successivi epigoni che “affluivano” nel mondo Letterario e delle “polemiche” sui mass media dell’epoca (dove si può dire tutto e il suo contrario, tanto pochi o nessuno va a verificare, a riscontro, ciò che si dice), rilanciavano, pervertendolo, il senso , il significato della parola “reazionario”, applicandolo, per pregiudizio o partito preso, sic et simpliciter, alla “poetica” di PPP tout court, approfittando a man bassa dei suoi procedimenti retorici che, lo ripeto, erano fondati sull ‘ossimoro, sulla (apparente) contraddittorietà delle affermazioni di PPP (lo “scandalo” del contraddirmi); ossimoro e contraddittorietà (apparente) che erano un “tratto specifico dello stile” di PPP, una “cifra” connotativa della sua scrittura, specie negli scritti di saggistica o polemici, e nella poesia. Non c’è bisogno di dire altro, a proposito della funzione “travisante” dei media di massa, che propagano all’infinito, come in un loop, i travisamenti, fino a che l’etichetta rimane attaccata per sempre.
    Ora, tornando all’etimo di “reazionario”, seconda la categoria marxiana, e applicatala alla poetica e polemica di PPP, tutto si può dire tranne che fosse reazionario. E’ la Storia e la Cronaca che gli danno ragione, ex post.
    Infine, vorrei dire le cose con cui SONO D’ ACCORDO con te, sul punto:
    Dire che PPP è stato l’ultimo Intellettuale, sì è una cazzata, una sciocca battuta che lascia il tempo che trova.
    Fare di PPP un “santino”, è un’altra grande sciocchezza. Purtroppo è un destino che tocca a quelli che sono stati grandi davvero. Ma la responsabilità è dei “fan” degli agiografi e dei pressappochisti.
    E’ vero, PPP , come cineasta, era un “dilettante”, non era gran che padrone del mezzo, tecnicamente parlando, e sopperiva ai difetti con una fortissima cultura “figurativa” (Giotto, Masaccio, Pontormo ecc.) e con la forza dei “contenuti”, aspirando a un cinema “figurativo” alla Dreyer, con pochi movimenti di macchina e non sfruttando affatto tutte le possibilità “espressive” del mezzo.
    Sono pienamente d’accordo con te su Accattone (un capolavoro, assieme a La Ricotta, e a buona parte di Mamma Roma, ma soprattutto Che Cosa Sono le Nuvole, Il Mondo visto dalla Luna, La Sequenza del Fiore di Carta).
    Sì, PPP diceva “cazzate”, come no, come tutti. Ma era abbastanza onesto, una volta avutane consapevolezza, riconoscerlo. Non riporto esempi, sennò rischio di farne “un santino”.
    Ma di sicuro non era un reazionario, era un lucido visionario, sempre un po’ avanti rispetto ai tempi ( lo so, suona paradossale; ma è il “passo del gigante”). Allora ti lascio con questa bella poesia (poco conosciuta) di PPP, scritta sul finire degli anni Sessanta, dedicata a Marylin Monroe. Può essere “poeticamente reazionario” uno che, anche qui, anticipando i tempi rispetto alla “rilettura” positiva del mito di MM, scrive queste cose?:

    POESIA PER MARYLIN

    di Pier Paolo Pasolini

    Del mondo antico e del mondo futuro
    era rimasta solo la bellezza, e tu,
    povera sorellina minore,
    quella che corre dietro i fratelli più grandi,
    e ride e piange con loro, per imitarli,
    tu sorellina più piccola,
    quella bellezza l’avevi addosso umilmente,
    e la tua anima di figlia di piccola gente,
    non ha mai saputo di averla,
    perché altrimenti non sarebbe stata bellezza.

    Il mondo te l’ha insegnata,
    cosi la tua bellezza divenne sua.
    Del pauroso mondo antico e del pauroso mondo futuro
    era rimasta sola la bellezza, e tu
    te la sei portata dietro come un sorriso obbediente.
    L’obbedienza richiede troppe lacrime inghiottite,
    il darsi agli altri, troppi allegri sguardi
    che chiedono la loro pietà! Così
    ti sei portata via la tua bellezza.

    Sparì come un pulviscolo d’oro.
    Dello stupido mondo antico
    e del feroce mondo futuro
    era rimasta una bellezza che non si vergognava
    di alludere ai piccoli seni di sorellina,
    al piccolo ventre così facilmente nudo.
    E per questo era bellezza, la stessa
    che hanno le dolci ragazze del tuo mondo…
    le figlie dei commercianti
    vincitrici ai concorsi a Miami o a Londra.

    Sparì come una colombella d’oro.

    Il mondo te l’ha insegnata,
    e cosi la tua bellezza non fu più bellezza.
    Ma tu continuavi a essere bambina,
    sciocca come l’antichità, crudele come il futuro,
    e fra te e la tua bellezza posseduta dal Potere
    si mise tutta la stupidità e la crudeltà del presente.
    La portavi sempre dietro come un sorriso tra le lacrime,
    impudica per passività, indecente per obbedienza.

    Sparì come una bianca colomba d’oro.

    La tua bellezza sopravvissuta dal mondo antico,
    richiesta dal mondo futuro, posseduta
    dal mondo presente, divenne un male mortale.

