L’anno dei dodici inverni

29 giugno 2010
Pubblicato da

di Gianni Biondillo

Tullio Avoledo, L’anno dei dodici inverni, 2009, Einaudi, 369 pag.

È un freddo gennaio del 1982 quando una giovane coppia, Emilio ed Esther, riceve a casa un uomo, Emanuele Libonati. Un vecchio che fa loro una curiosa proposta: verrà a trovarli una volta all’anno, per seguire le fasi della crescita della loro bambina, Chiara, nata da poco, il giorno di Natale. E di anno in anno i due genitori si scopriranno invecchiare, ammalarsi, patire la vita, mentre quell’uomo sembrerà ai loro occhi sempre inquietantemente identico a se stesso. Ma questo è solo l’inizio de L’anno dei dodici inverni, romanzo che ha una trama piena di salti temporali, fra passato, presente e futuro.

In Italia da troppo tempo sembra che la letteratura di genere si sia appiattita e banalizzata nell’unico contenitore del giallo. Ammetto che ormai faccio fatica a leggerne uno. Meno male che ci sono autori eccentrici come Tullio Avoledo che percorrono indipendenti i sentieri delle proprie passioni letterarie: l’ucronia e la fantascienza, cioè, in breve, Philip Dick.

L’anno dei dodici inverni è anche questo, un romanzo ucronico, sui viaggi nel tempo, sui percorsi variabili della storia, sui paradossi temporali. Ma è anche tante altre cose, perché Avoledo non è solo un ottimo story teller (avercene in Italia!) ma è anche uno scrittore che cerca di romanzo in romanzo un uso della propria voce sempre più coerente. La sua lingua è nitida, senza gergalità o aulicismi, ma mai solo di supporto alla narrazione. È una scrittura inquieta. Avoledo fonde pagine su curiosi ma credibili scenari del futuro – soprattutto nella terza parte del libro – con pagine dove cerca di catturare la psicologia sofferente dei suoi personaggi. Un libro, perciò, che sfonda la gabbia del genere e accoglie istanze di altre categorie narrative, su tutte quelle del romanzo psicologico e sentimentale.

L’anno dei dodici inverni parla della sfida che la caducità delle esistenze lancia al tempo, nel nome di un amore che non accetta alcuna sconfitta. È la ricerca di una redenzione, non ostante tutto.

[pubblicato su Cooperazione n. 10, del 9 marzo 2010]

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4 Responses to L’anno dei dodici inverni

  1. Roberto il 29 giugno 2010 alle 17:46

    Condivido in toto la recensione del buon Biondillo .
    Ho letto il libro tutto di un fiato , per non perdere le sfumature della sua scrittura . Un modo di scrivere fantastico . Leggere il suo libro mi ha dato la sensazione simile a degustare un ottimo vino rosso ben invecchiato.Colore,gusto, retro gusto,profumi racchiusi che si sprigionano al palato e all’olfatto nel momento dell’assaggio .
    Dopo aver letto questo libro, mi è venuto naturale l’acquisto di un suo romanzo scritto in precedenza , l’unico sfuggito di Tulio Avoledo.

    Non mi resta poi che attendere l’uscita del suo prossimo romanzo !

    p.s.
    Tulio Avoledo con questo romanzo dimostra di essere adatto alla trasposizione cinematografica ,per ritmi e sintassi visiva della scena .

    Ciao da Roberto .

