G. M. HOPKINS

30 luglio 2010
Pubblicato da

di Franco Buffoni

G. M. Hopkins (1844-1889) oggi si staglia ai vertici poetici della letteratura inglese del secondo Ottocento, ma occorsero decenni perché il suo genio venisse riconosciuto. Basti pensare che la prima edizione parziale della sua opera – apparsa in 750 copie solo nel 1918 – impiegò dieci anni ad andare esaurita. (E va dato atto a Benedetto Croce di essere stato tra i primi in Europa a riconoscere il valore di Hopkins sulla rivista “Critica” nel 1937). Incrollabile nella fede cristiana, tolemaico nella visione cosmogonica, Hopkins entra a ventiquattro anni nella Compagnia di Gesù, distruggendo quasi tutte le poesie fino ad allora composte e giurando a se stesso – come Gerard – di non più scriverne. Il secondo nome – Manley – era il nome del padre, e Hopkins spesso fece mostra di esserselo scordato, forse per una questione di omofonia con l’aggettivo manly (virile) che non prediligeva per sé. Studente al Balliol di Oxford, teneva un diario in cui elencava anche i peccati commessi, con abbreviazioni (O.H. – Old Habits, vecchie abitudini: “Ho guardato un corista al Magdalen”).
A trentatré anni, ordinato sacerdote, viene mandato a insegnare greco e latino in Irlanda, dove muore nel 1889 per una febbre tifoidea, ancora fermamente convinto che la Terra fosse al centro dell’Universo, che la Chiesa fosse al centro della Terra, che l’Uomo fosse al centro del creato. Nel 1876, come conseguenza dell’emozione provata per l’affondamento della nave Deutschland – con l’annegamento di cinque suore missionarie – Hopkins aveva ripreso a scrivere versi e non avrebbe più smesso sino alla morte, malgrado la frustrazione per il mancato riconoscimento del suo genio poetico troppo in anticipo sui tempi.
Ma perché si parla di “genio” a proposito di Hopkins? Che cosa “inventa” in poesia? Vero e proprio esempio di sublimazione artistica, o se si preferisce di “coming out” poetico, per l’impossibilità – data l’epoca – di compierne uno esistenziale, Hopkins anzitutto anticipa la rivoluzione del senso e dell’immagine, che in lingua inglese apparirà successivamente con Pound e gli Imagisti. Non a caso, certamente, solo dopo la pubblicazione di Ripostes di Pound e della Lecture on Modern Poetry di Hulme, Robert Bridges – che deteneva i suoi inediti – decise di darli alle stampe. Più tecnicamente, Hopkins adotta la misura del cosiddetto sprung rhythm, basato sui ritmi musicali accentati, ricchi di assonanze e alliterazioni, tipici dell’antica poesia anglosassone, e li annega – violentandoli – in una serie vertiginosa di sconvolgimenti semantici e lessicali. Per tradurre sprung rhythm si pensi alla primavera, a ciò che fa saltabeccando di fiore in fiore…
Se cogliamo da Pied Beauty (Bellezza screziata) i primi due versi
GLORY BE TO GOD FOR DAPPLED THINGS
FOR SKIES OF COUPLE-COLOUR AS A BRINDED COW
e li traduciamo letteralmente con “Sia gloria a Dio per le variegate cose / per i cieli d’accoppiati colori come vacca pezzata”, è ovvio che li stronchiamo mortalmente. Ma se guardiamo alla poesia nel suo insieme, se la ammiriamo dall’alto – come Hopkins suggeriva di fare – allora notiamo che quel “pezzata” del primo verso occhieggia allo “screziata” del titolo, suscitando all’occhio e all’orecchio un moto di fuga… Immaginiamoci una lingua ricca di termini monosillabici e bisillabici, la magia di una metrica accentuativa… e gustiamo l’imponenza del suo genio, la grandezza del suo sacrificio, il frutto linguistico delle sue rinunce esistenziali.

Tag: , , , , ,

57 Responses to G. M. HOPKINS

  1. Guido Baldoni il 30 luglio 2010 alle 09:22

    Gloria a Dio per le cose che ha spruzzate:
    I cieli bicolori, pezzati come vacche,
    la striscia roseo-biliottata della
    trota nell’acqua, il tonfar di castagne
    – crollo di tizzi giovani nel fuoco
    e l’ali del fringuello; per le toppe
    dei campi arati e dissodati, e tutti
    i traffici e gli arnesi, e tutto ch’è
    fuor di squadra, difforme, impari e strambo,
    tutto che muta, punto da lentiggini
    (chissà come?) di fretta o di lentezza,
    di dolce o d’aspro, di lucore o buio.
    Quegli le esprime – lode a Lui – ch’è sola
    bellezza non mutabile.

