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	Commenti a: “La colla e il miele”. Appunti sulla critica militante	</title>
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		<title>
		Di: ariel		</title>
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		<dc:creator><![CDATA[ariel]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 23 Jun 2010 15:22:02 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[sarà tautologico ma mi viene in mente una riflessione di Bellocchio (bah oui) sulle qulità della critica o delle critiche sempre impossibili da disgiungere da un alta produzione letteraria.
saluti rispettosi a tutti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>sarà tautologico ma mi viene in mente una riflessione di Bellocchio (bah oui) sulle qulità della critica o delle critiche sempre impossibili da disgiungere da un alta produzione letteraria.<br />
saluti rispettosi a tutti</p>
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		Di: Fabio Teti		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/06/16/%e2%80%9cla-colla-e-il-miele%e2%80%9d-appunti-sulla-critica-militante/#comment-136502</link>

		<dc:creator><![CDATA[Fabio Teti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Jun 2010 12:52:57 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[http://books.google.it/books?id=V5VUFGCir9QC&#038;lpg=PT29&#038;ots=Dcf-nRaLJw&#038;dq=muzzioli%20levi-strauss&#038;pg=PT27#v=onepage&#038;q&#038;f=false

vedere alle pagine 29-32]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://books.google.it/books?id=V5VUFGCir9QC&#038;lpg=PT29&#038;ots=Dcf-nRaLJw&#038;dq=muzzioli%20levi-strauss&#038;pg=PT27#v=onepage&#038;q&#038;f=false" rel="nofollow ugc">http://books.google.it/books?id=V5VUFGCir9QC&#038;lpg=PT29&#038;ots=Dcf-nRaLJw&#038;dq=muzzioli%20levi-strauss&#038;pg=PT27#v=onepage&#038;q&#038;f=false</a></p>
<p>vedere alle pagine 29-32</p>
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		<title>
		Di: robugliani		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/06/16/%e2%80%9cla-colla-e-il-miele%e2%80%9d-appunti-sulla-critica-militante/#comment-136424</link>

		<dc:creator><![CDATA[robugliani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Jun 2010 11:36:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@ ennio abate - scusandomi di non essere lenzini, ma si parva licet... e per precisare:
la frase «il riferimento agli anni ‘70 (per l’interpretazione del mondo, non del testo) può essere di stimolo teorico ma impossibile storicamente» l&#039;ho scritta appunto pensando anche - per quanto ci ho capito - ai &quot;discorsi&quot; di la grassa e preve (che, per precisare agli indiani, non è un binomio ma sono due distinte persone talvolta in contrasto teorico forte tra loro), e, per dirla in soldoni, mi pare che all&#039;&quot;esodo&quot; verso i lidi d&#039;oltreoceano a stelle e strisce vada piuttosto chi si ostina a basarsi su categorie come &quot;destra&quot; e &quot;sinistra&quot; come se fossimo negli anni &#039;70, per l&#039;appunto. Difatti, se prendiamo ad esempio l&#039;&quot;accordo&quot; fiat di pomigliano e lo rapportiamo ai settanta, si può vedere come il mondo (politico) oggi sia ulteriormente rovesciato (dopo il rovesciamento originario individuato dal moro), e il raffronto impossibile. Oggi la posizione della fiom viene considerata irreponsabile da tutte le forze politiche e i relativi corifei e sicari dell&#039;informazione, che fanno apparire gli operai fiom, che parlano non di referendum ma di ricatto fiat e di abolizione delle libertà costituzionali insite nell&#039;&quot;accordo&quot;, come dei dinosauri. Negli anni 70 era impensabile tutto ciò, allora almeno berlinguer (che ha avuto beninteso le sue responsabilità politiche per come sono poi andate le cose fino ad oggi) si degnava di recarsi ai cancelli fiat per parlare agli operai in sciopero (o portare la linea del partito), oggi invece abbiamo i dirigenti della sinistra scomparsa e del sindacato scomparso che dai tiggì o da qualche tavolino di bar affermano che quello fiat non è un ricatto (veltroni) e che i lavoratori fanno bene a votare sì al referendum. Quanto (ancora) a la grassa (più che a preve), la sua analisi mi pare troppo appiattita sul multipolarismo prossimo venturo (quantunque più che una tendenza sia una realtà oggettiva con cui fare i conti) e, come succede con ogni riflessione che individui la &quot;causa prima&quot;, lascia in secondo piano, come aleatorietà, le &quot;possibilità&quot; rivoluzionarie e conseguentemente non presta sufficiente (a mio avviso) attenzione alla realtà e capacità di incidenza (regionale, ben inteso) dei movimenti rivoluzionari (ce ne sono ancora) a livello mondiale.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@ ennio abate &#8211; scusandomi di non essere lenzini, ma si parva licet&#8230; e per precisare:<br />
