La responsabilità dell’autore: Giorgio Vasta

10 giugno 2010
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[Dopo gli interventi di Helena Janeczek e Andrea Inglese, abbiamo pensato di mettere a punto un questionario composto di 10 domande, e di mandarlo a un certo numero di autori, critici e addetti al mestiere. Dopo Erri De Luca, Luigi Bernardi, Michela Murgia, Giulio Mozzi, Emanule Trevi, Ferruccio Parazzoli, Claudio Piersanti, Franco Cordelli, Gherardo Bortolotti, Dario Voltolini, Tommaso Pincio, Alberto Abruzzese, Nicola Lagioia, Christian Raimo, Gianni Celati, Marcello Fois, Laura Pugno, Biagio Cepollaro, Ginevra Bompiani, Marco Giovenale, Vincenzo Latronico, Franz Krauspenhaar, ecco le risposte di Giorgio Vasta.]

1) Come giudichi in generale, come speditivo apprezzamento di massima, lo stato della nostra letteratura contemporanea (narrativa e/o poesia)? Concordi con quei critici, che denunciano la totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea?

Soltanto una breve nota preliminare. Nel rispondere al questionario tengo conto del fatto che il mio intervento ne segue parecchi altri e che è dunque inevitabile, a questo punto, che nel rispondere alle domande si dialoghi contemporaneamente con molte tra le risposte che sono state date. Ho anche provato a seguire un filo rosso – il ragionamento sulle retoriche – per dare continuità alle riflessioni proposte.

Rispondo.
Considerate le discussioni che questa domanda ha da subito innescato, provo a darle un’accezione specifica.
La mia sensazione è che quando si fa riferimento a una denuncia di “totale mancanza di vitalità del romanzo e della poesia nell’Italia contemporanea” si stia mobilitando una ben precisa retorica. Una retorica composita. A darle forma intervengono elementi diversi: prima di tutto – non ha senso escluderlo – quella che si ritiene un’analisi obiettiva, fondata sullo studio e sulla competenza, di ciò che la nostra letteratura propone; a questo si mescolano altre componenti: il piacere umano della recriminazione prêt-à-porter, l’altrettanto umano rimpianto di un’età dell’oro che qualcuno, forte di una memoria e di una sensibilità acutissime, è in grado ancora di ricordare, il gusto del biasimo e una specie di strutturale bisogno del nemico.
Considerato che questa retorica – invalsa ed evidentemente persuasiva – descrive uno scenario nel quale scrittore e critico sono antagonisti e che il secondo costringe il primo su un letto di Procuste stirandogli le gambe o amputandogli i piedi secondo occorrenza, allora, così sollecitati, si dovrebbe reagire rigettando le accuse e respingendo al mittente le denunce, del tutto certi di trovarsi all’interno di ciò che questa retorica propone. Facendo cioè coincidere la retorica descrittiva con una presunta realtà dei fatti.
Il problema è che in questo modo si costruisce un dialogo nevrotico tra interlocutori fantasma: da una parte i critici, o meglio il fantasma edipico del critico per il quale sarai sempre e inevitabilmente insufficiente, dall’altra l’emotività offesa di ognuno di noi quando si confronta con rilievi di questo tipo. Insomma, pur con tutta la disponibilità alla generalizzazione, in questi casi sarebbe meglio vedere e toccare il proprio interlocutore, ragionare con lui riducendo al minimo le tentazioni paranoidi.

Detto ciò, credo che possa essere utile coinvolgere in questa valutazione sia i “prodotti” sia il processo. Nel senso che per me è importante leggere la letteratura italiana contemporanea in modo intenso. Questo potrà anche essere considerato un doping indebito, ma penso che sia indispensabile dialogare in modo fertile curioso agonistico e disponibile con la materia letteraria in cui si vive immersi. Insomma, è necessario che vitale sia prima di tutto il nostro modo di leggere.

2) Ti sembra che la tendenza verso un’industrializzazione crescente dell’editoria freni in qualche modo l’apparizione di opere di qualità?

Mi permetto di modificare i termini della domanda e del discorso che ne consegue: è possibile che a un’industrializzazione crescente dell’editoria corrisponda un’industrializzazione, una meccanizzazione, una automatizzazione altrettanto crescente della ricezione dei testi? È possibile cioè che il lettore, oggi, non sia vittima ma rischi di essere complice se non si mette nelle condizioni di assumersi la responsabilità delle sue azioni – scegliere dei libri, acquistarli, leggerli – e dunque del suo ruolo attivo nel campo letterario? Un lettore desiderante, critico e desiderante, consapevole dei processi di industrializzazione in atto, sarebbe probabilmente un lettore “indesiderabile” per chi fa coincidere il lavoro editoriale con il mainstream. Perché un lettore consapevole equilibrato e coraggioso smette di essere complice e costringe la monocultura del mainstream a una frammentazione interna e dunque a una diversificazione salvifica.
Se questa collettiva assunzione di responsabilità fosse possibile si scoprirebbe non soltanto che le opere di qualità esistono, ma che per esistere davvero non è sufficiente che siano state immaginate e scritte; non basta neppure che vengano pubblicate: occorre che vengano lette perché le letture, le centinaia o le migliaia di letture individuali di un’opera – nel collaudarla e metterla in crisi – danno senso alla sua esistenza.
Per sintetizzare, se l’industrializzazione della proposta cresce – e cresce – allora io lettore devo mettermi nelle condizioni di essere sempre più attento e robusto, sempre più acuto e acuminato.

3) Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?

Alle pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali domando di descrivere – un giorno dopo l’altro, un articolo dopo l’altro – un’idea di cultura e dunque un’idea di mondo. Considerato che, al netto delle tentazioni paranoidi di cui si è parlato nella prima risposta, queste pagine sono composte da più firme e dunque da più persone, si dovrebbe ragionare caso per caso, riconoscendo che sicuramente la somma delle firme descrive un’attitudine generale ma che è altrettanto inevitabile che ci siano firme più disponibili, generose e intense di altre.
È chiaro che la compenetrazione di una serie di prassi degli uffici stampa – su tutte la cosiddetta “notiziabilità” – con un discorso che dovrebbe concentrarsi esclusivamente sulla dimensione letteraria, crea un bel po’ di problemi. Se le parti coinvolte – uffici stampa delle case editrici e capi-cultura delle testate giornalistiche – sono costrette, o si costringono per forza d’inerzia, a vendere e a comprare il discorso sui libri valutando prima di tutto la relazione tra un determinato libro e ciò che pertiene al costume, mettiamo, o allo spettacolo (e pensiamo alla frequenza con la quale in molti palinsesti da diverso tempo “cultura e spettacolo” vengono serenamente legati), allora si determina uno scadimento dei ragionamenti. Constatato che il movimento in atto è in buona parte di questo tipo, è ancora una volta necessario tornare all’assunzione di responsabilità: uffici stampa intelligenti che dialogano su libri non notiziabili con capi-cultura altrettanto intelligenti che lavorano muovendo da un’idea di cultura e di mondo. Confidando se non in uno scardinamento delle prassi più diffuse perlomeno sulla costruzione di una serie di buone alternative.

4) Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?

Rispondendo in sintesi, e tagliando con l’accetta, sì, secondo me – considerate le tante variabili attive – fanno un buon lavoro. Rispondendo più analiticamente, serve ragionare su cosa può succedere quando un nuovo autore viene pubblicato. Quando una casa editrice punta – come si dice usando un verbo che rimanda sia al gioco sia alla caccia (dunque alla persecuzione) – su un nuovo autore ritenendo che la sua scrittura possa essere immessa, tramite la pubblicazione, in un circuito che la rende disponibile agli altri, prova contestualmente, e con intensità che dipendono dalla forza commerciale della casa editrice, a compiere una serie di azioni intorno a quella scrittura. Partendo dalla constatazione che tutte queste azioni si pongono l’obiettivo logico di assicurare al libro pubblicato maggiore circolazione possibile, alcune di queste azioni producono, al di là della loro efficacia, effetti sui quali può essere utile soffermarsi.

Prima di tutto la casa editrice mobilita delle retoriche di promozione. Queste retoriche tendono a suggerire delle gerarchie: “Il primo”, “La prima”, “Il più”, “La più” (un giro sui siti delle case editrici e una lettura dei lanci può essere molto istruttiva). Per un singolo titolo o per un’intera collana, smarcarsi dagli altri e “allungare” il passo descrivendosi come apripista sembra essere un imperativo inderogabile.
Niente di grave, ancora una volta, perché il gioco dell’aura, dell’hapax editoriale, è ormai un automatismo che fa persino tenerezza. Ma ancora una volta è necessario che al dispiegamento di queste retoriche reagisca, in ogni lettore, uno sguardo critico e dirimente, una capacità di comprensione che nel prendere atto dei meccanismi promozionali sia nelle condizioni di distinguere le retoriche semplificatorie finalizzate alla vendita dalle retoriche più raffinate e profonde, quelle retoriche più drastiche ed eversive che dovrebbero generarsi nell’intelligenza e dall’intelligenza di chi riceve quel libro, lo legge, lo pensa, lo immagina ed eventualmente decide di scriverne o di parlarne, di farlo esistere in un discorso critico. Questo non per mero antagonismo o per una sistematica diffidenza nei confronti del modo in cui perlopiù le case editrici parlano dei libri che pubblicano, ma perché distinguere, discriminare, fa bene agli stessi libri.

Anche per contenere alcuni fenomeni tutto sommato frequenti, per esempio quello per il quale alcuni lettori parlano di un libro ricalcando la prospettiva attraverso cui è stato promosso dalla casa editrice che l’ha pubblicato. La retorica di vendita è stata talmente introiettata da essersi trasformata in una retorica interpretativa tout court. Ma ancora più impressionante è verificare il retroagire di queste retoriche – una specie di tragicomico rinculo – su quella parte del funzionariato editoriale che non riesce più a distinguere, o che non vuole più distinguere, la retorica di vendita costruita da un ufficio stampa per promuovere un determinato libro dalle altre retoriche possibili. Nel momento in cui le retoriche di vendita sono talmente pervasive da andare a occupare lo spazio che dovrebbe appartenere alla riflessione critica, ci troviamo davanti a una contrazione violenta delle possibilità di lettura  (di fatto la retorica di vendita cerca di imporsi come monolettura, come prospettiva unica e unificante) e dunque assistiamo a una specie di riforma del senso, o meglio a un suo impoverimento. Il discorso sui libri si riduce a una serie di blurb e di slogan, l’argomentazione non ha corso e la lettura come responsabilità viene del tutto mortificata.

5) Credi che il web abbia mutato le modalità di diffusione e di fruizione della nostra letteratura (narrativa e/o poesia) contemporanea? E se sì, in che modo?
Credo che il web abbia agito sulle modalità di diffusione e di ricerca, mentre non so quanto possa agire su quel fenomeno sfuggente che è la specifica fruizione di un testo (nel senso che non lo escludo ma non sono in grado di capire se il legame con il web riesca a incidere sulla grammatica della ricezione, sul modo di leggere un libro, su quello che succede alle parole scritte quando collidono o si mescolano con gli immaginari e le immaginazioni che gravitano come nubi dentro le nostre teste producendo scariche neuronali, microscopici temporali oppure lasciando il nostro clima mentale del tutto imperturbato).

Il web è un altro spazio di discussione; per qualcuno è marginale, per altri sembra essere l’unico o almeno quello più importante. Buona parte dei blog letterari (ma qualcosa di simile vale senz’altro anche per altre tipologie di blog) mi sembrano spesso luoghi nei quali chi commenta “si fa la punta” – come se fossero i temperamatite del temperamento – e prova a pungere, punzecchiare, perforare o penetrare (rischiando a volte di spezzarsi in due).

Diversamente da una camera anecoica – quello spazio fonoassorbente che riduce al minimo il riverbero – il web, in particolare nella forma dei blog letterari, amplifica il riverbero finendo spesso per essere connotato dalla ridondanza. Se da un lato ciò può a volte pregiudicare la comprensione reciproca, dall’altro questo continuo strutturale deformare dà luogo a una forma interessante e persino affidabile: la dialettizzazione, in questo presente, non può non tenere conto dell’effetto eco, delle distorsioni e del brusio. Continuare a recriminare all’infinito contro questioni che mi sembra siano connaturate al mezzo serve a poco; desiderare di generare comunque, in questo semicaos, una parola il più possibile nitida, rimane indispensabile.

La discussione in rete è significativa anche dal punto di vista, ancora una volta, delle retoriche. La colonna dei commenti di molti post è il luogo di un involontario eroicomico. Senza voler porre in secondo piano il senso di quanto viene detto – le proposte, i ragionamenti e le argomentazioni – consideriamo per un momento le tonalità.
È come se nei commenti si affrontassero due macrotoni: da una parte chi, forte di una serie di certezze che ritiene incontestabili, impone il proprio discorso con veemenza assertiva e con una serietà che però a tratti assume un’involontaria coloritura seriosa; dall’altra chi intuisce la vulnerabilità di queste prime retoriche, si rende conto che sono parodiabili – non per un loro limite ma intrinsecamente – e si mette a smontarle. La frizione che si determina tra chi monta il ragionamento e chi pervicacemente lo smonta genera quella diffusa dimessa euforia (che può oscillare tra gli estremi del lazzo epigrafico, da un lato, e la minaccia circostanziata di denunce penali contro nickname e fantasmi affini, dall’altro) che forse in maniera approssimativa mi viene da chiamare tonalità eroicomica.
Il tutto vuole essere una constatazione – mi interessa la relazione che si stabilisce tra la natura del mezzo-piattaforma e le parole versate dentro quel mezzo – non un giudizio complessivo.