  2. franco buffoni il 30 luglio 2010 alle 10:52

    Bravo Baldoni. Non ho proposto la mia perché è ancora in fieri. Ma così nel thread in modo interlocutorio, gliela sottopongo. Sono proprio le mucche che in qualsiasi modo secondo me non funzionano. Toglierle?

    Bellezza a chiazze

    Sia lode a lui per le cose screziate
    Per i colori del cielo in coppia come una sciarpa del milan
    Per le macchie di rosa a puntini sulla trota che guizza
    Per le castagne sopra ai carboni di brace, per le ali dei passeri
    Per il paesaggio di terra arata recinta e feconda.
    E per gli attrezzi gli arnesi i mestieri gli strumenti umani.
    Per tutte le cose spaiate, bizzarre straniere diverse;
    Per ciò che è in transito e magari è cosparso di brufoli
    Per ciò che è lento e veloce; bruno agrodolce e chiarissimo, per lui
    Che produce bellezza aldilà di ogni trasformazione
    Sia lode a lui.

    franco buffoni

  3. Alcor il 30 luglio 2010 alle 12:16

    ma com’è l’inglese? a macchie o a strisce? forse si potrebbe mantenere l’animale
    “come vacche pezzate”

    scusate se mi intrometto, ma tra tutte queste immagini naturali e campagnole la sciarpa del Milan non mi convince:–)

  4. robugliani il 30 luglio 2010 alle 14:23

    Non sono d’una tristezza infinita i riconoscimenti letterari d’innegabili maestri effettuati post mortem? Forse loro stessi avrebbero preferito l’oblio.
    (Naturalmente non mi riferisco a questo post – bello -, ma alla crudeltà della “gloria” letteraria.
    E poi, pur non conoscendo il testo inglese, non farebbe più gioco la sintetica “immutabile” all’ultimo o penultimo verso del testo?)

  5. franco buffoni il 30 luglio 2010 alle 23:48

    Cara Alcor, si certo la sciarpa del milan è una provocazione, ma ce ne sono anche nei paesi di campagna. La vacca o la mucca non mi stanno bene in italiano proprio come suono: l’ immagine invece funziona bene…
    Robugliani, quanto ha ragione! La gloria letteraria postuma è crudele. Pensi a Keats…

  6. natàlia castaldi il 31 luglio 2010 alle 00:12

    meraviglia.

    *per i colori del cielo, alternati, in un manto pezzato*

  7. orsola puecher il 31 luglio 2010 alle 09:34

    e se cow fosse giovenca*

    *eco un po’ fra D’Annunzio e Saba e pure un pizzico carducciano

    ,\\’

  8. maria(v) il 31 luglio 2010 alle 09:56

    molto bello, avevo già letto questo brano in qualche opera edita di Buffoni, credo, anche se non ricordo esattamente dove…
    io però, confesso di trovare SELVAGGIAMENTE poetici
    ” I CIELI DI MUCCA PEZZATA” e NON li sostituirei con niente al mondo

  9. Alcor il 31 luglio 2010 alle 10:19

    :–)

  10. franco buffoni il 31 luglio 2010 alle 10:36

    Orsola, certo, potrebbe essere la soluzione: ricordo di aver usato quel termine nella traduzione dell’Ode on a Grecian Urn di Keats. Qui però preferirei qualcosa di transitoriamente “esplosivo”: questa sarà per sempre una poesia “moderna”.
    Natalia: traduzione classica, elegante la tua. Hopkins però, secondo me, ha un’altra intonazione qui.
    Maria(v): sì, vero, in parte ho usato la mia introduzione a Hopkins dell’Almanacco di qualche anno fa.

  11. Alcor il 31 luglio 2010 alle 10:43

    magari sono manze, o vitelle, dopotutto Hopkins non ci dice l’età

    anch’io come Maria non ho niente contro le mucche, anche se preferisco le vacche, meno mulino bianco, vedi vacca sacra
    però questa ostilità di Buffoni mi ha incuriosita, In qualche modo la capisco, ho cercato inutilmente [ma solo in rete] per vedere se il bue della mangiatoia è davvero un bue o non magari una vacca nobilitata, perché la parola acca, il suono acca, non disturba nessuno, credo, se indica la h.