la frase «il riferimento agli anni ‘70 (per l’interpretazione del mondo, non del testo) può essere di stimolo teorico ma impossibile storicamente» l&#8217;ho scritta appunto pensando anche &#8211; per quanto ci ho capito &#8211; ai &#8220;discorsi&#8221; di la grassa e preve (che, per precisare agli indiani, non è un binomio ma sono due distinte persone talvolta in contrasto teorico forte tra loro), e, per dirla in soldoni, mi pare che all'&#8221;esodo&#8221; verso i lidi d&#8217;oltreoceano a stelle e strisce vada piuttosto chi si ostina a basarsi su categorie come &#8220;destra&#8221; e &#8220;sinistra&#8221; come se fossimo negli anni &#8217;70, per l&#8217;appunto. Difatti, se prendiamo ad esempio l'&#8221;accordo&#8221; fiat di pomigliano e lo rapportiamo ai settanta, si può vedere come il mondo (politico) oggi sia ulteriormente rovesciato (dopo il rovesciamento originario individuato dal moro), e il raffronto impossibile. Oggi la posizione della fiom viene considerata irreponsabile da tutte le forze politiche e i relativi corifei e sicari dell&#8217;informazione, che fanno apparire gli operai fiom, che parlano non di referendum ma di ricatto fiat e di abolizione delle libertà costituzionali insite nell'&#8221;accordo&#8221;, come dei dinosauri. Negli anni 70 era impensabile tutto ciò, allora almeno berlinguer (che ha avuto beninteso le sue responsabilità politiche per come sono poi andate le cose fino ad oggi) si degnava di recarsi ai cancelli fiat per parlare agli operai in sciopero (o portare la linea del partito), oggi invece abbiamo i dirigenti della sinistra scomparsa e del sindacato scomparso che dai tiggì o da qualche tavolino di bar affermano che quello fiat non è un ricatto (veltroni) e che i lavoratori fanno bene a votare sì al referendum. Quanto (ancora) a la grassa (più che a preve), la sua analisi mi pare troppo appiattita sul multipolarismo prossimo venturo (quantunque più che una tendenza sia una realtà oggettiva con cui fare i conti) e, come succede con ogni riflessione che individui la &#8220;causa prima&#8221;, lascia in secondo piano, come aleatorietà, le &#8220;possibilità&#8221; rivoluzionarie e conseguentemente non presta sufficiente (a mio avviso) attenzione alla realtà e capacità di incidenza (regionale, ben inteso) dei movimenti rivoluzionari (ce ne sono ancora) a livello mondiale.</p>
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		<title>
		Di: Ennio Abate		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/06/16/%e2%80%9cla-colla-e-il-miele%e2%80%9d-appunti-sulla-critica-militante/#comment-136419</link>

		<dc:creator><![CDATA[Ennio Abate]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Jun 2010 09:42:06 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Caro Luca (Lenzini),
passavo da queste parti del Web, ho visto il tuo nome, l’argomento e ho letto. Eccoti veloci e pungenti alcune osservazioni-obiezioni:
 1)     Scrivi: «se non ci si schiera e non si definiscono senza sconti interlocutori e avversari, anche tutto il discorso sulla critica resta generico e dunque sterile, almeno per chi non si accontenti di partecipare al gioco dominante». E allora perché non fare i nomi dei “rimbambiti della critica»? Perché dare per scontato che tutti (quelli di Nazione indiana?) li sappiano? Perché mantenere il discorso inter nos ( meglio: inter vos)?
2)     Vedo che leggi «L’Unità». E Luperini ci scrive pure. Come mai? Ha ancora a che fare forse con «il quotidiano fondato da Gramsci»? I “rimbambiti della critica” (letteraria) e della politica non vi sono forse abbondantemente accolti come in «Repubblica»? Quelli de «L’Unità» (o della  pagina “culturale” del giornale) sono «interlocutori» o «avversari»? 
3)     Condivido buona parte delle tue considerazioni sulla critica e il rapporto vecchi/giovani, ma mi accorgo che, quando si tratta di passare dalla diagnosi alla prognosi, ti fermi. Citi Maestro Fortini e ti limiti ad augurare un più alto «grado di consapevolezza e di capacità critica nei confronti dei meccanismi dell’industria culturale e del braccio armato dei Media». Campa cavallo! Me li indichi tu i giovani (anche con cultura universitaria) capaci di rileggere (e capire) « la voce “Letteratura” dell’Enciclopedia Einaudi (vol. III, 1978), in particolare il terzo paragrafo, che prende spunto dall’Estetica di Hegel (poi alla p. 282 di F.Fortini, Nuovi saggi italiani, Garzanti, 1987)»? Chi gliela spiegherà più tra poco  questa voce ai “ggiovani”? Non vedi (anche qui dai commenti al tuo pezzo) come nicchiano e si comportano come il giovane ricco del Vangelo (senza esserlo ricchi, credo) e si tirano indietro sussurrando – più saggi dei padri - che «il riferimento agli anni ‘70 (per l’interpretazione del mondo, non del testo) può essere di stimolo teorico ma impossibile storicamente»? Non t&#039;accorgi  che ti dicono a chiare lettere che preferiscono l’«esodo» (ahimé, non verso una Nuova Gerusalemme, ma verso gli USA!)? E anche quando pensano ad un’alternativa  all’ industria culturale d’intrattenimento la vogliono (regalatagli da chi?) sempre «industria culturale» (in sostanza con le stesse regole gerarchiche e capitalistiche di sempre)?  
4)     Insomma non si scappa: il tuo e il loro discorso rimane adorniano ma universitario o parauniversitario.  E&#039; dal Convegno di Pontignano del marzo 2001 (Genealogie della poesia nel secondo Novecento) che vi vedo ancorati a discutere con i «lettori medi» e a cincischiare con polemiche simili a quelle che qui riporti (Carla Benedetti contro Luperini; Baricco contro gli accademici).  Quand’è che vi deciderete a guardare  al di fuori della barcaccia universitaria e magari verso le periferie? O volete lasciare in mano a Baricco la teorizzazione e la gestione dei “nuovi barbari” o  del «Nuovo Barbarico»?
