Che l’amore non esiste

7 giugno 2010
Pubblicato da

di Andrea Inglese

L’amore non esiste (per questo me ne occupo)

L’amore non c’entra niente. Con la vita ordinaria, con la vita giornaliera, l’amore c’entra pochissimo. In primo luogo per il fatto che l’amore non esiste, e nel caso esistesse, l’amore sarebbe una finzione, ovvero avrebbe scarsissima realtà, per cui non entrerebbe nelle vite, se non in forma irrilevante, con lo stesso peso dell’ombra gettata da un corpo sul muro.

Che l’amore esista poco, che venga male interpretato, malinteso, che sia qualcosa di inutile, un’invenzione senza scopo, che rimanga comunque a margine, buono per le immagini in movimento, che l’amore manchi, sia evocato in quanto pezzo mancante, grossa assenza, buco, lo si capisce bene a Parigi, la cui psicogeografia manca completamente di una plausibile insularità dell’amore, di una zona franca, di una coppia di passanti, in cui possa essere situato, e poi descritto un fenomeno dell’amore, un suo pezzo, una fase.

L’amore non interviene quasi mai nelle nostre vite, non sappiamo neppure come potrebbe intervenire, non sappiamo assolutamente cos’è, e siamo quasi sicuri che non sia niente, se poi venisse verso di noi, prendendoci a bersaglio, se penetrasse nel sangue o nei pensieri, sarebbe come un placebo, una sostanza insapore e incolore, e al massimo produrrebbe una breve suggestione, come chi volesse girare  su se stesso a gran velocità.

Nella vita delle persone l’amore ormai ha pochissimo peso. (Naturalmente non ne hai mai avuto uno maggiore: ma per comodità non lo si dice, si alimenta l’idea di novità, di una crisi epocale.) Nessuno è disposto veramente a dare credito a questa storia dell’amore. L’amore è un sentimento? L’amore è un’esperienza? L’amore è un fenomeno psicologico? Nessuno è interessato a dargli spazio e spessore. Lo si usa solo nella fabbricazione d’immagini sonore o di libri che raccontano di persone mai esistite. Lo usano preti a corto di argomenti terrificanti, non potendo più spaventare i credenti.

L’amore era quello che tutti tentavano di fare, di fare non completamente, anche non sapendo bene come, ma convinti, convinti che oltre i soldi, che servono a tutto, c’era da fare l’amore, non solo fisicamente, ma come grande irretimento, per controbilanciare il peso dei soldi, i soldi che servono a tutto, con l’amore, che da ogni parte cattura, lega, ostacola movimenti, solleva dilemmi, disorienta, e per nessuna chiara finalità, se non lo stordimento e non di rado nausea, era questo, poter avere dentro al mondo anche questo banco mobile di sabbia, d’aria, questo squilibrio inservibile, oltre che il denaro nelle tasche, il denaro sicuro, un’altra cosa, per niente, per incanalare il fiume immane delle perdite.

Non è possibile che tutto sia così semplice. Ce lo hanno insegnato fin da bambini: la terra gira, il sole sta fermo, anzi gira pure lui, e tutto quanto il resto gira, ovunque, e senza sensi unici, come per un moto di diserzione diffuso, o per dirottamenti coatti, esoterici, che prendono un punto qualsiasi, per lanciarlo in tutt’altra regione, in tutt’altro clima, disperando ognuno, e ogni punto di ognuno o di qualcosa, di trovare quella pace di cui cristo signore e vari uomini allucinati parlano spesso e praticano di rado. Nulla è meno semplice della semplicità. Anzi: di questo passo si va di trabocchetto in trabocchetto. C’è la complicazione che dà subito dolore: quando si entra in una stanza e – pur sapendo chi vi è presente – non sarà mai chiaro chi per primo o per ultimo prenderà la parola. O chi troverà i soldi di cui l’umanità ha bisogno tra duemila anni. O chi saprà nuotare, dopo l’ennesimo scioglimento dei poli. O chi acquisterà la merce con un unico gesto preciso, senza alcun tremore. In ogni stanza in cui si entra, tra gente apparentemente tranquilla o indaffarata, si addensano domande incontrollabili, taglienti, che lasciano sapore di metallo in bocca. L’uscita non avviene mai in modo indolore, alzarsi è rischioso, stando fermi le cose ci cadono addosso. C’è chi conserva rancori, sempre. Eppure, proprio quando tutti sono al culmine delle difficoltà, che da piccole e lontane si coalizzano nella vicinanza, proprio allora qualcuno se lo ricorda: stare dentro l’amore significa stare nella semplicità di una chiamata telefonica, di una stretta al braccio, di un vestito di cui si scruta la cerniera a lampo e la si apre: l’amore è la grande e ultima semplificazione, l’abbaglio prima di un caos perfettamente insostenibile.

