Material guys

21 luglio 2010
Pubblicato da

di Mauro Baldrati

Di grande, di rivoluzionario non c’è che il minore. Odiare ogni letteratura di padroni.

Deleuze Guattari, Kafka

E se esistesse veramente?

Se esistesse un gruppo di scrittori – senza identità collettiva per ora – o per sempre – che utilizzando i codici e gli stili del genere noir produce una visione del mondo dove alcune tendenze vengono portate al limite di rottura e la realtà che ci sta intorno esplode in tutta la sua violenza, la sua follia inspiegabile e incontenibile?

La violenza è intorno a noi, passa ogni giorno sugli schermi televisivi, sporca, corrotta, distruttiva, ma viene amministrata come “simbolo”, il simbolo del male che è altrove, in terre lontane devastate dalla miseria e dalla barbarie, terre che diventano il simbolo stesso della miseria e della barbarie, e quindi non ci riguardano in fondo, perché noi spettatori/pubblico non ci sentiamo dei simboli, ma persone in carne e ossa.

Persone reali.

Realtà.

Il simbolo pretende di rappresentare la realtà, di ridurla a sistema di codici: la famiglia, come specchio del mondo, dove tiranneggia il triangolo edipico, eterno e immutabile, che condanna il bambino, ancora prima della nascita, a desiderare l’omicidio del padre, per avere la madre, e la bambina a opporsi alla madre, che compete con lei nella seduzione del padre; simboli mortiferi, totalitari, che proiettano la persona in uno straniamento e in un senso di solitudine pubblica senza soluzione, generatori di impotenza e di infelicità, di senso di colpa e di paura, di rancore e di violenza. 

Non essendo reale, il simbolo viene gestito dal Potere, dalla notte dei tempi. Perché il Potere è reale, è limitazione della libertà, è predazione delle risorse, distruzione dell’ambiente. L’arte gioca coi simboli, spesso illudendosi di contrapporre simbolo a simbolo, di bellezza, di dolore, di rivolta, di libertà. Ma è il Potere il vero padrone, perché domina sulla terra, non il suo simbolo. Così l’arte, quando accetta il suo gioco, finisce per essere subalterna al padrone, strumento nella propagazione dei simboli, pur nell’illusione di veicolarne alcuni di rinnovamento e di rinascita.

La letteratura maggiore, nella sua tendenza individuale e trascendente, se punta al cambiamento guarda al simbolo del cambiamento, della vita e dei sentimenti offre una serie di rappresentazioni, di metafore. Il suo corpo è vuoto, perché è pieno di nulla, i simboli della nascita, della solitudine, del senso di colpa, della morte, della paura, del narcisismo, dell’incomunicabilità. E’ un corpo vuoto e prigioniero, proiettato verso un obiettivo che non è tale, perché la letteratura è viaggio, non destinazione; è divenire, è materia in formazione.

“Il mondo dei fantasmi è quello che non abbiamo finito di conquistare. E’ un mondo del passato, non dell’avvenire. Andare avanti aggrappandosi al passato, è trascinarsi dietro le palle del forzato” scriveva Henry Miller in Sexus. Letteratura prigioniera del passato come spazio bloccato, come condanna ancestrale, letteratura subalterna, implosa.

E se esistessero scrittori “minori”, che non si preoccupano delle metafore, ma producono pura materia, pura intensità attraverso il racconto? Una minoranza che scrive nella lingua maggiore, e la violenta, o la secca dall’interno?

Una letteratura minore – una letteratura materialista – è sintesi, sobrietà, e produce materia come realtà esplosa, buttandosi dietro le spalle i simboli, i sensi di colpa, l’accidia, cercando la vita, quando la vita è anche follia, schizofrenia, contraddizione, fuga.

Se esiste questo gruppo di scrittori, o una aggregazione di individualità letterarie che non sanno delle reciproche esistenze, Alan Altieri è uno dei magister. Da anni porta avanti il suo testo, la sua progressione, con un brand inconfondibile dove la lingua è ripulita, filtrata, scavata e disseccata fino a farne un flusso sobrio, dove il fatto individuale, che nelle letterature maggiori costituisce il ventre molle del corpo vuoto, si innesta con la follia collettiva del mondo. E si innesta con la politica. Il suo ultimo libro, Killzone (Tea) contiene una serie di viaggi, attraverso racconti neri che hanno tutti lo stesso inizio, “vento” (il “vento nero” della guerra, della politica criminale, del tradimento, della speculazione), nella catastrofe che infuria in molte parti del mondo, che non ha nulla di simbolico ma esplode e ci minaccia sempre più da vicino. Il protagonista è Russell Kane, il cecchino, lo sniper, ex guerriero delle forze speciali britanniche radiato dall’esercito con disonore e diventato free lance, soldato invisibile, combattente senza patria e senza bandiera, contractor. Si trova nelle zone già morte, già distrutte dalla guerra, dove la vita non ha alcun valore. E per uno scrittore materialista, che lavora la realtà dall’interno, non è difficile fare previsioni infauste che vengono tranquillamente superate quando il flusso della materia avanza: il primo racconto, Dry Thunder, parla di un’operazione di trivellazioni selvagge in un arcipelago delle Filippine, oasi naturale e paradiso ecologico che viene devastato da una multinazionale britannica che, con la complicità del governo, cerca illegalmente il petrolio. Kane insegue i responsabile sul relitto di una nave esplosa, che inonda di petrolio e kerosene le acque purissime del mare.

Vento.

Flagellava fin dentro la tenebra.

Alito fetido di kerosene e cordite e shrapnel.

Mentre esce il libro scoppia la tragedia mondiale dell’inquinamento del Golfo del Messico ad opera della britannica BP, che forse ha rovinato per sempre un tratto importante di costa.

Nel racconto Monsone Altieri, utilizzando la tecnica del crossover (l’incontro tra personaggi creati da autori diversi), fa entrare in scena un ospite, Il Professionista, il super contractor di Stefano di Marino (Stephen Gunn), che collaborerà con Kane sventando un doppio gioco letale, e alla fine si concedono alcune riflessioni sulla vita, riflessioni materialiste off course.

Kane, ultimo eroe chandleriano, solitario, disilluso, glaciale, indurito fino a una apparente disumanità, assassino in un mondo di assassini terminali eppure, nel profondo del suo corpo pieno di energia nera, così maledettamente umano, incontra donne pericolose, donne mortali, le femmes fatales che lo amano e lo tradiscono, cercano di ucciderlo, per fermarlo, per interrompere la sua antimateria che contrasta la materia oscura della speculazione, dell’intrigo, dei servi prezzolati di un presidente americano “dislessico, ex alcolizzato, che parla con dio”. Lo seguiamo in Afganistan, terra morta e sterilizzata in nome della democrazia, ma anche in “una Los Angeles al rogo, una Detroit immondezzaio, una Las Vegas da Suburra”, ovunque si scatena la distruzione del capitalismo selvaggio che per noi, spettatori occidentali seduti su divani sempre più traballati, è altrove, sugli schermi delle televisioni, sulle pagine dei giornali.

Se esistono, questi autori minori materialisti sono classificati nei generi e sottogeneri, noir, thriller, fantascienza, black exploitation, narrativa d’evasione, ottenendo così due risultati: 1) un ulteriore aggravamento del cosiddetto processo Termidoro, cioè una introiezione di certi meccanismi commerciali, di regole non scritte di genere, per continuare ad avere uno spazio editoriale ed accorciando “la distanza che separa L’esorcista da L’esorciccio, il laboratorio dell’alchimista dalla cucina di casa”, come ha scritto Valerio Evangelisti; 2) la letteratura maggiore può stare tranquilla, nessuno per ora mette in discussione la sua natura “elevata”, al di sopra dei generi, nessuno insidia il suo piccolo privilegio di governante malinconica del padrone.

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71 Responses to Material guys

  1. gianni biondillo il 21 luglio 2010 alle 17:51

    Il club “adoratori di Big Altieri” è frequentato sempre da bella gente! ;-)

  2. véronique vergé il 21 luglio 2010 alle 17:55

    L’articolo di Maura Baldrati fa esplodere la convizione che prevale una letteratura paradiso perduto delle metafore. Mette in confronto la scrittura di nostalgia- luogo di celeste bellezza anche per dire il male o la crudeltà- e la scrittura di rottura, mescolando breccia, crepe, spaccatura, fuoco
    per scavare il luogo dell’infierno moderno, senza nostagia particolare, ma con il dolore acuto di una guerra fatta al mare, alla luce, all’umanità.
    Finalmente in questa scrittura in frammenti rossi, violenti, gialli, violi, si ritrova l’antiqua dolore di Homère, una tradizione sanguinaria e poetica.
    Scrittori minori o scrittori maggiori di domani?

  3. Ares il 21 luglio 2010 alle 18:02

    uau

  4. sergio soda star il 21 luglio 2010 alle 18:36

    “E se esistessero scrittori “minori”, che non si preoccupano delle metafore, ma producono pura materia, pura intensità attraverso il racconto? Una minoranza che scrive nella lingua maggiore, e la violenta, o la secca dall’interno?” [secondo me io sono quasi così (e infatti sono il mio scrittore preferito, assieme ad elkann morici e bortolotti) però quei maledetti editors non mi fanno fare i libri]

  5. Ares il 21 luglio 2010 alle 19:08

    Scusate se uso questo post per una cosa personale:

    Biondillo senta, quand’è che pubblica il seguito del post “Portami a Ballare” di Mirfet Piccolo .. me l’aveva promesso, e io sono come i bambini: non dimentico mai le promesse ^__^

  6. Fernando Bassoli il 21 luglio 2010 alle 19:34

    Non esistono scrittori minori, ma scrittori che hanno meno possibilità degli altri… per una serie di motivi. Magari anche meno possibilità di confrontarsi coi suoi simili ed evolvere così il proprio stile.

  7. Fernando Bassoli il 21 luglio 2010 alle 19:35

    ops… coi propri simili…

  8. johnny doe il 21 luglio 2010 alle 21:04

    Non è un simbolo anche di questo eroe,gestito dal suo editore? Che vuol dire letteratura maggiore e minore?Simenon era un minore?
    Per me c’è solo gente che sa o non sa scrivere,materialisti o no.
    Altieri è uno di questi.
    Quanto a Kane, l’eroe nero che è sceso all’inferno e ne è tornato,è il simbolo più antico,e più simile in pratca a Mike Hammer che a Marlowe.
    Non carichiamo il mulo più di quanto possa portare!
    Se poi mi permette,esulando da Altieri,una noticina sul noir e giallo in generale,tanto di moda oggi,un filone dei padroni dall’esorcista all’esorciccio,qualcuno ha detto che ci son più gialli-noir che cadaveri.