5)     E li lascerete senz’altro a lui (o abbandonati  a se stessi), se continuerete a far riferimento   al logorroico Goffredo Fofi (ahimè ancora, dopo la citazione di Fortini!). Come non vedere che egli nel mentre invita ad opporsi all’industria culturale dell’«intrattenimento», in effetti partecipa  coi suoi sermoni “intelligenti” all&#039;industria dell&#039;intrattenimento rivolta alla quota dei consumatori  della cultura“di sinistra” (snob o apocalittica o bersaniana o ex-rifondarola)? E non si capisce  perché acconsentire alla sua deplorazione della«militanza» e al suo elogio dei «sollecitatori». «Educazione e cultura dovrebbero diventar sinonimi, e la cultura tornare a farsi pensiero e non distrazione, arte e non comunicazione», dice il Nostro. Davvero? E chi saranno  gli artefici di tale impresa? Se non si costruiranno altri luoghi (conventi, catacombe) diversi dai seminari universitari o dalle “comunità” ruotianti attorno alle pagine de «L’Unità» (o dello stesso «manifesto»), dove i «nuovi barbari» potranno almeno entrare in contatto con alcuni «militanti» di una volta o farsi per conto loro «militanti», evitando di ridursi a «sollecitatori» generici, continueranno a imperversare soltanto i critici dee-jay” o urlanti, l’«antiberlusconismo  viscerale» sarà l&#039;unico surrogato politico  di questa Italia americanizzata  e “destra” e “sinistra” continueranno nel gioco delle parti (falso governo e falsa opposizione).  
6)     Ti chiedi:«Si può uscire da questo sfrontato impero della Tautologia, da questa imbarazzante simmetria pre-critica i cui termini sono gli stessi nella tesi e nell’antitesi?». Sì, se l’«esodo» dalla falsa  sinistra  verrà praticato (da vecchi e giovani). Sì, se i giovanotti che  cercano «alcune coordinate sicure di interpretazione del mondo» le andranno a cercare tra certi intellettuali fastidiosi, eretici e silenziati dalla Sinistra. Di mosche bianche, che  non hanno abbandonato la «civiltà della parola scritta e dell’espressione» e non scrivono nella «lingua dell’impero» ce ne sono. Faccio due nomi – discutibilissimi quanto si vuole – che quelli di Nazione Indiana forse ignorano: Preve e La Grassa. Di quest’ultimo nel prossimo numero 7 di «Poliscritture» troverai un saggio  su pubblico/privato che farà venire la pelle d’oca a tutti gli ex, che – permettimi di dirtelo fraternamente - tu/voi vi ostinate ad avere come interlocutori e non avversari.
Un caro saluto
 Ennio Abate
 ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Luca (Lenzini),<br />
passavo da queste parti del Web, ho visto il tuo nome, l’argomento e ho letto. Eccoti veloci e pungenti alcune osservazioni-obiezioni:<br />
 1)     Scrivi: «se non ci si schiera e non si definiscono senza sconti interlocutori e avversari, anche tutto il discorso sulla critica resta generico e dunque sterile, almeno per chi non si accontenti di partecipare al gioco dominante». E allora perché non fare i nomi dei “rimbambiti della critica»? Perché dare per scontato che tutti (quelli di Nazione indiana?) li sappiano? Perché mantenere il discorso inter nos ( meglio: inter vos)?<br />
2)     Vedo che leggi «L’Unità». E Luperini ci scrive pure. Come mai? Ha ancora a che fare forse con «il quotidiano fondato da Gramsci»? I “rimbambiti della critica” (letteraria) e della politica non vi sono forse abbondantemente accolti come in «Repubblica»? Quelli de «L’Unità» (o della  pagina “culturale” del giornale) sono «interlocutori» o «avversari»?<br />
3)     Condivido buona parte delle tue considerazioni sulla critica e il rapporto vecchi/giovani, ma mi accorgo che, quando si tratta di passare dalla diagnosi alla prognosi, ti fermi. Citi Maestro Fortini e ti limiti ad augurare un più alto «grado di consapevolezza e di capacità critica nei confronti dei meccanismi dell’industria culturale e del braccio armato dei Media». Campa cavallo! Me li indichi tu i giovani (anche con cultura universitaria) capaci di rileggere (e capire) « la voce “Letteratura” dell’Enciclopedia Einaudi (vol. III, 1978), in particolare il terzo paragrafo, che prende spunto dall’Estetica di Hegel (poi alla p. 282 di F.Fortini, Nuovi saggi italiani, Garzanti, 1987)»? Chi gliela spiegherà più tra poco  questa voce ai “ggiovani”? Non vedi (anche qui dai commenti al tuo pezzo) come nicchiano e si comportano come il giovane ricco del Vangelo (senza esserlo ricchi, credo) e si tirano indietro sussurrando – più saggi dei padri &#8211; che «il riferimento agli anni ‘70 (per l’interpretazione del mondo, non del testo) può essere di stimolo teorico ma impossibile storicamente»? Non t&#8217;accorgi  che ti dicono a chiare lettere che preferiscono l’«esodo» (ahimé, non verso una Nuova Gerusalemme, ma verso gli USA!)? E anche quando pensano ad un’alternativa  all’ industria culturale d’intrattenimento la vogliono (regalatagli da chi?) sempre «industria culturale» (in sostanza con le stesse regole gerarchiche e capitalistiche di sempre)?  <br />