Dunque l’amore era così facile? Bastava il nome proprio, la formulazione del nome proprio, la ripetizione di quel nome, magari in forma allusiva, o muta, quasi un cenno della mente, un semplice dito puntato verso di lei o lui, laggiù, e la sua immagine, il suo volto, ma neppure del tutto disegnato, la sagoma, l’ombra? Bastava un nodo formato dal suo volto con la didascalia del nome proprio, questo stemma invisibile, eppure potentissimo, evidente come una pianta sotto le dita con il suo fusto, le foglie, gli odori? Era questa semplice cosa che occupava tutto il tempo e lo spazio, questo campo vastissimo ma di valore minimo, quasi zero, invisibile, incolore, eppure teso a sostenere ogni gesto e pensiero, come uno straordinario anfiteatro, con cornice e scorrimento di sipari? Era questa maestosità dell’incedere, nel traffico, sull’asfalto bagnato, con le sciabolate incerte dei fari, l’addensarsi degli ombrelli di fronte a un portone, una specie di poltiglia di foglie sotto la suola? Era questa spinta avvolgente, onda costante ed energica, una forma di realtà? Era questo delirio a buon mercato, facile, evidente, inesauribile, una cosa di cui rendere conto, un evento da socializzare, una modalità plausibile dei viventi, quando tutto il resto, il grande e magnifico resto, la galleria della merce, per più piani e snodi, e precipizi, e salite meccaniche, è una straordinaria e sofisticata trappola, in cui morire per distrazione, nello splendore delle superfici e delle musiche di accompagnamento?

Ci sono gravissimi problemi, grandi problemi, appena fuori dalla porta, appena spento lo schermo. C’è chi vuol dar fuoco agli altri. C’è tutto il problema della cattiveria sottile, e di quella monumentale. E tu comunque ti senti malato, ti senti debole. Tu non riesci a pensare al grosso problema, a cui va aggiungersi quello della crisi finanziaria mondiale. E alle gravi carenze democratiche del tuo paese. Ti senti piuttosto ombra, un’ombra così poco addestrata, che pur avendo solo cenni di braccia e mani, come un attore poco pagato non sai dove piazzarle, e le lasci ballonzolare sui fianchi, semisgonfie. Perché guardi le sue foto, sperando che il loro effetto cominci ad affievolire, a smorzarsi: e invece la ami, la ami più di quanto lei ti ami – non è dimostrabile questo, non è importante questo, tanto la perderai lo stesso, tanto perderai tutto, anzi scoprirai che non era per nulla importante, che sembrava forte ma non lo era, che erano fenomeni di triangolazione, di rimbalzo, di flessione, d’interferenza. Ma oggi tu sei indebolito, tradito, da questo tuo amore, che è troppo, sproporzionato, e tu comunque non ne sei all’altezza, non farai nulla di strano, nessun gesto eclatante. Il troppo amore che hai, che credi di avere, più di quanto lei ne abbia, o creda di averne, tutto questo amore non ti ingigantisce: soltanto ti svilisce, ti estenua, ti spegne.

Non sapevi neppure, per altro, che esistesse ancora, o che giungesse a te, dal pozzo della sua cupa irrilevanza, questa inanità mai estinta dell’amore, e ti cingesse a una persona viva, e al suo corredo d’immagini, in modo da lanciarti, simultaneamente, dietro alla preda e alle sue ombre, verso il corpo, e a capofitto nel mantra del nome proprio, con la bocca spalancata tra le sue gambe, e la mente calamitata dagli echi, dai miraggi di lonze e murene, dalle movimentate piogge mescaliniche, nel risucchio massacrante del nulla.

