carta st[r]ampa[la]ta n.21

28 giugno 2010
Pubblicato da

di Fabrizio Tonello

Mica facile. No, sul serio: la vita dei giornalisti delle pagine culturali è un inferno. Uno va in redazione la mattina e si propone di scrivere su qualche tema semplice semplice, come “Dio e l’Uomo”, “Chiesa e Stato”, “Autorità e Libertà” o magari “Capitalismo e Democrazia”. Il caporedattore neppure vi bada, il direttore è chiuso nella sua stanza, e fino alle sei del pomeriggio vi tocca fare un solitario sul computer, telefonare agli amici della testata concorrente per scambiare un po’ di gossip e, alla fine, consultare il sito di Nazione Indiana. Meglio fare il cronista di nera: un omicidio è un omicidio mentre l’epistemologia chissà cos’è.

Poi i capoccioni del giornale hanno “un’idea” per le pagine del giorno dopo. Una polemica Cavour-Garibaldi? I diari segreti di Togliatti? Rivelazioni scabrose su De Gasperi? No, temi già sfruttati. Il caporedattore vorrebbe un pezzo sulle diatribe tra i giurati del premio Strega, mentre il direttore, che vola alto, pensava a un’inchiesta su “Gianfranco Fini e Hannah Arendt”. Intanto si sono fatte le 18,30 e alle 20,00 bisogna chiudere le pagine.

Passa per caso un vicedirettore che pensa al futuro (il proprio) e butta lì: “Se affrontassimo il tema della privacy? Intercettazioni, libertà personale, rapporto pubblico/privato, libertà di stampa: tutto passa di lì”. Silenzio. Poi il direttore esplode: “Ottima idea! Marina occupatene tu.”

E fu così che la povera Marina Valensise, che di mattina ingolla café-au-lait, a pranzo si concede solo una ficelle con un po’ di Brie e a cena si accontenta di crudités, fu messa al lavoro su concetti decisamente anglosassoni come la privacy. Come far giocare i francesi a cricket e gli inglesi alla bélote.

Il risultato, sbrodolato su quattro-pagine-quattro del Foglio di sabato 12 giugno, mostra tutta l’antica saggezza del proverbio milanese “Ofelè fa ‘l tò mestè”, che tradotto dal mio sherpa lombardo suonerebbe pressappoco: “Ciascuno faccia il suo mestiere” (e non quello degli altri). Il minestrone comprende infatti il console romano Lucio Quinzio insieme al saggista Edmund Burke, San Paolo insieme a Montesquieu, Sant’Agostino in compagnia di Benjamin Constant, il monarchico Royer-Collard a braccetto con Milan Kundera.

Per esempio, tutti sanno che la Glorious Revolution inglese non è del 1689 bensì del 1688 (quando il re Giacomo II fuggì in Francia il 23 dicembre e Guglielmo d’Orange si insediò al suo posto, il 28 dicembre) ma non importa. Lascia perplessi, invece, il fatto che l’idea del governo rappresentativo “di John Locke, che nella Rivoluzione inglese 1689 aveva difeso l’habeas corpus e la dottrina della tolleranza, rielaborata attraverso la teoria di Montesquieu della separazione dei poteri…”. Certo, le cose britanniche sono complicate, e l’italiano della frase è piuttosto zoppicante ma quel riferimento all’habeas corpus appare alquanto fuori luogo, visto che nell’indice analitico di Two Treatises of Government non compare (sto usando l’edizione critica curata da Peter Laslett per la Cambridge University Press, 1999). Nell’indice si citano Adamo ed Eva, la torre di Babele, il cannibalismo, le concubine, don Chisciotte della Mancia, il profeta Geroboamo e l’arca di Noè, ma non l’habeas corpus. Come mai?

Sarà forse perché il concetto era presente già nella Magna Charta, imposta nel 1215 dai baroni a re Giovanni, detto Senza Terra? (Per chi volesse approfondire la questione, se ne parla anche nel Robin Hood di Ridley Scott che, secondo l’ANSA, cerca di raccontare le verità storicamente accertate). Oppure perché già dieci anni prima del 1689, nel 1679, il parlamento aveva votato un Habeas Corpus Act che codificava il diritto di ogni persona arrestata ad essere presentata davanti a un giudice il più rapidamente possibile? Insomma, Locke certamente era per l’Habeas Corpus e contro gli arresti arbitrari, ma nella sua opera principale si occupava d’altro.

Valensise ha tradotto Benjamin Constant e Alain Finkielkraut ma di questo la si può perdonare. Quando si avventura nella storia della Grecia antica ha le idee un po’ confuse: il cittadino, scrive, “aveva l’obbligo di prendere partito, di schierarsi per una fazione in lotta, [il] dovere [di] partecipare alla vita della polis, difendere le sue idee. E il pazzo che avesse voluto tenersi a distanza dall’agone politico, ostentando magari una calma imperturbabile, andava incontro all’ostracismo, alla perdita dei diritti politici, decretata dal potere pubblico”.