4)     Insomma non si scappa: il tuo e il loro discorso rimane adorniano ma universitario o parauniversitario.  E&#8217; dal Convegno di Pontignano del marzo 2001 (Genealogie della poesia nel secondo Novecento) che vi vedo ancorati a discutere con i «lettori medi» e a cincischiare con polemiche simili a quelle che qui riporti (Carla Benedetti contro Luperini; Baricco contro gli accademici).  Quand’è che vi deciderete a guardare  al di fuori della barcaccia universitaria e magari verso le periferie? O volete lasciare in mano a Baricco la teorizzazione e la gestione dei “nuovi barbari” o  del «Nuovo Barbarico»?<br />
5)     E li lascerete senz’altro a lui (o abbandonati  a se stessi), se continuerete a far riferimento   al logorroico Goffredo Fofi (ahimè ancora, dopo la citazione di Fortini!). Come non vedere che egli nel mentre invita ad opporsi all’industria culturale dell’«intrattenimento», in effetti partecipa  coi suoi sermoni “intelligenti” all&#8217;industria dell&#8217;intrattenimento rivolta alla quota dei consumatori  della cultura“di sinistra” (snob o apocalittica o bersaniana o ex-rifondarola)? E non si capisce  perché acconsentire alla sua deplorazione della«militanza» e al suo elogio dei «sollecitatori». «Educazione e cultura dovrebbero diventar sinonimi, e la cultura tornare a farsi pensiero e non distrazione, arte e non comunicazione», dice il Nostro. Davvero? E chi saranno  gli artefici di tale impresa? Se non si costruiranno altri luoghi (conventi, catacombe) diversi dai seminari universitari o dalle “comunità” ruotianti attorno alle pagine de «L’Unità» (o dello stesso «manifesto»), dove i «nuovi barbari» potranno almeno entrare in contatto con alcuni «militanti» di una volta o farsi per conto loro «militanti», evitando di ridursi a «sollecitatori» generici, continueranno a imperversare soltanto i critici dee-jay” o urlanti, l’«antiberlusconismo  viscerale» sarà l&#8217;unico surrogato politico  di questa Italia americanizzata  e “destra” e “sinistra” continueranno nel gioco delle parti (falso governo e falsa opposizione).  <br />
6)     Ti chiedi:«Si può uscire da questo sfrontato impero della Tautologia, da questa imbarazzante simmetria pre-critica i cui termini sono gli stessi nella tesi e nell’antitesi?». Sì, se l’«esodo» dalla falsa  sinistra  verrà praticato (da vecchi e giovani). Sì, se i giovanotti che  cercano «alcune coordinate sicure di interpretazione del mondo» le andranno a cercare tra certi intellettuali fastidiosi, eretici e silenziati dalla Sinistra. Di mosche bianche, che  non hanno abbandonato la «civiltà della parola scritta e dell’espressione» e non scrivono nella «lingua dell’impero» ce ne sono. Faccio due nomi – discutibilissimi quanto si vuole – che quelli di Nazione Indiana forse ignorano: Preve e La Grassa. Di quest’ultimo nel prossimo numero 7 di «Poliscritture» troverai un saggio  su pubblico/privato che farà venire la pelle d’oca a tutti gli ex, che – permettimi di dirtelo fraternamente &#8211; tu/voi vi ostinate ad avere come interlocutori e non avversari.<br />
Un caro saluto<br />
 Ennio Abate<br />
 </p>
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		<title>
		Di: robugliani		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/06/16/%e2%80%9cla-colla-e-il-miele%e2%80%9d-appunti-sulla-critica-militante/#comment-136347</link>

		<dc:creator><![CDATA[robugliani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Jun 2010 00:33:22 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[@ andrea inglese,
per sommi capi (altrimenti ci si perde, eppoi non ho risposte all&#039;altezza, solo vaghe idee), direi che il riferimento agli anni &#039;70 (per l&#039;interpretazione del mondo, non del testo) può essere di stimolo teorico ma impossibile storicamente. Allora c&#039;era un&#039;interpretazione forte, c&#039;era un mondo bipolare di cui si sapevano (con verità ed errori) le coordinate, c&#039;era una fiducia condivisa e culturalmente dominante (nella sovrastruttura, per dir così) nelle &quot;sorti progressive&quot; (se non proprio magnifiche, visti i risultati fallimentari del &quot;socialismo reale&quot;) del marxismo - mi riferisco a quello critico, non istituzionale (i nomi non mancano: da Vittorini a Fortini, da Leonetti a Luperini a Rossi-Landi e mille altri) - c&#039;era ancora un progetto politico. Dopo il &#039;92 il mondo è divenuto monopolare, la superpotenza dominante ha creduto di aver vinto la partita, ha allargato la sua sfera d&#039;azione, la sua &quot;governance&quot;
anche sugli ex partiti di sinistra che hanno dato il meglio di sé con privatizzazioni selvagge del patrimonio industriale statale e il climax si è avuto con la guerra umanitaria (oggi, per fare un esempio in Kosovo al governo c&#039;è la mafia del narcotraffico, direttamente non in direttamente come in tantissimi altri paesi, dall&#039;Afghanistan alla Colombia). Insomma, per avere il predominio sulle nuove vie della seta (gasdotti e oleodotti) si sono trinciati stati come polli, altri ne sono sorti sulle rovine dei paesi dell&#039;est come stati fantocci o cuscinetti, ecc. Ma la novità di fase consiste a mio avviso oggi nella crescente multipolarità con perdita secca di potere e di governance da parte della potenza monopolare. Certo, il cambiamento non avverrà in modo indolore (purtroppo) oltre che con quotidiani giochi delle parti per affermarsi. E in quest&#039;ottica, ecco