La bellezza di Hélène (è quanto mi tiene occupato, dentro il nulla)

I contatti attraverso Skype non hanno attenuato la bellezza di Hélène. Mentre parliamo, a sua insaputa, fotografo Hélène. Grazie ad un’opzione del programma Skype, l’immagine in movimento di Hélène io la posso fissare in un fotogramma. Ogni giorno la fotografo più volte, proprio mentre parliamo, senza dirle ovviamente nulla, e così ho le foto di Hélène ogni giorno, le foto del suo volto ogni nuovo giorno, avrò quindi almeno 31 foto di Hélène nel mese di ottobre, ma io faccio più foto durante ogni connessione – una connessione in media può durare tra i venti minuti e l’ora –, io scatto molte foto, che raccolgo in un’apposita cartella, la cartella che contiene la bellezza di Hélène, in questa serie di foto Hélène è più bella che mai, e la luce di Parigi, quando è ancora giorno, le piove addosso in maniere sempre diverse, oppure c’è la luce elettrica, che è ancora più suggestiva, in quanto proviene da una lampada in carta di riso, e taglia sempre il volto in due, una parte in luce e l’altra in ombra, la carne delle braccia di Hélène, nelle foto che raccolgo nell’apposita cartella, quella carne mi fa star male, è troppo bella, è una bellezza che opera direttamente sul mio sistema nervoso, anche per questo, da quando guardo Hélène attraverso lo schermo di Skype, non posso più permettermi di ascoltare John Coltrane, e neppure proseguire la mia esplorazione dei quartetti d’archi, sopratutto nel Novecento, ma nemmeno posso andare più a teatro, vedere altre braccia, che non siano quelle di Hélène, mi sembra uno stupido sforzo, una spesa di energia inutile, mentre io ho le mie fotografie, che guardo a lungo, anche quelle dove Hélène mostra i seni, o le mutandine che indossa, ma io non posso masturbarmi davanti alla bellezza, essa colpisce i centri nervosi, annienta l’erezione, disinnesca la perversione retinica, in qualche modo blocca anche la possibilità che io me ne vada in giro per la città, rende irrilevante la mia parentesi di vita tra un’apparizione Skype e la successiva, perché la bellezza è tutta ben concentrata nelle labbra di Hélène, che a volte sono evidenziate da un rossetto, e poi Hélène un paio di volte è comparsa con una parrucca nera, e questo la rendeva di una bellezza ancora diversa, a cui ero pochissimo preparato, se verrà la guerra io non sarò utile per fermarla, se faremo la guerra, io non potrò pensarci a lungo, a come sparare o difendermi, e neppure saprò scappare al momento opportuno, non farò un buon soldato né un buon disertore, io ho la bellezza di Hélène che mi occupa, e cerco di renderla più ordinaria, anche perché molte donne sono belle, magari sul tram numero 14 a Milano, in queste donne vicine, che io posso vedere spesso, c’è della bellezza, ma quella di Hélène è più pericolosa, almeno per me, io sento che agisce meglio, con più decisione, non posso mettermi a leggere i romanzieri degli Stati Uniti, davvero non posso, per via della cartella apposita, quella con le foto di Hèlène, dove compare ridendo, o seria, o assorta, o triste, dove si toglie il maglione, dove mi manda baci agitando le mani, dove porta la gonna rossa, dove ha il culo tutto stretto nei jeans, dove è nuda sotto il piumone, dove mi guarda pensando ad altro.

Hélène è la donna più bella del mondo, lo dico con tutta calma e cordialità, non pretendo di convincere nessuno, non uso un tono intimidatorio, molte donne sono probabilmente molto belle, ma esse non entrano nel mio campo visivo per un tempo sufficientemente lungo a convincermi che lo sono più di Hélène, queste donne saranno anche belle e anche tante, ma sono troppo poco organizzate per convincermi che Hélène sia meno bella di loro, per ora ho questo schiacciante fatto percettivo da affrontare, Hélène ha una bellezza forse patologica, so bene che ci sono cose più importanti di cui parlare, cose più evidenti, come gli scoppi improvvisi di aggressività collettiva, per cui un dato paese entra in guerra con un altro, non c’è tanto tempo da perdere, anche perché più si fanno veloci certe operazioni più soldi entrano, più si rallentano quelle operazioni più soldi si perdono, ma Hélène è più bella di quanto io supponessi, di quanto io sia capace di sopportare, questo crea a me un grosso problema, pensando che se tutti gli altri uomini si mettono d’accordo su questo fatto, sulla bellezza mondiale di Hélène, ne potrebbe scaturire una guerra di tutti contro tutti, una corsa a chi conquista Hélène, perché la bellezza che io stesso con difficoltà controllo, moderandone l’irradiazione dentro di me, può trascinare a propositi ciechi e violenti psicologie maschili più deboli della mia, dico maschili ma questa faccenda può coinvolgere anche parecchie donne, nessuno è escluso in questo gioco al massacro scatenato dall’eccessiva bellezza fisica di Hélène, anche se è riduttivo dire fisica, come se la parlata di Hélène, e la scelta delle parole che usa non acuisse quella bellezza data dal suo corpo anche in una situazione puramente inerte, di corpo morto, abbandonato in un angolo, in un qualche luogo.