La questione aperta riguarda invece la relazione tra il dibattito in rete e ciò che non è rete. Se la rete ci consente di amplificare e ostentare una certa nostra tendenza costitutiva alla conflittualità (o a tutto questo ci costringe), dà da pensare che questo scatenamento di retoriche di costruzione e di distruzione si produca entro i limiti di un recinto che per quanto sia in continua espansione non è sempre e necessariamente connesso a tutto ciò che non è rete. In sostanza, la tendenza alla conflittualità – in sé uno straordinario combustibile – rischia di generarsi ed esaurirsi qui dentro, senza sfondare questo perimetro. Da ciò discende un senso di claustrofobia che potrebbe non essere altro che il riflesso di una preliminare – forse irrinunciabile – claustrofilia.

6) Pensi che la letteratura, o alcune sue componenti, andrebbero sostenute in qualche modo, e in caso affermativo, in quali forme?

Credo che il sostegno da accordare alla parole stia nel far sì che le parole vengano lette. Creare le condizioni per moltiplicare l’ascolto delle parole, di quelle più nascoste, degli infrasuoni, penso produrrebbe una serie di ulteriori effetti positivi.

7) Nella oggettiva e evidente crisi della nostra democrazia (pervasivo controllo politico sui media e sostanziale impunità giuridica di chi detiene il potere, crescenti xenofobia e razzismo …), che ha una risonanza sempre maggiore all’estero, ti sembra che gli scrittori italiani abbiano modo di dire la loro, o abbiano comunque un qualche peso?
Torno a quanto accennato nelle rispose precedenti. Affinché la parola letteraria – dunque una parola politica – esista e incida, non basta che questa parola venga immaginata, scritta e pubblicata: occorre un ascolto critico e costante, una complicità attiva e valutativa tra chi parla e chi ascolta (scambiandosi i ruoli), e una preliminare fiducia nel valore di questo legame. “Dire la propria” ha un valore se esiste un interlocutore, se si produce uno spazio di condivisione (che non vuol dire accordo unanime: la condivisione si può dare anche nel contrasto, nel dissenso), diversamente si destituisce di senso un’azione che al senso non dovrebbe mai rinunciare.
Solo che prendersi cura del senso (della sua mobilità, della sua strutturale precarietà) non può che essere interesse di tutti. Quello che invece mi sembra accada è una sistematica sottrazione di fiducia, una condanna in contumacia dei tentativi che gli scrittori – le loro scritture – stanno facendo (dove a essere contumaci non sono tanto le scritture – che, pubblicate, sono disponibili – quanto le letture, che spesso invece latitano). Questo svilimento aprioristico, di solito rapidissimo nei termini e apodittico nei toni, mortifica un contesto che invece, e torno a quanto detto all’inizio, potrebbe avere l’ambizione di essere vitale e intenso.

A essere significativi sono i meccanismi di invalidamento del contesto.
In diversi commenti in calce alle risposte dei precedenti questionari si è parlato della retorica della catastrofe, di questa specie di millenarismo che conduce a considerare la partita letteraria – anche la partita letteraria – terminata e perduta: gli scrittori sconfitti, i lettori delusi, la comunità alla quale danno luogo un’accolita di morti viventi.
Il peggiorismo è una droga non sufficientemente codificata ma particolarmente diffusa; genera dipendenza, pare, ma soprattutto produce una conseguenza che, per quanto possa apparire rassicurante, è molto pericolosa: semplifica in modo drastico lo scenario distinguendo con forza (o meglio con disperazione) tra prima e dopo, presente e passato, noi e loro, io e gli altri. A venire massacrata è la complessità costitutiva delle cose; una complessità che oltre a essere la condizione di esistenza dei fenomeni è anche un diritto e un dovere individuale: non cedere alla tentazione delle scorciatoie e sopportare (se non addirittura godere) la contraddizione e il chiaroscuro.

Questo peggiorismo persuade che non essendo più possibile concepire intelligenza ed etica come un’eventualità reale, allora non resta altro che mettere a punto ognuno il proprio particolare ripiegamento, dal disfattismo rancoroso al pragmatismo cinico, dal disincanto ironico al qualunquismo più aggressivo. Il pelo cresce orgoglioso sullo stomaco, si fa foresta (in alcuni momenti si desidera un machete), ci si arruola in massa nell’esercito stizzito dei senatori e si vaticina sulla fine (perché vaticinare la fine, descriverla, descrivere questo mondo postumo, è, come detto, tranquillizzante, una specie di sedativo che si esprime sotto forma di indignazione o liquidando l’esistente (questo impertinente che non accetta di morire) con un paio di boutade.

La mia sensazione è che in questo momento i meccanismi di sabotaggio e distruzione abbiano raggiunto una raffinatezza tale da essere in grado di sottrarre portato a ogni “dire la propria”. Ma forse più esatto sarebbe parlare di autosabotaggio e autodistruzione. Siamo gente che usa la bocca per mangiarsi le orecchie.

8) Nella suddetta evidente crisi della nostra democrazia, ti sembra che gli scrittori abbiano delle responsabilità, vale a dire che avrebbero potuto o potrebbero esporsi maggiormente e in quali forme?

Penso che gli scrittori abbiano la responsabilità di dare consistenza a un linguaggio utile alla visione e alla demistificazione. Per fare questo usano il lessico e la sintassi; nel lessico e nella sintassi di chi scrive è già presente un’idea (e una pratica) – più o meno consapevole – di mondo. Ogni scrittura si assume dunque in primo luogo la responsabilità di esporsi attraverso la messinscena di se stessa. La forma di ogni frase, i diversi modi in cui le frasi possono connettersi tra loro oppure smarcarsi o respingersi, un determinato uso della punteggiatura – tutta quella chimica della scrittura che nella maggior parte dei casi si considera mero veicolo del discorso quando invece è il discorso – descrive una percezione delle cose che può già dimostrarsi complessa e stratificata oppure semplificata e regredita. Se nel momento in cui scrivo avverto un’anomalia, una distorsione percettiva, e provo a darle luogo sulla pagina tentando di fare i conti con la struttura delle frasi, allora mi sto assumendo una responsabilità, sto correndo il rischio di assumermi una responsabilità cercando una forma espressiva il più possibile coerente con le mie percezioni (mettendo in relazione, di fatto, la mia vita organica e quella sociale); se invece, nel momento in cui scrivendo, pur avvertendo che l’ordine della frase deve implodere lasciando spazio a un ordine del tutto differente e molto probabilmente poco canonico scelgo di contrastare questo impulso e costringo le mie frasi a una domesticità di comodo, allora rivelerò una timidezza che può facilmente sconfinare nella viltà.
In sostanza è già nelle scelte lessicali e sintattiche – dunque ad altezza zero, negli strumenti che danno forma al discorso – che lo scrittore si espone e corre i suoi rischi.