perché - per tornare all&#039;Italia - l&#039;antiberlusconismo viscerale non è la migliore soluzione, ma anzi può far danni, perché limita la visione all&#039;albero, e non la allarga alla foresta. E la foresta è l&#039;accettazione politica trasversale del modello dominante, a livello economico, produttivo, finanziario, e della superpotenza dominante. La politica è diventata ragioneria dell&#039;esistente, si barcamena nello status quo. Per cui ci vuole una rifondazione dell&#039;analisi, dell&#039;interpretazione del mondo. A questo proposito, ritengo che categorie come &quot;destra&quot; e &quot;sinistra&quot; non possano più interpretare alcunché. Gli errori politici della c.d. sinistra radicale mi paiono evidenti, sono parte integrante del &quot;gioco&quot; che ha portato alla sconfitta. Mentre fin dall&#039;evoluzione del nome l&#039;&quot;altra&quot; sinistra ha già messo le carte in tavola: Pds, Ds, Pd (e punto). A quale progetto politico ci si può richiamare oggi?]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>@ andrea inglese,<br />
per sommi capi (altrimenti ci si perde, eppoi non ho risposte all&#8217;altezza, solo vaghe idee), direi che il riferimento agli anni &#8217;70 (per l&#8217;interpretazione del mondo, non del testo) può essere di stimolo teorico ma impossibile storicamente. Allora c&#8217;era un&#8217;interpretazione forte, c&#8217;era un mondo bipolare di cui si sapevano (con verità ed errori) le coordinate, c&#8217;era una fiducia condivisa e culturalmente dominante (nella sovrastruttura, per dir così) nelle &#8220;sorti progressive&#8221; (se non proprio magnifiche, visti i risultati fallimentari del &#8220;socialismo reale&#8221;) del marxismo &#8211; mi riferisco a quello critico, non istituzionale (i nomi non mancano: da Vittorini a Fortini, da Leonetti a Luperini a Rossi-Landi e mille altri) &#8211; c&#8217;era ancora un progetto politico. Dopo il &#8217;92 il mondo è divenuto monopolare, la superpotenza dominante ha creduto di aver vinto la partita, ha allargato la sua sfera d&#8217;azione, la sua &#8220;governance&#8221;<br />
anche sugli ex partiti di sinistra che hanno dato il meglio di sé con privatizzazioni selvagge del patrimonio industriale statale e il climax si è avuto con la guerra umanitaria (oggi, per fare un esempio in Kosovo al governo c&#8217;è la mafia del narcotraffico, direttamente non in direttamente come in tantissimi altri paesi, dall&#8217;Afghanistan alla Colombia). Insomma, per avere il predominio sulle nuove vie della seta (gasdotti e oleodotti) si sono trinciati stati come polli, altri ne sono sorti sulle rovine dei paesi dell&#8217;est come stati fantocci o cuscinetti, ecc. Ma la novità di fase consiste a mio avviso oggi nella crescente multipolarità con perdita secca di potere e di governance da parte della potenza monopolare. Certo, il cambiamento non avverrà in modo indolore (purtroppo) oltre che con quotidiani giochi delle parti per affermarsi. E in quest&#8217;ottica, ecco perché &#8211; per tornare all&#8217;Italia &#8211; l&#8217;antiberlusconismo viscerale non è la migliore soluzione, ma anzi può far danni, perché limita la visione all&#8217;albero, e non la allarga alla foresta. E la foresta è l&#8217;accettazione politica trasversale del modello dominante, a livello economico, produttivo, finanziario, e della superpotenza dominante. La politica è diventata ragioneria dell&#8217;esistente, si barcamena nello status quo. Per cui ci vuole una rifondazione dell&#8217;analisi, dell&#8217;interpretazione del mondo. A questo proposito, ritengo che categorie come &#8220;destra&#8221; e &#8220;sinistra&#8221; non possano più interpretare alcunché. Gli errori politici della c.d. sinistra radicale mi paiono evidenti, sono parte integrante del &#8220;gioco&#8221; che ha portato alla sconfitta. Mentre fin dall&#8217;evoluzione del nome l'&#8221;altra&#8221; sinistra ha già messo le carte in tavola: Pds, Ds, Pd (e punto). A quale progetto politico ci si può richiamare oggi?</p>
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			</item>
		<item>
		<title>
		Di: andrea inglese		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/06/16/%e2%80%9cla-colla-e-il-miele%e2%80%9d-appunti-sulla-critica-militante/#comment-136346</link>

		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Jun 2010 22:48:03 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=35791#comment-136346</guid>

					<description><![CDATA[a rubugliani,
che coglie uno dei punti salienti del pezzo di Lenzini:
&quot;l’importante osservazione fortiniana: l’interpretazione del mondo precede l’interpretazione del testo.&quot;
Su queste frasi davvero possiamo misurare un minimo vocabolario condiviso della critica. Condiviso ma non per forza unanime. Rispetto a questo punto, bisognerebbe almeno dire: quali sono alcune coordinate sicure di interpretazione del mondo? Non dico che non ci siano, e che sia impossibile formarsene, ma sempre di meno esse presentano la perentorietà che avevano negli anni Settanta, dove sembrava ancora che la storia si svolgesse al ritmo delle rivendicazioni sociali e politiche dei ceti popolari e del ceti intellettuali.