  12. Alcor il 31 luglio 2010 alle 10:47

    la vacca sacra / la mucca carolina

  13. natàlia castaldi il 31 luglio 2010 alle 10:47

    @Franco: l’idea della sciarpa infatti mi piaceva… era il “milan” che mi disturbava ;) – ciao.

  14. orsola puecher il 31 luglio 2010 alle 13:22

    eheheheh credo gli ripugnasse, tanto quanto vacca, dire della juventus….

    qui nel borgo centro italico dicono mongana

    certo a vacca&C si attribuisce un certo doppio senso

    alla mucca meno invece

    mucca è pop

    a milano giravano certi tram camuffati da mucche pezzate, viola e bianchi, per pubblicizzare un cioccolato

    ci sono copripiumoni brinded cow insieme a tigrati, zebrati, leopardati

    in un magazzino, sempre vicino al borgo centro italico, sentii una signora chieder alla commessa se non aveva “un pitonàt”

    si dice cielo a pecorelle comunemente

    e poi per un inglese una mucca in cielo è normale

    Hey, diddle diddle

    Hey, diddle diddle, the cat and the fiddle,
    the cow jumped over the moon.
    The little dog laughed to see such sport,
    and the dish ran after the spoon.

    ,\\’

  15. lucia cossu il 31 luglio 2010 alle 17:08

    si potrebbe desiderare che continuate? ritorno silenziosa

  16. lucia cossu il 31 luglio 2010 alle 17:20

    *continuiate

  17. gianni biondillo il 31 luglio 2010 alle 19:02

    Lucia,
    Non ho l’originale fra le mani. Dei primi due versi direi:

    Sia gloria al Dio miscelatore
    ai suoi cieli di cuoio maculato

    (cerco di mantenere una reminiscenza della metrica e dei “cou”, col”, “cow”, originari)

    ;-)

  18. natàlia castaldi il 31 luglio 2010 alle 19:10

    Dio miscelatore…? no, dài.

  19. gianni biondillo il 31 luglio 2010 alle 19:12

    ammetto che sa un po’ di bestemmia ;-)))

  20. natàlia castaldi il 31 luglio 2010 alle 19:14

    non è per la bestemmia, è proprio brutto :)

  21. natàlia castaldi il 31 luglio 2010 alle 20:15

    Volendo azzardare più che una traduzione un’inter-pret-azione del testo, direi che Hopkins qui decanti una lode alla grandezza dell’imperfezione
    Dacché quel drappled sinonimo di spotted conferisce alle cose il senso del puntinato, dell’imperfetto perché “sporcato” da un “neo”, che della disomogeneità faccia l’unicità della sua bellezza, che appare, appunto, “maculata-macchiata” come il manto di una vacca/mucca…
    azzarderei una violenza la primo verso:

    Sia Gloria a Dio per (tutte) le cose imperfette
    Per i colori del cielo maculati come (nel) manto d’una mucca

    Rendendo il gioco “cou”, col”, “cow”, con “col”, “ciel”, “-cul” e proseguendo con “ma-cu”, “ma-n”, “mu-c”, etc etc

    Certo, però, che così della mucca non ci liberiamo … dunque la butto qui e attendo altre soluzioni.

    (Biondillo, mi raccomando non si “puntini”, io scherzo, come vede, mi metto in gioco anche con le mie ***nzate)

  22. maria(v) il 1 agosto 2010 alle 10:49

    orsola, interessante quello che dici, allora a maggior ragione, se i tram e la milka o il fruttolo hanno ingoiato le mucche, i MIEI CIELI scorazzeranno di mucche, e avranno odore di stalla e correremo a cavalcioni e ci rotoleremo nei prati inzuppati, come nei racconti di mio nonno bambino che volava a cavallo dei maialini…- è così che RIVOGLIO i miei cieli (e le mie MUCCHE) ;-)))))))