Credo però ci sia un ulteriore possibile livello di coinvolgimento. Chi scrive propone un metodo, qualcosa che va oltre la parola letteraria. Chiarisce che fidarsi della lingua, rispettarla, prendersene cura, sono prassi che, se da un lato si concentrano nella fabbricazione di scritture, al contempo vanno oltre il letterario, lo trascendono. Se dalla grammatica linguistica ci spostiamo verso una grammatica sociale e facciamo valere la stessa fiducia, lo stesso rispetto e lo stesso scrupolo che governano il nostro lavoro sulla lingua, stiamo proponendo una possibilità di esistenza condivisa. Ed è chiaro che ognuno può mettersi nelle condizioni di intuire, nello spazio particolare del proprio lavoro, l’esistenza di un legame con tutto il resto della sua esperienza, un ponte di corda attraverso il quale trasportare, tradurre, un’etica specifica in un’etica più ampia.

Nel momento in cui uno scrittore si assume la responsabilità dell’asintoto, ovvero della tensione e del fallimento, è nel luogo in cui deve essere. Ed è tanto naturale quanto inevitabile considerare il suo lavoro sulla complessità e sull’etica inseparabile da una dimensione politica, perché il rispetto della complessità e la messa a punto di un’etica sono di fatto pratiche politiche.

9) Reputi che ci sia una separazione tra mondo della cultura e mondo politico e, in caso affermativo, pensi che abbia dei precisi effetti?

Ricollegandomi a quanto appena detto, credo ci sia un interesse da parte del mondo politico a esaltare questa separazione, e penso che stia al mondo della cultura il tentativo tenace di suturare, riconnettere e compenetrare due dimensioni che come accennavo sono consustanziali. Accettare la prospettiva per la quale la cultura – parzialmente o del tutto assimilata allo spettacolo – debba proporsi il compito di “intrattenere” (dall’intrattenimento esplicito a quello travestito), significa accettare una percezione impoverita dell’umano. Tenere a mente, sempre, che la cultura, come strumento di esplorazione dell’umano, è inestricabilmente connessa al pensiero e all’azione politica, può servire a stare immersi nella complessità.

10) Ti sembra opportuno che uno scrittore con convincimenti democratici collabori alle pagine culturali di quotidiani quali “Libero” e il Giornale, caratterizzati da stili giornalistici non consoni a un paese democratico (marcata faziosità dell’informazione, servilismo nei confronti di chi detiene il potere, prese di posizione xenofobe, razziste e omofobe …), e che appoggiano apertamente politiche che portano a un oggettivo deterioramento della democrazia?

No, non mi sembra opportuno. Ma proprio a partire da questo vorrei provare ad allargare la prospettiva e a far valere un ragionamento più ampio, tentando di introdurre nel discorso alcune variabili.
Periodicamente ognuno di noi ha a che fare con comportamenti che non ritiene opportuni e che non condivide. A quel punto – e la discussione di questi ultimi mesi su Nazione Indiana è in questo senso emblematica – possiamo reagire in varie maniere. Per esempio con un sospetto, nei confronti di chi agisce in un modo che avvertiamo discutibile, che rapidamente diventa ostilità (dall’irrisione all’insulto); l’alternativa è provare a tenere larga l’inquadratura e ad affrontare l’ambiguità che registriamo.
Perlopiù a prevalere è il primo atteggiamento; non necessariamente per malizia ma perché per impazienza e bisogno di un senso il più possibile definito preferiamo ridurre il peso delle variabili discordanti (magari la persona in questione è qualcuno che stimiamo ma se si comporta così allora di sicuro la nostra valutazione positiva sul resto del suo lavoro è un abbaglio, obliteriamo la stima e ci concentriamo esclusivamente sul disprezzo) e arrivare il più rapidamente possibile a delle conclusioni: ha torto, è complice, è colluso, è un mio nemico.
Raramente si ha a che fare con l’altro atteggiamento, che è quello che mi sembra in generale più fertile: ci si ritrova davanti a un comportamento che non si comprende, davanti a un’azione compiuta da una persona che stimiamo – magari anche da un punto di vista umano – e decidiamo di attendere, di sospendere il giudizio, di recuperare più fiducia possibile per cercare di capire che cosa sta succedendo.
Del resto è facile riporre fiducia in qualcuno che corrisponde in pieno al modo in cui consideriamo giusto pensare e comportarsi; la fiducia diventa un meraviglioso azzardo proprio nel momento in cui non siamo del tutto certi di che cosa un altro pensa o fa. Certo, in questo modo di nuovo si rischia ma cos’altro ha senso se non rischiare? Penso a Charlie Brown che ostinatamente, nonostante l’esperienza, ogni anno accetta di calciare la palla ovale che Lucy gli piazza davanti garantendogli che stavolta, stavolta davvero, non gliela sottrarrà all’ultimo istante facendolo cadere per terra; Charlie Brown si fida – per ottusità, secondo qualcuno; perché la sua è una fiducia visionaria, secondo qualcun altro – e nel momento in cui sta per calciare Lucy sottrae la palla e lui finisce schiena a terra: ed è lì, proprio lì, quando la fiducia si fa rischio e dolore, che Charlie Brown è pienamente umano.

Insomma, quando qualcuno che stimo (e a cui voglio bene) si comporta in un modo che non comprendo voglio garantirmi un tempo di esitazione (un’esitazione decisa, un’esitazione come metodo, come incubatore di pensiero) che mi permetta di porre in secondo piano la visceralità semplificatoria di un giudizio frettoloso impegnandomi invece in un ascolto il più possibile articolato delle diverse variabili coinvolte, specialmente di quelle in reciproco contrasto. Voglio cioè garantirmi il rischio di non calciare la palla e quindi di cadere sulla schiena (e, tra questi due momenti, di fare esperienza del vuoto).
Il che non vuole avere come conseguenza una moratoria delle responsabilità e uno sdoganamento garantito di ogni comportamento. Tutt’altro. Quello che mi sta a cuore è evitare quell’impulso all’autofrantumazione interna, sub specie virtutis, che mi sembra essere il carattere eminente di chi oggi compie azioni politiche attraverso la letteratura. La corsa alla virtù più pura, alla preservazione violenta della propria posizione, produce quasi sempre decapitazioni (come la vicenda di Robespierre insegna); mi sembra più logico e più umano trovare il modo di ragionare criticamente sul comportamento degli altri senza garantire a ogni costo il proprio punto di vista ma al contrario mettendo prima di tutto in discussione le proprie categorie di giudizio.

