Radio Kapital: Sergio Bologna (come un’invettiva)

20 giugno 2010
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Grêveries
di
Sergio Bologna

Com’è bello sentire il cuore del “popolo di Sinistra” pulsare così forte per gli operai di Pomigliano, inalberare ancora la bandiera dell’art. 1 della Costituzione, ergere il petto contro gli attacchi al diritto di sciopero! Che spettacolo di virtù civiche e di democrazia! Poi ci viene un dubbio: ma dove cazzo eravate in questi ultimi quindici anni? Davanti ai videogiochi? Non vi siete accorti che il diritto di sciopero non esiste di fatto per più di un milione di precari e lavoratori autonomi da un bel po’ di tempo? Quelle migliaia di giovani laureati che lavorano gratis nei cosiddetti tirocinii, hanno diritto di sciopero quelli? Messi insieme fanno dieci Pomigliano. C’è un’intera generazione che è cresciuta senza conoscere diritto di sciopero, né Cassa Integrazione, né sussidio di disoccupazione, niente. “Bamboccioni” li ha chiamati un Ministro (di centro-Sinistra ovviamente).
Ma tornate davanti alla tele a guardarvi Santoro! Raccontatevi barzellette su Berlusconi, leggetevi “Repubblica” come la Bibbia, che altro in difesa della democrazia e del lavoro non sapete fare!

Nota di effeffe
Dopo il primo commento di Jacopo Galimberti ho chiesto a Sergio Bologna di accettare la sfida con una replica. Quella che segue è la risposta alla domanda : Come si fa a difendere la democrazia?

La domanda avrebbe dovuto essere più difficile. Come si fa a difendere (ormai) la dignità del lavoro? Il nodo infatti sta tutto qui. La storia della democrazia occidentale ha due passaggi: quello delle libertà (di opinione, di associazione, di religione ecc. ecc.) e quello della sicurezza sociale. Il primo viene dalla Rivoluzione francese, il secondo dall’affermazione del movimento operaio e sindacale. Il primo è costato un sacco di morti, il secondo forse molto di più, ma in genere morti silenziose. Milioni di donne e di uomini che hanno rischiato la vita, la miseria, la galera, il licenziamento per essere rispettati sul luogo di lavoro ed avere dallo stato un sistema previdenziale e assistenziale, il cosiddetto “modello sociale europeo”. L’azione quotidiana di quei milioni di persone ha creato case del popolo, cooperative, scuole professionali, asili nido, ambulatori – insomma una specie di società parallela che viveva “separata” e con minimi livelli di autosufficienza dalla società in generale. Ha posto per prima il problema dell’eguaglianza femminile, ha combattuto l’alcolismo, ha guardato con rispetto ed interesse agli altri popoli (che conosceva, perché era costretta ad emigrare), ha condotto la lotta antifascista. Ed ha capito una cosa fondamentale che la cultura borghese non vuole capire: un diritto vale quando esiste nei fatti non quando è scritto sulla carta di una qualche costituzione. E’ una diversa concezione della democrazia, quella sostanziale contrapposta all’idea formale di democrazia. Di questa parlo io. Se non ci mettiamo d’accordo sui termini, è difficile capirsi. Nell’Italia del secondo dopoguerra questa forma di democrazia era forse la più solida d’Europa, grazie anche ai comunisti, ai socialisti, ai cattolici di base, a tutti coloro che avevano imparato queste cose sul luogo di lavoro.

Questo immenso patrimonio è andato disperso, in parte anche per scelte politiche precise: si pensi al XIX Congresso del PCI, artefice l’attuale Presidente della Repubblica, più ancora che Occhetto, che ha buttato a mare come roba vecchia il partito di massa per scegliere il toyotista lean party (“è come se si fossero licenziati su due piedi 800.000 militanti”, disse una volta una compagna che aveva fatto la Resistenza). Si pensi all’ondata di privatizzazioni, che hanno consegnato nelle mani di qualche avventuriero della finanza enormi patrimoni economici pubblici (e l’operazione “Mani Pulite” che avrebbe dovuto colpire la corruzione, in realtà ha dato una mano a questo trasferimento di ricchezza dal pubblico al privato). Ma questo è il meno, dopo tutto, il partito di massa era formula vecchia e l’economia pubblica era saccheggiata dai partiti di maggioranza.

Là dove la democrazia sostanziale italiana muore, là dove c’è il vero passaggio di civiltà, la vera tragica svolta epocale, è nella flessibilizzazione del lavoro. E’ lì che vengono erosi nei fatti diritti che sulla carta esistono ancora. Le imprese si frammentano e così si arriva ad oggi dove il 52% della forza lavoro dipendente non gode delle tutele dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori perché il numero degli addetti è inferiore alla soglia dei 15. Gli accordi sindacali del luglio 1993 garantiscono tregua salariale e di fatto spengono le lotte operaie (chi è andato in queste settimane a parlare con gli operai delle fabbriche occupate o presidiate dai lavoratori, ha trovato fabbriche che non scioperavano da 16 anni). E’ cambiata la struttura tecnica dell’impresa, lo stile di management, il lavoro sempre più precario, l’impossibilità dei giovani d’inserirsi…si potrebbe continuare all’infinito (la globalizzazione ecc. ecc.). Tutte cose considerate “minori”, che non fanno notizia, quotidiane, ma è qui che la democrazia sostanziale muore e attraverso le quali si perdono anche libertà civili (di recente ho scoperto che esistono contratti che prevedono il licenziamento per il dipendente che “confessa” a un suo collega quanto percepisce di salario). E’ sul rapporto di lavoro che l’uomo perde la sua dignità, quando si accetta come normale e persino lodevole che giovani, soprattutto laureati, lavorino per mesi gratuitamente in cosiddetti tirocinii con la speranza di essere assunti (ma perché mai se ci sono altri mille pronti a prendere il loro posto gratis?). E’ qui che muore la democrazia, è qui che sta morendo il diritto di sciopero, anche se nessuno lo ha tolto dalla carta costituzionale. Muore nei fatti. Ma su questo si tace, lo si considera un’evoluzione fisiologica dei modi di produzione. L’attenzione è posta su intercettazioni, conflitti d’interesse, mafie, il protagonista della società, la grande speranza è il magistrato, figura che assume il ruolo del demiurgo, del liberatore dal Male. Ne risulta distorta la stessa funzione della magistratura, prevista dai principi della democrazia borghese. La magistratura non deve sostituirsi all’azione politica. Ma la politica, la vera politica, è quella praticata dalla società, non dai partiti, dai milioni di uomini e di donne che giorno per giorno cercano di rendere più civile l’ambiente in cui vivono, più giusta la relazione tra persone, di quelli che non fanno alcun atto di eroismo né alcun gesto da prima pagina. Come può la magistratura dare un supporto a queste mille azioni quotidiane? Su questo microcosmo è impotente (e forse disinteressata). Molte di queste pratiche sociali – unico baluardo di una democrazia sostanziale – sono note. Ma rimane ancora da capire come si fa a rovesciare il degrado dei rapporti di lavoro. Gli stessi giuslavoristi affermano che non è più questione di produzione legislativa ma di contrattazione. Come si fa a inculcare nei giovani la volontà di ribellarsi a questo, come si fa a trovare nuove tecniche di autotutela e di negoziato con le gerarchie aziendali? Queste sono le domande centrali. Ci sono riusciti operaie e operai analfabeti, che vivevano in condizioni miserabili, ci hanno messo mezzo secolo (dalle prime società di mutuo soccorso ai primi sindacati industriali). Perché non dovrebbero riuscirci milioni di giovani scolarizzati, overeducated? Chi non è d’accordo con il mio piccolo sfogo forse ha un’idea della democrazia del tutto diversa dalla mia, ritiene più urgenti certe battaglie di altre, considera “un male minore” quelle che per me sono vere tragedie della civiltà. Si tratta di punti di vista, ma come faccio a rinunciare al mio, se su quello ho costruito 50 anni di presenza nella società e di comportamento privato?