  9. johnny doe il 21 luglio 2010 alle 21:41

    …cha sa scrivere (Altieri),tanto per non equivocare..

  10. mauro baldrati il 21 luglio 2010 alle 21:44

    Sulla questione letteratura maggiore/minore – che non è una mia invenzione, cerco di portare avanti la riflessione nei giorni nostri – penso sia opportuno indicare due articoli sull’argomento. Non per citare me stesso, ma per continuità:

    https://www.nazioneindiana.com/2008/12/27/paolo-giordano-la-solitudine-della-letteratura-maggiore/

    https://www.nazioneindiana.com/2009/01/16/giuseppe-genna-il-de-profundis-dellantieroe/

  11. johnny doe il 21 luglio 2010 alle 22:53

    Scusi Baldrati,ammesso e non concesso che per stile intendiamo la stessa cosa,questo non è certamente il caso di Giordano,a proposito del quale faccio molta fatica a rintracciarne uno.

    Intorno al concetto letteratura minore e maggiore credo ci sia un certo misunderstanding,ognuno ne fa l’uso che crede,da Giordano a Cèline.a Mailer,al noir.Non penso che possn essere accomunati sotto un minimo comun denominatore così ambiguo.
    Ma probabilmente son io che non ho le idee molto chiare in merito.
    Per finire,perchè mai l’eroe-antieroe milleriano dev’essere scomparso?
    Alcuni provano una tremenda libidine a ballar sull’orlo dell’abisso,non dipende dal “fuori”,più pessimisti sono è più ballano anche tra le macerie,se ne frega di quel che gli sta intorno,financo della guerra.
    Non era questo Miller?
    Comunque thanks for the links.

  12. Madeleine il 21 luglio 2010 alle 23:52

    “Ma è il Potere il vero padrone, perché domina sulla terra, non il suo simbolo.”
    Invece io penso che la stessa parola “potere”, come lei lo usa, sia un simbolo, come è un simbolo la parola “mamma” e la parola “merda”. In generale mi sembra che nel suo articolo si faccia un po’ confusione tra segno, simbolo e simbologia, ma, a parte pedanterie (dilettantistiche), non mi sembra che il materialismo sia invenzione di scrittori materiali, ma casomai condizione di quella società borghese in cui bene o male ancora viviamo, in cui l’individuo si mantiene centrale non per convenienza letteraria, ma perchè non si è inventato niente di meglio (nella realtà, intendo, poichè il suo concetto di “collettivo” ha una patria letteraria piuttosto che terrena).
    Potrebbe poi fare qualche esempio concreto di “scrittore maggiore al soldo del padrone”? A chi pensa, a Tasso, a Saviano, a chi pubblica per Einaudi (cioè mondadori)?

  13. maurizio il 22 luglio 2010 alle 10:09

    Qualcuno saprebbe indicarmi dei siti che si occupano di letteratura italiana almeno frequentabili (ammesso che ve ne siano). Grazie

  14. mauro baldrati il 22 luglio 2010 alle 10:16

    Johnny doe, no, non era questo. L’eroe – o antieroe – milleriano era spinto da un potente vitalismo, che si esprime soprattutto nella irrefrenabile, gioiosa attività sessuale. Lo diceva Schmiele, che ha scritto una interessante biografia: il personaggio milleriano se ne va in giro per la città tentacolare con una erezione che diventa ogni giorno più problematica. E’ un vagabondo, uno spiantato, ma ha due certezze, che lo rendono invincibile: il suo essere scrittore, senza se e senza ma, indipendentemente dal successo editoriale, e la sua voglia di amare le donne. Non lo ferma nessuno, la pazzia che lo circonda, l’incubo ad aria condizionata, perché è una “roccia felice” (definizione dello stesso Miller). Invece gli antieroi di oggi sembrano avere perso questa incrollabile volontà di conquista, sono più soli, abbandonati, pessimisti, perché è la spinta che sta alle loro spalle ad essersi fermata. La solitudine è diventata pubblica.

    Però oggi ci sono i material boys, vedremo.

  15. Massimo il 22 luglio 2010 alle 13:20

    Io mi esprimo in una gioiosa e irrefrenabile attività sessuale, sono un vagabondo e uno spiantato e mi sento scrittore e scrivente.
    Sono un eroe? Sì? Vero che sono un eroe?
    Anche antieroe, va bene lo stesso.

  16. Fernando Bassoli il 22 luglio 2010 alle 13:34

    @ Maurizio: ti segnalo http://www.anonimascrittori.it/forum

    :-)

  17. Mirfet il 22 luglio 2010 alle 13:48

    @Ares
    Dopo “Portami a ballare”, ho pubblicato su NI “Raggia”.
    Non ho un blog, perciò se hai altre domande scrivi pure a questo indirizzo: mirfet [punto] piccolo [chiocciola] gmail [punto] com
    Cercherò di risponderti.

    @ Mauro Baldrati e Helena
    Ciao, e scusate per l’intrusione.

  18. mauro baldrati il 22 luglio 2010 alle 13:53

    Massimo, stai facendo un po’ di confusione col personaggio di un romanzo. In Miller è probabile che l’unione arte-vita fosse molto stretta, di te dipende se il tuo sentirti eroe coi requisiti e gli attributi può tradursi in una produzione adeguata.

  19. johnny doe il 22 luglio 2010 alle 14:51

    @baldrati

    Ci sono,ci sono ancora gli eroi-antieroi milleriani,magari la produzine adeguata si traduce in altra attività che la scrittura.
    Quasi tutti i nostri scrittori non possono più essere eroi milleriani ,non a causa di ciò che li circonda,del contesto in cui si muovono,della realtà,ma a causa del loro essere,del loro daimon impegnato in un piagnisteo costante sul mondo,sulla società….che non permette loro di aver la vitalità ed il menefreghismo di Miller.
    Ce lo vede lei Miller a far certi pistolotti..

  20. gianni biondillo il 22 luglio 2010 alle 16:25
  21. mauro baldrati il 22 luglio 2010 alle 16:31

    Johnny, Henry Miller è solo un esempio, che arriva dall’articolo correlato. Riguardo ai nostri scrittori, che definisci “tutti”, ovviamente è una generalizzazione che non significa molto. Sono d’accordo sul fatto che esistano tendenze che tu definisci “al piagnisteo”, che per me possono essere una forma di straniamento o di isolamento o di solitudine o di senso di sconfitta che derivano da una posizione subalterna alle tendenze distruttive del mondo esterno. Nel pezzo comunque parlo di un’altra tendenza, dove il piagnisteo proprio non esiste. Il problema è che chi scrive in un certo stile viene liquidato spesso come “autore di genere”, anche da te, con la battuta dei gialli ecc. Dovremmo superare questa mania di chiudere tutto e tutti in compartimenti stagni e abituarci a una ricerca più accurata e priva di pregiudizi, perché le potenzialità esistono.

  22. carmelo il 22 luglio 2010 alle 17:16

    “””””
    Lei mi dirà che la letteratura non è fatta unicamente di capolavori ma è piena di opere cosiddette minori. Anch’io lo credevo. La letteratura è un grande bosco e i capolavori sono i laghi, gli alberi immensi o stranissimi, gli splendidi fiori eloquenti o le grotte nascoste, ma un bosco è fatto anche di alberi normalissimi, di ciuffi d’erba, di pozze d’acqua, di piante parassite, di funghi e fiorellini selvatici. Ebbene, sbagliavo. Le opere minori, in realtà non esistono. voglio dire: l’autore di un’opera minore si chiama Tizio o Caio. Tizio o Caio esistono, non c’è dubbio, e soffrono e lavorano e pubblicano su giornali e riviste e di tanto in tanto pubblicano addirittura un libro che non spreca la carta su cui è stampato, ma quei libri e quegli articoli, se lei fa bene attebzione, non sono scritti da loro. “ogni opera minore ha un autore segreto e ogni autore segreto è, per definizione, uno scrittore di capolavori. Chi ha scritto quell’opera minore? Apparentemente uno scrittore minore. La moglie del povero scrittore lo può testimoniare, l’ha visto seduto, chino sulle pagine in bianco che si contorceva passando la penna sulla carta. sembra una testimonianza inespugnabile. Ma quello che ha visto è solo l’esterno. Il guscio della letteratura. Un’apparenza” disse il vecchio ex scrittore ad Arcimboldi e Arcimboldi ripensò ad Ansky. “In realtà a scrivere quell’opera minore è uno scrittore segreto che accetta soltanto i dettami di un capolavoro”.
    “il nostro buon artigiano scrive. E’ assorto in quello che va plasmando bene o male sulla carta. La moglie, senza che lui lo sappia, lo osserva. In effetti, è lui che scrive. Se però la moglie avesse una vista a raggi x si renderebbe conto che non assiste propriamente a un esercizio di creazione letteraria ma piuttosto a una seduta di ipnotismo. Dentro l’uomo seduto a scrivere non cìè nulla. Nulla che sia lui, voglio dire.
    [ Roberto Bolano – 2666 – p.542 – 543]
    Commenta Patricia Espinosa:
    “””””
    La letteratura sarebbe paragonabile ad un bosco, dove i grandi autori trovano posto ma dove anche lo trovano i minori. In tal modo la letteratura non sarebbe solo definita da capolavori e opere minori, in quanto le opere minori in realtà non esistono. Un’opera minore è infatti dettata all’autore da uno scrittore segreto di capolavori. Pertanto, in ogni opera minore ci sarebbero le tracce di un’opera maestra. In definitiva, secondo la teoria di Bolaño, ci sono unicamente opere maestre: in un caso totali, nell’altro frammentarie.

    Quanto detto nega dunque il carattere minoritario di un testo. Ogni testo, nel momento in cui condivide frammenti di un capolavoro, si libera della sua condizione di inferiorità. Adesso la presenza di ciò che è passato dal capolavoro all’opera minore risulta essere come un segreto o una traccia che solo il lettore potrà smascherare o seguire. Con questa teoria, Bolaño sovverte la gerarchia tra l’opera minore e il capolavoro. Tuttavia definisce un canone: quello delle opere maggiori. Questo canone, di cui non viene definito un nome o caratteristiche, opera come un territorio segreto, ma costituito da quali opere? E da quali scrittori? . Questo canone, in quanto luogo segreto, si snatura, perde la sua funzione primaria di instaurare un registro di testi o autori che definiscano una matrice o un modello selettivo. “”””
    patrcia Espinosa
    ‘Segreto e simulacro in 2666 di Roberto Bolaño’

  23. carmelo il 22 luglio 2010 alle 17:32

    Ah, chiedo scusa, inavvertitamente ho lanciato la pagine, volev osol odire che Bolano amava i giali leggeva persino i manuali degli investigatori delle società di assicurazione. A ben evdere i suoi libri sono dei gialli. E da semplice lettore, mi risulta che molti critici teorizzano il “giallo” come unica forma narrativa possibile, oggi.

