la conta delle lentiggini

12 luglio 2010
Pubblicato da

di Flavia Ganzenua

Io sono il mio labirinto e mi cibo di chi ci si perde.

Disobbedisci, ruba il sale e scappa, di corsa, sotto il letto. Accucciati e resta lì. Tua madre sbraita, si china a terra, e ti cerca a tentoni. Tu scalci, le mordi la mano se non sa come ti deve toccare, se ancora non ha imparato. Scalci, ma poi ti lasci prendere perché sai che in quel momento e in quello solo, tra urla e ceffoni, finalmente sei al sicuro.

F. ha sette anni appena compiuti e portati molto male. È per l’estrema magrezza che le svuota le gambe e i fianchi, e le riempie le guance, come se tutto fosse andato a rintanarsi proprio in quel punto. Vista da lontano pare un’aliena, con quel viso che si dilata in larghezza, e si raggrinzisce sul collo, come un palloncino. Colpa della collanina di caucciù che quasi la strozza. Quando fa il bagno la collanina le stringe ancora di più, ma lei non la toglie perché la sensazione le piace. Di quella sensazione ha avuto paura e ora la rivuole indietro. Tutta.

F. è crudele. La sua crudeltà scioglie nell’acido le cose. Cattura le lucertole, ne strappa la coda e le infila in un sacchetto di plastica pieno d’acqua. Le osserva mentre annaspano, si muovono a scatti, rallentano, si capovolgono, e salgono su dritte, come bastoncini galleggianti. F. lega la sorella, mani dietro la schiena, benda sugli occhi, e le fa scendere le scale. Taglia i vestiti alle bambole, e con la punta delle forbici strappa via le cuciture.

F. ha un amico di cui non vuole più parlare. È da quando le hanno detto che è normale, che tutti alla sua età hanno un amico immaginario. Da allora, sta bene attenta a ciò che fa. Irrigidisce le labbra come un ventriloquo se qualcuno la osserva giocare. Quando si siede sul muretto della fontana, caccia via il fratello, e gli tiene il posto accanto a sé. È alto, molto alto e ha una barba lunghissima. Quando F. si vuole nascondere, ci affonda il viso e diventa invisibile. A F. lui ricorda qualcuno, qualcuno che ha già visto, ma per quanto si sforzi, non riesce mai a disegnargli il viso. Questo a volte la spaventa. Allora con la gomma da cancellare passa e ripassa i contorni, bagna la punta con la saliva, e strofina fino a bucare il foglio.

F. ha sette anni e sa contare da uno a cento, poi al contrario, e a due a due. Le piace avere sette anni. Odia i numeri pari, non vorrebbe mai averne otto. Pari sono i punti di sutura che ha sul torace. F. pensa che vivrà esattamente quel numero di punti. Né uno di più né uno di meno.

***

Accendi il televisore, che c’è il meteo.

Mia madre esordisce così, non mi saluta nemmeno, non aspetta nemmeno che chiuda la porta di casa. Le do un bacio sulla guancia fresca e umida, e accendo il televisore. Mi domando perché si debba accendere. È una delle tante cose che non tornano.

Lei non guarda neanche il meteo, tutta concentrata sul suo solitario. La osservo mentre mischia le carte, e le dispone in cerchio davanti a sé. Sono le sue mani che mi colpiscono da sempre, sempre uguali da quando mi ricordo. Mi fa pensare a una di quelle donne dalla voce esile, adolescente; una di quelle a cui al telefono non dai più di quindici anni.

Prendo una sigaretta, avvicino il posacenere. È pieno di batuffoli sporchi di acetone e smalto. Sembrano garze, non riesco a guardarli troppo a lungo.

Che c’è per cena?, vorrei chiederle, invece mi siedo, i gomiti piantati nello stomaco: aspetto l’esplosione. C’è prima una specie di rantolo, come una monetina che cade e rimbalza, poi il rantolo diventa una mitragliatrice. È la pressione dell’acqua nei tubi del riscaldamento – sono enormi, corrono sulle nostre teste, si ramificano, alimentano tutto il condominio.
Mi chiedo quanto durerà. Se questo sistema venoso e il soffitto, la cartilagine sottile che lo tiene su, cederanno di colpo, o ci lasceranno il tempo di prendere le nostre cose e andarcene.

***

C’era una volta un uomo molto ricco. Possedeva palazzi in città, ville in campagna, scuderie piene di cavalli, forzieri colmi di monete d’oro, ma aveva la barba blu. Una barba che gli dava un’aria così terribile che qualsiasi ragazza scappava al suo cospetto.