Sergio Bologna

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44 Responses to Radio Kapital: Sergio Bologna (come un’invettiva)

  1. jacopo galimberti il 20 giugno 2010 alle 14:14

    E che bisogna fare per difendere la democrazia?

  2. mauro baldrati il 20 giugno 2010 alle 14:14

    Solo che io ormai mi chiedo qual è il cuore del popolo di sinistra. Il PD è ormai schierato per il sì, in nome del solito enunciato “se diciamo di no va peggio, perché poi la fabbrica chiude e vanno tutti a casa”. Così si accetta tutto, diritto di sciopero, riduzione delle pause pranzo, continua perdita del potere d’acquisto ecc. Non fi ferma più questa caduta verticale, dai tempi del “limitare il danno” di Amendola, Napolitano e tutti i “miglioristi”, che poi sono i più deleteri “peggioristi”. Il nodo è che non hanno neppura una vaga idea di come uscire dall’attuale sistema, non esiste un abbozzo di progetto strutturale, nulla. Bisogna “non abbandonare” i lavoratori di Pomigliano nel “loro dramma”. Come dire, diciamo sì poi facciamo i “padri confortatori”, quelli che assistevano moralmente i condannati dell’Inquisizione in attesa di salire sul rogo.

    Per cui, qual è il cuore della sinistra? Forse tutti coloro che il popolo italiano ha deciso di sbattere fuori dal parlamento, di relegare nel silenzio?

  3. Ennio Abate il 20 giugno 2010 alle 16:58

    @ jacopo galimberti
    Pubblicato 20 giugno 2010 alle 14:14 | Permalink

    E che bisogna fare per difendere la democrazia?

    1) Lasciar perdere Santoro, Travaglio & C.
    2) Non andare dietro all’antiberlusconismo finto di Bersani & C.
    3) Tenersi alla larga da Di Pietro, Grillo & C.
    4) Non perdersi nel giochetto destra/sinistra, ma
    vedere dove si pone in questa società almeno un confine: quello tra dominatori e dominati. E scegliere con chi stare: avere degli amici e avere dei nemici.
    5) Costruire dei laboratori-catacombe ( riviste, siti web, etc) dove discutere soltanto con gli amici (badando ai falsi amici) come stanno le cose per i dominati, come si è arrivati a questo stato di cose in Italia e nel mondo, di chi sono le responsabilità, quali lotte per obiettivi precisi è possibile organizzare pazientemente.
    6) Chiacchierare di meno. Pensare di più. Essere meno estetizzanti (visto che i morti di fame, i disoccupati, i rifugiati politici, i migranti non se lo possono permettere).
    7) Studiare la storia: Luigi Cortesi, STORIA DEL COMUNISMO, manifesto libri 2010; L’ALTRONOVECENTO.Comunismo eretico e pensiero critico. a cura di Pier Paolo Poggio, Jaca Book 2010.
    8) Fare una lista di almeno di venti autori che giudicate riferimenti per voi “validi”, “attuali”, “fighi”, confrontarla con una lista di almeno venti autori “dimenticati”, “eretici”, “sorpassati” e scatenare una bella discussione su NAZIONE INDIANA per capire quali di queste letture servano a “difendere la democrazia”.
    Per ora mi fermo qua.

    Ennio Abate

  4. ng il 20 giugno 2010 alle 17:25

    Ha ragione Ennio Abate: o ci liberiamo della “sinistra” attuale, raggiungendo un benefico “grado zero” da cui riprendere a pensare e fare (che sono lo stesso atto militante), o siamo destinati alla perpetuazione di questo nulla.

    Capisco anche la rabbia di Sergio Bologna. È un’indignazione pre-politica, ma sacrosanta. Il ricatto di Pomigliano dimostra che la lotta di classe esiste ancora; peccato che la conduca una parte soltano. La “sinistra” la conduce a modo suo: è il morbo di Confindustria nel corpo dei “senza proprietà”.

    Ma ci saranno le prossime elezione e i prossimi inviti ad andare a votare … Avrà mai fine questo sfinente gioco al ribasso?

    NeGa

  5. giorgio mascitelli il 20 giugno 2010 alle 19:03

    secondo me questa invettiva è sbagliata perchè l’invettiva è sempre un segno di impotenza. Per carità sarei un ipocrita se dicessi di non aver mai pensato in questi anni le cose che qui Sergio Bologna esprime con icasticità, ma in questa fase di assoluta egemonia della cultura liberal-mediatica, nella quale è quasi incomprensibile la posizione di chi ancora guarda alla società e non alla sua rappresentazione mediatica, forse è più utile porre delle domande, muovere dei dubbi, mostrare qualche contraddizione. In più questa invettiva pecca di ottimismo perchè il popolo di sinistra non fsi rende assolutamente conto del significato generale della sorte degli operai di Pomigliano, credo che Bologna scambi la FIOM, NIchi Vendola e il manifesto per il popolo di sinistra. A Jacopo vorrei dire che non ho personalmente da offrirgli decaloghi su come difendere la democrazia, però potrebbe essere utile anche chiedersi cos’è la democrazia perchè leggendo o ascoltando Santoro et similia si acquisisce l’idea che la democrazia sia un insieme di regole e procedure, ma nella storia è forse possibile rintracciare concezioni un po’ più di ampio respiro della democrazia. Rispondendo a questa domanda, cioè sapendo cosa si difende, sarà anche possibile chiedersi come difenderlo.

  6. AMarkez il 20 giugno 2010 alle 19:05

    Le cifre sono in difetto: se sommiamo tutti i precari, tutti gli iperflessibili nel privato come nel pubblico che sono cresciuti senza contemplare lo sciopero come un diritto ma nemmeno come un’opzione, così come senza conoscere limitazioni al tempo-lavoro, potremmo riempire qualche centinaia di Pomigliano.