  2. plessus il 30 giugno 2010 alle 11:03

    Vi leggo sempre con interesse, e ogni tanto esco dall’ombra, un po’ restio alle discussioni.
    Copincollo qui da anobii il mio commento al libro.
    L’incedere melanconico della narrazione raramente emulsiona banalità. Avoledo si lavora abilmente il mistero, mimetizzando indizi veritieri e falsi circa la vera natura degli sviluppi narrativi. Il sistema di semina degli indizi stessi nel terreno romanzesco è ottimizzato per fornire al lettore quel giusto senso di sospensione, di attesa degli eventi che garantisce una certa saldezza di presa sulla scrittura, piacevolmente esente da additivi dopanti. Il tutto fino a metà libro circa.
    Nel prosieguo si rimane un po’ straniti dal curioso abbinamento viaggio nel tempo a impostazione intimista del romanzo. Come dire: me ne stavo così tranquillo al calduccio dei simbolismi delle piccole cose di casa, a riflettere in corsivo sugli aspetti enigmatici della Vita e a subire gli effetti problematici della Storia, quando il protagonista, invece di bussare ad una porta verde con “un battente d’ottone antico, a forma di mano femminile chiusa, con l’indice puntato in basso. Le altre dita racchiudono un frutto: una piccola melagrana” entra sparato da un treno su monorotaia in una sorta di videogioco della Londra 2028, nel territorio dominato da una curiosa Chiesa della Divina Bomba.
    Ci vuole discreto coraggio per un cambio di registro simile.
    Poi, un’altra sterzata con la scoperta del secolo: il triangolo poeta-moglie-amante giovane.
    Difficile formare un corpus narrativo credibile con elementi così eterogenei. Infatti l’Autore centra l’obbiettivo, ma non con tutti i colpi a disposizione. La difformità degli elementi persiste, dando luogo a pesanti influenze sulla lettura.
    L’influenza A, fasulla più che mai: si legge tra le recensioni in rete che l’Autore abbia voluto omaggiare Philip Dick. A me sembra che l’omaggio rappresenti invece la genuflessione di un lettore-dipendente. Ma a noi lettori, tutto sommato, cosa importa che Avoledo ama le opere di Dick e converte l’individuale e apprezzabile adorazione per lo scrittore americano in un culto collettivo che una bacata ma paraculissima parte dell’umanità professerà nel futuro? L’espediente narrativo – con me – non funziona affatto, anche se espediente non fosse.
    La B: uffa ‘sti videogiochi che riproducono la realtà sempre meglio, e la realtà che è sempre più somigliante ad un videogioco, e il futuro che è un videogioco…
    La C, sorpresa, è intrigante alquanto. Ho amato la fantascienza e ne sono rimasto abbastanza colpito. Il protagonista entra ed esce da un tempo soggettivo al tempo oggettivo e viceversa, producendo un paradosso esplicitato verso la fine del romanzo. Questo elemento paradossale e il senso preciso da attribuire al sintagma qui non disturbano affatto. I viaggi coincidono amichevolmente con quelli di chi legge all’interno e all’esterno delle storie raccontate, avulse, sì, da un’esatta collocazione temporale. Il testo dondola piacevolmente in questo colloquio crono itinerante, e chissà se il movimento temporale non sortisca qualche benefico effetto sui lettori, quelli che… troppo consapevoli e organizzati. Quelli di granito illuminato dalla luce azzurrina dei tablet in cui sono strutturati gli impegni futuri, che vivono di tabelle di marcia che inquadrano ogni istante che passa, che stabiliscono l’ora e il grado di importanza del giorno vissuto, che visualizzano costantemente la data che cade.
    Ce l’ho con loro, e sono in gran parte uno di loro.
    Che la letteratura – compresa quella che possiede ampi margini evolutivi come L’anno dei dodici inverni – li aiuti a deragliare ogni tanto.

  3. Valter Binaghi il 1 luglio 2010 alle 20:06

    Ecco, Gianni, tolti i presenti (che non sarebbe elegante) Avoledo è un esempio perfetto di come anche in Italia si possa provare a scrivere narrativa di alto livello, senza scadere nella prostituzione de-genere ma anche evitando accuratamente l’onanismo stilistico che piace (solo) ai Critici.

  4. ilse il 22 luglio 2010 alle 14:57

    L’atmosfera iniziale è molto simile a quella de “La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo”: la possibilità di tornare nel passato messa al servizio di una storia d’amore percepita come unica e totalizzante.
    Diversamente da Niffenegger però Avoledo si diverte ad elencare accanto alle storie piccole dei personaggi gli eventi della Storia grande che si dipanano mano a mano (i mondiali dell’82, la morte di lady D., la tragedia di Bophal, Chernobyl e così via) e ci mette le sue passioni probabilmente, la musica colta, gli sviluppi tecnologici dell’HiFi, le poesie… e poi, chissà perché Harry Potter e Dan Brown, un “come eravamo” mano a mano che si va formando, un minestrone melanconico di “tempo che non torna più” prima ancora che sia passato.
    La seconda parte è la meno riuscita, ma forse proprio su questa caduta di attenzione si costruisce poi l’effetto, bizzarro per alcuni, bellissimo per me, del futuro fantascientifico che irrompe sulla scena nella terza parte. Il registro cambia di colpo, l’immaginazione galoppa e ti butta in mezzo a un mondo assurdo. L’idea della Chiesa della Divina Bomba e della religione di san Filippo Dick è portentosa: la stessa vertigine di piacere intellettuale e giocoso insieme che già avevo provato leggendo il finale de L’elenco telefonico di Atlantide, non solo perché la fantasia sparata così spudoratamente è godibilissima, ma anche perché ti arriva inaspettata, quando ti stavi un po’ ammosciando su vicende esistenzial/romantiche che cominciavano ad avvitarsi su se stesse.
    Avoledo ha uno stile che non si confonde nella massa e scrive con grande accuratezza, ma si muove in una atmosfera cupa e piuttosto “maschile”. Per quanto sia un gran pregio la scelta di inventare storie fino ai confini della realtà, invece di propinarci il solito autobiografismo mascherato di tanti altri, nel corso della lettura continuo a percepire il suo io che governa la narrazione in maniera molto forte. Forse è per questo che ne apprezzo soprattutto la vena fantascientifica, mentre i suoi ritratti di donna mi appaiono a senso unico: donne tristi, bellissime e sfortunate, icone di una fragilità esteriore e di una maledizione interiore nelle quali ci imprigiona la visione maschile del mondo e che non bastano a rappresentarci.



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