Vi lascio le chiavi di tutte le porte, di tutti i forzieri, di tutti gli armadi – disse un giorno alla moglie porgendole un mazzo tintinnante. Ma per nessun motivo al mondo dovrete aprire la porticina che si trova in fondo alla galleria e che si apre con questa piccola chiave d’oro. Se entrerete in quello stanzino, ve ne pentirete amaramente!

Una volta partito il marito, la tentazione fu così forte che la giovane sposa si avvicinò alla porta, prese la chiave, e tremando come una foglia aprì l’uscio. Dapprincipio non poté distinguere nulla perché le finestre erano chiuse: ma a poco a poco intravide un grosso cespo e una scure affilata gettata sulla paglia. Il pavimento era coperto di sangue rappreso e in un angolo giacevano diversi corpi di donne morte. Inorridita, portò le mani agli occhi. La piccola chiave le sfuggì di mano. Subito cercò di pulirla, ma era fatata, e le macchie cancellate da una parte, ricomparivano da un’altra.

Pensò di fuggire dal palazzo, ma Barbablù fece ritorno.
La giovane sposa gli porse la chiave con mani tremanti, e Barbablù vide subito che era macchiata.
Perché qui c’è del sangue? Voi mi avete disobbedito e siete entrata nello stanzino. Perciò sarete punita come meritate.

Leggila ancora, dice F. alla madre. L’ago della flebo brucia, non sente più il braccio. Il fianco sinistro le fa un male cane a furia di stare sdraiata, ma vuole guardarle le mani. Le piace come sfoglia il libro, come lo tiene sulle ginocchia, lo apre; come le dita esitano sui punti della storia che le fanno venire sempre la pelle d’oca.

Ancora una volta.
Solo se mangi un altro cucchiaio di minestra.
F. ha fame, vorrebbe soltanto finire la minestra, invece affonda il viso nel cuscino, scuote la testa e immagina la madre che la tiene ferma sul letto come ogni mattina, quando il medico viene a medicarla. Che la tenga ferma e poi la consoli.
Su, avanti, almeno uno.
No.
Allora niente più favola. E questo me lo porto.

La donna mette il libro sottobraccio, si alza, spegne la luce sul comodino. Esce dalla stanza.
F. la guarda andare via cogli occhi che le brillano, guarda il letto disfatto della madre in fondo alla stanza, sorride, e pensa che Barbablù le dormirà proprio accanto.

***

Che sto facendo? Io nemmeno lo conosco questo tizio qui, sussurro, mentre mi chiudo in camera e infilo l’ultima cosa che avevo pensato di mettermi, che non ricordo più nemmeno se sia mia o di mio fratello, se me l’abbiano prestata e quando. L’unica che mi sta bene, che annulla ogni differenza, femmina e maschio, che sottrae carne a carne, proprio come la cicatrice.

Prendo la borsetta, i guanti, le chiavi di casa, mi avvicino alla porta, poi mi blocco. Mi siedo alla scrivania, riavvio il computer, guardo una sua foto. Ne ho bisogno. La sua foto mi rassicura, mi dice che è tutto vero, tutto pronto, che tra poco sarò nel suo appartamento. Mi avvicino allo schermo, ci sono quasi dentro, e penso che conosco a memoria ogni dettaglio, come cambia di foto in foto, come ringiovanisce e invecchia, diventa ciò che voglio. Ha qualcosa di familiare, ma per quanto mi sforzi, non riesco mai a ricordare a chi assomigli. E allora mi dico che forse è solo una sensazione, tanto per controllare meglio la paura, centellinarla, sentirla tutta quanta.
È in posa, la mano sul petto, proprio sul cuore, le labbra socchiuse in un giuramento. Guarda dritto nell’obiettivo, inclinato un po’ in avanti, in bilico tra il dentro e il fuori, come se sussurrasse: “Posso uscire di qui quando voglio, allungare il braccio e riprenderti, ragazza… ovunque tu vada”.

Mi alzo di scatto, chiudo il computer, stacco la spina, vado in corridoio.
“Le macchie cancellate da una parte, ricomparivano da un’altra”, penso, mentre guardo mia madre, seduta in salone, che fuma e mischia le carte.