  7. Ennio Abate il 20 giugno 2010 alle 19:48

    A Giorgio ( Mascitelli)

    L’invettiva di Bologna non è né pre-politica né impotente. Ma lo conoscete S. Bologna? Avete letto almeno qualcuno dei suoi libri o vi limitate a guardare solo il suo stile “icastico”?
    L'”assoluta egemonia della cultura liberal-mediatica” è il Feticcio a cui vi inchinate troppo e in tanti. Ma fosse pure così “totalitaria” e fosse il “popolo di sinistra” peggio di quello che sembra, che si fa?
    “E più utile porre delle domande, muovere dei dubbi, mostrare qualche contraddizione”? Bene, ponetele etc.
    Non vi piacciono i “decaloghi” su come difendere la democrazia e volete
    chiedervi cos’è la democrazia? Chiedetevelo e andate a respirare nella storia
    “concezioni un po’ più di ampio respiro della democrazia”.
    E’ per questo che ho suggerito due recenti libri di storia…

  8. giorgio mascitelli il 20 giugno 2010 alle 20:55

    Caro Ennio,
    so chi è Sergio Bologna, non penso che il suo intervento sia prepolitico, mentre penso della psicologia dell’invettiva quel che ho scritto sopra ( d’altronde è uno stato d’animo che riguarda anche me). Credo nel mio piccolo di avere posto qualche domanda in questi anni e penso che sia proprio questo quello che chi scrive in rete o su carta possa fare oggi. Quanto al voi di cui mi gratifichi nel tuo commento, visto che ci conosciamo da anni ti proporrei di continuare a darci del tu.

  9. ng il 20 giugno 2010 alle 21:01

    Anch’io ho letto Bologna, e anche molto bene – ed ho criticato parecchie volte il suo “operaismo”. Qui, però, mi limitavo all’invettiva, che è pre-politica nel senso che manca di una prospettiva e si limita, appunto, a esprimere un’indignazione. Tutto qui.

    Al limite, se devo entrare tra le maglie del suo discorso, e per l’appunto rammentando quanto scritto da lui in precedenza, potrei dire che mi pare una posizione che rischia di issare un muro tra “garantiti” e “non garantiti” …

    NeGa

  10. F.D.D. il 20 giugno 2010 alle 22:31

    E quindi? Il fatto che “il diritto di sciopero non esiste di fatto per più di un milione di precari e lavoratori autonomi da un bel po’ di tempo” cosa ha a che fare con Pomigliano? E con Santoro? E poi che presunzione suggerire “decaloghi”! Io sono laureato e sono precario da anni. mai goduto del diritto di sciopero. Domani sarò in piazza a manifestare solidarietà ai lavoratori di Pomigliano. A proposito: Viale manzoni (Roma), davanti alla Fiat ore 17.30 c’è il presidio. Chi è stanco di chiacchiere muova il culo, grazie.

  11. lucia cossu il 20 giugno 2010 alle 22:59

    ‘rischia di issare un muro tra “garantiti” e “non garantiti” ‘
    dice ng: ma il muro non esiste già e con un fossato di protezione già da anni? Temo le garanzie si siano volute difendere in modo miope come fossero privilegi tenendo fuori e quasi emarginatamente trasparenti tutti quelli che mai le avrebbero avute proprio perché non riconosciuti dai garantiti. Una cara amica che fa sindacato di base mi diceva spesso delle volte in cui gli accordi con i lavoratori per salvare posti di lavoro ridistribuendo gli orari e avere quindi tutti ma meno son saltati nel momento in cui andavano confermati, e non una volta, tanto da produrre non una mancanza di azione politica ma una disillusione verso la capacità di organizzarsi e riorganizzarsi e di essere compatti anche nelle crisi e nei cambiamenti per non lasciare troppi indietro. Se non ricominciamo a pensare che chi è garantito deve voler avere non meno garanzie ma un livello da dividere con tutti gli altri ci sarà una riorganizzazione con una istituzionalizzazione della schiavitù nascosta e palese e in futuro una ridistribuzione delle ricchezze in modo cruento. Non esiste più il mondo in crescita di trenta anni fa dobbiamo tutti voler una ridistribuzione.

  12. francesco pecoraro il 20 giugno 2010 alle 23:45

    forse quel “milione di precari e lavoratori autonomi” avrebbero potuto cercare la strada dell’organizzazione politica, cose che non hanno fatto. la vera domanda è questa: perché questa organizzazione non c’è e non c’è stata?
    direi che questa è una questione distinta dalla lotta di Pomigliano D’Arco, che a sua volta è distinta dall’art.1 della costituzione, che è solo un aspetto della questione.
    il tutto poi è distinto dalle solite banalità su quelli che guardano santoro e leggono repubblica.

  13. DANX il 21 giugno 2010 alle 01:27

    Con internet gli stagisti, i precari e gli sfruttati oltrechè i disoccupati e licenziati avrebbero potuto unirsi, invece..si sono uniti nell’abbonarsi al Fatto o nel dire Vaffanculo in piazza con Grillo..
    Ma forse nessuno di noi ha mai immaginato il potersi unire ai propri simili perchè senza tv, partitone e sindacati famosi è impossibile farsi notare, quindi si è preferito sfottere i berluscones e badari ai loro affarracci anzichè ai nostri.
    Chissà..cmq ottimo post.

  14. alcor il 21 giugno 2010 alle 09:16

    bravi! l’altro giorno leggo il pezzo di Luca Lenzini sulla critica militante e seguo le indicazioni di Ennio Abate su Preve e La Grassa, e chi trovo? due che si danno botte da orbi, oggi leggo qui e vedo altri che riescono a non essere d’accordo neanche su queste poche righe di Bologna, questa è la sinistra che mi piace, quella che si estenua a discutere, mentre la destra si accorda.

    ng, da quando ho l’età della ragione, la “sinistra attuale” (una delle) si è sempre posta come obiettivo primario quello di liberarsi della “sinistra attuale” (una delle).
    avendo partecipato per anni al taglio in quattro del capello teorico, sono stufa, forse è anche per questo che quel milione di precari e lavoratori autonomi non è capace di organizzarsi.

  15. ng il 21 giugno 2010 alle 09:20

    @ Lucia Cossu
    la “ridistribuzione”, esistendo la proprietà privata, è una pia illusione.

    Tutto ciò che gli imprenditori fanno, ha uno scopo soltanto: garantirsi il profitto, il più alto possibile; a scapito, ovviamente, della quota sociale – e quindi non di quella singola – del salario. Questa è la lotta di classe che l’imprenditoria conduce ogni giorno. I “senza proprietà”, garantiti o non garantiti che siano, la subiscono.

    Certo che il muro tra garantiti e non garantiti esiste. È talmente evidente che negarlo sarebbe pura follia. Io volevo semplicemente rilevare che quella posizione (quella espressa qui da Bologna) corre il rischio di acuire il distacco tra i primi e i secondi. Abbiamo bisogno di pensare insieme, di trovare soluzioni come “classe” – i “senza proprietà” sono la classe, non l’insieme dei non garantiti (o dei garantiti) – invece di insistere in una divisione che fa comodo a chi l’unità, in quanto imprenditoria, è capace di gestirla, anche a fronte di una concorrenza interna spietata.

    Solo che questa unità è a sua volta una pia illusione senza la ridefinizione della “sinistra”, ovvero della parte politica che dovrebbe “rappresentare” coscienzialmente e organizzativamente i “senza proprietà”.