La bellezza di Hélène mi preoccupa, anche perché non sono in grado di parlarne, non posso parlarne con nessuno, l’ottusità della gente è esasperante, nessuno ha veramente l’urgenza di sentirmi parlare della bellezza di Hélène, tutti si fingono cordiali, cortesi, almeno umani, tutti simulano un atteggiamento di media umanità, ma a nessuno interessa che io dica loro che fanno l’amore con delle vecchie ciabatte, con delle zavorre di donne, con dei piumini disastrati, che emettono gemiti fasulli come i delfini di gomma che si regalano ai bimbi – delfini o giraffe, con la valvola a fischietto sul dorso. Nessuno vuole sentirsi dire che Hélène, quando avanza oscillando sui tacchi come un’antica e solenne regina, portandosi al braccio un borsa a forma di cane, la collana di perline blu al collo, proprio lei, a causa della montuosità dei suoi glutei, che sono lampi di bellezza disumani, causerà una guerra, una guerra generalizzata, in cui la società del capitale finanziario troverà la sua definitiva purificazione con carestie, sangue, epidemie.

(Da Materiali per un libro su Parigi, apparso su “Atti impuri”)

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38 Responses to Che l’amore non esiste

  1. véronique vergé il 7 giugno 2010 alle 10:33

    Insolarità dell’amore, senza sole l’amore, l’isola circonscritta a Parigi, le foto e la bellezza di Hélène che non fa mentire la mitologia. Hélène nello sguardo insulare di Andrea Inglese, l’esilio è insolare, amra in altra lingua donna di paese straniero, l’amore è straniero.

    Magnifico Andrea l’ode à l’amour d’Hélène.

    L’amore è isola, centro solare , lingua, geografia nuova. Per me l’amore è italiano, isola ebano, le foto dentro, unione di due lingue, lingua caballo dell’amore, città dei mari. Non ho la sua foto, ma la sua bellezza all’esempio di Hélène mi fa universo, nella mente è l’isola, sola certezza, lui che immagino ogni giorno, sotto cieli che non vedo.

  2. andrea branco il 7 giugno 2010 alle 11:35

    “ben concentrata nelle labbra di Hélène, che Ha volte sono evidenziate da un rossetto”. Argh. Per quanto riguarda “L’amore non esiste (per questo me ne occupo)”, mi ha ricordato..”86. L’unico comportamento degno di un uomo superiore è la persistenza tenace di un’attività che si riconosce inutile, l’abitudine ad una disciplina sterile, l’uso fisso di norme del pensiero filosofico e metafisico che comprendiamo non essere di alcuna importanza.” (f. pessoa). Non so come mai, ma.

  3. véronique vergé il 7 giugno 2010 alle 11:58

    La bellezza di Hélène, verità del mondo o come dichiarazione di verità, la verità del poeta, solo possibilità del linguaggio, perché è irragiungibile la parola quotidiana per dire l’amore-Hélène è l’assioma di verità di Andrea Inglese-l’assioma di bellezza. La lingua è corpo della bellezza, la lingua è Hélène, la donna amata. Propio la mia lingua è quello dell’uomo che amo, il suo corpo maschio fa sole a me dentro l’ombra, fa ombre tutti gli altri corpi maschi, fa cielo nero a tutto il blu grigio degli occhi che guardo- come la bellezza di Hélène è piena- invento la sua bellezza all’imbocatura della sua terra-come Hélène è Parigi, lui è l’Italia_ l’isola degli suoi occhi- la geografia della sua voce- l’amore di Hélène è un vetro dove scorre la memoria del mondo- è un vetro dietro l’assenza, il buco, sfila il paesaggio del suo corpo- L’amore dà chiarezza e ombra.

    Il testo di Inglese entra nell’eternità dell’amore.

