ALFIERI E UK

1 luglio 2010
Pubblicato da

di Franco Buffoni

Anglista, allievo indiretto del Maestro che contrapponeva i “pori chiusi” delle tragedie alfieriane ai “pori aperti” dell’Amleto (e dunque il secondo è destinato a irrobustirsi con il passare del tempo, le prime a sclerotizzarsi), mi sono sempre chiesto in che cosa consistesse per me il fascino “inglese” di Alfieri e in che cosa il suo contrario.
Uomo da stato di diritto quale sono, apertamente avverso ad ogni forma di stato etico, ho sempre ammirato in Vittorio Alfieri la capacità di cogliere il nuovo, il fresco, il futuro in quell’embrione di stato di diritto che l’Inghilterra – allora – già costituiva. Malgrado il “periodaccio” in cui gli toccò in sorte di studiare e frequentare cose e costumi inglesi – corrispondente alla fase di peggiore decadenza del disgraziato regno di Giorgio III – in Alfieri non venne mai meno la parva favilla della comprensione e dell’esaltazione di quel meccanismo ingegnoso inventato dagli inglesi definibile della rule of law.
E’ vero che nel 1760, appena salito al trono – e Vittorio Alfieri ha dieci anni – Giorgio III tenta di distruggere tale – allora fragile – meccanismo, e che durante il suo lungo regno durato sessant’anni (a parte gli ultimi due decenni di totale demenza senile) sempre lo avverserà, ma è altrettanto vero che non solo non riuscì a distruggerlo, ma contribuì paradossalmente a irrobustirlo, inducendo tories e whigs a ricompattarsi, rinnovandosi radicalmente, in seguito ai suoi tentativi di abolire per legge ogni formazione politica.
Ma in che cosa consisteva questo meccanismo così fragile e al contempo tanto resistente, che Alfieri lucidamente seppe cogliere nel divenire della storia inglese, fino a farne la propria bandiera intellettuale in campo politico-istituzionale? Innumerevoli sono le citazioni alfieriane in poesia e in prosa che potremmo portare al riguardo: mi limito a un bellissimo passo della satira I Viaggi (II, 207-216):

… approdo
Un’altra volta al libero paese:
Cui vieppiù sempre bramo e invidio e lodo,
Viste or tante altre carceri Europee,
Tutte affamate e attenebrate a un modo.
Venalitade, e vizj, e usanze ree,
Io già nol niego, hanno i Britanni anch’essi:
Ma franca han la persona, indi le idee.
Finch’altro Popolo nasca, e l’Anglo cessi,
Questo (e sol questo) s’ami e ammiri e onori,
Poich’ei non cape né oppressor né oppressi.

L’origine di tale “diversità” inglese può dirsi contenuta in un cast of mind, una mentalità la cui essenza risale al XIII secolo di Duns Scoto e Ockham. Assertore convinto, il primo, della distinzione tra dominio del pratico (ossia delle verità non dimostrabili – per esempio, la teologia) e dominio del teoretico (alias, delle verità dimostrabili: per esempio, le scienze); fautore di un empirismo radicale il secondo (ricordiamo il celebre “rasoio” di Ockham): tutto ciò che oltrepassa i limiti dell’esperienza umana (compresa la teologia) non è conoscibile né dimostrabile. Mentre sul Continente – per l’Aquinate – era vero il contrario: e furono le famose sue prove ontologiche dell’esistenza di Dio. Per San Tommaso non esisteva differenza tra dominio del pratico e dominio del teoretico.
Perché approccio l’argomento tanto da lontano? Perché solo con una visione d’assieme della storia culturale inglese è possibile comprenderne la coerente continuità: da Duns Scoto e Ockham a Ruggero Bacone, e poi a Francesco Bacone, quindi a Locke, Hume, Jeremy Bentham. Fu questa coerente continuità ad affascinare Vittorio Alfieri negli anni della giovinezza. E particolarmente nella sua ricaduta politico-istituzionale. Come definire altrimenti lo stato di diritto se non come l’applicazione del sistema empirico alla scienza politica? L’Inghilterra, solo l’Inghilterra ci riusciva. La Francia infatti – che pareva avviata sulla stessa via – dal 1791 cominciò a compiere tali disastri da fare ritrarre indignato il nostro. L’Inghilterra, solo l’Inghilterra continuava a resistere e a irrobustirsi sulla via di quella concezione di diritto dello stato che acutamente e generosamente Vittorio Alfieri poneva in cima alle proprie cure e speranze politico-istituzionali, anche in virtù della propria profonda, viscerale avversione verso la guicciardiniana “scellerata tirannide dei preti”.
In effetti il parallelismo agitato da alcuni tra Rivoluzione Francese e Rivoluzione Inglese, detta Gloriosa, non convinse mai pienamente Alfieri, che al più – sull’esempio di Burke – ne registrò gli effetti in negativo. Nel Sonetto XLI del Misogallo (1796, ma il primo abbozzo di scrittura risale al 1791), per esempio, egli si sofferma sull’analogia tra l’assassinio di Carlo I e quello di Luigi XVI:

Tronche due Regie teste rotolanti
Veggio; nel limo d’Albïon, la prima;
L’altra, ove all’Anglo i Galli scimieggianti
Fan più d’un secol dopo atroce rima.