    Insomma, siamo messi molto male …

    NeGa

  16. ng il 21 giugno 2010 alle 09:25

    @ Alcor

    hai ragione. Io infatti tutto ciò che oggi si chiama “sinistra” eviterei di chiamarla così. Ma è un gioco retorico … Finché non ci ri-definiamo collettivamente, tutto questo commentare è un esercizio linguistico, nient’altro. Poi, fortunatamente, ognuno di noi – spero, almeno – vive la maggior parte del suo tempo al di fuori di questo campo virtuale, là dove i corpi sono più avanti delle idee … Siamo messi male ugualmente, ma almeno si prova …

    NeGa

  17. alcor il 21 giugno 2010 alle 10:03

    bene, ridefiniamoci ma – a parte che per “ridefinirsi” ci vogliono teste capaci di tirare tutti i fili e mostrare il tessuto, e non teste che si aggrappano a un capo di un filo, teste capaci di vedere l’organicità – mentre aspettiamo queste teste o anche collaboriamo a comporre questa testa collettiva, cosa facciamo, sospendiamo la politica in nome della perfezione dell’analisi teorica, della purezza, della vera verità?
    datemi un po’ di sano, chiaro, visibile, contrattabile compromesso politico che porti a ridurre il massacro, mentre le teste fini pensano al paradiso, o non resterà niente da cui ripartire

    ho ancora in mente la parola feticcio, la parola tabù delle discussioni degli anni ’70, “monetizzare”, monetizzare era vietato, serviva solo a mettere in tasca agli operai qualche lira, e bisognava invece approfondire teoricamente la correttezza politica dei contratti, qual è la parola feticcio oggi? quella che non si può pronunciare? mi viene il dubbio che sia “unità”, l’unità non è mai pura, io per altro non sono molto pura, sarà per questo

  18. ng il 21 giugno 2010 alle 10:23

    No, Alcor, nessuna sospensione ….

    Infatti ho parlato dei corpi nel fuori – fuori dal virtuale, fuori dalle retoriche, fuori dalla “sinistra” – corpi politici, che fanno politica cercando qualcosa di nuovo – che tentano, che sbagliano, ma che ci provano – teoria e prassi sono parti di questo corpo in azione …

    Quale mediazione? Quella che non ci espone ai colpi della solita catastrofe. Accettare le istanze di questa “sinistra” – pd e rimasugli vari – non è “contrattare un compromesso”: è porsi al servizio di Confindustria. A nessuno ha dato da pensare che Visco prima, in un’intervista al Corriere, e poi Prodi hanno rivendicato che la manovra Tremonti gli appartiene, giacché segue la strada aperta dal centro-sinistra? Continuare a riporre fiducia in questa “sinistra” non è fare un “compromesso”: è, molto evidentemente, calare ulteriormente le brache, ponendosi al servizio di una parte che non è la nostra … Ora esco, entro nella mia precarietà reale …

    ng

  19. Mauro Baldrati il 21 giugno 2010 alle 11:54

    @Alcor
    Qui c’è un’ipotesi di accordo dove, tra l’altro, viene messo in discussione -parzialmente, ma per ora, sempre per ora – il diritto di sciopero. Ora si tratta anche di capire chi è “la sinistra”. Il PD è schierato per il sì, per evitare il peggio. La CGIL non è netta. Mentre la FIOM lo è, dice apertamente che questo accordo è anticostituzionale e i lavoratori non devono votare per il referendum. Questi non sono sofismi. La sinistra è il PD o la FIOM? Non sono sofismi, si tratta di capire di cosa discutiamo e con chi.

    Questa storia di evitare il peggio dove ci porterà? Quando si fermerà? Hanno inziato con la scala mobile, risultato la scala mobile è stata eliminata. E via di questo passo, fino ai giorni nostri. Quale sarà il prossimo “peggio”? L’abbassamento dell’età minima lavorativa a 14 anni?

  20. alcor il 21 giugno 2010 alle 12:40

    @mauro, non parlavo dell’accordo, quello lo voteranno i lavoratori, e comunque votino, voteranno sulla loro pelle

  21. francesco pecoraro il 21 giugno 2010 alle 14:06

    Tangenzialmente et confusamente e senza aver letto tutti i commenti.
    Una cosa è la sinistra.
    Un’altra cosa sono le organizzazioni operaie.
    La sinistra avrebbe il compito di delineare progetti complessivi di riforma della società, di fare proposte politiche generali, di fare opposizione lottando metro per metro, di difendere democrazia e costituzione, ma senza più contare sul supporto scontato dei lavoratori, senza imperniare la propria azione, com’è stato nel passato per la sinistra social-comunista, sull’esistenza di una classe operaia combattiva e solidale.
    Gli operai dal canto loro si trovano stretti nella morsa del ricatto globale: la delocalizzazione.
    La globalizzazione avrebbe dovuto incentivare e dar corpo concreto a quell’internazionalismo che è stato più un’aspirazione che un fatto concretamente operante. E invece non è stato così.
    Se il capitale internazionale è in grado di mettere «oggettivamente» l’operaio serbo, o polacco, o indiano, contro l’operaio italiano, allora, anche qui, nell’interesse comune la risposta dovrebbe essere unitaria, internazionalista, solidale, forte.
    Uno sciopero per Pomigliano d’Arco dovrebbe essere quantomeno europeo.
    Ma se gli stessi operai italiani non si riconoscono più come classe, come possiamo non dico sperare, ma solo ipotizzare che ciò possa avvenire?
    Ricostruire una base comune di lotta a un capitale sempre più arrogante che esprime direttamente gran parte dei governi d’Occidente, è un compito immane, ma paradossalmente non richiede rifondazioni di alcun genere, solo il riconoscimento del comune interesse che deriva dalla comune condizione esistenziale di forza lavoro.
    In questo momento a Pomigliano c’è una situazione storica simile a quella delle fabbriche di inizio Novecento: o a queste condizioni o niente.
    Come possiamo tollerarlo?

  22. michele il 21 giugno 2010 alle 14:11

    posso dire che non l’ho capita, o è poco chic?
    bello, poi, questo “contrapporre” i lavoratori di Pomigliano ai precari (come se quelli di P. non lo fossero…).
    a quando una bella invettiva contro le ricche pensioni degli operai che ostacolano il welfare per i giovani?

  23. Larry Massino il 21 giugno 2010 alle 14:19

    Il problema è che hanno sempre vinto loro. Loro quelli del popolo che si interessano del pane e non dei diritti, ai quali in gran parte furono come costretti a sottostare…. Loro quelli della burocrazia statale sempre al suo posto, i cui componenti non rinunceranno mai ai loro privilegi, sottoforma di sequestro di primaria fetta di torta del reddito disponibile. Loro quelli delle Famiglie padronali e finanziarie (vi siete mai chiesti perché quello italiano si chiama capitalismo di FAMIGLIA?). Loro quelli della politica, che mettono in atto disegni che provengono da centri di comando che nessuno conosce, ma che intanto si sistemano per sé stessi, famigli, amici, forse anche qualche elettore…. Loro quelli della mafia, che si origina e legittima su princìpi di equità sociale che dopo ovviamente tradisce (ma l’arte di nascondere ambizioni personali o di piccole cricche all’interno di sistemi di princìpi generali e un’arte inventata prima delle mafie moderne, e praticata più o meno da chiunque).