  4. jacopo galimberti il 7 giugno 2010 alle 14:12

    “mentre io ho le mie fotografie, che guardo a lungo, anche quelle dove Hélène mostra i seni, o le mutandine che indossa, ma io non posso masturbarmi davanti alla bellezza, essa colpisce i centri nervosi, annienta l’erezione, disinnesca la perversione retinica, in qualche modo blocca anche la possibilità che io me ne vada in giro per la città”

    invece a me la bellezza da’ proprio voglia di masturbarmi (e di masturbare, in modo che la bellezza si trattenga nel mondo…)

  5. Ares il 7 giugno 2010 alle 14:21

    ..sto amore del cazzo.. perchè perderci tempo ?!
    .. ufff..con tutto sto spreco di parole poi.. inteligenti si ma.. uffffuff ..perché sprecarle ?!!

    .. guarda.. ufff.. ho notato mille refusi, io.. ufff.. io li ho notati, io che dovrei solo stare zitto vista l’abissale ignoranza che mi ottura i pori..

    ..uno su tutti:

    [..]sono lampi di bellezza disumani, causerà un guerra, una guerra generalizzata[..]

    .. poi

    [..]che emettono gemiti fasulli come i delfini di gomma che si regalano ai bimbi – delfini o giraffe, con la valvola a fischietto sul dorso. causati dallo stordimento d’amore [..]

    .. le valvole a fischietto disolito non stanno sul “dorso” ma sul “ventre” ..

    /\/\ l’amore

  6. véronique vergé il 7 giugno 2010 alle 14:51

    Per Jacopo e Ares: l’amore è il dolore del desiderio. L’assenza del corpo amato tiene il desiderio nella mente, nello sguardo immaginario.
    Masturbarsi è l’espressione della tristezza, l’impossibilità di raggiungere il corpo distanto. Chi manca asilla la mente al punto che il corpo si tende.
    Masturbarsi è l’illusione di un corpo rubato alla realtà dell’assenza.

  7. Ares il 7 giugno 2010 alle 15:12

    .. quando sono in questo sto non riesco nemmeno a pensarle certe pratiche onaniste: viaggio in preda a uno stato catatonico, con un’espressione da martire stampata sulla faccia, che al risveglio è particolarmente vomitevole; se doveste incontrare uno così per stada in questi giorni in viale Bezzi a Milano, prendetelo a sberle, vi prego!, mi farete solo del bene!!

    /\/\ l’amore

  8. la funambola il 7 giugno 2010 alle 15:15

    che l’amore non esista lo dimostra il fatto che gli umani non perdono il vizio di procreare
    detto ciò, io ti amo, andrea inglese :)

    ps stasera ti leggo e forse “commento”
    baci
    la fu

  9. andrea inglese il 7 giugno 2010 alle 15:42

    ringrazio branco e ares, per la generosa revisione dei refusi… sarete sempre i benvenuti (anche perché io sono assai inabile in ciò…)

    ares, ma perché prendersela! insomma, l’amore non esiste…

  10. Ares il 7 giugno 2010 alle 15:58

    .. già..
    .. non esiste..

    sui refusi chiedo scusa, ma, Inglese, dovevo fargliela pagare: per avermi ricordato che l’amore non esiste.

    .. prendetemi a sberle!!

    ..vi prego

  11. liliana il 7 giugno 2010 alle 16:28

    L’amore esiste, eccome, ma a meno di esser santi, è legato solo al sangue. Per il resto è solo un fatto chimico (parlo dell’incontro/scontro tra i due sessi)
    Intendiamoci, non penso sia una verità assoluta, ci mancherebbe, è una mia opinione semplicemente.
    viva l’amore, che esista o no.
    Liliana Z.

