TRISTI MONTAGNE (guida ai malesseri alpini): 1 parte

14 giugno 2010
Pubblicato da

di Christian Arnoldi

[i due passi riportati sono tratti da Tristi montagne (guida ai malesseri alpini) di Christian Arnoldi, Priuli & Ferlucca, 2009; un libro che mancava, e che permette di capire molto meglio la completa schizofrenia e i conseguenti pervasivi malesseri delle vallate alpine, e forse anche la crisi “strutturale” dello stesso turismo di montagna]

La belle montagne

Nella seconda metà del XVIII secolo la produzione immaginaria ha alimentato una serie di differenti approcci alla natura quali ad esempio il viaggio, la marcia, la salita, l’arrampicata, la raccolta di materiali, la misurazione. Queste attività, intraprese dai cittadini europei, si sono poco a poco codificate e cristallizzate in due modalità stereotipate di rapportarsi alla montagna: l’alpinismo e il turismo. Tali modalità, strutturatesi nel corso degli ultimi due secoli, hanno messo in movimento la totalità della società, ogni sua dimensione, da quella economica a quella politica, da quella organizzativa a quella legislativa, da quella materiale a quella estetica. Hanno portato cioè alla composizione di gruppi e di cerchie, al formalizzarsi di organizzazioni (i Club alpini nazionali e regionali) e di agenzie come quelle per la preparazione dei viaggi, alla precisazione di piani, di programmi e di attività, alla designazione di ruoli, di compiti e di missioni; alla scoperta oppure alla progettazione di vie di comunicazione (sentieri e tracciati che portano alle vette, teleferiche, funivie, seggiovie), alla costruzione di nuove strutture abitative in alta montagna (grandi hotel, alberghi, rifugi, bivacchi, seconde case, villaggi), all’inaugurazione di un particolare sistema economico che ha smantellato e sostituito quello precedente. Alpinismo e turismo hanno contribuito alla formazione di un sistema geo-politico esteso ai crinali delle vette più alte d’Europa e all’innesco persino di una guerra d’altitudine; alla cristallizzazione di un’etica condivisa (regole per praticare la montagna, l’etica dell’alpinista), alla definizione di norme, di statuti, di leggi per la disciplina dei rapporti sociali in quota, per la difesa della natura; all’elaborazione di una produzione estetica (pittura, letteratura, manifesti, documentari, fotografia, cinema).

Ciò che qui ci interessa mettere in evidenza è la nascita di questi due vettori di trasformazione delle Alpi e in particolare i modi di considerare e di interpretare la montagna che essi hanno introdotto: modalità che come vedremo tra poco possono essere ricondotte a pieno titolo a uno dei due immaginari di cui abbiamo parlato e nello specifico a quello paradisiaco.

Cominciando dall’alpinismo, senza volerne fare una storia, ricordiamo che esso nacque sul Monte Bianco e poi si estese nell’arco di un secolo circa a tutte le Alpi e a tutte le montagne del pianeta: dal Caucaso, all’Himalaya, alle Ande. Le due prime ascensioni alla vetta più alta d’Europa, quella di Paccard e Balmat e la successiva di De Saussure, ebbero una risonanza enorme in tutto il continente, tanto che le Alpi divennero in poco tempo meta privilegiata di scienziati, viaggiatori, esploratori e letterati. Nel giro di pochi anni, l’elenco di coloro che si lasciarono contagiare dalla inusitata e bizzarra mania di scalarne le vette e le pareti divenne lunghissimo e ciò provocò via via anche il mutamento dello spirito che animava le ascensioni. De Saussure volle a tutti i costi raggiungere la vetta del Monte Bianco spinto da un forte interesse scientifico. Egli desiderava verificare le sue ipotesi sulla formazione geologica della crosta terrestre; riteneva che fosse un punto privilegiato di osservazione delle catene alpine circostanti e di rilevazione di dati sulla temperatura, sulla composizione dell’aria e sulla pressione atmosferica; un luogo adatto per la raccolta di campioni di rocce e per l’osservazione dei ghiacciai. Le ascensioni che seguirono invece affermarono piuttosto il piacere dello scalare, il divertimento a esso connaturato, la ricerca di avventura, le sfide con la natura e con se stessi.

Persino alcuni famosi geologi e glaciologi dell’epoca, Hugi, Agassiz, Tyndall, non disdegnavano il richiamo dell’avventura e il piacere prodotto dal paesaggio d’alta montagna, al punto da trasformarsi in accaniti esploratori delle Alpi occidentali. In quei primi anni del XIX secolo, sino agli anni Sessanta circa, si era proceduto ad una sorta di «conquista» sistematica delle vette alpine, passando dall’una all’altra senza sosta, cercando di incrementare il proprio medagliere e la propria fama.

