carta st[r]ampa[la]ta n.24 bis

28 luglio 2010
Pubblicato da

di Fabrizio Tonello

Sono al mare con le mie nipotine pesaresi e quando sento strillare “Cacca! Cacca! Pipì! Popò!” penso siano arrivate le cuginette di Fano: due anni è l’età giusta per scoprire le funzioni corporali e giocare a scandalizzare i grandi. Invece è il vicino di ombrellone che legge a voce alta un articolo del Foglio. Nel solleone domenicale qualcuno deve aver trovato divertente un articolo di tale Filippo Timi che inizia: “Porca puttana caco sangue dal culo!” e continua “Tutti facciamo la cacca, tutti. Per quanto una persona sia importante, deve, come me, andare in bagno e cacare: il Papa, Berlusconi, Obama, la Kidman, Raoul Bova, Valentino, Armani…” la lista prosegue e, dopo la battuta finale “Fare la cacca è uno dei rari momenti per stare soli con se stessi” mi precipito sulla passerella che scavalca la ferrovia dietro la spiaggia, guardando se arriva in lontananza l’Intercity Milano-Crotone per buttarmi di sotto. Ha 120 minuti di ritardo e lascio perdere.

La meditazione di Timi (che, per convincere i lettori di avere più di due anni precisava nell’articolo di averne 36) era già uscita su Rolling Stone e non mi era del tutto chiaro perché il Foglio di lunedì 26 avesse deciso di ripubblicarla. Poi il vicino lettore si è messo a sfogliare il Corriere della sera e ho capito: sotto la testatina “Segreti storici” Paolo Rastelli si dilungava sulle emorroidi di Napoleone che avrebbero causato la sconfitta di Waterloo (26 luglio, p. 22). Dal che si deduce che la domenica milanese provoca un generale ritorno all’infanzia e, in mancanza di secchiello e paletta, i giornalisti dei quotidiani si mettono a saltare su e giù dalle scrivanie delle redazioni gridando “Cacca! Cacca! Pipì! Popò!” fino a quando un vicedirettore non li conduce per mano al computer e, porgendo un lecca-lecca, dice: “Scrivi, caro, scrivi”.

Essendo il Corriere un giornale per famiglie, il caporedattore anziano ha lasciato che Rastelli si sbizzarrisse per tre quarti di pagina sulle emorroidi dell’imperatore francese ma poi ha fatto un titolo eufemistico: “Napoleone e il «mal di sella» che lo appiedò a Waterloo”. L’incipit dell’articolo è tambureggiante: “Un attacco di emorroidi e la mancanza di qualche etto di chiodi. Si può perdere una battaglia (anche) per due piccoli guai del genere. E’ capitato a Napoleone, a Waterloo, nel 1815”. Il sottotitolo in rosso non lascia spazio a dubbi: Il dolore gli impedì di cavalcare e il generale non vide la battaglia (che finì in disfatta).

Secondo l’autore del pezzo, “Il Napoleone di Austerlitz, che a cavallo dall’alto del Pratzen guardava l’attacco degli austro-russi e ne programmava la disfatta, è un ricordo lontano. Quello di Waterloo non «vede» la battaglia, né fisicamente né con gli occhi della mente: per tutta la giornata, la sua conduzione tattica appare lenta e non sempre all’altezza della sua fama, la sua presa sulla situazione sembra tutt’altro che salda”.

Infatti, qualsiasi libro su Waterloo (ne esistono intere biblioteche) spiega che Napoleone stabilì il suo quartier generale in cima a una collinetta vicino alla fattoria di Rossomme: “Da lì era possibile sorvegliare col cannocchiale l’intero orizzonte da Hougoumont, a sinistra, fino al bosco detto di Paris, o di Frischermont, e alle alture di Chapelle-St. Lambert, che sbarravano l’orizzonte sulla destra” (Alessandro Barbero, La battaglia, Laterza, p. 74).

