carta st[r]ampa[la]ta n.24

19 luglio 2010
Pubblicato da

di Fabrizio Tonello

Fa caldo, caldissimo. Non lo dice il termometro (strumento illuministico-razionalista e quindi giacobino, tendenzialmente totalitario, come direbbero gli intellettuali della fondazione Magna Carta) ma quello che succede nelle redazioni del Foglio, del Giornale e di Libero, palesemente colpite dai black-out elettrici della settimana scorsa. Per esempio, il Giornale di domenica 18 luglio dedicava un enorme titolo in prima pagina, seguito dalle intere pagine 2 e 3, a un’intervista con Fedele Confalonieri, l’alter ego di Silvio fin da quando andavano dai salesiani. Titolo: “Vi racconto il vero Berlusconi”.

E cosa racconta il fedele Fedele? Che Berlusconi amava più “ballare con le ragazze” che suonare e cantare nella band di cui entrambi facevano parte; che comunque “è un uomo di spettacolo nato”; che “è sempre stato molto sorprendente”; che “alla fine alla base di tutto c’è la fortuna”. Che originalità! Che creatività! Che rivelazioni! Uno scoop che segue quello della prima pagina di venerdì 16, sotto il titolo “E Berlusconi se la canta”, illustrato da un fotomontaggio in cui compaiono insieme il Nostro e Charles Aznavour. che deve esibirsi lunedì 19 a Milano.

Il cugino di campagna del Giornale, il mitico Libero, decide che la crisi economica, le quotidiane novità sugli allegri compari Carboni, Verdini e Cosentino, la manovra di Tremonti, il chiacchiericcio sui governi di unità nazionale, gli attacchi in Afghanistan e la marea nera in Louisiana sono quisquilie, pinzillacchere, notizie vecchie e sbadigliose. Quindi dedica l’intera prima pagina a: “Libero 10 e gode”, ovvero un’autocelebrazione dei propri dieci anni di vita. Per l’occasione, a Libero rispolverano gli ex direttori come (L)ittorio Feltri, i collaboratori di lungo corso come Mario Giordano e perfino l’immancabile Betulla, al secolo Renato Farina, unico scribacchino italiano che sia riuscito a combinarla talmente grossa da farsi espellere dall’Ordine dei giornalisti (faceva lo spione di magistrati, il che nel PDL è risultato opera talmente meritoria da mandarlo in parlamento). Seguono sei pagine dedicate ai memorabili fasti giornalistici del quotidiano “popolar-scapigliato”, come lo stesso si autodefinisce a p. 3.

Sabato, il Foglio (“tendenza Veronica”) affida invece a Umberto Silva un’interessante riflessione sull’attualità politico-giudiziaria: “Quanti sono gli italiani che pensano che il paese sia governato da una Banda Bassotti capeggiata dal premier? Tutti. Lo pensa l’opposizione, lo pensa il terzo polo, lo pensano i finiani.”

Roba forte, come si vede. Ma questo Silva da dove sbuca? Sarà mica un fratellastro della Boccassini, un cugino di Travaglio, un nipote di Padellaro, uno pseudonimo di Valentino Parlato?
Non bastasse, l’articolo continua così: “Lo pensa la puritana Lega, che gli è alleata solo per ottenere quel federalismo con cui lo scalzerà, e lo pensano anche i suoi seguaci, che anche per questo lo ammirano. Naturalmente lo penso anch’io e sono sicuro che lo pensa anche lui, il Cavaliere, quando la mattina legge i giornali”. Ullallà, una confessione in piena regola, che poi l’autore rafforza sostenendo che comunque gli italiani amano Silvio “perché il bandito piace, lui che si permette di tutto senza piegarsi a malinconici compromessi con le buone maniere della civiltà”. Dal che si deduce che Berlusconi starebbe “fuori” non solo dalle buone maniere ma perfino dalla “civiltà” stessa, tesi che neppure Maurizio Viroli nel suo recente saggio La libertà dei servi (Laterza), aveva osato avanzare.

Naturalmente, è possibile che Silva abbia rispolverato il suo manuale del liceo e scoperto l’esistenza dell’antifrasi, una figura retorica che consiste nell’affermare qualcosa intendendo l’esatto opposto. Il manuale riporta vari esempi, come l’esclamare “Che bella macchina!” di fronte a un orrendo catorcio. Il problema, però, nasce se qualcuno dice “Che catorcio!” di fronte a un autentico catorcio: il manuale non prevede, in questo caso, che il vero senso della frase sia “Che bella macchina!”

Lo sa bene l’Heidegger di Bisceglie, ovvero Marcello Veneziani, che il giorno dopo risponde fulmineamente sul Giornale: “Quella tesi ridicola sul Cav malavitoso”. L’onnipresente giornalista-filosofo tempesta: “Mi offende leggere la riduzione di questa fase della nostra vita politica al disegno criminale. Offende l’intelligenza, la dignità, il nostro senso morale. Ma offende soprattutto la percezione della realtà, dei fatti e delle circostanze” (p. 4). Certo, l’invettiva sarebbe stata più convincente se avesse scritto “la realtà” invece che “la percezione della realtà”, concetto leggermente diverso, ma passons…

Insomma, nei giornali di famiglia si litiga? O siamo noi intellettuali da strapazzo che cerchiamo conferma ai nostri preconcetti giacobini? Per dirimere la questione siamo andati a vedere se, nelle questioni non politiche, nelle notizie di cronaca che non toccano Berlusconi, gli house organ del centrodestra sono politicamente compatti e ideologicamente puri. Prendiamo la notizia di due genitori di Reggio Emilia, la cui bambina, due anni fa, era stata affidata a un istituto dal Tribunale dei minori che aveva deciso di togliere loro la patria potestà. Per Libero non ci sono dubbi: “Coppia di ex tossici rapisce la figlia dal centro di accoglienza” e il giornalista rincara la dose: “E’ la seconda volta che ci provano” (18 luglio, p. 21). In cella, e buttate via la chiave, non ci sono dubbi.

La stessa notizia ha l’onore della prima pagina sul Giornale, ma Annamaria Bernardini de Pace la pensa diversamente: “Riprendersi i figli è un diritto se il giudice è lento a decidere”. Mica scherzi. La commentatrice tuona: “L’attesa della parola definitiva di un Tribunale è in Italia, sempre ingiustamente e insopportabilmente, oltre il segno dell’umana pazienza. Soprattutto quando si tratta della vita di un bambino” (p. 13). E, per chi non avesse proprio capito, il redattore delle Cronache sovrappone all’articolo della Bernardini un titolo a tutta pagina: “Quando rapire un figlio è un diritto”. In galera, in galera! I giudici, naturalmente.

[L’immagine in apice è tratta da Sleeveface]

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2 Responses to carta st[r]ampa[la]ta n.24

  1. Baldrus il 21 luglio 2010 alle 11:20

    Questi articoli di sarcasmo atroce servito direttamente dal freezer di Tonello sono utili, perché non leggo mai i bollettini della de-evoluzione, li legge lui per me e mi informa sugli ultimi sviluppi delle krikke che gozzovigliano negli abissi delle nostre città nere.

  2. cuore di tenebra il 26 luglio 2010 alle 22:09

    Tonello deve essere veramente un duro, senza sentimenti, senza debolezze, senza tentennamenti, se é capace di sorbirsi tutta quella monnezza senza nemmeno un capogiro.
    Oppure assume dosi industriali di Magnesia San Pellegrino?



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