  24. mauro baldrati il 22 luglio 2010 alle 17:55

    Carmelo, sul concetto di opera “minore”, che non significa minoritaria o di serie b o c rispetto al capolavoro, la prego di leggere i due articoli che ho indicato come link nei primi commenti.

  25. carmelo il 22 luglio 2010 alle 18:03

    lo farò con piacere, ma non mi dare del lei !
    se ti interessa il saggio della espinosa eccolo qui
    http://www.archiviobolano.it/bol_2666_espinosa.html

  26. Ares il 22 luglio 2010 alle 18:05

    @Biondillo

    non sono un distrattone l’avevo letto Raggia, bellissimo anche quel pezzo, bello.. si.. bello

    .. ma io le avevo chiesto il siquel di “portami a ballare”.. comunque non importa, ora ho un contatto diretto con l’autrice, sono tutto emozionato.. cosa e come si deve scrivere a una scrittrice che piace?.. adesso ci penso e trovo il coraggio.. di scriverle..

    Comunque grazie B.

  27. mauro baldrati il 22 luglio 2010 alle 18:16

    Scusa carmelo, è che mi era sembrato che tu mi dessi del lei.

  28. johnny doe il 23 luglio 2010 alle 02:21

    @baldrati

    D’accordo,forse ho generalizzato,ma era solo per evidenziare un fenonemo molto diffuso.Ho citato Miller perchè lei l’ha citato come esempio di un certo tipo di scrittore rispetto alla realtà che lo circonda.
    La battuta dei gialli che lei mi attribuisce è scaturita dal fatto che è diventata una moda mondiale e con esiti alquanto diversi,alcuni ottimi,altri risibili.Oltre ai noti,c’è un sottobosco che si esercita in questo filoni.Non ci sono generi minori o maggiori,solo scrittori minori e maggiori.Ho le ho citato Simenon,conosciuto dal grande pubblico per Maigret,ma che ha scritto tanto altro ed è un fior di scrittore.Quindi io non ho fatto questione di generi,ma eventualmente solo di talento,e molti che si esercitano in questo “facile” filone non ne hanno.
    Non mi pare di ergere steccati di generi,ma solo di individui che sanno scrivere.Questo è l’unico discriminante.

  29. Andrea Cortellessa il 24 luglio 2010 alle 03:23

    Avevo già letto un articolo di Mauro Baldrati (da lui stesso richiamato con link in uno dei commenti precedenti) dove si applicava il concetto deleuze-guattariano di «letteratura minore» a Paolo Giordano, autore bestseller e premio Strega della maggiore collana di narrativa del Paese. Ora il medesimo Baldrati applica lo stesso paradigma ad autori «classificati» nei «generi e sottogeneri, noir, thriller, fantascienza, black exploitation, narrativa d’evasione». Che in quanto “minori” dal punto di vista di un tradizionale concetto di letterarietà, sarebbero per Baldrati “minori” anche nel senso deleuziano (concetto, sarà bene ricordare, partorito per dar conto della scrittura di… Kafka): contro dunque «la letteratura maggiore» che per «la sua natura “elevata”, al di sopra dei generi» si candida a meraviglia al «piccolo privilegio di governante malinconica del padrone».
    Ora, in tutto questo discorso commendevolmente materialista, si omette di chiarire chi sia mai il «padrone» di cui si parla. Non pare sfiorato, Baldrati, dal sospetto che l’unico padrone visibile sia, qui, l’editoria «maggiore» che in questo momento foraggia incoraggia e onniformatta solo la letteratura appartenente a questo circuito presuntamente «minore» («genere» che, come si legge sul supplemento «R2 CULT» de «la Repubblica» dello scorso 26 giugno, «ha ormai conquistato l’egemonia del nostro immaginario»).
    Da lettore diuturno di Deleuze, di Kafka, per una letteratura minore nonché del meraviglioso libro ultimo Critica e clinica (da noi èdito da Raffaello Cortina nel 1996), nel quale la “minorità” (sarà bene ricordare) viene attribuita a Lewis Carroll, Samuel Beckett, Walt Whitman, Herman Melville, Alfred Jarry, Friedrich Nietzsche, T.E. Lawrence, e il cui esergo è preso da Contro Sainte-Beuve di Proust, ho avuto le traveggole – pensando a Giordano e, ora, ai noiristi all’italiana e, più in generale, ai «generi e sottogeneri, noir, thriller, fantascienza, black exploitation, narrativa d’evasione».
    Come in sogno mi è venuta in mente (nello stesso istante in cui veniva in mente a un acuto lettore di questo stesso thread) la scena di Io e Annie in cui Woody Allen, in fila al cinema, sente davanti a lui discettare per interminabili quarti d’ora un certo pseudointellettuale molto newyorkese di Marshall McLuhan; per confutarlo Woody sogna di poter avere lì, a propria disposizione, lo stesso McLuhan, allorché appare effettivamente McLuhan che apostrofa lo pseudointellettuale e gli dice a muso duro «lei non ha capito niente dei miei scritti; lei prende ogni mia espressione tipica per una topica».
    La stessa cosa mi era capitata, tempo fa: fantasticavo la risurrezione di Walter Benjamin, e che lui potesse leggere come Il dramma barocco tedesco veniva impiegato da un certo ben noto saggio «de cuyo nombre no quiero acordarme».
    Il caso vuole che, non già Gilles Deleuze sia apparso in carne e ossa ma – proprio poco dopo aver letto il testo di Baldrati – la sua viva voce mi sia venuta incontro: dalle pagine dello splendido volume di scritti sparsi Due regimi di folli. Testi e interviste 1975-1995 a cura di Deborah Borca, introduzione di Pier Aldo Rovatti, Torino, Einaudi, 2010. Cito dalle pp. 236-8 (da Il cervello è lo schermo, intervento a una tavola rotonda uscita sui «Cahiers du cinéma» nel febbraio del 1986; corsivi miei): «Oggi ci sono molte forze che si propongono di negare ogni distinzione tra il commerciale e il creativo. Più si nega questa distinzione e più si pensa di essere divertenti, comprensivi ed esperti. Di fatto si traduce soltanto un’esigenza del capitalismo, la rotazione rapida […]. Al contrario, l’arte produce necessariamente qualcosa di inatteso, di non riconosciuto, di non riconoscibile. Non esiste arte commerciale, è un non-senso. Ci sono arti popolari, certamente. Ci sono anche arti che necessitano di maggiori o minori investimenti finanziari, c’è un commercio delle arti, ma non arti commerciali […]. Si possono mettere in concorrenza i libri d’evasione con un grande romanzo, ma saranno inevitabilmente i libri d’evasione o i bestseller a vincere in un mercato unico a rotazione rapida o, peggio ancora, saranno loro che pretenderanno di avere le qualità dell’altro e lo prenderanno in ostaggio […]. È una promozione verso il basso, un allineamento di tutta la letteratura sul grande consumo […]. Non c’è arte che possa vivere senza la condizione di un doppio settore, senza la distinzione sempre attuale fra il commerciale e il creativo […]. Oggi, se ci si crede furbi nel negare la distinzione tra commerciale e creativo, è perché vi è un interesse […]. Se si dovesse definire la cultura, si potrebbe dire essa non è assolutamente la conquista di un campo difficile o astratto, bensì la consapevolezza che le opere d’arte sono molto più concrete, divertenti, commoventi dei prodotti commerciali: nelle opere creative c’è una moltiplicazione dell’emozione, uno sprigionamento dell’emozione, l’invenzione di nuove emozioni, che si distinguono dai modelli emotivi prefabbricati del commercio».

  30. girolamo il 24 luglio 2010 alle 10:01

    Quello che Deleuze pensava del e sul noir lo si può leggere nel testo Filosofia del noir: non c’è bisogno di estrapolare il suo pensiero da altre pagine, lasciando falsamente credere che la posizione politica di Deleuze implichi il rigetto del noir come letteratura d’evasione.

  31. Andrea Cortellessa il 24 luglio 2010 alle 11:01

    @ Girolamo
    Conoscevo il testo cui mi rimandi. Prego te e gli altri lettori di prendere nota delle date dei due interventi, e di riflettere. Quello che nel 1966 era un gesto intellettuale brillante e «spagnolesco» (come Canguilhem definiva quelli, coevi, di Foucault; e a qualche anno prima risalgono quelli, analoghi, di Eco) già vent’anni dopo s’era fatto moda stanca e risaputa, nonché evidentemente dettata dall’«interesse» di assecondare «un’esigenza del capitalismo». Figuriamoci cosa ne potrebbe dire, un Deleuze vivo, un quarto di secolo ancora dopo.

  32. Alcor il 24 luglio 2010 alle 11:32

    Quando Serse intimò agli ultimi oppositori greci di arrendersi e consegnare le armi, re Leonida rispose sprezzante con una sola frase: “Μολὼν λαβέ”, “Venite a prendervele!”

  33. johnny doe il 24 luglio 2010 alle 14:39

    Prima d’ogni distinzione creativo-commerciale,sarebbe interessante capire che cosa sia l’arte oggi,se il significato attribuito a questa parola sia lo stesso di un secolo fa e se sia ancora una parola che ne ha uno.
    Dalle frasi sopradette,pare di capire che la contrapposizione,la distinzione tra arte e non arte sia il binomio creativo e commerciale.
    Non è possibile che un’opera possa includerli entrambi?

    “Si possono mettere in concorrenza i libri d’evasione con un grande romanzo, ma saranno inevitabilmente i libri d’evasione o i bestseller a vincere in un mercato unico a rotazione rapida o, peggio ancora, saranno loro che pretenderanno di avere le qualità dell’altro e lo prenderanno in ostaggio […]. È una promozione verso il basso….”

    Finchè gran parte degli scrittori si esercita in questi filoni,inseguendo il successo di altri autori,la situazione sarà questa.
    E’ molto più facile scrivere di Montalbano che Viaggio al termine della notte!