Tuttavia, questa analogia – alla quale Alfieri non sa e non vuole sfuggire più che altro per buona educazione aristocratica – non gli impedisce di vedere chiaro nella differente storia politico-istituzionale delle due grandi nazioni, capace come è di inneggiare più volte alla “beata e veramente sola libera Inghilterra”, e giungendo al paradosso di inserire nella Tirannide l’espressione “repubblica inglese”. E attenzione, non con riferimento al periodo cromwelliano, bensì ai decenni successivi includenti Restaurazione e Rivoluzione Gloriosa.
Se riflettiamo attentamente, tuttava, il paradosso alfieriano è tale solo in apparenza. Per il nostro, infatti, ciò che conta è che non vi sia un principe, un tiranno superiore alle leggi. Se tutti alle leggi deovono sottostare (compreso il re), nella efferata sintesi alfieriana, di repubblica si tratta. Repubblica come democrazia, dunque, come libertà. E la triade inglese Magna Charta (1215), Habeas Corpus (1679), Bill of Rights (1689) permetteva ad Alfieri di alludere all’Inghilterra come ad una repubblica in spregio a tutti gli altri regni di sua conoscenza, che tale triade non potevano permettersi di inanellare.

Che cosa – invece – Alfieri non riuscì a cogliere nello sviluppo della storia inglese? In sintesi, direi, che non riuscì a cogliere quanto i valori della ricerca scientifica e del libero commercio fossero intrinsecamente legati al concetto di stato di diritto e di libertà civili e politiche, e che the law of demand and supply (The Wealth of Nations di Adam Smith con la dottrina del laissez-faire appare nel 1776, mentre Alfieri ventiseienne attraversa la sua fase lirica in poesia) era essenziale tanto quanto la rule of law nell’emancipazione democratica di un popolo.
Per quanto riguarda il disprezzo aristocratico verso i “mercatanti” e il “vil danaro”, le citazioni sarebbero talmente numerose (“Tutto a contanti recanno i Britanni; / Le corna stesse e i maritali danni”) da non dar nemmeno conto di parlarne. Mi limito a ricordare la satira Il Commercio, nella quale solo gli Olandesi vengono affiancati agli Inglesi come causa prima della “mercantilizzazione” dei costumi europei. A proposito di “corna”, incidentalemente vorrei ricordare la reazione di Alfieri alla troppo pallida gelosia di Lord Ligonier, tradito dalla moglie Penelope Pitt con Alfieri stesso (“quel bennato e moderato giovane si comportò meco in questo sgradevole affare assai meglio ch’io non avea meritato”) e persino con il palafraniere di casa, che – malgrado ciò – Lord Ligonier continuò a tenere al proprio servizio senza nemmeno denunciarlo. “Tanto è veramente generosa ed evangelica la gelosia degli Inglesi”, commenta l’ingenuo Alfieri, che nella sua latina irruenza non coglie il dato caratteriale profondo di Lord Ligonier: il palafraniere era al suo servizio anche come personale amante. Byron – che se ne intendeva, anche di palafranieri – avrebbe ben narrato con suprema ironia una situazione simile qualche decennio dopo in Beppo, a Venetian Story.

Sorprende forse maggiormente il disinteresse alfierano verso la scienza, i fatti scientifici e gli scienziati. Cito un solo episodio, che mi pare altamente significativo, anche perché mi permetterà di menzionare un altro grandissimo poeta.
Nel corso del quarto viaggio in Inghilterra – compiuto in compagnia della Contessa d’Albany nella primavera-estate del 1791 – la coppia viene ricevuta – dopo i soggiorni a Birmingham, Bristol e Reading – a Salthill, nei pressi di Windsor, dal celebre astronomo William Herschel, recente scopritore del pianeta Urano (1781) nonché di due nuovi satelliti di Saturno. Nella sua Vita di Vittorio Alfieri da Asti scritta da esso, Alfieri non menziona l’incontro, e nemmeno il nome del grande scienziato risulta registrato in alcuna delle sue carte. Tanto meno Alfieri lascia traccia letteraria del “grande riflettore”, lo straordinario cannocchiale “d’une grandeur énorme qu’il a inventé et dans lequel pourroit entrer un homme”, che nei Souvenirs della d’Albany viene ricordato con emozione ed enfasi: “J’y vis différentes étoilles (sic); il en a découvert des milliers qu’on ne connaissait pas et a vu que la voie lactée est un amas d’étoilles. Il a vu distinctement l’anneau de Saturne”. E la d’Albany non manca di soffermarsi anche sul carattere dello scienziato: è la sola persona della quale ella lasci un ritratto nel corso di tutto il viaggio: “Cet homme est simple, sans aucune prétention; il m’a fait voir sans difficulté tout ce qui pouvoit (sic) m’intéresser, comme les choses du monde les plus simples. J’ai toujours vu que le vrai mérite est modeste”.
Per contrasto rispetto all’apatia alfieriana nei confronti della scienza e degli scienziati, ricordiamo come la scoperta del nuovo pianeta da parte di Herschel costituisca per John Keats qualche anno dopo la fonte preziosa di una sublime metafora, che permise al giovanissimo poeta di comporre il suo primo capolavoro in guisa di sonetto: On First Looking Into Chapman’s Homer.