***

F. odia essere toccata. Nessuno può farlo. Se solo la sfiorano, si irrigidisce, chiude gli occhi e si dondola sempre più forte. Solo lui può farlo. Può tenerla sulle ginocchia, dormire con lei, infilarle le dita nel naso, imboccarla, accarezzarle la schiena, farle il solletico. E lo fa sempre al momento giusto, quando lei dice di no. In classe, o a tavola, o sul bordo della fontana, davanti a tutti. Le si siede vicino e inizia a pizzicarle i fianchi. È la cosa che le piace di più, perché non si può muovere, non può ridere, deve solo lasciarlo fare. E quando non ne può proprio più, lui la prende sulle ginocchia, le scosta i capelli, e le sussurra che tornerà a trovarla a notte fonda, mentre dorme. F. non fa che pensare a quel momento, lo immagina continuamente, fa fatica pure a giocare, a mangiare. Così, quando la madre la mette a letto, controlla che la sorella si sia addormentata, poi incastra bene i polsi alla spalliera e aspetta. Ogni notte.

***

Lì, no, dico tutto d’un fiato, e mi rannicchio contro di lui, il viso nascosto tra i capelli, le labbra nell’incavo del suo collo.
Così non va, ragazza. Ora dovrò ricominciare tutto da capo, sussurra.
Vorrei dirgli che l’ho fatto apposta, che doveva fare esattamente ciò che ha fatto, e rifarlo ancora, invece resto zitta.
Bagnami le dita. Bagnale ad una ad una.

Chino il capo, mi ritraggo, ma solo quel tanto perché faccia più male. Resisto, poi sento le dita sui denti, sulla lingua. Sono calde, umide, sanno di me. Mi divincolo, le sputo via, poi mi ci attacco, le trattengo, sono capezzoli. Ho la bocca piena di dita.

Brava, adesso conta ad alta voce, dice e intanto mi scopre, solleva la maglietta. Fa scivolare l’indice lungo la spina dorsale, e piano, proprio in punta, scova le lentiggini nascoste. Quelle che non ci sono, e quelle che non ho mai visto. Lentamente ogni cosa intorno a me si disfa. Chiudo gli occhi e lascio che le conti a una a una, tutte quante.

***

F. dice che in classe c’è un bambino molto stupido. Nessuno vuole stare al banco con lui. La maestra gli avrà spiegato le divisioni almeno un milione di volte, ma lui proprio non le capisce. Anche oggi, l’hanno chiamato alla lavagna, e ha fatto scena muta. Hanno fatto bene a mettergli quella nota.

F. dice questo tutto d’un fiato, senza mai staccare gli occhi dalle mani della madre. Le mani della madre sono una cartina di Tornasole. Dicono la verità ancor prima delle parole e degli occhi. E sono più veloci anche di lei che batte qualsiasi maschio che conosce, persino il fratello che gioca nei pulcini della Roma calcio. Ma quelle mani la precedono nei movimenti, è come se le leggessero nel pensiero. A volte crede che sia fatta di gomma, perché le basta allungare un braccio per riprenderla ovunque vada, senza nessuno sforzo, proprio come Mr. Fantastic.

Lei gliele spiega e gliele rispiega, ma lui non capisce niente di niente. Insomma, pure i muri sanno che venti diviso due fa otto, no?, sussurra F. e poi inizia a contare. Sa che il silenzio della madre è quel vantaggio minimo che si concede sempre ai ragazzini prima di riacchiapparli, che è una specie di rincorsa. Respira lentamente. Ingoia l’aria a piccoli sorsi, è una pasticca. Il suo corpo è un radar attento al minimo movimento di quelle mani. Pensa che se conterà fino a dieci e a cinque smetterà di insaponarla, allora sarà in salvo. Due, tre… la madre la afferra per le spalle e la costringe a guardarla. Urla qualcosa che F. non capisce, per via del sapone nelle orecchie, ma sa che stavolta ha fatto lo sbaglio giusto. La madre la strattona. F. rannicchia le gambe contro il ventre, e giura che non lo farà più, che imparerà a fare le divisioni meglio di chiunque altro. Ma è una promessa che sa di non poter mantenere, perché le note sono come quei taglietti fastidiosi che uno si fa con la carta, che non si rimarginano mai, e che se li lecchi e li lecchi, senti i brividi fino a metà coscia.