Incurante di simili dettagli e concentrato sul ruolo dei dolori di culo nella Storia, Rastelli spiega così il momento decisivo dello scontro: “Quando, verso le 15,30, Ney decide di impiegare contro gli inglesi, che hanno già respinto tutti gli attacchi della fanteria francese, i cinquemila corazzieri della sua cavalleria pesante, l’imperatore piegato dalle emorroidi è lontano nelle retrovie, non lo sa, forse non se ne rende conto e non lo ferma, Perché la mossa di Ney è un’idiozia: la fanteria attaccata dalla cavalleria si chiudeva in quadrato, formazione che, irta di baionette, era praticamente invulnerabile”.

In realtà, Napoleone “vedeva” perfettamente la battaglia per quanto era possibile a un generale dell’epoca. Già alle 13 aveva intravisto le avanguardie prussiane dalla parte di Chapelle-St. Lambert, informazione che era stata poi confermata dalla cattura di un portaordini tedesco. La mossa di Ney delle 15,30 non era quindi “un’idiozia”, come pontificano gli strateghi da spiaggia 195 anni dopo, ma piuttosto un tentativo disperato di sfondare il centro della linea di Wellington prima dell’arrivo dei rinforzi prussiani.

Era una scommessa rischiosa (Ney ebbe vari cavalli uccisi sotto di sé) ma non una prova di incompetenza: a Eylau, nel 1807, era stata precisamente una carica di cavalleria a sfondare lo schieramento russo. Certo, i quadrati di fanteria disposti a scacchiera erano in grado di respingere le cariche, se non si facevano prendere dal panico, ma i corazzieri francesi speravano appunto nel contrario: riuscire a sfondare in due o tre punti, aprendo una falla nella linea di Wellington, una falla che sarebbe poi stata sfruttata dalla fanteria provocando il collasso dello schieramento nemico.

L’articolo del Corriere tira poi in ballo i chiodi che sarebbero serviti per mettere fuori uso i cannoni inglesi: i chiodi non c’erano, “Così non appena la cavalleria si allontana, gli artiglieri inglesi escono dai quadrati e riprendono a sparare. I corazzieri attaccano e riattaccano ma senza concludere niente, se non dissanguarsi”. Davvero? Sentiamo cosa scriveva il vincitore, il duca di Wellington, qualche tempo dopo la battaglia: “Avevo il diritto di aspettarmi che gli ufficiali e gli artiglieri avrebbero fatto la stessa cosa che ho fatto io, cioè rifugiarsi nei quadrati di fanteria fino a quando la cavalleria non fosse stata costretta a sgombrare. Invece non hanno fatto niente del genere: se la sono semplicemente squagliata, portandosi via cassoni, munizioni e tutto; e quando, dopo qualche minuto, la cavalleria francese è stata respinta, e si sarebbe potuto fare buon uso dei cannoni, non c’erano artiglieri per farli funzionare”. Altro che chiodi: l’incredibile disciplina della fanteria inglese e prussiana, l’abilità di Wellington e l’arrivo di 25.000 uomini di von Bülow nel momento decisivo sono le spiegazioni della sconfitta francese a Waterloo.
Sconfitta che fu resa irreparabile anche dagli errori di Napoleone, che non previde il possibile arrivo dei prussiani sul campo di battaglia e non diede al maresciallo Grouchy, che questo arrivo avrebbe dovuto impedire, ordini precisi per bloccare Blücher. Uno sbaglio dovuto alla presunzione: avendo battuto i prussiani a Ligny due giorni prima, l’imperatore pensava che essi si sarebbero ritirati verso Liegi o verso Namur, non che avrebbero ripiegato verso nord per ricongiungersi a Wellington. Per questa ragione Grouchy, al momento decisivo, rimase ad alcuni chilometri di distanza, incerto sul da farsi. Certamente qualche storico della domenica scoprirà, prima della fine dell’estate, che anche Grouchy aveva le emorroidi. Nel frattempo, siamo al mare, pasticciamo con la sabbia, compriamoci un ghiacciolo, “Cacca! Cacca! Pipì! Popò!”.

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8 Responses to carta st[r]ampa[la]ta n.24 bis

  1. Slashtubitch il 28 luglio 2010 alle 15:00

    Tutto bene, a parte il fatto che se ben diretta la coprolalia è da ritenersi a mio avviso un’alta forma di arte.