Condivido pienamente l&#039;analisi di Claudia B sul &quot;critico urlante&quot;. Io lo riconduco al modello &quot;Sgarbi&quot;. Esso costituisce un modello vincente per carrierine facili, anche per persone dalle idee abbastanza stantie e confuse.
Aggiungo una cosa, sui rapporti tra critica e università, Giancarlo Alfano, sempre in occasione dell&#039;incontro con Lenzini e Cepollaro alla festa indiana ha detto cose lucide e importanti. Spero che ci tornerà su nuovamente anche attraverso un intervento scritto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>a rubugliani,<br />
che coglie uno dei punti salienti del pezzo di Lenzini:<br />
&#8220;l’importante osservazione fortiniana: l’interpretazione del mondo precede l’interpretazione del testo.&#8221;<br />
Su queste frasi davvero possiamo misurare un minimo vocabolario condiviso della critica. Condiviso ma non per forza unanime. Rispetto a questo punto, bisognerebbe almeno dire: quali sono alcune coordinate sicure di interpretazione del mondo? Non dico che non ci siano, e che sia impossibile formarsene, ma sempre di meno esse presentano la perentorietà che avevano negli anni Settanta, dove sembrava ancora che la storia si svolgesse al ritmo delle rivendicazioni sociali e politiche dei ceti popolari e del ceti intellettuali.</p>
<p>Condivido pienamente l&#8217;analisi di Claudia B sul &#8220;critico urlante&#8221;. Io lo riconduco al modello &#8220;Sgarbi&#8221;. Esso costituisce un modello vincente per carrierine facili, anche per persone dalle idee abbastanza stantie e confuse.<br />
Aggiungo una cosa, sui rapporti tra critica e università, Giancarlo Alfano, sempre in occasione dell&#8217;incontro con Lenzini e Cepollaro alla festa indiana ha detto cose lucide e importanti. Spero che ci tornerà su nuovamente anche attraverso un intervento scritto.</p>
]]></content:encoded>
		
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		<title>
		Di: claudia b.		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/06/16/%e2%80%9cla-colla-e-il-miele%e2%80%9d-appunti-sulla-critica-militante/#comment-136321</link>

		<dc:creator><![CDATA[claudia b.]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Jun 2010 14:38:36 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Di questo articolo mi hanno colpita due punti:
&quot;Mi contenterei se nei più giovani aumentasse il grado di consapevolezza e di capacità critica nei confronti dei meccanismi dell’industria culturale e del braccio armato dei Media; e vi fosse minore rassegnazione.&quot;
Non è facile. È più che probabile che Lenzini sia consapevole del fatto che i giovani critici sono attualmente impegnati in un esodo di massa, principalmente verso gli Stati Uniti - essendo il Regno Unito oramai saturo di italianisti. Né i media né le università italiane offrono alcuna alternativa a questo esodo. Chi rimane si ritrova a fronteggiare una situazione in cui operare una critica nei confronti dei meccanismi dell’industria culturale equivale sostanzialmente a suicidarsi. Non è quindi questione di rassegnazione, ma di vittoria di un modello culturale che è divenuto molto difficile se non impossibile scardinare dall&#039;interno (e anche dall&#039;esterno). Per attuare il tipo di critica a cui fa riferimento Lenzini, cioè una critica non rassegnata contro i meccanismi della spettacolarizzazione della cultura, mancano i supporti. Come sottolineava di recente qualcuno, &#039;nell&#039;era di Facebook e dei talk show in cui vince chi &quot;urla&quot; di più anche i critici letterari per non scomparire devono &quot;strillare&quot; &#039; (A. Prudenzano su Affaritaliani.it). Chi è quindi deputato all&#039;esercizio della critica letteraria in un momento in cui l&#039;industria culturale non valuta le competenze bensì l&#039;accanimento nell&#039;esporsi con tesi urlate? Di recente, il metodo rivelatosi più proficuo per affermarsi come &quot;giovane critico non rassegnato&quot; è scrivere articoli, possibilmente in Rete, sul caso Saviano (nota bene: non sull&#039;opera letteraria di Roberto Saviano scrittore, ma sul personaggio Saviano, a cui di recente è divenuto di moda riferirsi come all&#039;icona-Saviano; un po&#039; come in filologia dantesca si parla di Dante-personaggio). 