  12. maria(v) il 7 giugno 2010 alle 18:31

    ecco, ci sono scritture in cui ti senti a casa, reclamate come il tuo letto, la tua sedia, il tuo bagno.. anche se poi, magari, stai lì con le valigie mai disfatte a vigilare, oppure a spergiurare che mai e poi mai, figurarsi…ma sono quelle – poche- che quando ti fanno incazzare, lo sanno fare sul serio, tipo ecatombe di stoviglie e ancora più pericolose lo sono nel senso inverso, se riescono a saturarti in maniera tale da farti correre il rischio di presumere di non avere più bisogno d’altro, d’essere il convitato ormai sazio che sente, serenamente, giunto il momento di alzarsi da tavola. di non avere proprio più fame. e anche se poi, alla fin fine, non ti alzi mai, non l’hai ancora fatto, faticherai non poco e mesi, a volte anni, per trovare qualcosa che ti sorprenda ancora, qualche lettura su cui inciampare tutta intera, un’altra parola appena commestibile…ci sono scritture velenose e farmacologiche ancora in grado di esercitare sul lettore ius vitae ac necis e la scrittura di A. Inglese è sempre stata per me una tra queste, in maniera assolutamente aleatoria, instabile, imprevedibile, impossibile da trattenere per qualcosa che somigli anche solo vagamente a una durata, troppo caotica e informe e tuttavia, prima o poi, nella sua variazione infinita, sempre a sorpresa capace di toccare inaspettatamente il punto- debole- il nervo -scoperto- la corda che detterà la sinfonia, per il solito incidente chiamato caso o circostanza o dado truccato…il bersaglio misteriosamente centrato, senza prendere la mira, guardando dall’altro lato, il proiettile vagante, il colpo andato a segno, per distrazione, e il relitto che va a fondo nello splendore delle superfici e delle musiche di accompagnamento e di tutti gli altri giochi, di cui non subisco minimamente il fascino. e così, appunto, se dal fascino di Helene sono perfettamente immune, l’amore non esiste è il mio spettro, quello tutto catene e lucchetti e riti voodoo e cerimonie sacrileghe e formulario magico e cucchiaio di olio bollito nell’acqua per stornare malocchio, febbri malariche e fatture….e così, adesso, nonostante tanti accorgimenti mi viene quasi voglia- oddio fermatemi!!!_ di scrivere d’amore e prima ancora mi viene voglia di rileggere tutti i versi più belli d’amore, sempre più esigui e sfrondati negli anni, quei 2 o 3 che ancora conservo a memoria e salverei e sacramenterei come ares e urlerei vi prego prendetemi a sberle vi prego e dopo aver sbandato da una crave di kane al bateau ivre di arthur, concluderei con un film, in perfetto stile Inglese, non nello spazio situerei il mio odisseo, poco bloom e molto supertramp, (cedendo per una volta al fascino delle immagini del cine)
    io che avrei potuto dire, a 32 anni suonati, con tanto insensato struggimento d’amore alle mie spalle e scorie radioattive e scoppi di carcasse di bufale alle falde acquifere ed una sola adolescenzial-preistorica, reale e non solo immaginata, relazione alle spalle, antichissima…io che avrei potuto dire,
    deturnando lord byron:
    (I love not man the less, but Nature more,)
    I love not man the less but Poetry more…

    nondimeno concluderei la fantomatica atavica universale epopea di questo misterioso sconosciuto, indecifrabile amore che non move né sole né altre stelle, che perdona e come ad ogni amato il non amare, e che come dichiara Inglese, semplicemente NON esiste, con la banale chiosa del mio odisseo into the wild che m’invalida tutti gli assiomi e da capo mi squaderna e squinterna e manda ogni teoria ed empiria delle più salde a gambe all’aria e a farsi benedire, che però ….a dispetto di tutto…
    HAPPINESS ONLY REAL WHEN SHARED

    e non mi scuso con Inglese, stavolta, perchè il mio sbrodolare è un effetto collaterale dei suoi scritti che bisogna imparare a monitorare e mi ha costretta a scrivere con tutta la seplicità e la spontaneità di quella stretta al braccio da qui…proseguire… ognuno la sua odissea.
    saluti, poeta e grazie

  13. andrea inglese il 7 giugno 2010 alle 18:53

    grazie maria (v)
    tra l’altro per questa glossa: “l’amore non esiste è il mio spettro, quello tutto catene e lucchetti e riti voodoo e cerimonie sacrileghe e formulario magico e cucchiaio di olio bollito nell’acqua per stornare malocchio, febbri malariche e fatture”…

    siamo tutti in zona….

  14. Ares il 7 giugno 2010 alle 19:14

    Mariaaaaaaaaa (v).. l’adoro, anzi l’amo, anzi no non l’amo, non amerò più nessuno; comunque lei è adorabile..