  34. mauro baldrati il 24 luglio 2010 alle 22:12

    Posto che non intendo riproporre una fotocopia delle riflessioni di Deleuze (e Guattari, non dimentichiamolo, perché il libro su Kafka è firmato da entrambi, e Guattari ha dato un contributo importante soprattutto per le questioni/interazioni psicologiche, o forse anti/psicologiche), ma usarle, per scopi miei, per riflessioni mie, ho idea che Cortellessa abbia travisato il senso dell’articolo su Giordano. Se vengono individuate due letterature infatti, “maggiore” e “minore”, Giordano l’ho preso come esempio direi perfetto, perché di qualità – e l’ho scritto, a suo modo è ben costruito e orchestrato, e ha uno stile – di “maggiore”. E ho indicato anche i motivi, gli elementi. Ora non sto a richiamarli, sono nel pezzo. Sull’altra questione sollevata da Cortellessa, cioè la domanda se “il padrone” non sia il grande editore, per me è non rilevante, benché abbia una pesatura di tutto rispetto. “Padrone” è molto più trasversale, diffuso, meticoloso, subdolo. Sono i poteri coi quali dobbiamo fare i conti ogni giorno. Sono “i triangoli” che si espandono dal triangolo originario “padre-madre-io” (e qui c’è Guattari), triangoli commerciali, sociali, industriali, scolastici. Visto che a Cortellessa piacciono gli esempi, me ne concedo due: Potere era la prof di Bologna che, all’esame di Letteratura Italiana 1, mi rovinò la media perché, a suo dire, non esponevo abbastanza bene i simboli contenuti nell’orto del poeta. Bene, io non ne vedevo. E l’upupa era l’upupa, non un simbolo di qualcosa o qualcuno. Potere è la cultura diffusa dominante che piega il bambino nella scuola, completando l’opera iniziata nella famiglia. La questione dell’editore, che pure interessa molto Cortellessa (giustamente, peraltro), non è determinante per una possibile battaglia letteraria. Potere è un prof bolognese che, recentemente, in un incontro alla Mediateca di San Lazzaro, ha detto e ripetuto fino allo sfinimento che i poeti presenti all’incontro sul libro “Prosa in prosa” (che Cortellessa conosce bene) sono dei neoavanguardisti postfuturisti postmarinettiani antiproustiani. Alquanto stupito, ho detto che non mi sembrava il caso, e Proust andava lasciato in pace, e così Marinetti. Allora il prof si è messo a predicare (parlando solo lui), che Proust oggi è “illeggibile”, e così Tolstoj ecc. Questo è il Potere. E’ questo continua predazione della realtà da parte di individualità chiuse in se stesse, che fingono di protestare, di opporsi. Ci opporremo solo diventando degli zingari della letteratura, solo diventando scrittori collettivi, ovvero saldando la produzione di individualità con la politica (spero di non dovere fornire spiegazioni simboliche su questo termine), perché “tutto assume un valore collettivo”; e questo può avvenire ANCHE col noir, se funziona. ANCHE con la struttura, con la trama, con l’intreccio, e soprattutto con la sobrietà.

  35. Andrea Cortellessa il 24 luglio 2010 alle 23:25

    Dunque, ancora e sempre, contro l’asfissiante perdurate e incontrastato Potere della neoavanguardia, viva la gloriosa e disinteressata insurrezione promossa e allevata dalle majors editoriali. Salutiamo la resistenza eroica di questi isolati bracconieri, di questi romantici idealisti cacciati nelle forre e nelle selve dall’opprimente Potere della sperimentazione linguistica, dal conformismo schiacciante dello schizomorfismo di massa. Della riduzione dell’io che – come ognun vede – vince tutti i Premi, occupa tutte le pagine dei Giornali, invade pila su pila tutti i Megastore. Mentre i poveri noiristi vengono spacciati nottetempo, in guisa di samiszdat, da peritose staffette cicliste, al lume delle torce, nelle tenebre del coprifuoco. Con una sole luce interiore, una stella fissa a guidare il cammino, inconcussa e intramontabile: sia lode a te, divina Sobrietà.

  36. mauro baldrati il 24 luglio 2010 alle 23:28

    Mi accorgo ora che Cortellessa ha messo il suo commento anche in un post su Lipperatura, che non c’entra nulla con questo. E ha anche scritto, in un altro (sempre di là): “Come dice Mauro Baldrati, la composizione di quel libro è un perfetto esempio di intelletto collettivo, di comunità delle menti, di grande oceano dell’individuale-plurale… puro Deleuze!”

    Ma io nel pezzo )il link è in uno dei primi commenti) ho scritto esattamente il contrario: “Lo scrittore maggiore, chiuso nel suo territorio privato, traccia le storie solitarie, fa viaggiare sulla lingua che ha scelto il suo scetticismo, il suo pessimismo, che nella lettura richiamano altri scetticismi, altri pessimismi.” E’ la dimensione individuale, privata, che incontra altr individualità, che contraddistingue Giordano come autore “maggiore”.

  37. mauro baldrati il 24 luglio 2010 alle 23:44

    Ma Cortellessa, cosa dici? Veramente io sento spesso battute sul “giallo” e il “noir” che spadroneggia ecc. che sono solo discorsi grezzi, se non sciocchi, perché non si entra nel merito, e probabilmente non si legge nulla. Restiamo pure fermi alla “schiuma”, cioè lenzuolate sugli editori ecc. C’è poco da fare, finché esiste la figura dello scrittore professionista che lo fa per lavoro dovrà confrontarsi col mercato e con gli editori. A me questo aspetto non mi spaventa, né mi angoscia. L’ho scritto nel pezzo, disprezzando testi (non letti peraltro) in nome di una non meglio precisata letteratura “alta” perché appartenenti a un presunto genere di serie b si contribuisce a una sua ghettizzazione, specializzazione e commercializzazione. Cioè è anche colpa vostra, non solo di Mondadori o chi per lui.

    Io non mi occupo di questo aspetto. Voglio riflettere sulla scrittura, e sul suo rapporto con la realtà. E non voglio fare discorsi assoluti, perché nulla è assoluto, ma è in divenire, in trasformazione continua.

    E: non ti piace la “sobrietà”? Ma insomma, hai citato e stracitato Deleuze, non è uno dei suoi concetti preferiti, in Kafka?

  38. Andrea Cortellessa il 25 luglio 2010 alle 01:01

    @ Mauro Baldrati
    Veramente chi ha «stracitato» Deleuze – il quale parlava appunto di Kafka, e non di «generi e sottogeneri, noir, thriller, fantascienza, black exploitation, narrativa d’evasione» – non sono io, mi pare.

  39. Alessandro Ansuini il 25 luglio 2010 alle 09:21

    Volevo commentare nel post relativo a Giordano ma credo che i commenti siano chiusi. Comunque. Se posso dire, Baldrati, mi sembra ci sia un equivoco di fondo, che parte da qui:

    “Sono due individualità, due numeri primi singoli, indivisibili e inconciliabili: simboli, metafore di sofferenze private, rinchiuse nei bozzoli dell’isolamento e della incomunicabilità. Perché questa è una prerogativa della letteratura maggiore, o letteratura dominante, o stabilita: la procedura per simboli, per metafore, significazioni e designazioni. Le solitudini incontrano altre solitudini, e l’esterno, il mondo oggettivo, il contesto sociale non sono che contorno, sfondo, location. La letteratura maggiore, di cui Paolo Giordano, con questo La solitudine dei numeri primi, si è già configurato come un autore di punta, prevede un’espansione verticale, e la forma geometrica è una piramide rovesciata: da Edipo, dall’individualità primigenia, nasce la sofferenza, la nevrosi.”

    Ecco, questa sua interpretazione, leggittima, che configura Giordano addirittura come autore di punta di questa letteratura maggiore (che come ricordava Cortellessa dovrebbe essere quella dei Kafka, dei beckett e così via) è il punto dove non ci si intende. Anche Carrino, sempre di là, sollevava la questione di non rilevare né a livello di contenuti (mai una affondo riguardo ai temi portanti del libro) né a livello di stile (una narrativa piana e senza particolari innovazioni) elementi sufficenti per configurare Giordano come autore d’elite. Semmai è il contrario. Credo che l’equivoco sia qui.