Allora, per chiudere. Secondo me è necessario conseguire la maggiore consapevolezza possibile degli oggetti e dei contesti, delle retoriche e delle cornici nelle quali queste retoriche vanno a inscriversi (generando ulteriori retoriche anche solo impercettibilmente modificate). In questo modo apprendiamo che lo spazio nel quale ci muoviamo è talmente fitto e inestricabile da non permetterci un movimento – fisico, di pensiero, di scrittura – che sia del tutto nitido e privo di riverbero e che dunque l’incoerenza sarà sempre nei pressi, sarà dentro di noi, o noi le saremo dentro. A questa incoerenza non ha senso arrendersi ma è necessario, credo, prendere atto che è uno dei materiali con i quali siamo fatti (da un certo punto di vista mi viene da pensare all’incoerenza come a quello specifico umano al quale si oppone il fondamentale controimpulso alla coerenza).
Se poi la smettiamo, in ambito letterario, di concepire soltanto scritture da capolavoro o scritture da dopolavoro e ammettiamo che una letteratura è l’insieme dei colpi andati a segno e di quelli andati a vuoto, dei fraintendimenti e delle distorsioni, di rettilinei interminabili così come di vicoli ciechi, e che un singolo libro, nel momento in cui non ne liquidiamo l’esperienza con “bello” o “brutto”, “mi è piaciuto” o “non mi è piaciuto”, è pressoché sempre un’occasione fertile di ragionamenti, anche di ragionamenti su un tentativo che avvertiamo come malriuscito se non del tutto fallito, allora ci mettiamo nelle condizioni di renderci conto che questa percezione può valere anche per le persone, per i loro comportamenti, per i nostri comportamenti, perché in entrambi i casi, quando abbiamo a che fare con la letteratura e quando abbiamo a che fare con l’umano (dove la letteratura ci serve a dare senso all’umano e l’umano nutre la letteratura), ci immergiamo in luoghi di variabili e di contraddizioni.

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30 Responses to La responsabilità dell’autore: Giorgio Vasta

  1. sergio garufi il 10 giugno 2010 alle 09:30

    che bravo che è giorgio vasta.

  2. Lucio Angelini il 10 giugno 2010 alle 09:42

    Mi piacerebbe che, a questo punto, un redattore di Nazione Indiana si prendesse la briga di collazionare le risposte ai dieci quesiti proposti a tutti questi addetti ai lavori e ne traesse una tavola sinottica di rapida consultazione con tanto di diagrammi. Così sapremmo se:

    1. Romanzo e poesia VITALI? (Sì, No, Abbastanza)
    2. Eccetera.

    Naturalmente tale tavola non gioverebbe in alcun modo alla vitalità di romanzo e poesia, ma nemmeno le interviste nella loro interezza, se per questo*-°

  3. schillo il 10 giugno 2010 alle 11:03

    “Siamo gente che usa la bocca per mangiarsi le orecchie”.
    Di Vasta mi stupisce ogni volta la lucidità d’analisi e la potenza di visione, come si divertisse a spostare continuamente il nostro orizzonte.

  4. mario il 10 giugno 2010 alle 11:25

    E, in effetti, spesso lo fa. Ma devo tornarci e leggerla con calma ché Vasta si diverte anche sempre ad “addensare” le cose.

  5. Alessandro Ansuini il 10 giugno 2010 alle 11:50

    Non c’è che dire, uno sguardo davvero lucido. talmente lucido che fa cadere le braccia a volte, nel senso piega dopo piega disegna, o sarebbe meglio dire sogna, un mondo di lettori attenti e infaticabili, di critici onnivori e presenti, di editori illuminati e ben disposti a non far convergere cultura e spettacolo. anche la risposta finale, quel contare fino a 10 prima di parlare è di una saggezza zen. voglio dire, sono d’accordo su tutto, ma arrivato alla fine della lettura mi pare di essere stato fregato. come se la palla ovale che charlie brown tenta in continuazione di calciare in realtà non esista. una cosa però è sicura: mi ha fatto venire voglia di leggere il suo romanzo.

  6. Umberto il 10 giugno 2010 alle 12:39

    Semplicemente straordinario.

  7. Massimo il 10 giugno 2010 alle 12:50

    Mi auguro che Vasta non scriva nello stesso modo in cui risponde ai questionari… In pratica bastava dire che la letteratura è come il maiale… non si butta via niente. Compreso quello che ci sta intorno.
    Il che tra l’altro ha una sua plausibilità.

  8. paolod il 10 giugno 2010 alle 13:02

    E’ stata l’intervista più argomentata, più consapevole tra quelle lette finora. Bisogna saper guardare in se stessi, invece di lasciarci andare ai nostri automatismi (di sinistra, di destra, atei, religiosi ecc.). Così facendo, si scoprirebbe che, quasi sempre, è il nostro “io” che si esprime, ossia la parte meno autentica di noi stessi, la più condizionata, la più avida (di riconoscimento, di conferme, di rassicurazioni…). Ognuno di noi sa pochissimo, in realtà, del mondo, giusto ciò che fa o ha fatto parte della nostra esperienza.

  9. Gloria Zerbinati il 10 giugno 2010 alle 13:46

    Una lucidità, un’intelligenza e una profondità-stratificazione impressionanti.

  10. giuseppe zucco il 10 giugno 2010 alle 16:06

    ciao a tutti,

    che alla responsabilità degli autori debba essere conseguente – meglio, contemporanea – una responsabilità dei lettori, non mi sembra una cosa affatto ovvia, e queste risposte lo sottolineano in maniera chiara.

    di più: se di questi tempi la responsabilità dell’autore e del lettore fosse una qualità diffusa anche fuori dal campo letterario, immagino che le cose non andrebbero così male. se si sostituisse alla parola potere la parola responsabilità, cioè se si passasse dal concetto astratto del potere ad un concetto individuato, se il potere non fosse altro che la conseguenza maligna e/o benigna della catena proprie azioni, forse si capirebbe meglio parte di ciò che intendeva foucault quando affermava che ognuno di noi è un piccolo nodo di potere e sapere, un piccolo importante nodo della più complessiva rete sociale. le cose vanno male proprio perchè il potere, diffuso e concentrato insieme, è completamente deresponsabilizzato.

    comunque, ho letto da poco “spaesamento”, l’ultimo libro di giorgio vasta. la potenza etica delle sue riflessioni/visioni continua anche qui.

    giuseppe

  11. effeffe il 10 giugno 2010 alle 16:52

    ecco un libro su cui vorrei scrivere una nota…
    effeffe

  12. effeffe il 10 giugno 2010 alle 17:03

    gran bel libro
    ça va sans dire
    effeffe

  13. mariasole ariot il 10 giugno 2010 alle 18:18

    Dici bene, Giuseppe: non è affatto ovvia la responsabilità corrispondente del lettore. Ed è proprio su questo che mi soffermerei -mentre fino ad ora il discorso ha puntato (per citare Vasta) e si è impuntato più sulle dinamiche interne dell’autore-editore-critico letterario, che sul peso dello sguardo di chi legge. Anche questa è, e dovrebbe essere una domanda cruciale: il lettore in tutto questo dove si colloca? E perché sembra restare soggetto passivo, in balia della catena di azioni altre, di un potere siderato?
    E’ necessaio che vitale prima di tutto sia il nostro modo di leggere , scrive Vasta. Vero. Ma il fatto stesso che ci sia il bisogno di ricordarlo è dimostrazione di una verità contraria: troppi lettori malaticci, influenzati (nell’uno e nell’altro senso del termine), con occhi stanchi. E se a generalizzare si rischia di lasciare vuoti profondi, è pur vero che il contagio della deresponsabilizzazione è non solo presente, ma dilagante.
    Si tratta di capirla, questa sindrome da stanchezza cronica, questa fiacca, perchè non è -credo- sintomo di mancata vitalità. Piuttosto una vitalità capovolta. Un bisogno malsano di “starne fuori”.