    Inglese ha visto che ‘ ha combinato ? .. un po’ di responsabilità per la prossima volta, la prego .. non si può sguinzagliare testi così, con tanta leggerezza come ha fatto lei °-°

  15. sparz il 7 giugno 2010 alle 21:11

    è raro che io legga un post di questa lunghezza interamente su schermo senza stamparlo, ma questo mi ha tirato dentro e non mi ha mollato più. Inglese, scrivi da re e imperatore, non so dire altro (per fortuna che l’amore non esiste! Ahahah…)

  16. giacomo sartori il 7 giugno 2010 alle 21:41

    il problema dei poeti è che quando si innamorano poi te la smenano per 700 anni, vedi Petrarca …;
    ma che sia incredibilmente bella (sempre ammesso che l’io narrante abbia a che fare con la persona che conosco io) lo posso testimoniare anch’io;
    :)

    comunque molto belli, questi frammenti;

  17. fabrizio il 8 giugno 2010 alle 05:19

    Confessa hai bevuto

  18. andrea raos il 8 giugno 2010 alle 06:15

    andreainglé.

  19. helena janeczek il 8 giugno 2010 alle 07:25

    andrèaraosss, senti chi parla:-)

  20. Che l’amore non esiste - ScrittInediti il 8 giugno 2010 alle 08:47

    […] di Andrea Inglese Fonte: Nazione indiana (link all’articolo) […]

  21. effeffe il 8 giugno 2010 alle 09:52

    helenapoi!
    Inglé un vero peso werther….
    effeffe

  22. véronique vergé il 8 giugno 2010 alle 09:52

    Il testo di Andrea Inglese ha un potere cosi potente che ha assorto una parte della giornata d’ieri, della notte e ancora questa mattina: ho millecose da fare, e non posso derivare la mia mente dell’effetto del testo, che diventa materiale specchio dell’amore che mi abita.
    Siamo nella zona, per me città porto del mio immaginario, buildings, passerelle. Lui è la mia zona maritime, la mia latitudine, la mia zona erotica, la mia insonnia. Sono raccordata a suo fuso orario, distesa, lui, svegliato, la mente piena di una lingua straniera, la mia, sono raccordata la giornata alla sua notte, attraverso zone bianche, onirica, o di incendio, se immagino il suo corpo e il suo odore sessuale, vedo una macchia rossa.
    Siamo nella zona dei gatti, del campo del insonnia. Mi faccio guerra al mio corpo.
    Lui è la bellezza- con ovvietà.

    Ecco il testo di Andrea Inglese mi ha rispecchiato l’amore che ho dentro, che mi occupa, mi prende il corpo e la mente, mi rende in uno stato di assoluto desiderio.
    Al punto che non posso ancora commentare un altro post, mi è tornato
    la violenza di questa passione mentale e erotica.
    Forse nel testo di Andrea Inglese ho riconosciuto questa occupazione bruciata all’assenza, il punto di impossibilità di toccare alla realtà del corpo, la lingua straniera in flusso costante nella mente, la poesia che assilla la vita quotidiana.

  23. natàlia castaldi il 8 giugno 2010 alle 10:26

    Andrea, me lo stampo, leggo e torno… :)

  24. Salvatore D'Angelo il 8 giugno 2010 alle 11:35

    Testo molto bello, ha stile “inglese”, progressione, ritmo diesel. E poi sì, ha ragione maria (v)…stimola, invita .E dunque :

    http://www.youtube.com/watch#!v=LXMLRu9wor0

    *
    Eureka! Ecco la camera doppia
    dove si consuma l’enciclopedia
    della dissipazione! Ma la coppia
    di amanti – oh, elogio della follia –

    v’ è rinchiusa celebrando la carne,
    la morte e il diavolo. E del canto
    delle diciotto vie non c’è che farne
    karma, un bhagavad gita – e santo,

    ch’assicuri la visione completa
    di Dio nei paradisi artificiali,
    il dharma di cui la coppia s’allieta.
    Niente veda o impuri ideali,

    niente società dello spettacolo
    o vano crepuscolo degl’idoli
    là, in quell’ ora angusto abitacolo..

    Già, la morte, il pesce e la fanciulla
    sorridono,non t’ invitano al viaggio,
    mentre la coppia di sesso si culla..

    *

    SONETTO ACROSTICO ALLA BELLEZZA

    Chiamatela vita..o desiderio :
    ha incendiato l’ anima e le notti
    ai visionari!..Per quale criterio
    rimuovono il presente,non i motti

    logori dell’ impero, non le mura
    erette dai borghesi trionfanti?..
    solitari soldati dell’ impura

    Bellezza inarrivabile?.. già pura
    anarchìa del sublime?..lestofanti
    ubriachi di visioni, d’avventura?..

    diranno che la comune libertà
    esige che non degeneri: così
    liquideranno ancora( oh!) la realtà..
    attenti, voi! Ora..e qui..pas loin d’ici!..

    il faut recommencer! ricominciare
    riafferrando la vita che ci spetta
    e fino alla fine…e per amare!