  40. helena il 25 luglio 2010 alle 10:27

    Vorrei provare a fare un po’ di cose semplici. Prima: lasciar perdere Deleuze, non perché non lo apprezzi e non apprezzi in particolare il discorso sulla “letteratura minore”. Ma perché facendo a meno della sua auctoritas si evita di finire di discutere su quel che ha veramente detto, citazione per citazione, e perché non è indispensabile a un certo discorso.
    La questione secondo me va smontata in una serie di domande ben distinte.
    Quale letteratura è ancora capace di far riflettere il lettore, creargli qualche turbamento, costringerlo a una visione più problematica? Per le sue stesse caratteristiche intrinseche, a prescindere dalla sua appartenenza a un genere o, a maggior ragione, dalla sua collocazione sul mercato?
    Tale letteratura deve possedere automaticamente le caratteristiche della letterarietà in senso stretto?
    E’ escluso che un bestseller possa essere al tempo stesso uno dei libri descritti sopra?
    Guardo le classifiche di narrativa e le vedo divise fra romanzi mid-cult non di genere e thriller più noir nostrani, scandinavi, e altri, più qualche presenza di autori letterari che hanno vinto il Nobel, lo Strega (basta anche essere candidati), o sono semplicemente famosissimi. Quelle tedesche, tanto per dire, sono messe anche peggio.
    Mi sembra impossibile negare che oggi un certo tipo di letteratura di genere, un certo tipo di noir soprattutto, rappresenti una delle porzioni più grandi del mainstream. Dopo di ché ci sarà una maggioranza di libri di genere “invisibili” che non vendono più di duemila copie, se ricordo bene quel che ripete spesso Gianni Biondillo (il che poi non dice nulla sul fatto se “graffiano” o meno).
    Credo personalmente che il successo di certi noir sia legato alla loro capacità di offrire un compromesso fra contenuti anche inquietanti e/o di rappresentazione critica del mondo attuale, e le loro stesse regole di genere che invece offrono al lettore appigli rassicuranti, uno svolgimento prevedibile e così via, una leggibilità facile e avvincente. Pur con tutte le variabili per cui si possono sporcare gli schemi manichei, l’eroe può essere sporco, stanco e deluso o il tipo della porta accanto con i suoi problemi con moglie e figli, nel finale può mancare il trionfo della giustiza ecc., ma credo che questa grammatica (proprio perché è una grammatica così largamente assimilata anche attraverso la tv, quasi come gli automatismi della guida di un automobile) finisca quasi sempre per addomesticare ciò che rappresenta. Con magari, d’altro lato, la capacità di far arrivare divulgativamente certi contenuti critici, però, appunto, al costo di inquadrarli dentro un ordine narrtivo che li rende più “sopportabili”.
    Quasi sempre, però, non è sempre. Solo che temo che oggi andare contropelo a questo effetto delle regole del genere sia altrettanto se non addirittura più difficile che provare a reiventarsi una forma meno innocua di romanzo. Questo a prescindere dal fatto che si tratti o meno anche di letteratura in senso stretto. Esempi: Stephen King è sommamente inquietante, ma non arriva a essere letteratura (mentre trasposto in film ha dato vita a grande cinema), Patricia Highsmith per me è tutte e due, alcuni grandi maestri del genere tipo Chandler li consideriamo letteratura, ma non creano più sconcerto.
    Credo che Mauro abbia ragione a dire che ciò che scrive Altieri non sia assimilabile a Camilleri (tra l’altro a modo suo bravissimo), o che possa rappresentare una lettura più sconcertante non solo di Giordano, ma anche – faccio il primo esempio che mi viene in mente – di Paul Auster.
    Detto questo, però, mi sembra controproducente (non sostengo che Mauro miri a questo), in virtù della capacità di “essere contro”, far saltare i criteri che distinguono l’arte dall’artigianato (o dal prodotto professionale, come dice Mauro). E questo non per difendere una opposizione fine a se stessa fra l’alto e il basso, ma perché l’arte in genere e la letteratura, in particolare, restano in grado di dare (e fare) qualcosa in più. La letteratura che si reinventa una lingua, una forma, un percorso, tira dentro il lettore più a fondo, lo soprende di più, gli cambia (o amplia) la visuale più radicalmente. A prescindere da quanto o quanto poco venda. “Il dispatrio” di Siti, per esempio, mi risulta abbia venduto oltre ventimila copie, ma credo sia un’esperienza diversa da un noir ambientato in qualche periferia che rimane sfondo, “atmosfera”, setting.
    Per non parlare – visto l’esempio fatto prima- d Bolano che in certi paesi pare sia diventato una moda (da noi così così), in grado di mettere insieme l’iperletterario con elementi di genere o di dura e cruda “non-fiction novel” dove il lettore non sa quel che gli capita riga dopo riga.
    Poi è vero che, oltre all’onesto artigianato di genere, c’è il “genere letteratura”, ossia il mobile in stile (che oggi si chiama in un altro modo che non mi viene, più insidioso), o il mobile di design fighetto.
    Oggi esistono molti romanzi in vari modi conservativi, neoborghesi, ai quali però non mi sento di negare l’appartenenza alla letteratura. Libri che diventano “midcult” per fruizione, ma non per qualità intrinseca. Penso, per esempio, alle “Correzioni” di Jonathan Franzen e libri simili.
    Persino questo genere di romanzi (che non mi appassionano quasi mai) conserva, secondo me, lo “smalto” e la ricchezza di sfumature che appartengono alla letterature. E dato che il panorama medio è assai più appiattito, mi sembra importante tenerne conto.
    Si tratta di preservare quella “biodiversità” delle scritture di cui parlava Andrea che ne conserva la già abbastanza acciaccata vitalità.
    (acciaccata per le dinamiche circolari e/o dialettiche che legano lettore, industria culturale e scrittori stessi- ma è un discorso complesso). Per me, oggi, andrebbero riconosciute e, quando occorre, salvaguardate sia le “avanguardie”- ossia le espressioni capaci di ricerca- che tutto ciò che abbia una qualità intrinseca e complessiva. Incluse quelle “di genere” (che però, come ho detto prima, secondo me hanno vita difficile sotto il profilo della ricerca). Anche perché- vale la pena ricordarlo- gli scambi fra “alto” e “basso” non sono nulla di specificamente postmoderno (del postmoderno rassegnato e ludico), quando si tratta della “normale” circolazione creativa di forme e esperienze di scrittura.

  41. Alessandro Ansuini il 25 luglio 2010 alle 10:52

    Commento onestissimo e condivisibile Helena. Questo poi mi trova assolutamente d”accordo:

    “Per me, oggi, andrebbero riconosciute e, quando occorre, salvaguardate sia le “avanguardie”- ossia le espressioni capaci di ricerca- che tutto ciò che abbia una qualità intrinseca e complessiva. Incluse quelle “di genere” (che però, come ho detto prima, secondo me hanno vita difficile sotto il profilo della ricerca).”

  42. Alcor il 25 luglio 2010 alle 11:17

    @ helena

    tu dici:

    «Guardo le classifiche di narrativa e le vedo divise fra romanzi mid-cult non di genere e thriller più noir nostrani, scandinavi, e altri, più qualche presenza di autori letterari che hanno vinto il Nobel, lo Strega (basta anche essere candidati), o sono semplicemente famosissimi.»

    e poi sotto:

    «Per me, oggi, andrebbero riconosciute e, quando occorre, salvaguardate sia le “avanguardie”- ossia le espressioni capaci di ricerca- che tutto ciò che abbia una qualità intrinseca e complessiva. Incluse quelle “di genere” (che però, come ho detto prima, secondo me hanno vita difficile sotto il profilo della ricerca)»

    ma le uniche a rischio di estinzione sono le «”avanguardie” _ ossia le espressioni capaci di ricerca –»

    tanto a rischio di estinzione e così equivocate che ho visto osannati – immagino per legittimarsi come lettori colti, se non come scrittori colti – libri di scrittura pletorica e molto faticata, presi a esempi di ricerca e qualità solo per la pletora, la fatica costata allo scrittore e la noia imposta al lettore

    questo sporadico, grazie a dio, trombonismo alla rovescia mostra proprio quanto ricerca e avanguardia siano ignorate, marginali e fraintese, come del resto è frainteso qui il concetto di letteratura minore

    un Deleuze e un Benjamin lettore di polizieschi, buoni a legittimare qualsiasi cosa, sono sempre pronti sul tavolo nel piatto dei salatini misti

    ogni tanto, molto egoisticamente, sono contenta di essere vecchia, fuori gioco e prossima alla fine

  43. Alcor il 25 luglio 2010 alle 11:34

    un’altra cosa solo parzialmente OT, prima di tornare ad arrampicarmi sul catafalco e aspettare la fine alla luce mesta dei miei quattro ceri
    non vedo molta differenza tra il populismo berlusconiano che si basa sul consenso della gente e il populismo letterario

  44. immondizie riunite il 25 luglio 2010 alle 11:37

    vorrei tanto fare un commento ma non ci riesco. purtroppo la discussione è troppo culturale e non riesco a intervenire. sono tre o quattro giorni che vorrei dire qualcosa ma non mi viene niente. spero che riuscirete a continuare anche senza la mia analisi. comunque continuo a pensare. a presto

  45. Larry Massino il 25 luglio 2010 alle 12:50

    Sono d’accordo con Immondizie che la discussione è troppo. Però mi ci sento tirato dentro a forza dal fatto che Helena ritira fòra lo ” smalto “, ben virgolettato, quasi a evocare le mie ” unghia ” (o lo fa per rassicurare il coniglio miszotico?) Secondo me, in generale, c’è troppo sociologismo, maanche c’è una sorta di pietà nei confronti degli avanguardisti, di chi pubblica ma non vende, di chi ha difficoltà a pubblicare fino alla fine del mese, dei più disgraziati che finiscono le parole già alla seconda settimana. Nella disamina anche di Helena c’è quasi una richiesta di aiuti sociali, di dignitosa pensione a chi scrive l’avanguardia. Ma è un racconto che involontariamente risulta fintamente solidaristico, tende ad esorcizzare la vastità del linguaggio letterario, la sua imprevedibilità.

    Ora, per quanto si faccia finta di nulla, il linguaggio letterario è più importante di quanto ognuno di noi finga di credere, perché produce la realtà, che notoriamente esiste solo in quanto descritta; perché è al linguaggio letterario che si riferiscono i componenti delle classi dirigenti per governare, comunicare con il popolo (questo potrebbe essere anche il motivo degli inspiegabili arretramenti formali della letteratura del ‘900). Il ragionamentino è assai paradossale, andrebbe approfondito: ne risulterebbe una classe dirigente che governa solo la realtà inventata dagli scrittori contemporanei che vendono… Conseguenza per cui se il governo fa male è colpa degli scrittori… Spero che Immondizie apprezzi questo umorismo metapolitico.

    Gli scrittori maggiori lavorano di lingua all’interno di un paradigma (o recensione protettiva del territorio), ritirano premi, anticipi e diritti d’autore, scrivono per i migliori e peggiori giornali, frequentano i migliori e peggiori salotti, televisivi e non. Ne conosco alcuni che fanno giustamente da ghostwriter ai politici, ma non solo: leggono al posto dei politici, così gli evitano la fatica di spulciare qualche libro per governare le realtà che vi sono descritte. Finché non arriva, tirando fuori le unghia che sono implicite al corpo letterario, un deficiente di Joyce, Kafka, Proust, a rendere autoevidente la povertà dei loro linguaggi, coi quali non si può altro che falsificare la realtà. Son cose già successe, succederanno ancora, si faccia o non si faccia pietosa sociologia, si assegni o non si assegni la pensioni agli scrittori di avanguardia (speriamo di sì). Mi sembra di ricordare che il funerale di Joyce fu pagato da una benefattrice: son fatti che sarebbe bello non si ripetessero. Il problema sarà quello di capire come si viene certificati scrittori minori di avanguardia meritevoli di pubblica pensione. Ma ce ne occuperemo a tempo debito.

  46. Mauro Baldrati il 25 luglio 2010 alle 17:11

    @ Alessandro Ansuini, quanto scrissi su Giordano può essere criticato, ci mancherebbe, ma non vedo fraintendimenti. I “minori” per D&G (e qui ha ragione Helena, non è il caso di citarli continuamente, a me interessa usare oggi le loro riflessioni per scopi miei, per i testi che mi interessano – e quindi non mi sono mai sognato di fare di loro dei lettori di “gialli”, né traviso nulla, come sembra alludere alcor) sono Kafka, Céline, per certi aspetti Beckett, mentre la letteratura “maggiore” è quella dei padroni, del potere, è il nemico. Giordano l’ho scritto chiaro che appartiene alla seconda, ma gli riconosco un romanzo a suo modo ben fatto e ben scritto – e qui chiunque può contraddirmi, e in molti lo fanno.