L’alpinismo godeva di grande favore, tanto che nella seconda metà del secolo in molte capitali e in diverse città europee furono fondati i Club alpini. Il primo fu inaugurato a Londra nel 1857 e raccoglieva numerosi aristocratici e borghesi anglosassoni appassionati delle Alpi. In seno a queste organizzazioni nacquero i primi giornali che raccoglievano e divulgavano gli scritti dei viaggiatori, le loro impressioni, i resoconti delle scalate, le difficoltà e i pericoli affrontati, le descrizioni dei paesaggi. Il primo volume, intitolato Peaks, Passes and Glaciers, fu pubblicato nel 1859 a cura di John Ball, primo presidente del Club. Esso era uno strumento fondamentale per far conoscere le Alpi ad un pubblico sempre più vasto, per diffondere le nuove idee sulla pratica alpina, per aggiornare e approfondire il dibattito sulle ascensioni e, inevitabilmente, per creare e propagare visioni della montagna. Tra i numerosi membri del neonato Club Alpino Inglese che pubblicarono sulla rivista vi fu anche lo scrittore Leslie Stephen, uno dei padri spirituali, un vero ideologo dell’alpinismo moderno. Attorno agli anni Sessanta del XIX secolo egli scalò alcune tra le vette più alte e raccolse i resoconti delle ascensioni assieme ad altri scritti in un allora famosissimo libro, pubblicato a Londra nel 1871, dal titolo The Playground of Europe. Egli fu, tra l’altro, fra i primi ad intendere l’alpinismo alla stregua di uno sport in cui si può vincere o perdere: «[…] andare in montagna, per come lo intendo io, è uno sport. Uno sport che, come la pesca o la caccia, porta a contatto con gli aspetti più sublimi della natura. […] Si vince quando, nonostante tutte le difficoltà, si arriva in cima; si perde quando si è obbligati a ritirarsi».

L’opera di Leslie Stephen, così come quelle altrettanto famose di Edward Whymper, Scambles amongst the Alps in the Years 1860-1869 e The ascent of the Matterhorn, fu pubblicata diversi anni dopo le tragiche vicende legate alla conquista del Cervino (luglio 1865), quando ormai le polemiche si erano affievolite. Questo testo, assieme agli altri, contribuì a definire e a formalizzare la concezione alpinistica che si era manifestata per la prima volta in quei giorni del luglio 1865. Se da un lato l’alpinismo acquistava definitivamente la dignità di sport o di gioco, dall’altro lato si arricchiva di nuove attribuzioni di senso e di significato. Divenne tra l’altro una pratica di lotta per l’affermazione delle identità nazionali in gestazione e le vette un vero e proprio campo di battaglia, con i suoi martiri ed eroi. La montagna, soprattutto per la borghesia europea, rappresentava un luogo nel quale riscattare le proprie esistenze all’ordinarietà, alla banalità, all’anonimato della vita cittadina, caricandole di epicità.

La concezione e la visione delle Alpi messa in cantiere in Europa a partire dal XVII e XVIII secolo era strettamente legata, tra l’altro, anche alla tradizione del Grand Tour, ovvero del viaggio che molti nobili e aristocratici facevano attraverso le corti europee. In particolare il lento e progressivo cambiamento delle mete di questo viaggio che portò un numero crescente di persone a contatto con l’ambiente alpino, fu il primo passo per il consolidarsi di quell’abitudine che più tardi sfociò nel fenomeno turistico. Le prime destinazioni montane coincidevano con le mete alpinistiche e cioè con le località e i villaggi alle pendici dei ghiacciai e delle vette più alte: Grindelwald, Lauterbrunner, Zermatt, Interlaken e naturalmente Chamonix. A quell’epoca i tour erano delle vere e proprie odissee, avventurosi e imprevedibili come i viaggi verso i continenti lontani: non solo per il tempo necessario a raggiungere i massicci alpini, ma anche perché questi ultimi rappresentavano delle autentiche scoperte sia dal punto di vista geologico-naturalistico, sia dal punto di vista antropologico. Eppure, nonostante tutte le difficoltà, i forestieri continuavano ad arrivare sempre più numerosi; anche De Saussure sottolineava il grande afflusso di stranieri che aveva interessato Chamonix durante gli anni Settanta e Ottanta del Settecento: «[…] questo viaggio è diventato gradualmente così alla moda che i tre grandi e buoni ostelli che vi sono stati successivamente aperti sono sufficienti a malapena a contenere gli stranieri che vi vengono d’estate da tutti i paesi del mondo».

Per avere un’idea delle dimensioni di questo flusso ricordiamo che verso il 1780 proprio Chamonix ospitava, nel periodo estivo, una trentina di forestieri al giorno. In quel periodo l’organizzazione e la progettazione dei viaggi si basava esclusivamente sulle informazioni raccolte attraverso i racconti di amici e conoscenti oppure lette nei resoconti e nei diari dei pionieri. Dal nostro punto di vista la proliferazione e la sedimentazione della documentazione di viaggio potrebbe essere considerata il primo lavoro svolto dall’invenzione sulle rappresentazioni della montagna prodotte e raccolte dai viaggiatori; al quale seguì naturalmente l’elaborazione progressiva di topografie sempre più definite, sino ad arrivare alle mappe e agli itinerari proposti dalle prime guide turistiche, quelle pubblicate a Londra e a Ginevra nel 1788, l’anno seguente in Germania, nel 1791 in Francia e nel 1793 ancora in Svizzera, destinate ai nobili e agli aristocratici.