  23. Alcor il 1 agosto 2010 alle 11:56

    mucca è pop, giusto, sarà per questo che preferisco la vacca, io e il pop non ci siamo mai presi

    neanche la sciarpa del milan è pop, è una provocazione concettuale

  24. orsola puecher il 1 agosto 2010 alle 19:10

    ispirata da questa carta da parati muccata di Andy Warhol:
     


     
    questa:
     

     
    da qui
     
    Copertina

    Ispirata dalla carta da parati con le mucche di Andy Warhol, realizzava un’idea del gruppo che aveva chiesto qualcosa di ordinario ed estremamente semplice, il più lontano possibile dalle immagini dello space rock degli esordi. Famosi per essere un gruppo di rock psichedelico, un’etichetta di cui volevano sbarazzarsi, i Pink Floyd affidarono al grafico Storm Thorgerson della Hipgnosis il compito di confezionare la copertina di Atom Heart Mother. Thorgerson si recò nella campagna a nord di Londra, immortalando alcuni splendidi esemplari bovini: la mucca vincitrice (con tanto di pedigree) era una frisona di nome Lulubelle III appartenente al signor Arthur Chalke (che in seguito proverà invano a chiedere un compenso). “La foto definitiva di una mucca”, era stata definita dallo stesso autore.

    « La copertina faceva una gran figura, in mezzo alle altre dell’epoca che cercavano di attirare l’attenzione in modo provocatorio. La mucca attirava lo sguardo più di quanto potessi sperare: era diversa perché così normale. »

    (Storm Thorgerson)

    Il grafico aveva sottoposto al gruppo altre due idee: un tuffatore su un trampolino e una donna davanti una scalinata (l’idea del tuffatore è stata poi ripresa per Wish You Were Here). I Pink Floyd scelsero la mucca. La scelta risultò essere anche la più economica: costò poco più di 30 sterline. Quando Storm Thorgerson mostrò la copertina a un funzionario della EMI, ricevette questa risposta: “Ma sei matto? Vuoi rovinare questa casa discografica?'”.

    La copertina dell’album non riporta né il titolo né il nome del gruppo, è apribile e mostra sul recto la celebre Lulubelle III e sul verso tre mucche ravvicinate che sovrastano lo spazio sulla destra dell’art-work. L’interno è bucolico: un’immagine in bianco e nero sgranato di una brughiera inglese con animali al pascolo.

    Non esiste alcun collegamento tra la mucca e i brani presenti sul disco anche se recentemente lo stesso Nick Mason ha accennato ad una simbologia classica che vede la mucca come rappresentazione della Madre Terra e quindi un riferimento indiretto alla “madre dal cuore atomico”, con l’assonanza fra le parole “Heart” (“Cuore”) e “Earth” (“Terra”).
     


     
    ,\\’
     

  25. natàlia castaldi il 1 agosto 2010 alle 19:50

    Le merveilleux !!!

  26. gianni biondillo il 1 agosto 2010 alle 22:49

    ma figurati, natàlia.
    Ma a me interessava il secondo verso, che continua a piacermi.
    (col cuoio “rammento” la mucca senza nominarla, e rendo sonoro il verso).

    ciaociao, sono in partenza.

  27. natàlia castaldi il 1 agosto 2010 alle 22:50

    (divertiti e buoni cieli! ciao)

  28. maria(v) il 1 agosto 2010 alle 23:36

    orsola sei magnifica ;-)
    alcor, avrai pure ragione tu riguardo al pop, ma io preferisco mucche e maialini ( a vacche e porci) più per una – azzardo- speciale sintonia con i bambini…credo sia questo per me, sì
    (e infatti anche il cuoio di biondillo è roba troppo adulta qui e mi stona ;-)

  29. andrea barbieri il 2 agosto 2010 alle 12:22

    Pied Beauty

    Glory be to God for dappled things—
    For skies of couple-colour as a brinded cow;
    For rose-moles all in stipple upon trout that swim;
    Fresh-firecoal chestnut-falls; finches’ wings;
    Landscape plotted and pieced—fold, fallow, and plough;
    And all trades, their gear and tackle and trim.

    All things counter, original, spare, strange;
    Whatever is fickle, freckled (who knows how?)
    With swift, slow; sweet, sour; adazzle, dim;
    He fathers-forth whose beauty is past change:
    Praise him.

  30. maria(v) il 2 agosto 2010 alle 15:16

    comunque, adesso, parlando seriamente, perché non sembri che le mie intenzioni fossero mere pagliacciate.
    nonostante la stima che nutro per Buffoni a me quella sua provocazione di togliere le mucche dal testo, col pretesto che non funzionano, proprio non mi scende.
    Premesso che ognuno è libero di amare i propri poeti preferiti, a suo piacimento, anche per me, non è altro che l’amore che nutro per questo poeta e le sue poesie a pungermi col tafano dall’inzio del thread.
    Per me i suoi ” …cieli bicolori di mucca pezzata” sono NECESSARI e NON esornativi e non pura provocazione concettuale o prova di arguzia o di doti calligrafiche, canore e raffinatezze varie. E’ prima che bello, necessario. Non riesco proprio ad immaginare come si possa sostituire o emendare senza commettere violenza… è solo per questo che sono intervenuta.