    Ora i fratelli maggiori, finalmente, si voltano,
    smettono per un momento i loro maledetti giochi,
    escono dalla loro inesorabile distrazione,
    e si chiedono: “E’ possibile che Marilyn,
    la piccola Marilyn, ci abbia indicato la strada?”

    Ora sei tu,
    quella che non conta nulla, poverina, col suo sorriso,
    sei la prima oltre le porte del mondo
    abbandonato al suo destino di morte.

    PS. A proposito di “cifra denotativa dello stile”, a proposito dell’artificio retorico dell ‘ “ossimoro”, nota queste giustapposizioni :

    “del pauroso mondo antico e del pauroso mondo futuro”
    “dello stupido mondo antico e del feroce mondo futuro”
    “sciocca come l’antichità, crudele come il futuro”

    “La tua bellezza sopravvissuta dal mondo antico,
    richiesta dal mondo futuro, posseduta dal mondo presente,
    divenne un male mortale”

    Non mi pare sia un vagheggiare il mondo antico in opposizione alla società dei consumi. E’ piuttosto il contrario, cioè denunciare gli orrori dell’uno e dell’altro. Cioè essere correttamente un intellettuale gramscianamente eretico.

    Con stima

    Salvatore D’Angelo

  52. Massimo il 7 giugno 2010 alle 13:28

    Eppure, non so perché, Pasolini mi ha sempre fatto l’impressione di essere completamente dentro il suo tempo. Progressista e reazionario allo stesso momento. Lo associo sempre ai magnifici cieli degli anni sessanta, alle 850, alle 600, al cinemascope, all’arte “moderna” che il popolino non capiva, ma che in televisione facevano vedere lo stesso.
    Consiglio di vedere l’ultimissima intervista di PPP del 31 ottobre 1975
    per una televisione francese. E’ su youtube.

  53. Larry Massino il 7 giugno 2010 alle 14:10

    Caro Franz Krauspenhaar, quando scrive ” la attendo ” con una mazza da baseball mi inquieta, è come se sapesse chissà come che io stesso, quando necessario e giusto, per il sacro rispetto che porto al diritto di critica, mi reco spontaneamente nelle residenze dai miei sparuti ammiratori – che ho tutti quanti amorevolmente schedati e di alcuni dei quali posseggo finanche le chiavi di casa tanta è la reciproca fiducia che ci lega – per essere di volta in volta deriso, offeso o picchiato, in rari e gravi casi anche le tre cose tutte insieme. Solo che lei non rientra ancora nel novero immaginario dei secondo lei certamente sfortunati miei ammiratori, e non le sarebbe nemmeno facile entrarci, perché come individuo di difetto ulteriore allo squallido ho che sono assai selettivo, sia nelle amicizie che nelle inimicizie (che puzzo glielo avevo riferito?). Detto in altri termini, mi sembra le manchino le necessarie basi critico-interpretative, quelle che non fanno equivocare le ultime battute, parole amare che Wu Ming 1 in lieve difficoltà dialettiche durante una discussioncella ha rivolto a me con l’intento di denigrare il più possibile. Parole invece in nessun modo rivolte a lei, che avevo riportato nell’ultimo intervento, a seguito di un suo vergognoso attacco, solo per far intendere che attaccare la persona, per meglio dire la maschera, invece che le sue idee non corrisponde a quello che comunemente si ritiene un corretto utilizzo del pur ambiguo armamentario della sopravvalutata umana intelligenza. Per me la discussione con lei finisce qui, non prima di averle ricordato che le minacce, in questo paese in cui anche gli squallidi individui possono liberamente scorrazzare per siti letterari e scegliersi ridicoli eteronimi a iosa, sono a tutt’oggi un reato. Le porgo i migliori auguri per il ” prosequio “.

  54. franz krauspenhaar il 8 giugno 2010 alle 07:11

    ma sì, sei un chiacchierone e basta, abbiamo capito…

  55. Larry Massino il 8 giugno 2010 alle 13:30

    ” Abbiamo capito ” starebbe a significare che c’è un comitato addetto alla valutazione della chiaccheritudine dei postattori? Non mi meraviglierebbe. Invece essendo che non c’ho un cazzo da fare nemmeno io me ne sono andato in giro a spiare qualche suo scritto e intervista. Direi che mi piace abbastanza sia come pensa sia come scrive, ma le suggerisco di rianalizzare Pasolini, in particolare quello di Petrolio. Leccare più di così non posso.

  56. franz krauspenhaar il 8 giugno 2010 alle 21:38

    non lecchi che mi dà il voltastomaco.

  57. G. P. il 8 giugno 2010 alle 23:40

    Qui si dice che si può scrivere su Libero e il Giornale, il post appresso invece no: che fare?

  58. […] Fois, Laura Pugno, Biagio Cepollaro, Ginevra Bompiani, Marco Giovenale, Vincenzo Latronico, Franz Krauspenhaar, ecco le risposte di Giorgio […]

  59. […] questionario sulle responsabilità dell’autore, chevvelodicoafare. Il sunto del posizionamento di Franz Krauspenhaar su Nori è: ma sì, ma dai, ma in fondo; per Enrico Palandri: why not?; per Giorgio Vasta: Charlie […]



indiani