  14. robugliani il 10 giugno 2010 alle 18:49

    Sarà un caso o lo spirito di corpo che ha fatto rispondere negativamente (che io ricordi) a tutti scrittori intervistati alla prima domanda? Eppoi a mia volta una domanda mi frulla per la lingua fin dalla prima intervista: chi sono quei critici che hanno parlato di totale (addirittura) mancanza di vitalità del romanzo e della poesia italiana contemporanea? E in quale contesto, nel caso?
    Cmq, la suddetta “totale mancanza ecc.” è semmai giudizio di valore, non retorica. Retorica è, invece, la strategia di promozione letteraria delle case editrici.

  15. andrea branco il 10 giugno 2010 alle 19:05

    La responsabilità della persona. Che poi si sia autori, lettori, operai, politici e via dicendo, è la responsabilità. La cosa che mi sembra di fare più spesso, consciamente e inconsciamente, è delegarla. D’altronde sembra essere ovvio, questo. Non so. Non so neppure se si capisce. Va beh.

  16. dinosauro il 11 giugno 2010 alle 00:09

    Debordante e schiumoso. Letteratura è anche l’inchiostro su un foglio? Ma siamo pazzi? Intervento soverchiamente esteso e disteso nella sostanza.

  17. lorenzo galbiati il 11 giugno 2010 alle 03:13

    Ho sempre apprezzato gli autori che hanno scelto di non rispondere nel modo più sbrigativo (e spesso incomprensibile) possibile, preferendo invece rispondere impostando un ragionamento basato sulla loro esperienza e sensibilità, e tra questi Vasta mi sembra quello che finora ha portato all’estremo questa scelta.
    Tanto all’estremo che si rischia talvolta di perdersi nel leggerlo, nel senso che il suo ragionamento raggiunge un’articolazione tale nel connettere i concetti vuole veicolare che può far perdere di vista l’essenziale della sua risposta.
    Si potrà dire che Vasta esige attenzione da parte dei lettori: lo afferma nell’intervista e lo dimostra con il suo modo di rispondere. E questo è senz’altro vero. E non si può negare che a leggere con attenzione si resta ammaliati, si prova un piacere nella lettura che poche interviste o forse nessuna possono eguagliare.
    Se dunque questa è un’ottima intervista per l’analisi compiuta, per l’atteggiamento oltremodo serio e responsabile dell’autore (che in una intervista sulla responsabilità dell’autore conta eccome: vorrei fare dei paragoni impietosi ma evito) e anche per il piacere letterario che offre ai lettori, non mi resta che concentrarmi sui contenuti delle risposte.

    E ovviamente c’è un ma, che si riferisce, come si evince da sopra, all’essenza del contenuto di alcune sue risposte. E ho dovute leggerle più volte e scremarle dalla loro sintassi per farmele apparire discutibili nel loro contenuto, anzi nel loro presupposto più stringente e tangibile.
    Sono le risposte alla 2) e alla 4).
    “2) Ti sembra che la tendenza verso un’industrializzazione crescente dell’editoria freni in qualche modo l’apparizione di opere di qualità?
    Mi permetto di modificare i termini della domanda e del discorso che ne consegue: è possibile che a un’industrializzazione crescente dell’editoria corrisponda un’industrializzazione, una meccanizzazione, una automatizzazione altrettanto crescente della ricezione dei testi? Ecc.”
    Se si legge anche il seguito con attenzione, si vede come Vasta non prenda neanche in considerazione l’idea che l’industrializzazione dell’editoria freni l’apparizione di opere di qualità: si concentra solo sulla scelta del lettore. Ma la scelta del lettore può esserci solo sui libri pubblicati che trova in libreria, non su quelli rifiutati dalle case editrici o che restano nei cassetti delle stesse per anni o per sempre. Mi sbaglio?
    Vasta al massimo dice che “un lettore consapevole equilibrato e coraggioso smette di essere complice e costringe la monocultura del mainstream a una frammentazione interna e dunque a una diversificazione salvifica”, ossia che un lettore come si deve compra e legge libri non mainstream, contrastando la monocultura delle case editrici. In fondo una cosa ovvia. Ma qui il problema resta sempre il fatto che il lettore può scegliere solo tra quello che compare, non tra quello che compare.
    Però forse Vasta potrebbe voler dire (io lo direi, anche se con delle riserve) che leggendo libri non mainstrem, frammentando la monocultura le case editrici potrebbero trovare il coraggio di pubblicare di più opere non mainstream, che al momento rifiutano. E’ questo che vuol dire? No, non pare che voglia dire questo: “Se questa collettiva assunzione di responsabilità fosse possibile si scoprirebbe non soltanto che le opere di qualità esistono, ma ecc….”

    La risposta 4) di Vasta conferma l’idea che secondo Vasta non c’è nessun problema editoriale riferito all’apparizione di opere di qualità, infatti:
    “4) Ti sembra che la maggior parte delle case editrici italiane facciano un buon lavoro in rapporto alla ricerca di nuovi autori di buon livello e alla promozione a lungo termine di autori e testi di qualità (prosa e/o poesia)?
    Rispondendo in sintesi, e tagliando con l’accetta, sì, secondo me – considerate le tante variabili attive – fanno un buon lavoro. Rispondendo più analiticamente, serve ragionare su cosa può succedere quando un nuovo autore viene pubblicato.”
    Anche qui Vasta non si pone il problema che le opere di qualità possano non essere pubblicate: parte dal presupposto che ci siano, come diceva sopra, e si concentra sulla loro fruizione critica.

    Tutto questo solo per evidenziare come in questi due casi – che sono poi un caso solo – le risposte di Vasta aprano dei ragionamenti molto interessanti sulle responsabilità dei lettori, ma partendo da un presupposto – il fatto che le opere di qualità di debuttanti o meno non abbiano problemi a essere pubblicate – discutibile, che in certo qual modo la sua scrittura pone in secondo piano, e che in altri autori dalla scrittura più schietta e dall’atteggiamento più insofferente avremmo (alcuni di noi) probabilmente criticato senza remore.

  18. lupo il 11 giugno 2010 alle 21:00

    Diciamo che l’eccellente strutturazione del discorso (la sua propria retorica) non pare corrispondere a una complessità che sia anche evidenza del giudizio (perlopiù se ne astiene) – alla fin fine una sintassi così articolata che finisce per servire pure le ragioni di chi, per es, scrive su “Libero”, o che dà la stessa responsabilità di acquiescenza verso il mainstream a lettori e funzionari editoriali, messi un po’ incautamente sullo stesso piano, dà l’impressione di uno sforzo superiore ai risultati che produce…

  19. giuliomozzi il 12 giugno 2010 alle 15:31

    Nella risposta alla prima domanda, verso la fine, Giorgio Vasta scrive: “…pur con tutta la disponibilità alla generalizzazione, in questi casi sarebbe meglio vedere e toccare il proprio interlocutore, ragionare con lui riducendo al minimo le tentazioni paranoidi”.