Come un astronomo dei cieli mi sentii / Quando un nuovo pianeta percepisce

Then felt I like some watcher of the skies / When a new planet swims into his ken

Alfieri resta dunque a metà strada nella sua “comprensione” dell’Inghilterra e dunque della modernità. Come poi Byron, che esalterà la libertà e combatterà per essa perdendo pure la vita, ma che quanto a “comprensione” della rule of law resterà all’esterno, continuando – come scrisse poi Bertrand Russell – a ritenersi un uomo libero come avrebbe potuto fare un capo indiano Cherokee o un principe tedesco che si coniava da sé la propria moneta.
In conclusione di questo brevissimo excursus su luci e ombre nello straordinario rapporto di amore e comprensione tra Alfieri e Albione, mi sembra opportuno porre in rilievo anche la modernità della visione alfieriana circa l’individualismo. Come ricorda John Lindon nel suo studio L’Inghilterra di Vittorio Alfieri (Mucchi editore 1995), ciò che Alfieri ricavava di maggiormente essenziale dall’esempio inglese “era infatti il dovere dell’individualismo; dell’essere diverso e originale, somigliando agli Inglesi soprattutto nella ricerca della individualità, nella volontà di essere se stesso”. In questo anticipando di un secolo la fulminante intuizione di Oscar Wilde, alle prese con le macroscopiche conseguenze di quella Rivoluzione Industriale che Alfieri in Inghilterra vide in fieri. Solo una maggiore dose di individualismo, infatti, nell’aforistica visione socio-politica wildiana, avrebbe potuto riscattare gli sfruttati dal loro stato, permettendo loro di ribaltare l’atavico convincimento in base al quale “to toil for a master is bitter, but to have no master to toil for is more bitter still”. (Si vedano a riguardo il racconto The Young King e il pamphlet The Soul of Man Under Socialism).
Il culto alfieriano della libertà inglese passa anche attraverso l’ammirazione per la libertà del giornalismo in Inghilterra. Mentre a Roma gazzettieri e compilatori di avvisi (così erano chiamati allora i giornalisti) venivano ancora barbaramente imprigionati e in molti casi persino torturati, già nel corso del primo (1768), ma soprattutto del secondo soggiorno Inghilterra (1770-1), Alfieri ebbe modo di compulsare quotidianamente i “foglioni pubblici”, che riportavano i dibattiti parlamentari e le critiche dell’opposizione. Ciò rafforzò enormemente la sua convinzione che l’Inghilterra fosse l’unico paese libero in Europa. La sua onestà intellettuale, tuttavia, lo induce a schierarsi contro l’Inghilterra quando si tratta di difendere la Rivoluzione americana: ricordiamo – al riguardo – le cinque odi all’America libera, 1781-3.

In conclusione, credo di poter affermare che grande fu la lungimiranza politico-istituzionale di Vittorio Alfieri se – dopo due secoli di orrendi tentativi di instaurazione di stati etici – è ormai opinione diffusa e comune che uno stato possa dirsi moderno e veramente democratico solo se adotta la rule of law come proprio modello istituzionale. Mentre prosegue il mio dialogo a distanza con lui, attraverso l’affermazione di non-disgiungibilità dei valori della democrazia costituzionale da quelli del libero mercato e della libera ricerca scientifica.

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2 Responses to ALFIERI E UK

  1. Salvatore D'Angelo il 1 luglio 2010 alle 11:10

    Vien fatto di pensare che oggi, qui da noi, si è ancora nell’ibrido e bastardissimo “stato etico” all’italiana e che gli attuali “gazzettieri e compilatori di avvisi” fioriscano più che mai all’ombra del Padrone della Comunicazione (tv e carta stampata), ben felice di foraggiarli e farli abbaiare a comando…
    Comunque , grazie a Buffoni per questo testo lucido e interessante; e grazie soprattutto per la costanza con la quale ricostruisce le “radici” dello stato di diritto e dell’habeas corpus, vere e proprie fondamenta dell’ Europa comunitaria…altro che “radici cristiane” in salsa vaticana!

  2. Paolo S il 2 luglio 2010 alle 11:30

    Bello e chiaro! Grazie a Franco Buffoni.



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