carta st[r]ampa[la]ta n.18

9 giugno 2010
Pubblicato da

di Fabrizio Tonello

Scanzorosciate (BG). Venerdì 4 giugno è stata una giornata nera. La Borsa di Milano ha perso il 3,8%. L’euro è sceso sotto quota 1,20 per 1 dollaro. L’Ungheria potrebbe dichiarare fallimento. Le mie obbligazioni Unicredit valgono più o meno come quelle delle ferrovie dello Zar dopo il 1917.

Forse è per questo che mi sento confuso, come se mi si fosse dilatata la dimensione spazio-temporale. Come se fossi entrato in un universo parallelo. No, non ho fumato nessuno spinello, del resto il fumo delle sigarette mi fa tossire. Ho provato i primi sintomi di disorientamento dopo aver comprato la Padania in edicola, venerdi scorso. La pagina 27 era occupata per metà da un titolo: “Dante, Foscolo, Leopardi, la grande poesia in bergamasco”.

In bergamasco. Dante.

Preso da vertigine, cerco la voce “Alighieri” su Wikipadania.it e trovo: “Poeta italiano, nato in val Seriana nel 1265, morto a Ravenna nel 1321”. Strano, non mi ricordavo che il fiume Arno scendesse dalle Prealpi ma forse la voce su Dante magari è stata modificata da un liceale burlone. Vado in biblioteca e cerco l’edizione della Commedia su cui ho studiato a suo tempo, quella curata da Natalino Sapegno. “No ghe xè” mi dice il bibliotecario che è bergamasco ma finge di essere nato a Chioggia, che fa più chic. “E come mai?”, chiedo io. “Scoasse”. Lo guardo perplesso e lui chiarisce: “No ghe xè spassio, gavèmo butà via tuto”. Buttata? La Divina Commedia? “No, no, nol gà capìo: libri veci, via: gavèmo la nova edission”. Nuova edizione, ah, bene.

Mi indica lo scaffale e recupero un’edizione fresca di stampa, con le pagine ancora croccanti, curata dal professor Umberto Brambilla, dell’università dell’Insubria, sul lago di Como e stampata a Cassano Magnago. Vado al V° canto dell’Inferno, ai versi 103-105: Amor, ch’a nullo amato amar perdona, | mi prese del costui piacer sì forte, | che, come vedi, ancor non m’abbandona. C’è una nota che spiega le origini dell’episodio: “Il riferimento è alla vicenda di Francesca da Polenta, nata in val Brembana e morta a Gradara tra il 1283 e il 1285”. Ora è chiaro.

Ho la testa pesante, come se ogni sera mi facessi una mezza bottiglia di bourbon Southern Comfort senza ghiaccio. Ma forse sono i tradizionali di punti di riferimento che oggi appaiono ballerini. Torno all’articolo della Padania per capire meglio di Foscolo: come mai fino ad oggi si era creduto che fosse nato nell’isola di Zacinto, cresciuto a Venezia e poi emigrato in Svizzera e in Inghilterra? Secondo il giornale, lo spiega l’introduzione del prof. Umberto Zanetti, nella quale vengono approfonditi “temi storici e linguistici che, molto spesso, vengono messi in ombra da quella che è la cultura cosiddetta ufficiale”. La cultura cosiddetta ufficiale, un complotto massonico, ecco cos’era. Una incredibile verità che nessuno, nemmeno Dan Brown sarebbe riuscito a scoprire: anche Foscolo scriveva in bergamasco, ma i manoscritti originali furono bruciati dall’amico Max Brod e sostituiti con opere di argomento analogo ma scritte in italiano (Max Brod, un emigrante bergamasco a Praga, diventò poi amico di Kafka e tutti sanno come andò a finire).

Tutto questo di venerdì. Mentre crolla Wall Street. Con le azioni Goldman Sachs ci posso solo sostituire la carta da parati della camera da letto. E non è ancora finita: l’articolo della Padania si dilunga sull’opera di Leopardi, il “genio recanatese”.