    Bisogna farcene una ragione, è tutto loro quello che luccica sotto apparentemente neutrali simboli, principalmente rose, triangoli e piramidi (MASSONERIA, MASSONERIA E MASSONERIA!).

    Noi invece? Dovremmo secondo me smetterla di farsi raccontare la realtà da chi l’ha progettata e quindi inventata di sana pianta (lo fanno anche con il passato e il futuro…). In quanto artisti e bisognosi di bellezza in generale bisogna ricominciare a inventare realtà alternative a quelle posticce che ci fornisce il sistema politico editoriale. Anche a costo di sembrare pazzi. Si ricorda Nevio (ma forse è più giovane, fortuna sua) il Living Theatre che in qualunque città arrivasse cominciava il suo lavoro con performance degli attori che rovistavano nell’immondizia in costumi da straccioni, scandalizzando giornali e benpensanti? L’altro giorno leggevo non so che libro di Jodorowsky che ricordava i suoi primi vagiti artistici in Cile. Diceva che c’erano grandi poeti, uno in particolare, che lui seguiva con grande ammirazione e divertimento, che faceva azioni folli tipo camminare in linea retta finché non trovasse un ostacolo, albero, muro, auto o che altro. A quel punto si fermava, lui ed eventuale colonna INDIANA, per studiare il problema, per cercare di superarlo sottostando al principio poetico-geometrico: nessuno si muoveva finché il maestro non forniva la soluzione.

  24. Fabio Teti il 21 giugno 2010 alle 14:23

    ne vedo ogni giorno, a decine, a volte più, di persone che rovistano nella spazzatura. siamo a Roma. e non è il Living Theatre.

  25. francesco forlani il 21 giugno 2010 alle 15:51

    Nota di effeffe
    Dopo il primo commento di Jacopo Galimberti ho chiesto a Sergio Bologna di accettare la sfida con una replica. Quella che segue è la risposta alla domanda : Come si fa a difendere la democrazia?

    La domanda avrebbe dovuto essere più difficile. Come si fa a difendere (ormai) la dignità del lavoro? Il nodo infatti sta tutto qui. La storia della democrazia occidentale ha due passaggi: quello delle libertà (di opinione, di associazione, di religione ecc. ecc.) e quello della sicurezza sociale. Il primo viene dalla Rivoluzione francese, il secondo dall’affermazione del movimento operaio e sindacale. Il primo è costato un sacco di morti, il secondo forse molto di più, ma in genere morti silenziose. Milioni di donne e di uomini che hanno rischiato la vita, la miseria, la galera, il licenziamento per essere rispettati sul luogo di lavoro ed avere dallo stato un sistema previdenziale e assistenziale, il cosiddetto “modello sociale europeo”. L’azione quotidiana di quei milioni di persone ha creato case del popolo, cooperative, scuole professionali, asili nido, ambulatori – insomma una specie di società parallela che viveva “separata” e con minimi livelli di autosufficienza dalla società in generale. Ha posto per prima il problema dell’eguaglianza femminile, ha combattuto l’alcolismo, ha guardato con rispetto ed interesse agli altri popoli (che conosceva, perché era costretta ad emigrare), ha condotto la lotta antifascista. Ed ha capito una cosa fondamentale che la cultura borghese non vuole capire: un diritto vale quando esiste nei fatti non quando è scritto sulla carta di una qualche costituzione. E’ una diversa concezione della democrazia, quella sostanziale contrapposta all’idea formale di democrazia. Di questa parlo io. Se non ci mettiamo d’accordo sui termini, è difficile capirsi. Nell’Italia del secondo dopoguerra questa forma di democrazia era forse la più solida d’Europa, grazie anche ai comunisti, ai socialisti, ai cattolici di base, a tutti coloro che avevano imparato queste cose sul luogo di lavoro.

    Questo immenso patrimonio è andato disperso, in parte anche per scelte politiche precise: si pensi al XIX Congresso del PCI, artefice l’attuale Presidente della Repubblica, più ancora che Occhetto, che ha buttato a mare come roba vecchia il partito di massa per scegliere il toyotista lean party (“è come se si fossero licenziati su due piedi 800.000 militanti”, disse una volta una compagna che aveva fatto la Resistenza). Si pensi all’ondata di privatizzazioni, che hanno consegnato nelle mani di qualche avventuriero della finanza enormi patrimoni economici pubblici (e l’operazione “Mani Pulite” che avrebbe dovuto colpire la corruzione, in realtà ha dato una mano a questo trasferimento di ricchezza dal pubblico al privato). Ma questo è il meno, dopo tutto, il partito di massa era formula vecchia e l’economia pubblica era saccheggiata dai partiti di maggioranza.

    Là dove la democrazia sostanziale italiana muore, là dove c’è il vero passaggio di civiltà, la vera tragica svolta epocale, è nella flessibilizzazione del lavoro. E’ lì che vengono erosi nei fatti diritti che sulla carta esistono ancora. Le imprese si frammentano e così si arriva ad oggi dove il 52% della forza lavoro dipendente non gode delle tutele dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori perché il numero degli addetti è inferiore alla soglia dei 15. Gli accordi sindacali del luglio 1993 garantiscono tregua salariale e di fatto spengono le lotte operaie (chi è andato in queste settimane a parlare con gli operai delle fabbriche occupate o presidiate dai lavoratori, ha trovato fabbriche che non scioperavano da 16 anni). E’ cambiata la struttura tecnica dell’impresa, lo stile di management, il lavoro sempre più precario, l’impossibilità dei giovani d’inserirsi…si potrebbe continuare all’infinito (la globalizzazione ecc. ecc.). Tutte cose considerate “minori”, che non fanno notizia, quotidiane, ma è qui che la democrazia sostanziale muore e attraverso le quali si perdono anche libertà civili (di recente ho scoperto che esistono contratti che prevedono il licenziamento per il dipendente che “confessa” a un suo collega quanto percepisce di salario). E’ sul rapporto di lavoro che l’uomo perde la sua dignità, quando si accetta come normale e persino lodevole che giovani, soprattutto laureati, lavorino per mesi gratuitamente in cosiddetti tirocinii con la speranza di essere assunti (ma perché mai se ci sono altri mille pronti a prendere il loro posto gratis?). E’ qui che muore la democrazia, è qui che sta morendo il diritto di sciopero, anche se nessuno lo ha tolto dalla carta costituzionale. Muore nei fatti. Ma su questo si tace, lo si considera un’evoluzione fisiologica dei modi di produzione. L’attenzione è posta su intercettazioni, conflitti d’interesse, mafie, il protagonista della società, la grande speranza è il magistrato, figura che assume il ruolo del demiurgo, del liberatore dal Male. Ne risulta distorta la stessa funzione della magistratura, prevista dai principi della democrazia borghese. La magistratura non deve sostituirsi all’azione politica. Ma la politica, la vera politica, è quella praticata dalla società, non dai partiti, dai milioni di uomini e di donne che giorno per giorno cercano di rendere più civile l’ambiente in cui vivono, più giusta la relazione tra persone, di quelli che non fanno alcun atto di eroismo né alcun gesto da prima pagina. Come può la magistratura dare un supporto a queste mille azioni quotidiane? Su questo microcosmo è impotente (e forse disinteressata). Molte di queste pratiche sociali – unico baluardo di una democrazia sostanziale – sono note. Ma rimane ancora da capire come si fa a rovesciare il degrado dei rapporti di lavoro. Gli stessi giuslavoristi affermano che non è più questione di produzione legislativa ma di contrattazione. Come si fa a inculcare nei giovani la volontà di ribellarsi a questo, come si fa a trovare nuove tecniche di autotutela e di negoziato con le gerarchie aziendali? Queste sono le domande centrali. Ci sono riusciti operaie e operai analfabeti, che vivevano in condizioni miserabili, ci hanno messo mezzo secolo (dalle prime società di mutuo soccorso ai primi sindacati industriali). Perché non dovrebbero riuscirci milioni di giovani scolarizzati, overeducated? Chi non è d’accordo con il mio piccolo sfogo forse ha un’idea della democrazia del tutto diversa dalla mia, ritiene più urgenti certe battaglie di altre, considera “un male minore” quelle che per me sono vere tragedie della civiltà. Si tratta di punti di vista, ma come faccio a rinunciare al mio, se su quello ho costruito 50 anni di presenza nella società e di comportamento privato?