In realtà, il cittadino comune era tanto poco disturbato nel suo “tenersi a distanza dall’agone politico” che Atene lo pagava per frequentare l’agorà o prendere parte alle giurie popolari. Quanto all’ostracismo, la redattrice del Foglio avrebbe potuto utilmente consultare le opinioni di un ex ambasciatore di nome Alberto Indelicato sull’altro organo della famiglia, il Giornale, dove si sosteneva che l’ostracismo ad Atene fu “estremamente limitato” e diretto solo “nei confronti di dirigenti politici troppo popolari e che avevano successo”. Secondo Indelicato, “dal 443 al 416 a.C. fu eseguito una sola volta” (20 agosto 1999).

Dirigenti politici troppo popolari, com’è ovvio: la procedura, che richiedeva una votazione dell’assemblea, non era certo usata per privare il cittadino qualsiasi dei suoi diritti politici, ma veniva usata per esiliare dei leader che minacciassero di instaurare un potere personale, come avvenne con Alcibiade. Una visitina alla biblioteca Sormani avrebbe poi permesso di consultare un autorevole testo dello storico inglese Moses Finley, che sull’ostracismo scriveva: “L’ostracismo venne introdotto nel momento in cui gli ateniesi introdussero un sistema democratico, dopo i decenni della tirannide pisistratide. (…) Si decise che il rischio di un’altra tirannide poteva essere ridotto espellendo per dieci anni un leader troppo fortunato e popolare, se si raggiungeva un minimo di 6000 voti in un procedimento formale di votazione” (La politica nel mondo antico, Laterza 1985, p. 82).

Dalla Grecia a Roma: leggendo un po’ frettolosamente Fustel de Coulanges, Marina Valensise scrive che: “Il civis romano apparteneva allo stato anima e corpo: era votato alla sua difesa, a Roma doveva prestare servizio militare fino a 46 anni, i suoi beni erano a disposizione dello stato, così come lo erano i gioielli delle donne, i crediti dei creditori, gli ulivi degli agricoltori tenuti, in caso di necessità, a cedere l’olio prodotto allo stato. Di privacy, dunque, nessuna traccia”.

A vrai dire, non è del tutto chiaro cosa c’entri il servizio militare con la privacy: se l’esistenza della leva significa che la privacy scompare, evidentemente questo prezioso bene non è mai esistito nei secoli, e in particolare in nessuna democrazia occidentale. Fino a ieri, infatti gli eserciti di coscritti erano la base della difesa nazionale in tutto il mondo e solo molto recentemente sono stati sostituiti da truppe volontarie o professionisti.

Con buona pace dell’autrice, la descrizione “i beni del cittadino romano] erano a disposizione dello stato, così come lo erano i gioielli delle donne, i crediti dei creditori, gli ulivi degli agricoltori” si attaglia di più all’economia cambogiana sotto Pol Pot che a quella della Roma antica, peraltro difficile da sintetizzare in una frase visto che il periodo da prendere in considerazione supera i mille anni. Durante la repubblica, Roma era uno stato militarizzato? Certo, la percentuale di maschi adulti che prestavano servizio militare era molto elevata. Che questo significasse un’economia di guerra permanente e un egualitarismo simile a quello della Corea del Nord è una tesi che farebbe bocciare qualsiasi studente all’esame di maturità.

Per esempio, Livio ci dice che nel 214 a. C., durante il conflitto con Cartagine, i consoli ordinarono un prelievo fiscale straordinario sui contribuenti più ricchi, ai quali fu richiesto di fornire l’equipaggiamento e la paga per piccoli gruppi marinai, fino a un massimo di 8: “Fu questa la prima volta che una flotta romana venne equipaggiata a spese dei privati”. C’era Annibale alle porte, il provvedimento non sembra particolarmente staliniano.

Per il Foglio, “i beni [dei cittadini] erano a disposizione dello stato”. La verità è piuttosto il contrario: élite politica ed élite economica largamente coincidevano: “Gli aristocratici possedevano molta parte della ricchezza” (Finley, op. cit., p. 20). “Quasi tutti i senatori venivano da ricche famiglie di proprietari terrieri. I loro vasti profitti come generali e governatori venivano investiti quasi interamente in terre, e il prezzo della terra andò alle stelle” (The Columbia History of the World, 1981, p. 195). E per quanto riguarda “i gioielli delle donne”, Tito Livio riferisce nelle sue Storie (34, 1-8) che, nell’anno 195 a. C., una legge suntuaria (cioè sul lusso) che limitava l’uso di carrozze e ornamenti fu abolita di fronte alle energiche proteste delle signore ingioiellate.

Non vorremmo pensare che queste cupe descrizioni della repubblica romana debbano servire a giustificare poco nobili preoccupazioni per la privacy telefonica di ministri, sottosegretari e appaltatori della “cricca”…

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2 Responses to carta st[r]ampa[la]ta n.21

  1. gianni biondillo il 28 giugno 2010 alle 11:57

    Ofelé fa el tò mesté. Cioè: pasticciere fa il tuo mestiere.
    Essendo questo un bel pasticcio storico, direi che ci siamo.

  2. enrico gregori il 28 giugno 2010 alle 13:38

    sarà. ma in 30 anni di cronaca nera ho visto tanti colleghi che, non resistendo alla nera, hanno chiesto di essere spostati alla cultura. della situazione opposta non ho memoria



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