***

Che ne pensi? Mi faccio crescere la barba?, dice, poi si avvicina, si china su di me, mi bacia. Sa di sigaro e gin. Gli sfioro la barba, ci nascondo il viso.
Allora, che faccio? Me la taglio o no? Sono indeciso.
No, sussurro, e il ponte levatoio si alza. Nel fossato l’acqua scura cresce, sale su, rompe gli argini, e luccica sotto le stelle.
La farò crescere, solo se farai come ti dico, ragazza. Disubbidiscimi e ti punirò come meriti.
Sorrido, chiudo gli occhi, poi sollevo la veste, e inizio a correre per le stanze del castello.

***

Cos’è quella cicatrice?, mi chiede, ed è una domanda che fanno tutti, a cui sono abituata. Pretendo che me lo chiedano, non faccio sconti, eccezioni Mi piace osservarli mentre mi spogliano e rimangono lì, impacciati e delusi come un bambino che scarta il regalo e si ritrova tra le mani qualcosa di rotto.

Invece lui me lo chiede dopo. Dopo avermi presa in braccio, tenuta ferma sul divano, svestita e rivestita. Me lo chiede dopo, e allora penso che l’acqua non la fermi mai. Si infiltra nelle pareti, genera crepe profonde che si ramificano, sono vene rigonfie.
Insomma, che ti è successo? Racconta, dice, poi si avvicina, si inginocchia davanti a me, mi apre le gambe. Bacia la cicatrice. La bacia tutta quanta. Mi scuce.

***

Non vuoi che ti accompagni a casa? Sicura? Ci metto un attimo.
No, no, è presto, faccio due passi, tranquillo.
Annuisce. Dalla tasca tira fuori un tintinnante mazzo di chiavi e chiude a doppia mandata la porta.
Allora io vado, sussurra, poi mi bacia, infila il casco, sale in moto.
Si volta un istante verso di me. Sorride, alza gli occhi al cielo, si allontana.
La sua armatura scintilla sotto la luna.

***

Mia madre è ancora alzata. La luce filtra a intermittenza dalla porta del salone. Entro. La osservo, a mollo nell’alone bluastro del televisore. Appare e scompare da sotto la coperta, è un puntino in lontananza. Mi siedo sul bracciolo della poltrona. Lei dorme anche per me. Un sonno pesante, senza interferenze. Si addormenta dappertutto. Una volta ho sognato che ne trovavo un pezzo in cucina, un altro in bagno, un altro ancora in salotto. Era sparpagliata ovunque.
Io invece non riesco a restare ferma nella stessa posizione troppo a lungo. Mi stendo a letto, le mani aggrappate al materasso, cerco di rimanere immobile. Riposo a intermittenza, soltanto poche ore, una manciata di minuti sparsi a casaccio. Notte e giorno si sovrappongono senza diventare mai un tutt’uno. L’insonnia mi ricorda gli occhi delle mosche: migliaia di celle, poste l’una accanto all’altra, che sbriciolano la realtà. Le mosche captano il minimo movimento, ma la visione d’insieme non è mai nitida. Così succede a me. Di notte, quando i suoni diventano un unico, dolcissimo rumore di fondo, a cui cedo senza fare alcuna resistenza, come i bambini al Pifferaio di Hamelin, le dita improvvisamente si contraggono, e la realtà ritorna, tutta quanta insieme, addosso. Percepisco ogni cosa: una tenda tirata al piano di sopra, una forcina che cade a terra nell’appartamento accanto, ma quel tutto è fuori fuoco. È il corpo che mi costringe a rimanere a galla, accovacciata sulla superficie, rattrappita.

Mia madre geme. Ed è un gemito inconsolabile, che disfa i lineamenti. La testa le ricade sul petto. Le sfilo il telecomando dalle dita, spengo la televisione, ma subito la riaccendo. Ne ho bisogno. Ho bisogno di rumore, uno qualsiasi. In genere funziona, mi calma, ma stasera non mi basta.

Mi rannicchio contro di lei, attenta a non svegliarla. Mi concentro sul suo respiro. Prendo aria, la tengo in bocca, e la risputo nello stesso istante. Il mio respiro è più veloce, fatica a stare al passo con il suo, si ribella, poi cede, si rompe. Ora siamo sincrone, un unico corpo, di nuovo l’una dentro l’altra. Chiudo gli occhi, penso a lui, a me sul divano, e so che vorrei solo tornare lì, non muovermi più.

Mia madre ha un sussulto, solleva appena le palpebre, mi espelle. Provo a mettermi in salvo, a pensare qualcosa, qualsiasi cosa giustifichi quell’insolita vicinanza, ma lei non me ne dà il tempo. Volta le spalle e ripiomba nel suo sonno, cola giù, a picco. È un sasso trascinato a fondo dal suo stesso peso.