    Sottoscrivo.

  20. matteo ciucci il 12 giugno 2010 alle 18:15

    Ciao Lorenzo,
    una domanda: non potrebbe essere che Vasta, essendo al di là della linea del Piave di chi lavora nel mondo editoriale, risponda per quello che vede lui, e cioè che – data per scontata l’industrializzazione del mondo editoriale – questa modifichi il gusto del lettore, a cui si richiede maggior responsabilità, mentre chi invece resta al di qua della linea del Piave, ad esempio lettori e appassionati, sia più portata a vedere quello che non riesce a passare e a diventare libro?

    Vasta in fin dei conti, a sentire chi ha letto il suo Tempo Materiale, è proprio il controesempio di una letteratura per lettori esigenti. Non ricordo chi parlasse di normalizzazione del prodotto-libro: ecco, forse si potrebbero studiare i fattori di normalizzazione che l’editoria produce anche sui romanzi di ottimo livello, visto che, come dici tu, si giudica su quello che c’è.

    Per me la posizione sulla responsibilità del lettore, che, leggendo i commenti di T. Scarpa esiste, è però squilibrata dal fatto che il lettore non possiede i mezzi di produzione editoriale, e quindi, letteralmente, si becca quello che c’è. Che poi quello che c’è gli finisca per piacere e si faccia concausa, segue. Ma a responsabilità limitata…

    Che poi, anche lo scrittore subisca la forma del mondo editoriale, è ancora un’altra questione. Ma uno scrittore ha certamente più mezzi di un lettore per esprimere il proprio punto di vista con opere più toste. Altrimenti, credo, hanno ragione quelli che dicono che la colpa è del mercato. Ciao, e complimenti per la replica a La Gioia: mi ha aperto un’orizzonte!

  21. Lettore il 13 giugno 2010 alle 08:21

    Giorgio Vasta merita 5 stellette per l’esercizio di stile, perchè tale può definirsi. Il suo futuro è assicurato, potrebbe scrivere con successo libri dove risponde a qualsiasi domanda con elaborata capacità di ragionamento, articolazione della parola, sufficiente fascinazione (è la sufficienza in un quadro generale di scrittori insufficientemente capaci di stile, chiamasi ragionamento, che fa essere le sue risposte suggestive, sarebbe stato meglio se fossero solo sembrate suggestive).

    Mi limito a esaminare la prima risposta. Si sostiene che c’è una retorica composita. E Vasta la descrive. Ma come la descrive? Con navigato stile retorico, con assunzione di principi indimostrabili, dove la persuasione non è data dalla verità dei fatti – che evidentemente nelle sue parole ben articolate sarebbe difficile a trovarsi, occorrerebbe esaminare visioni del mondo e dell’uomo, linguaggio e temi degli scrittori contemporanei italiani, per mostrarne il desolante e decadente panorama – ma dalla forza retorica della persuasione, il cui culmine immaginifico è dato da : “Nel senso che per me è importante leggere la letteratura italiana contemporanea in modo intenso. Questo potrà anche essere considerato un doping indebito, ma penso che sia indispensabile dialogare in modo fertile curioso agonistico e disponibile con la materia letteraria in cui si vive immersi. Insomma, è necessario che vitale sia prima di tutto il nostro modo di leggere”.

    Qui, dopo avere inquadrato il rapporto tra critico e scrittore nel quadro edipico (funziona sempre il falso mito quando lo si sa riproporre con arguto esercizio di stile) il lettore è conquistato, non si sa cosa possa significare e ognuno quindi colma lo iato con la libera immaginazione che lo fa sognare. E i giochi linguistici sono dati

    Preferisco il giudizio obiettivo e il coraggio di Cavazzoni che alla domanda formulata su Repubblica di ieri: “Ma dei contemporanei non salva nessuno?”, risponde: “Un momento. Io ho una predilezione per Gianni Celati, mi piacciono anche Ugo Cornia e Daniele Benati, tra i poeti ammiro Raffaello Baldini, scomparso qualche anno fa. Ho molto apprezzato i primi romanzi di Michele Mari e Paolo Nori. Per non dire della generazione precedente, scrittori come Paolo Volponi o Giorgio Manganelli. Gli altri faccio più fatica a leggerli”

  22. Sascha il 13 giugno 2010 alle 11:31

    Ecco, questo mi fa venire in mente proprio quel che dice Vasta sulla ‘responsabilità del lettore’ (pun intended).
    Lo si accusa di retorica, evasività e volemosebenismo. In positivo ci viene mostrato un tale che si limita a una serie di ‘mi piace/non mi piace’, assolutamente legittimi come gusti personali ma che possono interessare solo a chi considera importanti solo i gusti personali, siano nell’ottica della kumpa che in quella del ‘celo, celo, celo, manca, celo’…
    Come dire, inutile sprecarsi nelle risposte o,peggio ancora, ragionare: il lettore comune vuole liste di buoni e cattivi.

  23. lupo il 13 giugno 2010 alle 12:34

    Sascha, mi pare che ora sia tu a semplificare. Abbiamo, io e qualcun altro, soltanto notato il rischio che nel discorso di Vasta, il giudizio venga smarrito nell’eccellente orchestrazione delle buone intenzioni. Vogliamo mica D’Orrico http://www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl?Tipo=falso&Chiave=64 ma la responsabilità del lettore, specie di quello “professionale”, è almeno, e intanto, duplice: non stroncare a cazzo (non dimenticare, ammesso che uno la pensi così, che Paolo Nori ha scritto buone cose – per me, per quel che vale, letto uno letti tutti – anche se ora scrive su “Libero” – e se ne assume anche lui la responsabilità); ma dire, con Niccolò Franco, “pane al pane e cazzo al cazzo” con i libri che lo meritano. O aspettiamo che la rete che tiene insieme (quando lo fa) scrittori funzionari editoriali recensori uffici stampa etc in cui io tu pubblico tu parli bene sul giornale del libro di tizio che sta nella stessa collana e lui ti trova una recensione sul giornale di sua moglie, che questa rete la frantumi qualcun altro? Quando è il momento della responsabilità di fare nomi e cognomi e dire che scrivono schifezze?

  24. Sascha il 13 giugno 2010 alle 19:06

    Mi viene in mente che, tempo fa, Baricco fece una scenata sul fatto che certi critici (Pietro Citati in particolare) lo liquidavano con una battuta, come indegno di attenzione ed ennesimo segno della decadenza dei tempi; Baricco pretendeva di essere stroncato per filo e per segno ma stroncato nel merito, con attenzione.
    Per quanto non mi piaccia come scrittore in questo caso aveva perfettamente ragione.
    Non ci vuole niente a fare nomi e cognomi di gente che scrive schifezze, lo può fare chiunque, non richiede ne’ intelligenza ne’ coraggio. Per me Busi, Mari e Avoledo sono i tre scrittori italiani viventi che valgono la pena; altri non mi dispiacciono; di altri ancora potrei dire molto male. Ma la cosa non mi renderebbe migliore, anzi. Servirebbe solo a inquadrarmi fra gli amici o i nemici e a gonfiare la mia vanità.