    Sergio Bologna

  26. genseki il 21 giugno 2010 alle 16:07

    sono assolutamente d’accordo con il breve testo di Sergio Bologna di cui colpevolmente ignoro gli scritti e l’operato, è per me un nome nuovo, ma ugualmente gli sono grato per queste sue poche righe alle quali mi permetterei di aggiungere sommessamente una considerazione: gli immigrati irregolari e irregolarizzabili circondati dall’ostilitá e abbandonati allo sfruttamento hanno forse diritto di sciopero?
    Purtroppo non credo che la sinistra del tipo europeo attuale possa scomaprire, puó essere fortemente indebolita dalla presenza di un soggetto politico che rappresenti la soggettivitá dei lavoratori salariati. Questo soggetto peró non è in campo, non sappiamo in quali forme e in che tempi si riorganizzerá una forma politica che abbia per obiettivi giustizia e eguaglianza, su che tipo di militanza possa basarsi. Certo i lavoratori precari nonn hanno saputo organizzarsi, ma è anche vero che non hanno mai potuto sperare di accedere a nessuna forma della rappresentanza. È una conquista teorica abbastanza consolidata che la coscienza sia esterna alla classe, anche quando la spontaneitá dei meccanismi di opposizione diciamo fisiologici alla violenza dello sfruttamento sia molto diffusa e sviluppata. Insomma se uno lavora 10 ore in condizione di stress subumano e impiega 2 ore di poendolarismo su treni sporchissime e aleqatori, difficilemente ptrá ooi dedicare molto tempo all’organizzare i suoi compagni e a studiare i problemi della rappresentanza politica della sua classe! A questo devono dedicarsi quelli che il tempo ce l’hanno o hanno la forza morale di strapparlo alle circostanze. Quanto all’antiberlusconismo della sinistra, io non riesco a credere che sia innocente. Io sono spinto a credere che sia una forma di occultamento e mobilitazione: occultamento di una politica totalmente prona ai dettami della classe dominnante e mobilitazione dell’opinione piú moralista e distratta.
    Comunque la ringrazio ancora per queste sue righe tanto chiare
    genseki

  27. genseki il 21 giugno 2010 alle 16:08

    Ho scritto il mio messaggio prima di aver letto l’ultimo post di Sergo Bologna che vedo solo ora.
    genseki

  28. ng il 21 giugno 2010 alle 16:36

    Il punto di vista espresso nell’ultimo testo di Bologna è un’ottima base di partenza. L’idea di democrazia che porta alla luce è anche la mia. Tutto il resto è mistificazione.

    NeGa

  29. giorgio mascitelli il 21 giugno 2010 alle 16:38

    Furlen,
    secondo me, l’intervento di Bologna in risposta alle domanda di Jacopo, che, se l’autore non si offende, gli è riuscito decisamente meglio dell’invettiva, andrebbe postato come pezzo autonomo perchè così si legge di più. Penso che per molti giovani lettori cresciuti dagli anni novanta in poi questo pezzo sarà un’interessante novità con il pregio di un linguaggio rigoroso e chiaro.

  30. mauro baldrati il 21 giugno 2010 alle 17:34

    Credo che dobbiamo ringraziare Sergio Bologna per il secondo pezzo. Io, lo ringrazio, perché è da tempo che non leggo un testo come questo – e, anche se può essere un dettaglio, visto l’argomento, anche come stile.

    Vorrei aggiungere che quello che Sergio descrive sulla caduta nella deriva del lavoro degli operai nelle fabbriche, la continua perdita di diritti ecc. si applica anche agli uffici, per esempio pubblici, dove la privatizzazione e il falso concetto di “merito” hanno fatto devastazioni; insomma a tutto il mondo del lavoro-

    A mio avviso il vero punto critico è questo:

    “Come si fa a inculcare nei giovani la volontà di ribellarsi a questo, come si fa a trovare nuove tecniche di autotutela e di negoziato con le gerarchie aziendali? Queste sono le domande centrali.”

    Temo che ribellarsi per negoziare ormai non basti più. E’ il superamento di questo sistema “produrre per consumare per produrre”, di fatto accettato come l’unico anche dai sindacati, l’unica opportunità di salvezza.

  31. lucia cossu il 21 giugno 2010 alle 18:06

    passo di corsa
    @ng
    il passo mio che hai estrapolato si riferiva ai ‘garantiti’ che io vedo disposti a tutto purché rimanerlo come i non ‘garantiti’ per diventarlo, ed è perlomeno miope (se non disumano). Questo rende più forti i ricatti e gli sprechi.
    Mario Pirani su Repubblica di oggi scrive un editoriale non eliminabile in blocco, dicendo che dovrebbero accettare l’accordo epr poter negoziare, durissimamente, ma avere qualcosa da negoziare e evitare il dislocamento.
    Insieme penso che accettarlo significhi dar l’assenso e l’avvio alla modifica della Costituzione, e al definitivo stravolgimento anche formale di questa repubblica.