Mi alzo, mi infilo in bagno. Ho ancora il suo odore sulle dita. Apro l’acqua, strofino a fondo, ma l’odore non va via, nemmeno con il pulisci unghie, l’acqua calda. Sparisce da una parte e ricompare dall’altra. Si espande a macchia d’olio, ne sono piena. Mi osservo riflessa allo specchio, e lo immagino alle mie spalle. Faccio un passo indietro, mi appoggio contro lui, resto immobile. Mi sbottona la camicia lentamente, la apre. Mi sfiora. Mi guardo. Guardo il torace incredibilmente liscio e piatto.

[L’immagine in apice è di Serena Riglietti]

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11 Responses to la conta delle lentiggini

  1. Gianluca Liguori il 12 luglio 2010 alle 12:29

    Molto bello. Un ritmo serrato che cattura.

  2. fulvia il 13 luglio 2010 alle 09:30

    bellissimo
    padrone del tempo, una scrittura perfetta, un viaggio coraggioso nei propri vuoti, un epilogo di guarigione…
    bravissima l’autrice

  3. véronique vergé il 13 luglio 2010 alle 11:11

    Bellissimo. Si legge con impressione di vertigine. Uno specchio. Davanti è svestita. La scrittura è simbolisata con le lentiggini, quelle segrete. Nessuno non sospetta il disaggio, la bambina pare e scompare, di vestita a nuda, di une realtà
    all’altra, dalla luce allo scuro. Inconfessabile. Una grande qualità di scrittura per figurare, svelare, senza perdere il senso della favola e provocare il disaggio. Non ho mai letto una analisi cosi minuta del disgusto di essere toccata.

  4. nicoletta il 13 luglio 2010 alle 13:38

    Di nuovo un racconto che ti investe come un tir, ti prende lo stomaco, te lo strizza per bene, ti porta dove diavolo vuole lui e poi ti molla così e amen.
    Di nuovo una scrittura così fisica, sensoriale, che ci sbatti letteralmente contro. E assieme così evocativa, così giocata per sottrazione, che ti resta la sensazione di un sogno.
    Di nuovo un sapiente percorso dentro la paura, e dentro il dolore, e dentro la paura e il dolore di restare quello che si è e però mischiarsi agli altri… e insieme a questo, anzi sopra tutto questo, il tuo consapevole giocarci con questi due compagni di viaggio, quel rigirarteli tra le dita quasi con affetto, un po’ usarli, un po’ esserne usata.
    Leggerti fa male, ma è un bellissimo modo di farsi del male.

  5. Andrea il 13 luglio 2010 alle 22:08

    Con una mano sai graffiare e con l’altra accarezzare. E’ sempre emozionante leggerti.

  6. selva il 16 luglio 2010 alle 09:18

    Veniva da dire che leggerti addolora, invece è il contrario.
    Libera, illumina e lenisce.
    Il fianco scoperto a volte combacia o, se così non è, chiama all’amore. Ben diverso amore: amore lentiggini comprese.

    Grazie e complimenti: leggerti è stato un viaggio in profondità e costruzione.

    clelia

  7. Mia il 16 luglio 2010 alle 18:27

    il torace incredibilmente liscio e piatto mi ha salvata e continuera’ a salvarmi. leggerti e’ sempre una corsa nel vuoto che ci sostiene. leggere la “conta” e’ salvarsi con la protagonista.
    magnifico passaggio.

  8. flavia ganzenua il 17 luglio 2010 alle 00:11

    leggervi.. è come rannicchiarsi su quel divano, chiudere gli occhi e lasciarsi contare. vi ringrazio.

  9. Paolo Logli il 17 luglio 2010 alle 18:38

    non ho capito tutto, ho forse intuito, forse le immagini e i suoni torneranno durante la notte. Ma erano suoni che arrivavano, questo è certo. Da qualche parte sono arrivati, e ora stanno lì. e aspettano di risalire a galla.

  10. franz krauspenhaar il 18 luglio 2010 alle 13:11

    ancor più bello dell’altro, postato qualche tempo fa. talento vero, la flavia.

  11. alessiap il 24 luglio 2010 alle 11:41

    Arrivo in ritardo, ma sai che sei la priorità.
    Bello Flavia, mi piace la lunghezza, la circolarità, la densità (lucida).
    Secondo me, tra poco, il coniglio esce dal cilindro.
    kiss
    a.



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