Le parole testuali

4 giugno 2010
Pubblicato da

di Antonio Sparzani

Intervista a Luca Camurri, autore di Le parole testuali, Festuca editore, Sesto San Giovanni 2007, € 8.00.

Antonio: caro Luca, ho letto il tuo Le parole testuali e ne ho riportato impressioni diverse, e in vari casi molto buone. Mi piacerebbe, se sei d’accordo, parlarne qui in pubblico per condividere con altri pareri e impressioni. Una delle prime cose che mi ha colpito è la tua capacità di cogliere l’attimo di un cambiamento, di una vertigine, di una comprensione improvvisa; l’eureka di una sensazione, di un sentimento. Cosa puoi dirmi di questo? Quando scrivi, è per l’impulso improvviso di fermare un’emozione o invece una meditata elaborazione?

Luca: nella mia scrittura poetica ‒ con l’eccezione di Il Libro dì Debora, la mia terza opera, che era veramente “monotematica” ‒ non c’è mai una “meditata elaborazione”. La stessa brevità dei testi penso riproduca abbastanza fedelmente l’illuminazione, la scheggia improvvisa, il tuffo a ritroso nel tempo.
In seguito, a distanza di giorni e di mesi, rivedo e modifico spesso i testi; ma lascio di proposito una parola più desueta o magari più “stonata” delle altre, che ai miei occhi è quella che più di altre “fa luce” sulle dinamiche dell’inconscio. Non nego l’importanza del labor limae, ma credo fermamente che i frutti dell’ispirazione vadano preservati, per evitare di ridurre la poesia a una fredda e sterile attività “a tavolino”, basata solo sul raziocinio e sull’esercizio stilistico e formale.

Antonio: mi piace l’idea delle parole “stonate” che ami talvolta trattenere. Aggiungerei che alcune poesie, per quanto rifinite ed eleganti, non “bastano”; o meglio meriterebbero forse uno sviluppo più ampio, sono luoghi e argomenti che sembrano chiedere altro, di più; penso a Kerstin (p. 37):

Kerstin

Sul mio sentiero
non risuona
la musica dei tuoi bianchi battiti

l’ha sentita la frontiera
degli spazi sconfinati

o anche (p. 67)

Nadežda,
speranza
di fuochi e di betulle,
procedi in percorsi
che erigono forza,
abbracci tenaci,
e il corso del pianto.

È così? Mi piace il tuo uso di colori e suoni, cui viene affidata anche l’architettura degli spazi; la percezione del luogo, sempre in soggettiva, con allargamenti improvvisi; lo spazio che viene esplorato attraverso la parola, come in una personale silloge di canti di via.
Vai spesso in giro a piedi? Guardi senza vedere, o di colpo noti ogni dettaglio?

Luca: Guardo, vedo, osservo, memorizzo, e in seguito “fisso su carta”.
Per esempio, mi piace molto osservare i turisti, stando seduto sul sagrato di una chiesa, in una piazza storica, o notare in un parco cittadino le schermaglie dialettiche degli impiegati durante la pausa pranzo, e rilevare gesti e parole dei clienti e dei dipendenti di un centro commerciale.
Parlavo prima della brevità dei miei testi: raramente vogliono “dichiarare” qualcosa o esaurire un argomento; più spesso accennano, alludono a un evento precedente o successivo.
Probabilmente la sinteticità è la vera e propria cifra stilistica della mia scrittura: infatti, oltre che nella poesia, l’ho sperimentata pure nella mia produzione aforistica ‒ nel volume autoprodotto Yogurt e Limone ‒ e anche nel brevissimo racconto Infradito stampato in diciotto stupendi esemplari da Gattili di Cologno Monzese.

Antonio: sì, adesso capisco di più dei tuoi rapidi scorci, una pennellata e via. Ma parliamo di quello che chiamerei un leggero bizantinismo presente in qualcuno dei tuoi testi, ad esempio:

Risplende nella sala
infusa nell’ambra
dell’estate tramandata
il gioiello che ti porta
nell’incedere dei doni.

e un paio di altre, con ori e pietre preziose: ancora fugaci osservazioni o addirittura attimi di pura sognante fantasia, o veli che nascondono, e forse limitano, la visione di quello che in realtà si muove nel tuo sottosuolo?