  32. genseki il 21 giugno 2010 alle 18:38

    Credo che non ci si possa limitare in questi casi ad aggrapparsi alla costituzione e allo stato nazione. Una ripresa di una politica autonoma dei lavoratori che abbia come obiettivi la giustizia e l’ugiaglianza di diritti non puó non includere come elemento fondamentale i lavoratori extracomunitari che sono ancora piú schiavi degli altri senza di loro non è possibile, per me, nemmeno cominciare. La dimensione nazionale e costituzionale è anch’essa una limitazione, perché non include per esempio i lavoratori polacchi che sarebbero le vittime ancora piú tragiche dell’accordo di Pomigliano. La prima cosa da fare sarebbe un embrione di coordinament tra italiani e polacchi che anche se solo appunto in modo embrionale ponesse le basi di una lotta che vada oltre le gabbie degli stati e delle loro costituzioni che sono comunque strumenti, piú o meno avanzati delle rispettive classi dominanti,
    Che cosa vorrebbe discutere Pirani una volta firmato l’accordo, che cosa vorrebbe contrattare sulla base di una disfatta politica e sindacale non mo è chiaro. La vicenda di Pomigliano ha tutte le caratteristiche di una sconfitta senza rimedio, se da una tale sconfitta si potesse salvare almeno l’embrione di un tentativo di organizzazione internazionale dei lavoratori almeno in ambito UE, non sarebbe solo disperazione, Certo che se l’obiettivo che ci si pone è nell’ottica esclusiva della difesa della costituzione all’interno della struttura dello stato, allora sará solo sconfitta con una speranza lontanissima.
    genseki

  33. Ennio Abate il 21 giugno 2010 alle 21:08

     
    Fugati i dubbi (cfr. Nota di effeeffe) sul carattere pre-politico e impotente del post di Sergio Bologna, vorrei che non ci limitassimo a fare le lodi all’autore solo per la chiarezza con cui dice certe cose, ma di queste si discutesse. Io mi permetto di evocare, oltre alla Rivoluzione francese e al movimento operaio, anche lo spettro della storia del comunismo, che per me è, nel bene e nel male, inseparabile dai primi due “spettri” evocati da Bologna. La storia della democrazia occidentale e la sua attuale crisi si spiegano anche con  la storia e l’esaurimento del comunismo. Ma, ostile a ogni ideologismo, Bologna martella giustamente sul punto centrale oggi sommerso e diventato marginale anche per i “democratici”: il lavoro. Come ricostruire «la vera politica […]quella praticata dalla società, non dai partiti, dai milioni di uomini e di donne»? «Come si fa a inculcare nei giovani la volontà di ribellarsi a questo, come si fa a trovare nuove tecniche di autotutela e di negoziato con le gerarchie aziendali?». Se non di un decalogo (io mi ero limitato a un “ottalogo” tenendo conto – sbaglio? – della tipologia dei frequentatori di Nazione Indiana), delle proposte concrete per dirottare l’attenzione dei “democratici” sul problema lavoro bisogna pur trovarle e diffonderle dovunque sia possibile. Uscire dagli scompartimenti stagni non è indispensabile? Se si continua con qui letteratura, là filosofia, qui cronaca, là moda, un post ammazza l’altro e la prevalenza della chiacchiera è inevitabile. Questa la mia modesta opinione.
    E.A.
    P.s.
    @ Giorgio ( Mascitelli). Sì,  pur conoscendoci, ho usato un voi da “mucchio”, perché mi è parso che nel tuo primo intervento ti facevi portavoce del “mucchio”. Me ne scuso, dispostissimo a passare al tu appena si creano le condizioni.Sull’“invettiva” di Bologna. Proprio perché lo conosciamo, era implicito che contenesse quanto poi scritto nel secondo pezzo.
    @ alcor  Non so dove ti sia documentato. Ti consiglierei di affacciarti su CONFLITTI E STRATEGIE (per La Grassa) e su COMUNISMO E COMUNITA’ ( per Preve). Non sono la Bibbia, eh! Comunque, perché confondere le dispute (sicuramente accese, emotive e persino viscerali) tra questi due studiosi – che comunque si stimano reciprocamente – con le «botte da orbi»? Ammesso che botte siano, di sicuro non sono orbi. La pensano lucidamente ma diversamente su molte cose. E con questo? Meglio un duetto  dissonante (dal quale si impara sempre, se si vuole) che  un ducetto (magari “di sinistra”)  che mette tutti d’accordo e elimina la fatica del pensare.

  34. genseki il 21 giugno 2010 alle 21:55

    Mi pare che la posizione di La Grassa sia ormai chiara ed è quella di chi considera che ogni possibilitá di emancipazione dal lavoro salariato è un sogno da filosofi inultili e romantici e che il sano realismo politico consiste nell’appoggiare quella parte della borghesia nazionale i cui interessi sono opposti a quelli degli USA e comunque quella parte della borghesia nazionale che identifica maggiormente i suoi interessi con quelli dello stato nazione, perfino nella terminologia con la bizzarra coppia terminologica dominanti-dominati che pretende di sostituire la coppia proletariato borghesia il pensiero di La Grassa è completamente fuoriuscito non solo dal comunismo ma anche dalla sinistra piú riformista. Cosa che lui non nega, anzi afferma con orgoglio e con tutto un colorito vocabolario di insulti per chi non la pensi come lui. Lui ha le sue idee, ma non credo che servano all’emancipazione del lavoratori bensí agli interessi di una frazione della classe dominante che curiosamente non pare considerare con interesse le proposte del La Grassa, Quanto a Preve, il suo pensiero è quello di un comunitarismo organicista rispettabile ma alieno al quadro della sinistra, molto prossimo alla destra del tipo di De Benoist per intendersi, sono interessanti da leggere ma non utili nel senso che diceva Bologna.
    genseki

  35. jacopo galimberti il 21 giugno 2010 alle 21:57

    @ Furlen

    Concordo con mascitelli sulla necessita’ di postare il secondo pezzo di Bologna.

  36. francesco pecoraro il 21 giugno 2010 alle 22:16

    “Ci sono riusciti operaie e operai analfabeti, che vivevano in condizioni miserabili, ci hanno messo mezzo secolo (dalle prime società di mutuo soccorso ai primi sindacati industriali). Perché non dovrebbero riuscirci milioni di giovani scolarizzati, overeducated?”.
    forse perché si è consentito il compiersi di una vera rivoluzione culturale di destra, dove il deprezzamento dei valori di eguaglianza e solidariet e la liquidazione di ogni progetto di trasformazione della società, è stato il vero centro della penetrazione delle menti…
    molte con-cause, tra cui non sotto-valuterei da un lato l’implosione delle società comuniste da un lato (l’insorgere della dis-appartenenza è stato cruciale) e l’egemonizzazione dei mezzi di comunicazione da parte del capitale, dall’altro.
    per fare politica ci vuole uno straccio di progetto complessivo, in pratica serve una lettura ideologica e condivisa, la promessa di un paese diverso e migliore, serve un obbiettivo fuori dei propri interessi immediati e che tuttavia sia abbastanza forte da includerli, serve il senso di appartenenza, serve la ragione dell’antagonismo.
    se ci si appiattisce sull’economicismo vuol dire che si acconsente al mondo com’è.
    insomma quello che mi sembra di poter dire è che per darsi la forza per una rivendicazione anche locale & marginale occorre costruire un quadro molto più ampio energico convincente di opposizione allo status quo e al disegno del capitale.
    chi lo sa fare oggi?