  2. Carlo Capone il 28 luglio 2010 alle 15:49

    Ma non ebbe problemi alle emorroidi, fu l’ulcera, o la gastrite, e comunque qualche accidente gastrointestinale, a costringerlo a ritirarsi al coperto per un forzato sonnellino. Al risveglio si accorse dell’errore di Ney, che senza aver ricevuto l’ordine e soprattutto non conoscendo il terreno di battaglia, gli aveva distrutto la cavalleria, ma questo non sarebbe bastato a Wellington per salvarsi da una sconfitta che alle 4 del pomeriggio si andava delineando con una certa chiarezza. Gli è che il vero errore fatale fu commesso da Grouchy, che tentennò tutto il giorno se attaccare o meno Blucher.
    Tutto qui.

  3. sergio pasquandrea il 28 luglio 2010 alle 15:49

    ma, giusto per curiosità: rastelli non cita fonti?
    avrà pur ripreso queste informazioni da qualche parte. o si è inventato tutto?

  4. alcibiade il 28 luglio 2010 alle 20:51

    Hai proprio ragione,

    i ritardi di Trenitalia ci salvano la vita e ci danno il tempo di riflettere a fondo.

  5. G. P. il 28 luglio 2010 alle 21:07

    so’ tutti cammerie’ a Napoleo’

  6. cuore di tenebra il 28 luglio 2010 alle 21:40

    Basso impero

  7. Paolo S il 29 luglio 2010 alle 11:43

    Tonello colpisce ancora. La temerarietà con cui si espone alle idiozie stampate per far fare gli anticorpi a noi è davvero encomiabile!

  8. Paolo Rastelli il 23 agosto 2010 alle 21:32

    Sono inciampato solo ora nel suo articolo che demolisce il mio divertissement estivo (perchè tale voleva essere) su Waterloo. Tutte le critiche sono legittime, ci mancherebbe. Però gli articoli andrebbero citati per intero, quando vengono criticati. Prima di tutto, mi sono ben guardato dal dire che Napoleone ha perso a Waterloo perchè aveva le emorroidi e non aveva i chiodi. Ho citato, se ricordo bene, il perfetto schieramento di Wellington, l’arrivo dei prussiami, il grande abbaglio di Grouchy che si era fatto inchiodare verso Wavre da Blucher, ecc ecc. Vero che Napoleone aveva messo il suo posto di comando dove scrive Barbero (bel libro, lo consiglio). Ma è anche vero che per molta parte della battaglia rimase seduto al suo tavolino da campo e, a un certo punto, dovette ritirarsi per fare impacchi di laudano sulla parte infiammata, salvo poi arrabbiarsi con Soult perchè aveva mandato pochi aiutanti di campo a passare all’ala destra l’ordine di bloccare i prussiami a Papelotte. Dopo la rotta del corpo di D’Erlon e le cariche e controcariche delle opposte cavallerie, l’idea di impiegare i corazzieri senza appoggio fu di Ney e Napoleone ebbe in seguito a criticarla aspramente. Nello stesso libro di Barbero, la cosa è spiegata bene: i quadrati di fanteria andavano minacciati con l’artiglieria a cavallo per costringerli ad aprirsi in linea e attaccati dalla cavalleria, e Ney non lo fece. Il pezzo delle memorie di Wellington che lei cita si riferisce solo a una parte dell’artiglieria alleata, se ricordo bene quella di Nassau (dovrei controllare ma son di corsa). Il resto dei cannoni non fu inchiodato e questo è un fatto e continuò a sparare non appena i corazzieri francesi si ritiravano. Il fatto che Napoleone non abbia dimostrato un grande controllo tattico della battaglia è naturalmente un’opinione e come tale è aperta al dibattito. Ma basterebbe il tardivo impiego della Guardia nel momento in cui più che mai erano necessarie forze fresche di fanteria a dimostrarlo, direi. Comunque grazie per l’attenzione. Ora che ha anche la mia mail, se per caso legge ancora qualcosa di mio che non le piace, me lo può dire direttamente.
    Cordiali saluti
    Paolo Rastelli



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