Il secondo punto che mi ha colpita è quello dove Lenzini afferma che &quot;ormai l’antiberlusconismo, al quale tutti siamo iscritti, è il migliore alibi – con la sua mistificante delimitazione dei campi avversi – per nascondere l’assenza di un discorso critico capace di far breccia in quella realtà politica che non è rappresentata né in Parlamento né nei Media, ma riguarda la vita di ognuno – ognuno, più precisamente, di quelli che non hanno nulla da perdere, perché sono ogni giorno sconfitti.&quot; A dire il vero, il discorso critico privo di antiberlusconismo che può fare breccia nell&#039;esercito dei non rappresentati e degli sconfitti esisterebbe in potenza, per esempio, fra i giovani italianisti transfughi all&#039;estero. Il problema riguarda piuttosto ciò che dicevo prima, e cioè che chi dirige o gestisce i supporti sia mediatici che accademici su cui diffondere una critica militante non rassegnata non sembrano interessati a discorsi che non siano intrisi di antiberlusconismo, mentre dall’altra parte l&#039;industria culturale alternativa (il cui compito è dare spazio a discorsi alternativi, cioè non rassegnati) sembra apprezzare molto gli urlatori esasperati piuttosto che l’esercizio costante di una critica costruttiva, perché più noioso, meno attraente, poco roboante e soprattutto poco disposto alla promozione acritica in base all’amicizia personale o a un generico senso di appartenenza.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Di questo articolo mi hanno colpita due punti:<br />
&#8220;Mi contenterei se nei più giovani aumentasse il grado di consapevolezza e di capacità critica nei confronti dei meccanismi dell’industria culturale e del braccio armato dei Media; e vi fosse minore rassegnazione.&#8221;<br />
Non è facile. È più che probabile che Lenzini sia consapevole del fatto che i giovani critici sono attualmente impegnati in un esodo di massa, principalmente verso gli Stati Uniti &#8211; essendo il Regno Unito oramai saturo di italianisti. Né i media né le università italiane offrono alcuna alternativa a questo esodo. Chi rimane si ritrova a fronteggiare una situazione in cui operare una critica nei confronti dei meccanismi dell’industria culturale equivale sostanzialmente a suicidarsi. Non è quindi questione di rassegnazione, ma di vittoria di un modello culturale che è divenuto molto difficile se non impossibile scardinare dall&#8217;interno (e anche dall&#8217;esterno). Per attuare il tipo di critica a cui fa riferimento Lenzini, cioè una critica non rassegnata contro i meccanismi della spettacolarizzazione della cultura, mancano i supporti. Come sottolineava di recente qualcuno, &#8216;nell&#8217;era di Facebook e dei talk show in cui vince chi &#8220;urla&#8221; di più anche i critici letterari per non scomparire devono &#8220;strillare&#8221; &#8216; (A. Prudenzano su Affaritaliani.it). Chi è quindi deputato all&#8217;esercizio della critica letteraria in un momento in cui l&#8217;industria culturale non valuta le competenze bensì l&#8217;accanimento nell&#8217;esporsi con tesi urlate? Di recente, il metodo rivelatosi più proficuo per affermarsi come &#8220;giovane critico non rassegnato&#8221; è scrivere articoli, possibilmente in Rete, sul caso Saviano (nota bene: non sull&#8217;opera letteraria di Roberto Saviano scrittore, ma sul personaggio Saviano, a cui di recente è divenuto di moda riferirsi come all&#8217;icona-Saviano; un po&#8217; come in filologia dantesca si parla di Dante-personaggio).<br />
Il secondo punto che mi ha colpita è quello dove Lenzini afferma che &#8220;ormai l’antiberlusconismo, al quale tutti siamo iscritti, è il migliore alibi – con la sua mistificante delimitazione dei campi avversi – per nascondere l’assenza di un discorso critico capace di far breccia in quella realtà politica che non è rappresentata né in Parlamento né nei Media, ma riguarda la vita di ognuno – ognuno, più precisamente, di quelli che non hanno nulla da perdere, perché sono ogni giorno sconfitti.&#8221; A dire il vero, il discorso critico privo di antiberlusconismo che può fare breccia nell&#8217;esercito dei non rappresentati e degli sconfitti esisterebbe in potenza, per esempio, fra i giovani italianisti transfughi all&#8217;estero. Il problema riguarda piuttosto ciò che dicevo prima, e cioè che chi dirige o gestisce i supporti sia mediatici che accademici su cui diffondere una critica militante non rassegnata non sembrano interessati a discorsi che non siano intrisi di antiberlusconismo, mentre dall’altra parte l&#8217;industria culturale alternativa (il cui compito è dare spazio a discorsi alternativi, cioè non rassegnati) sembra apprezzare molto gli urlatori esasperati piuttosto che l’esercizio costante di una critica costruttiva, perché più noioso, meno attraente, poco roboante e soprattutto poco disposto alla promozione acritica in base all’amicizia personale o a un generico senso di appartenenza.</p>
]]></content:encoded>
		
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		<item>
		<title>
		Di: alfonso		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/06/16/%e2%80%9cla-colla-e-il-miele%e2%80%9d-appunti-sulla-critica-militante/#comment-136290</link>

		<dc:creator><![CDATA[alfonso]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Jun 2010 07:57:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[evidentemente va chiarito cosa è la critica.
per quanto riguarda il giudizio di valore la critica deve tener conto non solo delle caratteristiche dell’oggetto da capire, ma, almeno in uguale misura, degli interessi degli interpreti e quindi dei loro gusti. Tali gusti sono propriamente estetici, ma implicano quelli etici e politici, e sempre all’interno di specifici contesti antropologici. ma questo è stato già detto, ed anche bene.