  37. mb il 22 giugno 2010 alle 01:18

    [tu parli con 1.
    poi parli con 2.
    contando sul fatto che 1 e 2 non si parleranno mai]
    3,4,5,6…

    Questo pezzo che riporto segue più l’ultimo di Pecoraro, la delocalizzazione, che non quello centrale di Bologna.
    Sulla rappresentanza dei precari, sul riconoscersi corpo unito, classe, non so veramente cosa dire. Ma è sicuramente la domanda centrale da porre oggi.

    Dalla Polonia, una lettera ai lavoratori FIAT

    La FIAT gioca molto sporco coi lavoratori. Quando trasferirono la produzione qui in Polonia ci dissero che se avessimo lavorato durissimo e superato tutti i limiti di produzione avremmo mantenuto il nostro posto di lavoro e ne avrebbero creati degli altri. E a Tychy lo abbiamo fatto. La fabbrica oggi è la più grande e produttiva d’Europa e non sono ammesse rimostranze all’amministrazione (fatta eccezione per quando i sindacati chiedono qualche bonus per i lavoratori più produttivi, o contrattano i turni del weekend).
    A un certo punto verso la fine dell’anno scorso è iniziata a girare la voce che la FIAT aveva intenzione di spostare la produzione di nuovo in Italia. Da quel momento su Tychy è calato il terrore. Fiat Polonia pensa di poter fare di noi quello che vuole. L’anno scorso per esempio ha pagato solo il 40% dei bonus, benché noi avessimo superato ogni record di produzione.
    Loro pensano che la gente non lotterà per la paura di perdere il lavoro. Ma noi siamo davvero arrabbiati. Il terzo “Giorno di Protesta” dei lavoratori di Tychy in programma per il 17 giugno non sarà educato come l’anno scorso. Che cosa abbiamo ormai da perdere?
    Adesso stanno chiedendo ai lavoratori italiani di accettare condizioni peggiori, come fanno ogni volta. A chi lavora per loro fanno capire che se non accettano di lavorare come schiavi qualcun altro è disposto a farlo al posto loro. Danno per scontate le schiene spezzate dei nostri colleghi italiani, proprio come facevano con le nostre.
    In questi giorni noi abbiamo sperato che i sindacati in Italia lottassero. Non per mantenere noi il nostro lavoro a Tychy, ma per mostrare alla FIAT che ci sono lavoratori disposti a resistere alle loro condizioni. I nostri sindacati, i nostri lavoratori, sono stati deboli. Avevamo la sensazione di non essere in condizione di lottare, di essere troppo poveri. Abbiamo implorato per ogni posto di lavoro. Abbiamo lasciato soli i lavoratori italiani prendendoci i loro posti di lavoro, e adesso ci troviamo nella loro stessa situazione.
    E’ chiaro però che tutto questo non può durare a lungo. Non possiamo continuare a contenderci tra di noi i posti di lavoro. Dobbiamo unirci e lottare per i nostri interessi internazionalmente.
    Per noi non c’è altro da fare a Tychy che smettere di inginocchiarci e iniziare a combattere. Noi chiediamo ai nostri colleghi di resistere e sabotare l’azienda che ci ha dissanguati per anni e ora ci sputa addosso.
    Lavoratori, è ora di cambiare.
    Tychy, June 13, 2010 19-06-2010 16:52 – sharing

    per continuare

    http://www.ilmanifesto.it/archivi/fuoripagina/anno/2010/mese/06/articolo/2940/

  38. véronique vergé il 22 giugno 2010 alle 12:34

    Ho letto il commento di Sergio Bologna postato da effeffe:

    Ecco un brano nobile che dovrebbe essere stampato…
    Fa bene all’anima di una francese disgustata di quello accade nella sua squadra nazionale- giocatori animati dal denaro solo-
    Il loro sciopero è una vergogna di fronte a quelli che lottano per avere condizioni degni di lavoro. Fanno scioperi, soli che non hanno paura di perdere il lavoro, è il caso degli impiegati statali come io. Ultimo bastione di libertà.

  39. Doriana Goracci il 23 giugno 2010 alle 08:15

    per cause tecniche…non ho potuto dare spazio sul blog partecipativo Reset-Italia, dove sono solita scrivere a questo intervento di Sergio Bologna,appena possibile sarà mia cura inserirlo; l’ho fatto e lo farò in seguito, ieri e oggi su Facebook. Vi ringrazio molto per lo spazio che avete dato, indispensabile libero necessario urgente.Un abbraccio sincero e di stima a Sergio.

  40. Flavio Viriato il 23 giugno 2010 alle 18:47

    caro genseki, mi piacerebbe sapere dove hai riscontrato questo Comunitarismo organicista di Preve, ti sarei grato se postassi la fonte, che naturalmente non esiste, a mio parere, su La Grassa sono d’accordo con te, e ti/vi invito a visitare il nostro sito, così da poter leggere cosa diciamo realmente, grazie.

    http://www.comunismoecomunita.org/

    Flavio

  41. Ennio Abate il 24 giugno 2010 alle 09:28

    @ genseki,
    Anche se il pensiero di La Grassa fosse “completamente fuoriuscito non solo dal comunismo ma anche dalla sinistra piú riformista” e quello di Preve si potesse ridurre a “ un comunitarismo organicista rispettabile ma alieno al quadro della sinistra”, come tu scrivi troppo sinteticamente , resterebbe un problema: capire come mai studiosi non superficiali di Marx siano giunti oggi a tali posizioni. In più: perché non chiedersi se non colgano aspetti della trasformazione in corso su cui altri tacciano o sorvolano? Se poi certe idee (di La Grassa, di Preve) gioveranno più all’”emancipazione dei lavoratori” (termine oggi davvero genericissimo) o agli interessi di “una frazione della classe dominante” lo si vedrà col tempo. Di certo quelle della “sinistra più riformista” hanno spompato li lavoratori. E lo si vede. Infine, anche S. Bologna, pur muovendosi da altre premesse teoriche rispetto a La Grassa e Preve, non mi pare ben accolto dalla “sinistra” (riformista o meno) e neppure lui può essere certo che le sue idee serviranno all’”emancipazione dei lavoratori”. Siamo in una nottata troppo buia. Esaminiamo allora tutte le lucine e non spegniamone subito quelle che ci paiono “strane” o “estraneee”.

  42. Flavio Viriato il 24 giugno 2010 alle 13:15

    Concordo con quanto detto da Abbate, la “sinistra”, in tutte le sue sfaccettature, è morta, partiamo da questo, ed “Esaminiamo allora tutte le lucine e non spegniamone subito quelle che ci paiono “strane” o “estraneee”.

    http://www.comunismoecomunita.org

  43. pasquale vilardo il 26 giugno 2010 alle 03:45

    Condivido l’anakìlisi di Bologna.Sulla magistratura – esendo addetto ai lavori – bisogna dire che ci sono vari tipi di magistratura, tra cui una componente di intoccabili legata la potere capitalistico, che può fare e disfare anche con atti illegali, protetta anche dallo spirito di casta di certimagistrati c.d. di sinistra.
    Più o meno come per certe caste dell’avvocatura : insomma la giustizia borghese esiste ma non c’è più un ’68 che contesti gli arcana imperi di questa giustizia ingiusta , di classe,di regime.



indiani