  25. lupo il 13 giugno 2010 alle 23:54

    Oh questa è bella: non aveva ragione per niente Baricco – Ferroni con cui pure se la prendeva aveva già scritto su di lui per esempio su “Giudizio Universale” e la faccenda è nota ; non si tratta di dire questo mi piace e questo no, ma entrare nel merito di ciò che Vasta discute , per es. scrive “è ancora una volta necessario tornare all’assunzione di responsabilità: uffici stampa intelligenti che dialogano su libri non notiziabili con capi-cultura altrettanto intelligenti che lavorano muovendo da un’idea di cultura e di mondo” – bene, chi ci prova dal di dentro a scardinare il sistema degli uffici stampa stupidi, i capi-cultura altrettanto stupidi la cui idea di di mondo si chiama mercato…? perché parlarne solo in astratto?

  26. Ink il 14 giugno 2010 alle 01:45

    Molto brevemente, se ci si vuole interrogare sul lettore e sul perché non legga certi libri e su come fare in modo che li legga, bisognerebbe porsi questo genere di domande:

    1) in che modo un lettore sceglie un libro?

    2) come si orienta nella straripante quantità di vecchie e nuove pubblicazioni italiane e straniere?

    3) cosa gli è è possibile incontrare “per caso” in una libreria?

    4) come fa a venire a conoscenza di un libro che potenzialmente gli interessa?

    5) qual è il lettore a cui un certo tipo di libro interessa? Cosa cerca in un libro che non trova già in modo più facile altrove?

    Detto in altri termini, ammesso che io sia una persona che non lavora dodici ore al giorno, che dispone di un certo tempo e che preferisce occupare quel tempo leggendo un certo tipo di libri piuttosto che guardando la tv, o un film, o un serial americano scaricato da internet, o chattare su facebook, come posso incontrare un libro italiano recente che potenzialmente mi interessa? Come entro in contatto con la sua esistenza?

    Mettiamo che abito in una grande città, e che per abitudine o comodità entro in una grande libreria di catena, armato dalle intenzioni più combattive del mondo, e mi ritrovo davanti gettati in faccia come urla pile di libri americani e italiani “mainstream”. Poi scaffali interi di letteratura mondiale passata e presente, libri bellissimi che una vita non basterebbe a leggerli. A un certo punto mi imbatto su qualche pila di novità Mondadori con più o meno giovani autori italiani più o meno esordienti di cui non so assolutamente niente, copertine colorate, un paio di frasi sfrontatamente accattivanti sulla quarta di copertina, un tempo di permanenza di al massimo due o tre mesi, e non sono in grado di sceglierli. Degli altri, quelli pubblicati da case editrici meno pervasive e potenti, non c’è traccia. Forse sono in scaffali oscuri e polverosi, o forse più probabilmente non ci sono proprio. Ma anche solo per sapere che NON ci sono, dovrei sapere GIA’ della loro esistenza.

    Come faccio a saperlo? Il problema mi sembra è che se non faccio parte degli addetti ai lavori, se non compro giornali tutta la settimana e non leggo tutte le recensioni possibili, se non sono un compulsivo divoratore di blog letterari, se non navigo sui siti delle case editrici in questione (che anche qui dovrei già conoscere), se non incontro per puro caso un amico che l’ha letto e me ne parla bene, se non si rovescia uno scaffale in qualche libreria per un terremoto improvviso, di molti libri e autori io non saprò mai niente.
    O quel poco che saprò non sarà sufficiente a darmi la voglia di leggerli.
    Loro perderanno un lettore, ma anche io perderò qualcosa, e con me penso molte altre persone.

    Se la diffusione di certi libri è relegata – per ragioni commerciali e politiche – a zone periferiche, e i principali canali di mediazione che dovrebbero mettere in contatto un potenziale lettore con un libro falliscono, c’è di fatto, credo, un problema “sistemico” di non facile soluzione, a cui possiamo solo opporre per il momento resistenze parziali, fragili, e ancora inadeguate.

    Piccola nota per Lorenzo: l’emorragia dei libri potenziali è pari all’emorragia dei giorni. Qualcosa che la vita si porta dentro per definizione. Poi quello che resta, lo decidono il caso, il tempo e l’amore delle persone che verranno dopo di noi.

  27. lorenzo galbiati il 14 giugno 2010 alle 01:52

    ciucci
    matteo, può darsi tu abbia ragione. Io ho notato ciò che Vasta ha dato per scontato, ossia la presenza di ottimi libri in circolazione senza dir nulla di quanti ottimi libri non vengono pubblicati. Avrebbe potuto fare una premessa, Vasta, come ha fatto per l’ultima risposta, dicendo subito che l’industrializzazione limita la pubblicazion di certi libri, per poi concentrarsi sulla responsabilità del lettore. Non l’ha fatto, anzi ha detto che le case editrici fanno un “buon lavoro”: il dubbio perciò su cosa pensi della facilità o meno della pubblicazione di libri di qualità è legittimo.

    Peccato lui non intervenga.

    Approfitto per dire, leggendo i commenti successivi a qualli di ciucci, che nel complesso io non credo Vasta abbia fatto un esercizio di stile o di retorica nelle sue risposte, non credo ci sia… più fumo di arrosto, credo sì ci sia del fumo qua e là, ma soprattutto molto arrosto, e ottimo arrosto in quasi tutte le risposte.

    (Sono di una finezza stanotte)

  28. alcor il 14 giugno 2010 alle 08:42

    il commento di @ink fotografa la realtà [non solo di oggi, però] dell’astratto lettore medio, assediato dalla troppa offerta di piaceri altri dalla lettura, da una quantità di merce sbalorditiva e dalla mancanza di consigli per gli acquisti che ritenga affidabili, e tuttavia, in qualsiasi sito letterario si metta piede alla parola “critico” tutti si mettono a sghignazzare, la competenza viene considerata – con vero disprezzo da lettore-proletario e orgoglioso della sua appartenenza di classe – “establishment” se le va bene, cricca se le va male, e vige il fai da te al 100 %100, perciò, pur tenendo conto di Schiffrin, anche una bella lettura del lettore sarebbe interessante

    [noto con divertimento le modificazioni della recezione della parola mainstream rispetto a quando la usava Dick]

  29. grifone il 14 giugno 2010 alle 12:08

    Mi piace Vasta perchè come scriveva Kraus scrive perchè non ha niente da dire…ha scritto un capolavoro inconsapevolmente comico…il romanzo in cui i ragazzotti vogliono fare i terroristi e parlano (ops scrivono) come dei tristi adulti urideologizzati…è stato riconosciuto come un nome nuovo della letteratura…se Fo ha vinto il premionobel…tutto vale

  30. […] da Vassalli, a cui a nome di NI avevo chiesto se voleva rispondere al nostro questionario sulla responsabilità dell'autore, la lettera (cartacea) che segue; ne riporto il testo con il suo […]



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