Le zone alpine nella bella stagione, si popolavano di un nuovo gruppo sociale, di una nuova cerchia, i cosiddetti «villeggianti», scarsamente interessati all’alpinismo e alla geologia. La maggior parte dei nuovi arrivati era motivata da inediti desideri e interessi: amava passeggiare nei boschi alle pendici delle montagne e attorno ai villaggi, salire sui declivi più dolci, soggiornare sulle rive dei laghi, intrattenersi nelle sale da pranzo o da ballo degli alberghi, conoscere altri nobiluomini o nobildonne, raggiungere i punti panoramici e i belvedere più famosi. Durante gli anni Venti e Trenta dell’Ottocento queste nuove pratiche della montagna divennero le abitudini preferite della nascente borghesia, una vera e propria moda, tanto da richiedere la pubblicazione di altre guide di viaggio, aggiornate e ampliate, come quelle di Karl Baedeker del 1836 e di John Murray del 1838 dedicate alla Svizzera.

Il meccanismo dell’invenzione stava cominciando a dare consistenza alla realtà turistica; si definivano e si diversificavano gli itinerari differenziando le mete in base ai gusti e alle esigenze; si creavano i servizi minimi, alberghi, rifugi, locande; si strutturava una certa organizzazione in grado di supportare e di intrattenere il turista, pensiamo alla compagnia delle guide di Chamonix. Inoltre si cominciavano a produrre anche immagini più complesse, quelle che abbiamo definito di secondo livello, vale a dire riti e miti che scandivano e davano senso alla permanenza dei forestieri in montagna. Per mettere a fuoco tutti questi elementi potremmo fare riferimento alla letteratura dell’epoca, pensiamo, soltanto per citare qualche titolo, alle famose Impressions de voyage en Suisse di Alexandre Dumas, pubblicate in Francia in vari volumi tra il 1833 e il 1838, a Dix mois en Suisse di Aglaé de Corday, pubblicato nel 1839 e a Voyages en zig-zag di Rodolphe Töpffer del 1844.

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6 Responses to TRISTI MONTAGNE (guida ai malesseri alpini): 1 parte

  1. jan il 14 giugno 2010 alle 21:52

    Interessante intervento, sono curioso di leggere la seconda parte. Sono cose note a chi legge la rivista del CAI, ma mancano ancora dei ponti tra il mondo del club alpino italiano e la letteratura di monagna in generale.

  2. giacomo sartori il 15 giugno 2010 alle 09:50

    hai ragione Jan, queste cose si trovano anche sulla rivista del CAI;
    sulla rivista del CAI non si trovano però quelle riguardanti l’altra faccia della montagna, quella legata alla bruttezza, allo squallore, alla violenza, alla paura … (vedi seconda parte, domani: “La montagne maudite”);
    e il libro di Arnoldi ci mostra che le due visioni sono sempre coesistite, e proprio dalla rimozione della seconda, quasi totale nel nostro presente turistico-edonistico, nascono i problemi; per chi ci abita, naturalmente, non per chi ci va in vacanza;

  3. giacomo sartori il 15 giugno 2010 alle 09:55

    non per niente, ma è solo un esempio, i miei romanzi, che hanno tutti a che fare con il lato oscuro della montagna, proprio nell’ambiente del CAI (al quale sono iscritto da più di 40 anni) hanno ricevuto un’accoglienza (ma è un eufemismo) glaciale;

  4. jan il 16 giugno 2010 alle 08:19

    Giacomo: la rivista del CAI e lo Scarpone hanno il pregio della grande e capillare distribuzione, ma il grosso limite di essere, sui temi della società alpina, molto introversi, presi nella dimensione associativa, di sodalizio.

    Col risultato che pochissimi leggono i saggi e le analisi sociali/ambientali, preferendo leggere le relazioni delle vie, i diari di viaggio e tutte le sezioni più pratiche e dirette all’andare in montagna (da alpinsti escursionisti, perlopiù).

  5. Lucio Angelini il 16 giugno 2010 alle 08:45

    Intervengo, da alpinista della domenica, con il mio vecchio pezzo “BISOGNO DI PENDENZA”.

    “Tutti attraversiamo la fase caratterizzata da un fortissimo bisogno di dipendenza (dalla madre, dalle cure parentali eccetera). Poi, lentamente, ci avviamo verso l’autonomia e quell’antico bisogno sopravvive in forme solo sopite e attenuate (dipendenza da una donna, da un personaggio idealizzato, dal lavoro eccetera). In alcuni casi, però, l’antico bisogno di dipendenza si trasforma in un vero e proprio BISOGNO DI PENDENZA e allora non resta che avviarsi per piani inclinati, appunto pendenti, con lo sguardo rivolto alle cime:-) “

  6. […] passo riportato, come i due precedenti, è tratto da Tristi montagne (guida ai malesseri alpini) di Christian Arnoldi, Priuli & […]



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