La responsabilità dell’autore: Enrico Palandri

5 giugno 2010
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[Dopo gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo Erri De Luca, Luigi Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti, Dario Voltolini, Tommaso Pincio, Alberto Abruzzese, Nicola Lagioia, Christian Raimo, Gianni Celati, Marcello Fois, Laura Pugno, Biagio Cepollaro, Ginevra Bompiani, Marco Giovenale, Vincenzo Latronico, Franz Krauspenhaar, ecco le risposte di Enrico Palandri.]

Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?

No, affatto. Canetti diceva che l’idea che la letteratura sia alla fine è meschina. Anche negli anni in cui non leggiamo libri che ci paiono significativi la letteratura è viva, magari i libri vengono scritti e non pubblicati, o pubblicati da editori difficili da reperire in libreria, o magari da grandi editori ma i nostri pregiudizi ci rendono difficile la lettura. Dire che la letteratura sia morta è come dire che è finita la civiltà. Se poi parliamo del romanzo trovo sempre con sorpresa un libro in cui questo genere straordinariamente vitale si è ridefinito. La poesia mi sembra ancora più profondamente duratura. Chi è che riesce a mettersi su un podio tale da poter dire signori e signore, dopo tremila anni di letteratura occidentale è accaduto che proprio in Italia, nel 2010, il genere è morto! Francamente credo ci vorrebbe un po’ più di sobrietà quando si danno giudizi di questo genere. Del resto sono sentenze che sono sempre stati parte della scena letteraria, facendo appunto la figura descritta da Canetti.

Ti sembra che la tendenza verso un’industrializzazione crescente dell’editoria freni in qualche modo l’apparizione di opere di qualità?

No, ogni epoca ha i suoi modi. La figura dell’impresario d’opera o del produttore cinematografico non sono migliori, ma fanno i film, hanno fatto le opere, spesso segnandone alcuni limiti. Io in realtà non ho simpatia per la polemica anti industria della cultura, non so cosa gli si preferirebbe. L’associazione degli scrittori di tipo sovietico? O i circoli rinascimentali protetti dal principe? Oppure Mecenate?

Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?

Le leggo poco e quando le leggo è perché mi interessano.

Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?

Non ne ho idea. Rispetto a quando ho pubblicato Boccalone mi pare ci siano molti più giovani autori. Il lungo percorso che si deve sostenere, se si vive a lungo, tra successi e insuccessi, lusinghe del mercato e della poesia pura, è a sua volta un romanzo.

Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?

Non lo so. Io amo per leggere e scrivere la pagina e la penna, ma uso il computer. Non credo che leggerei un romanzo su kindle, ma ho spesso ritrovato una poesia che cercavo sul web.

Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme?

Credo si potrebbe fare di più per promuovere la lettura ad alta voce, l’incontro e in qualche caso anche la scrittura. Se invece di tanti premi ci fosse un investimento organizzato, un circuito di letture da fare in giro per l’Italia, forse il mondo dei libri e delle lettere apparirebbe meno distante.

Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo …), che ha una risonanza sempre maggiore all’estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?

Peso no, certo, non lo hanno mai avuto. Solo le mosche cocchiere immaginano che il potere debba chiedere la loro opinione. Non mi pare ci siano però evidenti casi di censura.

Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?

Gli scrittori sono sempre esposti e se lusingano i potenti, come scrive Leopardi nello Zibaldone, non fanno che alienarsi la misericordia dei posteri. E il futuro è sempre il destino della scrittura.  Non credo però che gli scrittori abbiano un ruolo particolare. Sono cittadini e come tali devono esprimersi, ma sono molto contrario al fatto che si considerino depositari di un sapere diverso, separato, che si prendano a tal punto sul serio da immaginare che il potere li ascolti. Detto questo, se hanno qualcosa di utile e intelligente da dire inventano sempre qualche cosa che parla del potere in modo graffiante. Purtroppo credo che in Italia si sia prodotto l’effetto opposto. Ci siamo talmente abituati a satira, invettiva, denuncia e via dicendo, che gli intellettuali a volte vivono in un isolamento culturale spaventoso dal paese reale, profondo, in cui la storia si è addensata e dove si costruiscono davvero le storie, dove prendono la curvatura che gli è necessaria. Solo con buone radici si diventa alberi alti. Se invece prendono i risultati delle elezioni come il piano in cui si giocano tutte le battaglie e non sono capaci di interloquire davvero con quanto accade. Sono solo indignati. Del resto neanche io saprei come uscirne. Credo non sia utile che ripeta cosa penso di Berlusconi, l’ho già detto e scritto in tante salse, non penso nulla di diverso da quello che scrivono e pensano tanti.

Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?

Ovviamente c’è sempre stata questa separazione e dove non c’è ci si impelaga nella propaganda. L’unico tentativo di far funzionare un sistema politico affidandolo a filosofi, quello di Dione, è finito male, come racconta nella settima lettera Platone. Poi ci sono filosofi che fanno politica, come Cacciari, a volte bene.

Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali «Libero» e «il Giornale», caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell’informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe…), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?

Non credo si debba fare una regola, bisogna sapere di chi si parla e può farlo per tante ragioni. Per denaro,e chi ha conosciuto la povertà dovrebbe aver rispetto di come altri si guadagnano da vivere (meglio un figlio di papà che scrive quel che vuole lui dove gli pare o un poveretto che cerca di cavarsela in redazioni ostili?). O magari può essere convinto sia più utile non predicare ai convertiti. Io ho la fortuna di collaborare da un po’ di anni con un giornale come l’Unità che mi piace, ma ho scritto per tanti giornali diversi per tanti anni. La lettera del direttore con cui ho preso la tessera di pubblicista me l’ha scritta Feltri, lontanissimo dalle mie posizioni politiche, quando dirigeva L’indipendente. Come ho detto mi sento lontanissimo da quello che scrive, ma credo sia un giornalista molto competente, con la reputazione di resuscitare testate moribonde, e nonostante quello che tutti gli attribuiscono perché scrive sul giornale della famiglia Berlusconi, non mi sorprenderei affatto se facesse un dietro front alla Montanelli. Anche a destra ci sono e ci sono sempre state persone indipendenti. Nel giornalismo inglese, che credo sia un suo modello, ci sono importanti giornali come lo Spectator o il Times, per non andare lontano, che hanno manifestato dissenso a destra.  Il giornale lo ha fondato Montanelli sui cui negli anni ’70 si rovesciavano le invettive della sinistra rivoluzionaria in cui sono cresciuto, e almeno questo errore mi piacerebbe non ripeterlo.

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5 Responses to La responsabilità dell’autore: Enrico Palandri

  1. Paolo Petrone il 5 giugno 2010 alle 23:54

    L’intervento più lucido fino a questo punto, specialmente per quanto riguarda la nozione di letteratura civile. Non la letteratura deve essere civile, bensì gli individui. E si è civili col raziocinio più che con l’immaginazione poetica, come ci insegna Sciascia, che era prima di tutto critico sociale, e che aveva una concezione autenticamente illuministica dell’agire pubblico.
    Invece la moda della “letteratura etica” non produce che sociologismi d’accatto e descrizioni farlocche di ipotetiche “mutazioni antropologiche” (la storia, quella vera, è molto più complicata di quanto i romanzi di Genna, Lagioia, Desiati o Sorrentino non vogliano far sembrare); rievocazioni segaiole che si travestono da saggio di antropologia e che provano a cavalcare le mode editoriali.
    Piantatela di fare i saviani in trentaduesimo, scrittori! Che tanto Santoro non vi invita e la camorra non vi minaccia. Abbasso il new Italian Realism, e ognuno scriva di quel che cavolo gli pare: di rapimenti alieni, di pasticcieri trotzkisti, di cow boy epilettici, di di gladiatori dadaisti. Recuperate energia fantastica, scrittori! Svegliatevi dall’incubo della realtà!

  2. harzie il 6 giugno 2010 alle 09:01

    Sottoscrivo con sollievo Petrone a partire dalla seconda frase del suo commento, esclusa la frase nel terzo paragrafo «Che tanto Santoro non vi invita e la camorra non vi minaccia».

  3. orsola puecher il 6 giugno 2010 alle 10:04

    sottoscrivo con sottoscritto sollievo @harzie per quel che sottoscrive di Petrone

    ,\\’

  4. dave il 9 giugno 2010 alle 13:39

    Molto vero. Fin qui sembra l’intervento più lucido, più sensato, più vicino a una realtà non “virata” ideologicamente, ma ricca – appunto – di sfumature.
    Lo dimostra proprio il finale su Feltri. Sarà perché sta a Londra, Palandri, ma mi pare che veda meglio l’aridità e la pochezza di certe dinamiche culturali.

  5. […] Il sunto del posizionamento di Franz Krauspenhaar su Nori è: ma sì, ma dai, ma in fondo; per Enrico Palandri: why not?; per Giorgio Vasta: Charlie Brown fa bene a provare a calciare la palla che Lucy poi gli […]



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