la critica, perciò, si pone su molti confini, in rapporto a una molteplicità di relazioni. in ultima analisi media una conoscenza, valutandola.
l&#039; autonomia della critica è pari all&#039;autonomia dell&#039;arte. a differenza di questa però, se ha una dimensione morale, l&#039;ha con l&#039;opera e con il lettore, non propriamente con l&#039;uomo. ossia deve offrire all&#039;uomo non in quanto uomo, ma in quanto lettore, strumenti per un&#039;ulteriore valutazione dell&#039;opera posta alla sua attenzione. certamente poi il lettore è anche uomo e quindi produttore  intellettuale e agente della sua vita di relazione.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>evidentemente va chiarito cosa è la critica.<br />
per quanto riguarda il giudizio di valore la critica deve tener conto non solo delle caratteristiche dell’oggetto da capire, ma, almeno in uguale misura, degli interessi degli interpreti e quindi dei loro gusti. Tali gusti sono propriamente estetici, ma implicano quelli etici e politici, e sempre all’interno di specifici contesti antropologici. ma questo è stato già detto, ed anche bene.</p>
<p>la critica, perciò, si pone su molti confini, in rapporto a una molteplicità di relazioni. in ultima analisi media una conoscenza, valutandola.<br />
l&#8217; autonomia della critica è pari all&#8217;autonomia dell&#8217;arte. a differenza di questa però, se ha una dimensione morale, l&#8217;ha con l&#8217;opera e con il lettore, non propriamente con l&#8217;uomo. ossia deve offrire all&#8217;uomo non in quanto uomo, ma in quanto lettore, strumenti per un&#8217;ulteriore valutazione dell&#8217;opera posta alla sua attenzione. certamente poi il lettore è anche uomo e quindi produttore  intellettuale e agente della sua vita di relazione.</p>
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		<title>
		Di: robugliani		</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/06/16/%e2%80%9cla-colla-e-il-miele%e2%80%9d-appunti-sulla-critica-militante/#comment-136279</link>

		<dc:creator><![CDATA[robugliani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Jun 2010 01:09:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Ci voleva Lenzini per rimettere i puntini su molte i, e fare un po&#039; di chiarezza. Il punto 3 lo condivido fin nelle virgole. E da meditare il riferimento al relativismo, quello inutile (perché non porta ad alcuna ricerca di verità) de: &quot;il mio giudizio vale quanto il tuo&quot;, &quot;de gustibus&quot;, ecc. ecc., e nichilista. Però non mi pare che i discorsi di Luperini e Baricco siano da mettere sullo stesso piano, in quanto coincidentia oppositorum. Dire che il paragone fra scrittori degli anni &#039;70 e quelli degli anni 2000 è scorretto è troppo facile. Semmai oggi manca il contesto forte politico-culturale, ergo letterario, di quegli anni. In cui valeva (e a mio avviso vale ancor oggi) l&#039;importante osservazione fortiniana: l’interpretazione del mondo precede l’interpretazione del testo. Se è scorretto quel paragone, se ne può fare sempre un altro: mettere a confronto le opere prime degli scrittori anni 60 o &#039;70 con quelle degli scrittori di oggi. Non sarebbe un confronto &quot;democratico&quot; ed equo? Ritenere che il Nuovo sia per definizione sempre migliore del Vecchio, significa allora anche credere, in letteratura e altrove, alle categorie lineari di sviluppo, di progresso, ecc. Più che di linearità, nella storia si dovrebbe parlare di movimento e corso a spirale, quindi è anche possibile ammettere che gli scrittori attuali, in genere, siano meno bravi, come scrittori e non già come agenti di se stessi, di quelli di ieri. Un&#039;altra cosa che il Lenzini non mette a mio avviso bene in evidenza è il tradizionale asservimento del ceto dei letterati e degli intellettuali, nel suo complesso, al potere. Non è questione di oggi, tant&#039;è che uno dei primi saggi usciti in libro di Luperini trattava per l&#039;appunto di questo argomento.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci voleva Lenzini per rimettere i puntini su molte i, e fare un po&#8217; di chiarezza. Il punto 3 lo condivido fin nelle virgole. E da meditare il riferimento al relativismo, quello inutile (perché non porta ad alcuna ricerca di verità) de: &#8220;il mio giudizio vale quanto il tuo&#8221;, &#8220;de gustibus&#8221;, ecc. ecc., e nichilista. Però non mi pare che i discorsi di Luperini e Baricco siano da mettere sullo stesso piano, in quanto coincidentia oppositorum. Dire che il paragone fra scrittori degli anni &#8217;70 e quelli degli anni 2000 è scorretto è troppo facile. Semmai oggi manca il contesto forte politico-culturale, ergo letterario, di quegli anni. In cui valeva (e a mio avviso vale ancor oggi) l&#8217;importante osservazione fortiniana: l’interpretazione del mondo precede l’interpretazione del testo. Se è scorretto quel paragone, se ne può fare sempre un altro: mettere a confronto le opere prime degli scrittori anni 60 o &#8217;70 con quelle degli scrittori di oggi. Non sarebbe un confronto &#8220;democratico&#8221; ed equo? Ritenere che il Nuovo sia per definizione sempre migliore del Vecchio, significa allora anche credere, in letteratura e altrove, alle categorie lineari di sviluppo, di progresso, ecc. Più che di linearità, nella storia si dovrebbe parlare di movimento e corso a spirale, quindi è anche possibile ammettere che gli scrittori attuali, in genere, siano meno bravi, come scrittori e non già come agenti di se stessi, di quelli di ieri. Un&#8217;altra cosa che il Lenzini non mette a mio avviso bene in evidenza è il tradizionale asservimento del ceto dei letterati e degli intellettuali, nel suo complesso, al potere. Non è questione di oggi, tant&#8217;è che uno dei primi saggi usciti in libro di Luperini trattava per l&#8217;appunto di questo argomento.</p>
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