Luca: Non parlerei di sottosuolo, perché questo termine mi fa pensare alla narrativa di Dostoevskij, che, sebbene sia uno dei miei autori preferiti, è lontanissimo dalla mia produzione poetica, quantomeno da quella di Le parole testuali.
In effetti, ricorrono con frequenza le pietre e le gemme nei miei versi: innanzitutto perché ritengo che esse evochino meglio di qualunque altra cosa ciò che è raro, prezioso (non in senso economico, naturalmente!), ambito, desiderato…
Poi, tra le loro caratteristiche c’è anche il fatto di richiamare alla mente un colore ben definito, che le differenzia una dall’altra; non da ultimo, sono contraddistinte da una luce, e questo mi consente di introdurre nella scrittura tutto un universo di immagini e di simboli.
Quindi, decisamente nessuna intenzione da parte mia di nascondere, o di limitare la visione; al contrario, un vivo proposito di mostrare, di svelare, di mettere in luce.

Antonio: e, in effetti, spesso metti in luce assai bene, per i miei gusti; cito ancora questa (dalla sezione “Daniela”):

Daniela,
stagione nell’anima,
verbo all’infinito,
arrivi dove posso
sfiorare la corrente
dell’acqua del discorso …

e questa (dalla sezione “Giorgia”):

Faccio i conti
con l’acqua trasparente
dei tuoi anni,
che intreccio tra le dita
e spando sulle palme.

Ad ogni rilettura questo volumetto offre nuove sorprese, almeno a me, che leggo lentamente, ma saltando magari qua e là, senza voler capire tutto subito. L’ho trovato un buon compagno di viaggio.

Tag: , , ,

4 Responses to Le parole testuali

  1. GiULiO il 4 giugno 2010 alle 11:47

    Brovo Luca e viva la poesia!

    Peccato non abbia mercato la parola poetica.
    Forse c’è ne è troppa, al punto che i lettori (sempre meno) sono saturi,
    forse l’immagine prevale ormai sulla musica delle parole…

    In ogni caso ogni occasione per parlare di questa arte, tanto antica e trascurata nell’oggi, sono sempre da accogliere con favore.

    Viva la ricerca del verso e del suo suono, viva l’amore per la parola e l’autentica espressione dell’Uomo!

  2. GiULiO il 4 giugno 2010 alle 11:48

    Bravo Luca e viva la poesia!

    Peccato non abbia mercato la parola poetica.
    Forse c’è ne è troppa, al punto che i lettori (sempre meno) sono saturi,
    forse l’immagine prevale ormai sulla musica delle parole…

    In ogni caso ogni occasione per parlare di questa arte, tanto antica e trascurata nell’oggi, sono sempre da accogliere con favore.

    Viva la ricerca del verso e del suo suono, viva l’amore per la parola e l’autentica espressione dell’Uomo!

  3. itala il 4 giugno 2010 alle 20:20

    Ciao Luca, hai disertato l’appuntamento con Molly Bloom, peccato.
    Ho letto con grande interesse l’intervista rilasciata ad antonio sparziani, un modo efficace per esplorare il tuo mondo, meglio la tua poetica. Mi è venuta voglia di riprendere la lettura de “Le parole testuale” che tu gentilmente mi hai regalato tempo fa.
    Un caro saluto, Itala

  4. alessandra paganardi il 5 giugno 2010 alle 08:44

    Da tempo conosco la brevitas dei versi di Luca Camurri: l’ho sempre apprezzata, particolarmente nella produzione aforistica – che sa essere disincantata, caustica, a volte quasi ai limiti dell’urticante.Forse proprio per questo carattere secco, persino troppo sintetico per diventare apertamente polemico, mi era sfuggita la preziosità di certo bizantinismo, che ora invece colgo in pieno. In effetti siamo in un immaginario carissimo all’autore, quello della luce e del “mettere in luce” (per citare le sue stesse parole), illuminando particolari prima ignorati o giudicati secondari; minimi dettagli di visione. E’ una poesia lucida in tutti i sensi, anche in quello della detersione formale; complicata da una rarefazione simbolica che caso può generare come rischio, a volte, quello di una moltiplicazione di metafore e analogie un po’ troppo cerebrali.Anche qui,tuttavia, la brevitas sovviene a mitigare il rischio e a offrire come costante orizzonte, come obiettivo di fondo la chiarezza. Molto positivo in questa ricerca, infine, è il contemperamento di elaborazione formale, che in poesia è sempre fondamentale, e scavo nel profondo – che non viene mai meno neppure nella fase “costruttiva”. E’ come se l’autore intrattenesse un dialogo mai interrotto con se stesso ma scegliesse, da poeta e da regista, quando e come riprenderne e “cucinarne” le battute fondamentali.



indiani