    Buona estate a tutti ( e a Véronique un caro saluto)

  25. Salvatore D'Angelo il 8 giugno 2010 alle 11:37

    …oooops!, il video è qui :

    http://www.youtube.com/watch?v=LXMLRu9wor0

  26. andrea inglese il 8 giugno 2010 alle 12:32

    sartori: com’è che si dice: ogni riferimento a bellezze viventi è puramente casuale… it’s only literature

    andrearà: stai calmo.

    Pesi werther!!! genius Furlenza

    Véronique: “il punto di impossibilità di toccare alla realtà del corpo”, già, è il guasto della mente desiderante: non può mai aderire compiutamente al corpo che desidera…

  27. Fabio Teti il 8 giugno 2010 alle 14:08

    Andrea Inglese non esiste (per questo me ne occupo)

  28. Leandro il 8 giugno 2010 alle 14:32

    Caro Inglese, sono un tuo ammiratore (anche se questa prosa mi é piaciuta meno di altre, scusa…). Volevo chiederti se per caso hai letto l’Italienische Liederbuch di JR Wilcock, del quale mi sembra di sentire l’influenza nell’iperbolicita’ straniante che qui metti in atto (..magari anche Auden? Gli elisabettiani?? Petrarca???!!!)

  29. Marion il 8 giugno 2010 alle 15:19

    Anch’io è da ieri che ci penso, a questo post. E ieri mentre stavo in macchina mi sono sorpresa a brancicare la pelle del ginocchio pensando ad Ingles occupato, nel vuoto, con l’immagine – con il fantasma di H. Come se solo questa possessione avesse un senso, ormai. Mi ci sono arresa: in questo vuoto non c’è nient’altro. Non basta, eppure non c’è altro.

  30. andrea inglese il 8 giugno 2010 alle 15:19

    Leandro, dimmi di Wilcock, il libro che citi non lo conosco, ma ho molto amato le poesie uscite anni or sono per Adelphi… è uscito in Italia?
    Quanto a Petrarca è bagaglio genetico (in bene e in male), gli elisabettiani no, Auden è uno dei giganti.

  31. Leandro il 8 giugno 2010 alle 15:32

    Allora l’hai letto, era incluso se non ricordo male proprio in quella raccolta Adelphi, dove l’ho letto anch’io: sono le 34 poesie d’amore a Livio. Grazie per la risposta, un saluto

  32. sergio garufi il 8 giugno 2010 alle 17:00

    Scusate l’OT, volevo segnalare un video con Andrea Cortellessa che parla della responsabilità dell’autore alla festa di Nazione Indiana al Castello di Fosdinovo. Sta qui:
    http://lavienbeige.wordpress.com/2010/06/08/la-responsabilita-del-critico/

  33. Alex Casaltoli il 8 giugno 2010 alle 18:24

    L’amore è una malattia mentale endemica, contagiosa, recidiva e autoimmune di cui tutti ci vogliamo ammalare. Evviva i pazzi!

  34. mariasole ariot il 9 giugno 2010 alle 12:43

    Che meraviglia

  35. marco rovelli il 9 giugno 2010 alle 14:38

    Bello, davvero.

  36. marco il 9 giugno 2010 alle 18:16

    in attesa del volume completo “Materiali per un libro su Parigi” l’inedito cartaceo si trova qui: http://www.ibs.it/code/9788889155479/atti-impuri-vol.html

  37. gherardo bortolotti il 11 giugno 2010 alle 13:36

    mi accodo: gran pezzo.

  38. Leonardo Pelo il 12 giugno 2010 alle 14:57

    Il pezzo è decisamente bello.
    Peccato Andrea il modo sottotraccia di segnalare dove è apparso.
    Come credo tu sappia Atti Impuri è una rivista coraggiosa (tu sei nell’editoria e sai che pubblicare qualcosa del genere è un suicidio commerciale, uno lo fa per passione), che tutti -a parole-dicono di apprezzare e poi che nessuno -nei fatti- aiuta.
    Anche quando bastava poco, mettere un link e due righe (proprio poco a occhio 0 centesimo e 20 secondi).
    Amen chiuderà. Un altro spazio che se ne va.
    ma è giusto così.



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