    @ Helena, anch’io concordo col passo riportato, e quindi mi chiedo come mai ci siano queste chiusure a priori, questo rivendicare la propria avanguardia “contro” il noir come genere dominante. Dominante dove, sul mercato? Perché ci sono i noir svedesi, e fino a ieri gli americani? Può essere, ma un’avanguardia non è chiusa in se stessa, anche se spesso si atteggia tale. Il punk è esploso come movimento superantagonista al decennio precedente, la psichedelia, e Johnny Rotten esibiva una maglia con la scritta “io odio i Pink Floyd”, ma erano in continuità, e come. Il “do it yourself” ripreso dalla new wave derivava anche dal do it! e dall’arte di arrangiarsi dell’underground anni ’60. I Trobbing Gristle erano durissimi, ultraradicali, ma hanno dei pezzi che includono i ritmi cosiddetti commerciali della dance americana. Oggi sono sconcertato dalla mancanza di curiosità e di umiltà che sembra opprimere chi parla di avanguardia. Io non intervengo mai nei lunghi dibattiti sull’editoria, sul mainstream ecc., perché direi cose talmente fuori dal tempo e dello spazio che preferisco non sprecare energie. Il sistema attuale, cioè il mercato, coi suoi padroni, i proletari, i frustrati, non si cambia con le riforme. Tutt’al più si può contenere il danno, come credevano i miglioristi del PCI. Il sistema si può superare solo se verranno superati i pregiudizi dei lettori, che comprano l’ultimo di Vespa, i vincitori o finalisti dello Strega, tutti in fila come nei negozi dell’URSS. E credo che questo potrà avvenire solo superando l’attuale concetto di letteratura fatta di opere alte e altre basse, “disseccando” il sistema dall’interno. Ma deve esserci una spinta dietro, sociale, politica, come c’era nel 1975-76, che oggi non riesco a vedere. Oggi vedo chiusura, ansia di affermazione, tutti elementi che rendono difficoltosa la nascita di una new wave letteraria che pure avrebbe potenzialità enormi rispetto al passato per l’esistenza del web. A me come discorso parziale – perché vedo anche un’ansia di assoluto, di rendere ogni discorso definitivo, e quindi simbolico – interessa il materialismo che trovo nel noir, che sento vicino, interessante, creativo, anzi produttivo. Che all’interno di questo genere ci sia il commerciale, il banale ecc. non lo nego né mi stupisce. Anzi, ho parlato apposta di un aggravamento del “processo Termidoro”, ma questo che c’entra? Accanto a Larsson (che pure ha una potenza narrativa di tutto rispetto) c’è il libro di cui ho parlato qui sopra, ci sono romanzi brevi come “Salto d’ottava” di Antonio Paolacci, un noir dove si fa una interessante sperimentazione linguistica, ma che nessuno caga perché tanto è un noir.

    In questa situazione le avanguardie rischiano di essere gruppi che non hanno spinte collettive alle spalle, salvo qualche barone che ci gioca, per sentire la vibrazione, per avere conferma di quanto è eccitante, straordinaria, minoritaria, bella e perdente e fine a se stessa, la sperimentazione.

  47. johnny doe il 25 luglio 2010 alle 18:03

    Qui si dà sempre per scontato che avanguardia,minori,maggiori….siano tutti “scrittori”,il che non sempre è vero.
    Scrivono…
    Della qualità dello scrivere nessuno parla.
    Per esempio,il libro di Giordano è un’opera che brilla per assenza di stile,con spesso dialoghi banali e credo anche oggetto di un buon intervento di editing.Passi,ma indicarlo come un capolavoro,come molta critica ha fatto,è assurdo.
    La storia mi interessa relativamente così come i “messaggi”eventuali;noir,verde,gialla…ok sta bene,ma vorrei almeno trovare uno stile personale,riconoscibile,possibilmente in qualche modo innovativo,non banale,accademico.
    Quello che han fatto scrittori come Cèline,Joyce…
    Forse chiedo troppo,questi non son sempre dietro l’angolo,ma nemmeno che la scrittura sia al terzo anno di liceo.
    Insomma,la qualità della scrittura,conta ancora o è solo un optional sacrificabile alla moda ,alle tematiche ruffiane del momento o a cervellottiche e velleitarie pseudoinvenzioni di certa avanguardia?

    Scusate,ma a me questa storia di maggiori e minori tout court sembra una discussione,anche interessante,ma sostanzialmente oziosa.

  48. immondizie riunite il 25 luglio 2010 alle 19:56

    effettivamente larry non avevo mai riflesso che la colpa della situazione italiana potrebbe essere proprio degli scrittori che descrivono quei fatti facendoci credere che le cose stanno in un certo modo. per esempio se prendiamo il precaiarato, magari non esiste o è diverso da come scrivono. infatti io essendo precario non lo considero drammatico ma normale. per esempio non so se prendo i soldi delle ferie non godute invece di pensare al futuro mi compro un paio di scarpe da 450 euro rivelando la mia irresponsabilità. e proprio grazie a questi atti mi rendo conto che il precaiarato non è drammatico come dicono ma è solo un guadagnare poco come gli altri. chiaramente era solo un esempio

  49. johnny doe il 25 luglio 2010 alle 23:02

    @immondizie riunite

    siano benvenuti gli irresponsabili nella palude del piagnisteo e del tambureggiar della ragione,ormai esangue,destinata inevitabilmente alla discarica.
    Troppo tardi.Les jeux sont faits,rien ne va plus.La nave di tanti soli futuri sta affondando.
    Se c’è ancora una possibilità di barare,Il salvagente è comunque per uno.

  50. Alcor il 26 luglio 2010 alle 09:41

    @Baldrati

    sì invece, Benjamin era un lettore di polizieschi, si leggeva tutti i romanzi di Simenon e voleva scrivere un poliziesco a quattro mani con Speyer.

    Detto questo, tuttavia, il posto nel quadro e il trattamento che riservava a Simenon non era lo stesso posto nel quadro e lo stesso trattamento che riservava a Kafka, mentre nel tuo quadro tutto ha lo stesso peso.

    L’uso approssimativo di categorie delicate porta alla confusione.

  51. mauro baldrati il 26 luglio 2010 alle 10:38

    alcor, si stava parlando di Deleuze (e Guattari), non di Benjamin. Io almeno ho parlato in questi termini. Neanche l’ho nominato Benjamin. Ripeto per la terza volta che la mia intenzione è usare (utilizzare) la loro riflessione oggi, con la letteratura di oggi, senza strumentalizzare il loro pensiero. O fai confusione anche tu oppure stai cercando a tutti i costi appigli per confutare qualcosa (o qualcuno) senza sapere bene perché lo fai (perché lo fai?). Scusa, ma tutti questi fraintendimenti voluti o casuali sono strampalati. Prima uno legge alla rovescia un mio articolo e ne parla a mia insaputa altrove, poi mi viene attribuita l’intenzione di fare di D e G dei lettori di noir odierni. Ma chi l’ha scritto? Io parlo di uno stile del noir che mi interessa, (di alcuni noir, uno in particolare, non assolutizzo), e uso una riflessione fatta in passato da altri, ne prendo le linee fondamentali perché secondo me sono riproponibili oggi.

    “Populismo letterario alla Berlusconi.” Alcor, ti fa schifo il noir? E non leggerlo. Lascialo ad altri. In questo ambiente ci sono energie creative, sono infieri, talvolta “depotenziate” dal sistema commerciale, ma esistono, e sono importanti. Non ti interessano? E ignorale. Invece sono sempre più convinto che qui sul web uno cerca degli specchi, delle cosiddette “civette” per scaricare problemi suoi interni che c’entrano solo marginalmente con ciò che si scrive e si legge.

  52. Alcor il 26 luglio 2010 alle 10:43

    l’avevo citato io, Benjamin, e visto che tu mi avevi fuggevolmente citata, l’ho ricitato, ma il concetto non cambia

    io il noir, se è buono, lo leggo, ma non lo confondo con altro

  53. mauro baldrati il 26 luglio 2010 alle 11:06

    Va bene, Alcor, tiri i tuoi piccoli affondi e poi preferisci non ascoltare. Anche per questo tuo talento, subdolo ma raffinato, resto un tuo ammiratore. Buona fortuna a te.

  54. helena il 26 luglio 2010 alle 13:32

    Alcor, secondo me è l’intero “ecosistema” a essere in pericolo, con grave rischio d’estinzione della megattera e di altre speci, ma con allarme anche per il tursiope comune. Vabbé, esco dalla metafora. Quel che vedo sempre più spesso, non sono solo le difficoltà per la letteratura di ricerca (la poesia, la saggistica letteraria, la prosa più sperimentale), ma anche l’emarginazione sempre crescente di tanti autori che si limitano a scrivere libri di qualità più o meno classici.
    Insieme a Giacomo Sartori, per esempio, abbiamo pensato di invitare alla festa di NI Vincenzo Pardini che vive nei paraggi (non avevamo i dannati soldi per i rimborsi). Pardini aveva pubblicato con Mondadori, per finire, dopo vari passaggi, con la piccola (e ora fallita) Pequod e infine da Fandango. Ha vinto un premio Viareggio, pubblicato su Nuovi Argomenti, ma è sempre stato un schivo toscano dall’aria contadina. Insomma, i bellissimi racconti di Pardini, imperniati sulla natura e su animali più personaggi degli umani, li conoscono in pochissimi destinati a diventare sempre meno.
    E casi simili o peggiori a quello di Pardini ce ne sono tanti (tendenza tra l’altro non solo italiana). Scrittori magari di onorata carriera, comunque non esordienti o ggiovani, che faticano sempre di più a trovare un editore, per non parlare di attenzioni sulla stampa. E talvolta – è un impressione, forse sbagliata- questi scrittori sono quasi più esposti di quelli più “di ricerca”, perché non dispongono di una rete di sostenitori che li rendano conosciuti e apprezzati almeno da una nicchia.
    Per questo, appunto, parlavo di pericolo dell’intero ecosistema, esprimendo l’esigenza che si cerchi di salvaguardare i criteri di letterarietà da un lato e di ricerca dall’altro, ricerca (e/o) qualità che può trovarsi anche in libri di genere.
    Sono due cose distinte che – per me- distinte dovrebbero restare. Perché per letteratura passa molto di quanto vi appartiene in misura troppo scarsa. E questo non solo ad opera dell’industria culturale, ma anche grazie a una critica inadeguata, disattenta, o aquiesciente.
    Di entrambe, secondo me, vive l’ecosistema capace di generare buoni libri. E tutelarlo non vuole dire considerare uguali tutte le specie, non significa abdicare a una propria poetica in contrasto con le altre. Vuole soltanto tutelare le condizioni perché possa sopravvivere una simile dialettica.
    @ mauro
    non la vedi davvero la dominazione del noir – scandinavo, nostrano o altro- sul mercato e quel che quel tipo del noir rappresenta oggi? Non pensi che per te che credi in quel che fai, sia importante confrontarti con questo fatto, allo stesso modo in cui, chi scrive romanzi non di genere, è chiamato a fare i conti con il midcult letterario? Che per me sono due facce della stessa medaglia: il thriller e/o giallo dal momento in cui si presenta come “noir” assume connotazioni più letterarie. Non lo leggi più perché ti tenga col fiato sul collo dalla prima o ultima pagina, ma perché ti incuriosisce il setting, ti intriga l’atmosfera, ti affezioni al protagonista, ti interessa il quadro di tematiche sociali, storiche, culturali, politiche che ne costituiscono lo sfondo. Dal altro piccoli geni autistici, lettrici e librai, ragazze con l’orecchino di perla e vari altri romanzi leggeri leggeri, italiani o stranieri, pubblicati anche dalla collane e case editrici più blasonate. Non sono brutti libri, spesso. Ma l’effetto di insieme è quello appunto del nivellamento “midcult” che prolifera a danno di tutto l’altro.