Vado in biblioteca e cerco un’edizione della Treccani del 1960: una cosa solida, durevole, un po’ polverosa. Vado alla voce “Leopardi Giacomo” nel volume Aggiornamenti e leggo: “Nato a Recanati il 29/6/1798, figlio di Monaldo e della marchesa Adelaide Antici”. Recanati: una cartina delle Marche trovata su Google Earth mi conferma che sono piuttosto lontane dall’aereoporto di Orio al Serio. Leggo furiosamente la lunghissima voce, dove si spiega tra l’altro (p. 916) che “nel 1809, a 11 anni, dava una traduzione in bergamasco del primo libro delle Odi di Orazio”.

Per nulla tranquillizzato, vado a verificare ulteriormente sull’enciclopedia Meyers, una solida collezione in 25 volumi, una cosa a metà fra la Volkswagen e la Bundesbank. Cosa mi dice il Meyers Enzyklopaedisches Lexikon? Sempre caro mi fu quest’ermo colle/E questa siepe, che da tanta parte/De l’ultimo orizzonte il guardo esclude… Tutto sembra tornare nella casella giusta, le tessere del mosaico si ricompongono e perfino le cifre sull’andamento dei consumi negli Stati Uniti sembrano leggermente positive. Poi vado al volume Appendice, dove trovo una nota a cura del professor Umberto Bossmeyer: “Grazie al ritrovamento fortunoso, nel 2010, dei manoscritti originali dell’opera di Leopardi, che si pensavano perduti, è in corso di preparazione un’edizione critica delle poesie, che mostrerà come il poeta di Recanati scrivesse in realtà in una lingua particolare, assai simile al bergamasco moderno”.

Riapro la Padania, il cui scoop evidentemente era stato ispirato dal professor Bossmeyer, e leggo la conclusione dell’articolo, dove appaiono i primi versi dell’Infinito, quelli che avevo sempre creduto di conoscere:


Sènsa fi

Sta colina solinga la m’è cara
Come sta sèsa, che me la scond via
On a gran part de l’oltem orisònt.

Proprio così: “Sta colina solinga”: “l’ermo colle” era in realtà Torre Boldone, Silvia faceva la commessa in una pasticceria di Paderno, il “Sabato del villaggio” era la festa paesana di Seriate e l’ultimo orizzonte era quello delle ciminiere della Dalmine. E’ lunedì, le borse asiatiche si sono comportate pressappoco come nel 2004, il giorno dopo lo tsunami da 300.000 morti. Il broker indonesiano non risponde alle mail e neanche al telefono. Con i miei fondi d’investimento J.P Morgan vado al Monte di pietà e chiedo se posso avere uno sfilatino al prosciutto. Per fortuna, al supermercato di Scanzorosciate la grappa è in offerta: “Prendi 3 e paga 2”.

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4 Responses to carta st[r]ampa[la]ta n.18

  1. Salvatore D'Angelo il 9 giugno 2010 alle 11:10

    Bravo, Tonello, ‘ste carte strampalate son proprio belle! A quando un volume completo?

    PS A proposito, perchè non invia al professore Umberto Bossmeyer una bella confezione di bourbon “Southern Comfort?” Sa, di quello che ricaviamo dalle distillerie clandestine (come il filuferru sardo, che si nascondeva sotto il terreno con la traccia di un fil di ferro, per evadere i controlli della Finanza) dove lavoriamo quella vite cresciuta in terreni sotto i quali lo sa solo dio ( e la camorra) quali nordici concimi gli danno quel gusto, come dire, un po’ ..corrosivo, un po’ …acidulo.

  2. francesca cenerelli il 9 giugno 2010 alle 11:54

    Carino l’articolo di Tonello!

    anche Gennaro Esposito (su Penelope va alla guerra) parla della connotazione linguistica, delle pretese revisioniste di Storia e Letteratura da parte della Lega… e dell’essere italiani.
    Non parla ahimè, di quotazioni di borsa nè di sfilatini! Penso però che compensi, parlando della Borsa delle Mafie…

  3. Ares il 9 giugno 2010 alle 13:47

    Si, e Arlecchino è pescarese..

  4. orsola puecher il 10 giugno 2010 alle 11:30



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