UN VESCOVO IN TURCHIA

6 giugno 2010
Pubblicato da

di Franco Buffoni

Giovedì della scorsa settimana, Murat Altun ha attraversato con l’automobile del vescovo il viale tappezzato di bandiere rosse con la falce e la stella a cinque punte e poi ha raggiunto monsignor Padovese al numero 17 di Sultankoy site: una villetta bianca avvolta nella vite e affacciata sul mare dove il vescovo si ritirava a godersi la propria privacy. Un angolo incantevole distante solo venti minuti dalla frenetica vita cittadina, fitta di appuntamenti pastorali, di incontri interreligiosi, di contatti col Vaticano.
«Li ho visti insieme per tre anni, erano come padre e figlio. Murat preparava il caffè turco e lo bevevano dopo aver fatto una nuotata insieme», borbotta incredulo il vicino Mehmet Kolksal, piantando fiori rosa nel suo giardino.
Mi sento intitolato a parlare (nell’agghiacciante silenzio calato sull’episodio da parte dei media italiani) perché l’anno scorso ho pubblicato ZAMEL, un romanzo che racconta proprio questa storia. Da tre anni il ventiseienne Murat frequentava il vescovo e da due era stato assunto in pianta stabile come autista stipendiato da monsignore (con famiglia consenziente, anzi entusiasta dell’entrata certa, della “grande fortuna”). Da qualche mese – si dice – Murat soffriva di crisi depressive.
State tranquilli, burocrati vaticani (che riuscite a realizzare la più alta concentrazione al mondo di collegamenti ai siti porno gay): non si tratta di “cristianofobia”. Capisco bene perché lo dite, ma – con i paesi mediterranei – sbagliate proprio bersaglio. Il mondo delle famiglie, delle persone, è molto più avanti rispetto agli odi religiosi: ha solo bisogno di essere lasciato in pace dalle lingue e dalle interferenze culturali (gli esperti le definiscono “culture-clash”).
A Murat, ciò che ha fatto male, è stata quella parola estranea e straniera: coppia gay. Estranea alla sua cultura (che gli permette da secoli, da millenni, di “scopare” anche i maschi traendone godimento e – se possibile – vantaggi). Murat è entrato in crisi di identità perché monsignore voleva fare troppo sul serio. Ma non a letto, figurarsi! Il letto era andato benissimo fin dalla prima volta, e continuava ad andare bene. Era nell’intimità, nei termini, nel lessico di coppia… che monsignore eccedeva. Monsignore aveva finalmente trovato ciò che bramava fin dai tempi del seminario; monsignore aveva il fidanzato fisso: qualcuno che gli voleva davvero anche bene. Si è sbagliato, ovviamente. Col denaro e il posto di lavoro si possono comprare un corpo e dei servigi, ma non l’anima, la cultura di una persona. Sono state le carezze e le moine dopo, è stato il lessico da “fidanzato” a uccidere monsignore.

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11 Responses to UN VESCOVO IN TURCHIA

  1. Sascha il 6 giugno 2010 alle 21:39

    Sono leggermente basito…

  2. G. P. il 6 giugno 2010 alle 21:46

    non mi sento molto bene

  3. Made in Caina il 7 giugno 2010 alle 11:02

    State tranquilli, burocrati vaticani (che riuscite a realizzare la più alta concentrazione al mondo di collegamenti ai siti porno gay :-))

  4. Salvatore D'Angelo il 7 giugno 2010 alle 13:56

    ciò che è “ordinariamente straordinario” è l’assoluta sordina – messa o fatta mettere?- ai media…come i braghettoni di Giulio II al giudizio univerale di Michelangelo.
    A proposito, @franco buffoni, ti segnalo un interessantissimo film di Richard Brooks del 1977 : In cerca di Mr Goodbar, con Diane Keaton e un allora semisconosciuto Tom Berenguer. A proposito di ciò che scrivi ( e che condivido) temi molto vicini a ZAMEL, solo che nel film di Brooks la vittima è una donna. Cambia poco, comunque, i meccanismi psicologici sono esattamente identici.

  5. francesco pecoraro il 7 giugno 2010 alle 15:41

    “Mi sento intitolato a parlare (…) perché l’anno scorso ho pubblicato ZAMEL, un romanzo che racconta proprio questa storia”.
    a parte l’abitudine inveterata all’autocitazione di Buffoni, andrebbe quanto meno prodotto qualche elemento in più per affermare con certezza che trattasi di omicidio passionale.
    anch’io ci ho subito pensato, ma non posso in nessun modo dirmene certo, nemmeno se avessi scritto un libro come ZAMEL.
    sono curioso di vedere se questo commento apparirà in calce al post.

  6. franco buffoni il 7 giugno 2010 alle 16:03

    Grazie a Salvatore: andrò a vedermi senz’altro il film.
    A Francesco: e perché non dovrebbe apparire il tuo commento? Solo gli insulti gratuiti vengono espunti. Tu mi critichi e va benissimo. Domanda: come fai a non citarti quando nel 2009 pubblichi un libro che racconta una storia e nel 2010 questa si trasforma purtroppo in realtà?

  7. Asia il 7 giugno 2010 alle 21:15

    Vorrei chiedere all’Autore, le motivazioni del gesto come si conciliano con il rituale seguito nell’omicidio? Mi riferisco a quanto riportato dal corriere

    http://www.corriere.it/esteri/10_giugno_07/padovese-omicidio-rituale_a13866cc-723b-11df-9357-00144f02aabe.shtml

  8. Asia il 7 giugno 2010 alle 21:34

    Una piccola aggiunta che non riguarda il post ma un commento. Per amore dei fatti storici (e della figura di Giulio II) i braghettoni citati nel commento di Salvatore D’Angelo vennero messi ben dopo la morte del pontefice, si trattò infatti di un provvedimento scaturito a seguito del Concilio di Trento, Giulio II era morto da più di 50 anni.

  9. franco buffoni il 7 giugno 2010 alle 22:50

    Ringrazio Asia per i suoi innterventi. Il taglio della gola è piuttosto frequente nei casi di omocidio. Mi scuso se di nuovo devo citare il mio romanzo ZAMEL. Ma è lì che nelle prime 30 pagine parlo di omocidi. In ZAMEL l’assassino (il 22enne tunisino Nabil) usa un frammento della porta a vetri del bagno che aveva appena sfasciato: il risultato sul corpo della vittima (il cinquantenne romano Aldo, da parecchi mesi suo amante) è il medesimo.
    Esistono vari livelli di premeditazione. Solitamente odio e astio nel soggetto giovane “montano” in pari misura allo sviluppo di una affettività sempre più prodonda da parte del soggetto anziano. Quanto al grido rituale, non necessariamente prova che il giovane Murat appartenesse realmente a una falange estremista. La sottocultura produce echi nel sottoproletariato incolto (vedi le varie funzioni nazi con croci celtiche e altre amenità nei sempre pià frequenti attacchi contro omosessuali a Roma).

  10. Salvatore D'Angelo il 8 giugno 2010 alle 01:01

    @asia
    Ti ringrazio per la puntualizzazione a proposito dei braghettoni, e mi scuso per l’inesattezza di aver attribuito a Giulio II ciò che è venuto dopo il Concilio di Trento. La labilità avanza inesorabile nella mia memoria storica….

  11. asia il 8 giugno 2010 alle 09:19

    Ringrazio Franco per la precisazione. Salvatore capisco perfettamente, io passo metà giornata a tentare di recuperare le cose che un tempo citavo facilmente come il mio indirizzo! Grazie.



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