  55. harzie il 26 luglio 2010 alle 13:59

    «Tutto l’altro» è un bellissimo tedeschismo:-)

  56. Alcor il 26 luglio 2010 alle 14:06

    @mauro
    arsenico e vecchi merletti è il mio predicato:–)

    ma invece ascolto, purtroppo in questo periodo ho praticamente solo il tempo di fare qualche piccola incursione qui e non posso intasare come al solito il colonnino, alla prossima.

  57. Alcor il 26 luglio 2010 alle 14:09

    @helena

    sull’ecosistema sono d’accordo.

  58. mauro baldrati il 26 luglio 2010 alle 14:29

    Mia cara Marchesa di Marteuil, l’aspetto.

    Il suo schiavo
    Valmont –

    @Helena,
    le tue domande sono come un bisturi. Ora sono in giro, ma voglio tentare l’avventura delle risposte.

  59. Larry Massino il 26 luglio 2010 alle 16:02

    Ribadisco che il linguaggio letterario è autoregolante, non ha nessun bisogno di falsi pietismi per stabilizzarsi nei suoi livelli alti, i cosichiamati classici. Succederà, speriamo presto, che il mercato rifiuterà il racconto sociologico sciatto, l’esistenzialismo da panchina borghese, l’umorismo di risulta, per andare incontro a altri immaginari romanzeschi. Pardini pazienterà, credo felice almeno alla pari di un mainstream. Quello che non torna è un’altra cosa. Pardini, uno dei tanti esseri minori come Pardini, è probabile continui ad essere minore anche se sciaguratamente dovesse diventare di moda, perché questa è la sua essenza, perché ciò fa parte della sua bellezza. Per ora, però, egli avrebbe diritto ai suoi spazi di libertà minoritaria, che sono spazi di relativa solitudine, che essi non venissero precauzionalmente invasi dai cerchiobottisti mianstream in cerca di lasciapassare, come se nel loro inconscio fossero timorosi di doversi difendere da una futura accusa di collaborazionismo (immagino).

    Io, me, colui che regge la penna all’ombra LM, essi nato in Italia, quando gli editori avevano identità chiare, Einaudi faceva Einaudi, Mondadori faceva Mondadori e Feltrinelli faceva Feltrinelli: le cose andavano identico a ora, si emarginava a man bassa. Però le “ istituzioni culturali “ venivano derise dagli artisti, che si organizzavano in cantine e garage, soprattutto per il teatro, che conosco più da vicino. Cosicché tutto quanto è stato nuovo, nell’arte teatrale, da Carmelo Bene a Luca Ronconi, si è originato in ambiti antistituzionali e di autoproduzione.

    Oggi che è tutto industriale e istituzionale ci vuole solo che chi è fuori, per una ragione o per l’altra, venga lasciato in pace, magari a elaborare donchisciottesche strategie di attacco del sistema da garage e cantine. Vedrete che l’ecosistema resisterà, prima o poi ci sarà ricambio. Non mettetevi paura per noi, non la vogliamo la pietà, e nemmeno la pensione. Lasciateci minorare in pace.

  60. gianni biondillo il 26 luglio 2010 alle 16:34

    1) le tirature medie di un giallo in Italia sono di circa 900 copie. Camilleri, Lucarelli, Carofiglio, Faletti (con tutte le loro diversità) sono l’eccezione non la regola. Se appartengono a una “regola” è quella del “best seller”. Quindi molto più vicino agli Orecchini di Perla o ai Numeri Primi.

    2) Benjamin o Deleuze lettori di noir NON legittimano un bel niente. Se uno scrittore di noir si sentisse legittimato sarebbe un coglione. Se un libro è brutto è brutto. Ciò che fanno (i due filosofi) è raccontarci un modo di vedere il mondo letterario non pregiudiziale. Come vorremmo fosse da parte della classe intellettuale.

    3) Negli ultimi 20 anni c’è stato un aumento del 400% (dato attendibile) di titoli “gialli” in Italia. Sovraproduzione=perdita di qualità generale. Attenzione: generale, non particolare. Chi era bravo resta bravo. Solo che ora c’è molta più fuffa in giro.

    4) Il 95% dei romanzi di genere giallo/noir/action/etc. FA SCHIFO. È illeggibile, carta da caminetto. So quello che dico, ne ricevo ogni giorno. Sono orribili.

    5) Non mi interessa il generale, ora, mi interessa il particolare. Altieri scrive le cose che scrive da un quarto di secolo, da quando qui in Italia era ignominioso solo pensare di scrivere action-thriller (al punto che s’è dovuto “inventare” uno pseudonimo americano). Altieri NON è un autore di Best seller (l’avete mai visto in classifica?), ha un gruppo ristretto di lettori fanatici, spesso diversissimi fra loro. Io e Baldrati (che non ho mai conosciuto di persona, ma solo su NI) abbiamo 2 cose in comune: la passione per Altieri e la passione per Proust.

    6) Sì, Helena, il mercato è subissato di autori scandinavi. Pure il Corriere li allega al quotidiano. Dichiarazione, perciò, non di vitalità ma di curva discendente (un po’ come quello che sta accadendo ai fumetti. Gli Xmen allegati al quotidiano ci raccontano come “canonizzandola” dichiara la fine di un’arte popolare. I ragazzini non leggono più fumetti che vengono invece comprati dai loro genitori). Non se ne può più, siamo saturi. Ciò che di buono poteva dare ormai è abruttito dalla fuffa dilagante. Pure Iperborea ha aperto (con uno snobistico ritardo clamoroso, quando ormai i buoi erano scappati dalla stalla), lei che avrebbe potuto farlo a tempo debito e selezionando per qualità e non quantità, ha aperto, dicevo, una sezione Gialli.

    7) Il giallo italiano è morto quando ha raggiunto la sua massima visibilità mediatica, con Faletti. Ogni possibile lamentela successiva (da parte dei giallisti) è ridicola, ma anche ogni fideistico desiderio di scrivere un giallo per vendere. Non è più necessariamente così. Certo, si continueranno a vendere, i lettori sono pigri, ma, pigramente, stanno cambiando orizzonti: solo 5 anni fa gli scaffali di Fantasy o romantic-vampyr erano VUOTI. Ora tracimano e rubano spazio pure ai gialli.

    8) E’ il mercato, baby. E’ una merda, ma è il mercato. Inquina i pozzi, marmellizza e appiana i lavori di qualità nei generi (qualunque essi siano, compresi quelli “alti”, da “premio letterario”). Ho visto, da dopo il successo di Giordano, almeno 10 romanzi con copertine IDENTICHE a quella dei Numeri Primi. Semplicemente imbarazzante.

    9) Quindi? Quindi il genio fa quello che può. Lo scrittore-scrittore, ha le sue ossessioni e le porterà avanti A PRESCINDERE se quello che scrive è di un genere che oggi “tira” o meno. Quando tutti scriveranno di vampiri o di draghi, o quando tornerà l’onda dell’horror, o della fantascienza, o del precariato, o del romanzo di formazione, o dell’impegno, o del romanzo erotico, o di quel cavolo che vi pare, chi non sa vedere il mondo se non attraverso le sue lenti ossessive e monomaniacali del noir-apocalittico (come fa Altieri) continerà a farlo come ha sempre fatto. Così come Moravia scriveva di sesso da quando era adolescente fino alla morte. Avremo bisogno, perciò, di un Benjamin o di un Deleuze che sapranno trovare quei libri che valgono, disinteressandosi se di successo o meno, se d’avanguardia o popolare, perché sapranno interpretarne le visioni malate, le narrazioni disperate, le pulsioni di morte.

    10) infine, sottoscrivo i commenti di Helena come miei. Non è una guerra fra i generi (ma che significa? Tra l’altro lo stesso paragonare il Camilleri de “Il birraio di Preston” con il Faletti di “Io uccido” è ingiusto), e la guerra non è Ottonieri vs WM. E’ Volo, è Moccia, è Melissa P. che ci devono far paura. E’ un Pardini che non trova gli spazi che merita, è lo stesso (da me amatissimo) Magliani che fatica, etc. La bibliodiversità, la bibliodiversità… (ultimo mio libro letto: “Corpo Stellare” di Fabio Pusterla. Ma se apriamo il capitolo poesia non ne usciamo più…)

    Non mi rileggo.

  61. johnny doe il 26 luglio 2010 alle 16:59

    Alla fine,generi o non generi,come sempre,conta chi sa scrivere e chi no,chi ha un suo stile e chi non l’ha,successo o non successo.

  62. helena janeczek il 26 luglio 2010 alle 18:31

    Certo che quel che è buono resta buono anche se lo leggono in due come allegato email e stampato in casa. Anche se non lo legge NESSUNO. Ma credo sia importante che quel testo possa trovare i suoi lettori, fossero di nuovo quattro gatti, fra i quali anche quelli in grado di spiegare perché vale (i cosidetti critici), perché solo così diventa qualcosa di cui la letteratura stessa possa nutrirsi. Certo che ci sono sempre stati i minori, i marginali e misconosciuti, ma oggi la situazione è diversa: oggi rischia di non essere solo qualcuno che viene considerato strampalato e non frequenta gli ambienti giusti (salotti borghesi o cantine sperimentali non importa). Oggi rischia di andare in vacca così tanto che la autoregolamentazione la vedo male. E non c’è nessuna pietà coccodrillosa verso i poveretti, anzi (malgrado lo smalto sulle unghie).

  63. johnny doe il 26 luglio 2010 alle 18:56

    @helena

    Ma i critici appunto, che fanno? Come le scimmiette,non vedono,non sentono,non parlano?
    Non dovrebbero tirar fuori dalle catacombe qualche prezioso affresco?
    O vanno solo a tours estivi all included?

  64. Larry Massino il 26 luglio 2010 alle 19:07

    @helena la sua caparbietà teutonica è adorabile almeno quanto la sua educazione. L’importante è che abbia capito che la mia è una legittima posizione “ estetica “, non un pregiudizio nei suoi confronti, né di nessun altro. D’altra parte penso che la situazione editoriale vista dall’interno non deve promettere granché. Ma vista dalla mia angolazione di visionario fa intravedere normali e rassicuranti avvicendamenti, pur all’interno di una inesorabile tendenza alla medietà. Come scriveva credo Swift: “ La visione è l’arte di vedere le cose invisibili “.

  65. sergio soda star il 26 luglio 2010 alle 21:08

    parafrasando lacan, il quale sosteneva – e mi dà qualche brivido – che lo psicanalista si autoproclama tale (sia pure nel momento in cui un altro lo invoca – autoproclamandosi così analizzante), dirò che scrittori ci si può solo autoproclamare. io vado oltre: non solo mi autoproclamo scrittore, ma mi preferisco. non avendo cura alcuna del fatto che raramente altrui si autoproclami mio lettore. e così facendo, sono il mio scrittore preferito: autoproclamandomi mio lettore. [chissà se uno si può anche autoproclamare editore?… mo’ ci penso…]

  66. sergio soda star il 26 luglio 2010 alle 21:10

    allora c’ho pensato. si può fare. è quella iniziativa di feltrinelli che fanno la pubblicità su repubblica che tu ti fai il libro da solo. poi lo fai uscire in una libreria e poi te lo vai a comprare.

  67. Mauro Baldrati il 26 luglio 2010 alle 22:02

    E’ arrivato l’intervento pesante (“roba grossa” scriverebbe Altieri) di Gianni Biondillo, con alcuni punti interessanti, altri che sinceramente non so valutare, per esempio che il 95% del noir fa schifo. Oppure che il giallo italiano è morto. Non ho dati, né li avrò mai, per confermare o confutare questa affermazione. Ma, volete ascoltare l’opinione di un vecchio cittadino delle minoranze, che è passato attraverso diversi stadi dell’espressione, dall’underground più estremo all’ultracommerciale e ultramercantile della fotografia? Come dice Gianni, è il mercato, baby, e ci sono poche speranze di far transitare i cittadini delle minoranze come il pluricitato Pardini verso i segmenti “alti”, perché i gusti conformisti del pubblico, forgiati e al contempo forgianti il mercato, non lo permettono. Sarebbe una “riforma”, ma il sistema non è riformabile, solo il contenimento del danno è possibile. Il capitalismo attuale non è riformabile, perché non si fa riformare, piuttosto che perdere i suoi interessi fa esplodere tutto. E i gusti del pubblico non sono una variabile in sé e per sé, dipendono da una serie di fattori, e di lotte, e di volontà di cambiare. E da una serie di minacce, dalla paura del futuro, dal poco tempo a disposizione per leggere e per capire cosa leggere. Quale sia il livello di questi elementi dovrebbe essere analizzato.

    Per cui Helena, certo che li vedo. Vedo i cartelli di dimensione 1:1 davanti ai banchi delle librerie: Eccoli, i nuovi best sellers scandinavi dopo Larsson! Ecco i nuovi horror ultrasanguinari, ecco l’autore di quell’horror che vi è tanto piaciuto, soddisferemo fino in fondo il vostro voyeurismo macabro, compratelo, è garantito! E dopo ne arriveranno altri, i cinesi, i russi, magari scritti da italiani con nomi de plume, perché è noto che qua in Italia siamo esterofili da sempre. Era così anche coi fotografi, per entrare nella fascia alta bisognava essere americani, almeno francesi. Ma insomma, è il mercato, certo che va così. Chi vive all’interno delle minoranze lo sa, non si stupisce. Ma questo è IL NOIR? Questa metacategoria comprende tutto? Anche il libretto di Antonio Paolacci “Salto d’Ottava”? Anche il mio “La città nera?” Anche Manchette e Izzo, o loro sono salvi perché passati tra i classici? Anche il libro di cui parlo qui sopra? Tutto dentro, tutto reazionario e venduto (gli scrittori sono tutti dei venduti, diceva Artaud, perché la letteratura si illude di darsi un fine, uno scopo, invece di “scavare la cacca dell’essere e del suo linguaggio”)?

    Purtroppo temo che sia così. Perché il problema non è solo la strapotere dell’ultimo bestseller scandinavo, è anche il cosiddetto fuoco amico. E’ la generalizzazione, il disinteresse verso la nascita di movimenti che nascono sempre all’estero, in USA e in UK, le new wave transnazionali e transgenerazionali, che poi arrivano qui e ne godiamo i frutti di seconda mano. Così, se io ipotizzo, spero, auspico, la nascita di qualche germe di new wave letteraria che parta ANCHE dal noir, come scrittura materialista, come sobrietà, come approccio antisimbolico e antimetaforico alla vita, perché i simboli mortiferi e le metafore sono di proprietà loro, del potere, del mercato, e delle chiese, vengo sommerso da un coro di gemiti o peggio di letture e giudizi sconclusionati sul NOIR come schifezza in sé da buttare nel cesso (non sto parlando di te, Gianni). Questa chiusura conformista è proprio quello che il mercato gradisce. State tranquilli e soprattutto frustrati nei vostri ghetti, che ai gusti del pubblicaccio pagante ci penso io.

    Ma, Helena, le tue domande sono splendidamente materialiste, e per questo sono difficili e impegnative. Parlo per me, come cittadino delle minoranze soffro, come tutti, della predazione degli spazi dei bestseller, che si prendono anche il mio, ma non mi interessa stracciarmi le vesti ricoprendoli di insulti e giudizi improbabili (sono TOTALMENTE delle schifezze, sono IL NULLA), preferisco vampirizzarli. Stieg Larsson era un narratore coi controfiocchi. Una ipotetica new wave che parta ANCHE dal noir, sobria, materialista, senza estetismi proprio com’era Kafka, deve sapere essere pop, deve imparare la grandeur delle storie ben tracciate, il respiro di Larsson, la costruzione di mondi verosimili, deve sapere raccontare. Perché oggi c’è bisogno di racconto. Da sempre c’è bisogno di racconto. Io ho bisogno di racconto. Negli ambienti delle minoranze, in quei “villaggi” metropolitani di cui si parlava alla fine degli anni Settanta, può nascere una cultura letteraria multietnica, una cultura letteraria zingara, competitiva, di qualità, che dissecchi il sistema maggiore dall’interno, usando la sua stessa lingua. E un ostacolo è costituito dallo scrittore professionista, che invece è costretto a venire a patti a) coi gusti conformisti del pubblico, b)con la rinuncia al rigore verso se stesso, per cui si lascia andare a compiacimenti horror, o sentimentali, al narcisismo, cioè sentimenti bassi, scorie.
    E un altro ostacolo è costituito dal voler imporre il proprio punto di vista agli altri, attraverso la delegittimazione, e l’invidia, non dimentichiamolo, anche se non è mai dichiarata apertamente.

  68. johnny doe il 26 luglio 2010 alle 22:34

    @baldrati

    Ma quanto lei dice è la stessa storia di sempre dell’editoria! Quanti scrittori di valore scoperti dopo la loro morte! Quanti libri validi rifiutati e poi stampati,magari per caso e alcuni diventati se non capolavori,poco ci manca! Quanti han dovuto penare per esser infine riconosciuti! Pensi al povero Joyce.
    E “il materialismo” che lei invoca tanto,non lo ha praticato nei suoi romanzi uno come Cèline?
    L’editore fa il suo mestiere,non si ricorda la moda sudamericana di anni fa? Sull’onda di Cent’anni di solitudine sono arrivati anche diversi mediocri.Sfrutta i filoni come un cineasta.Ciò non ha impedito di stampar anche buoni libri.
    Oggi c’è il noir (a proposito,se le bufale non sono il 95%,come dice Biondillo,saranno l’80%),domani toccherà ai “materialisti” ,per poi magari ritornare ai discorsi di oggi.
    Insomma,le cose oggi saran pure più accentuate,ma a me sembra la storia di sempre.
    E attenti poi a non mitizzare troppo i ghetti.

  69. Mauro Baldrati il 26 luglio 2010 alle 22:48

    Johnny, già detto, già scritto, già accaduto? Ma sa una cosa? Anche questa l’ho già sentita.

    @ Sergio soda star
    te ne sei andato di là senza spiegare perché la new wave è stata un fenomeno unicamente americano. Io e Pierfrancesco siamo rimasti con quest’ansia, non si fa! Per favore, vai di là e spiegaci.

  70. sergio soda star il 26 luglio 2010 alle 23:20

    presto dirò tutta la verità

  71. helena il 27 luglio 2010 alle 12:49

    Molte cose interessanti dette da Mauro. Condivido il richiamo alla curiosità che è una delle condizioni basilari un bibliosistema capace di rigenerarsi. E che nulla, nemmeno il Mercato, è una macchina d’acciaio immodificabile.
    Alcune piccole precisazioni da parte mia. Non c’è l’ho con Larson, con Camilleri, con Giordano, autori che trovo stimabili. (sì, anche Giordano, ma non credo che qui abbia senso aprire una discussione su questo). Capisco che moltissimi lettori li abbiano letti con passione e non penso che siano dei poveretti da guardare dall’alto in basso.
    L’effetto di livellamento verso un midcult uniforme non è imputabile né al singolo scrittore o ai suoi lettori, ma è appunto un fenomeno culturale di quelli complessi.
    E chiaramente, come ho detto sopra, non credo affatto che tutte le scritture sono uguali (di genere o meno).



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