  31. andrea barbieri il 3 agosto 2010 alle 09:48

    Maria, è una poesia sulla libertà, è la poesia stessa che chiede la trasformazione, la diversità, lo scardinamento. Esaudendo quella visione, in un certo senso si potenzia la poesia.
    Prova a mettere una sciarpa del milan in Meriggiare pallido e assorto…

  32. lucia cossu il 3 agosto 2010 alle 14:08

    leggendovi son d’accordo con maria (v) e insieme capisco e trovo funzioni la soluzione proposta da Buffoni e mi chiedo: non sarebbe interessante per noi lettori in una raccolta trovare entrambe le soluzioni?

  33. maria(v) il 3 agosto 2010 alle 22:35

    @ Andrea Barbieri

    rivendico il mio sacrosanto legittimo diritto a NOn essere assolutamente d’accordo e a montare su tutte le furie se vedo maltrattato il mio oggetto d’amore e con efferata disinvoltura trafugato, espunto, liquidato “perché non funziona”. INfatti: è un fascio di luce, non un fascio di funzioni…

    io non volevo contrapporre, presuntuosamente, una mia traduzione a quella di Buffoni, chiedevo solo rispetto per il testo di un altro poeta che può anche darsi che, come me, della sciarpa del milan, inter, napoli, juve se ne strafregasse alla grande, mentre il verso espunto perché “NON funziona” gli funzionasse eccome, ma di un intero universo…come è per me, al punto che non posso dire…

    ma, d’altra parte, riporterei qui qualche passo della bella pagina critica di A. Inglese, apparsa oggi, che sembra adattarsi perfettamente:

    “D’altra parte, non esiste un destinatario privilegiato dell’opera: ognuno ha il diritto di valutare quanto essa sia capace di parlargli o meno, quanto sappia far risuonare in lui qualcosa di imprevisto e nuovo”

    e però la rabbia di chi come me si vede derubato non di un verso, ma di un intero universo è comprensibile, credo. Dopo di che ognuno traduca come gli aggrada e il mio Hopkins me lo terrò stretto al cuore nella sua lingua e in originale.

  34. natàlia castaldi il 3 agosto 2010 alle 23:26

    è così, Maria. hai ragione.

  35. andrea barbieri il 4 agosto 2010 alle 00:50

    Maria e Natalia, ‘sta benedetta sciarpa del Milan non c’entra niente con la traduzione letterale, è indiscutibilmente una bizzarria.
    D’altra parte questa poesia celebra la bizzarria, la stranezza attribuendole un respiro addirittura divino. E’ un ragionamento che forse non si coglie: ciò che è creato da dio è naturale, quindi ciò che è naturale non è necessariamente ordinato, normato, eccetera; e ciò che non è ordinato, normato, eccetera, può essere bello; e ciò che è bello non può essere destinato all’ombra e alla vergogna, ma è meglio stia sotto gli occhi di tutti, magari ingombrando il cielo come una bandiera.
    Allora se Buffoni vuole tradire il testo forzando qualche espressione, pur di non tradire la visione tanto garbata quanto eversiva di un mondo e persone non formattati, suvvia non sarà certo Hopkins a arrabbiarsi. E volete arrabbiarvi voi?

  36. natàlia castaldi il 4 agosto 2010 alle 02:13

    no, andrea, non mi arrabbio. Hopkins non può dirlo, ma di certo io non mi arrabbio. solo credo che il testo non necessiti di grandi trasformazioni ad effetto, perché, come tu fai notare, il suo effetto e le sue scelte ad effetto le ha già in sé…
    ;) notte.

  37. Il fu GiusCo il 4 agosto 2010 alle 05:04

    Gloria al Padre per quel che ricompone –
    cieli pezzati a manto di vacca
    trote filanti in livrea puntinata
    braci e marroni, ali di frosone
    terra arata fática e stracca;
    e mestieri, arnesi, la vulgata.

    Tutto cio’ che sembra contro, strano, diverso:
    il liscio segnato (come lo faccia?)
    da svelto che quieto, da dolce che amaro,
    da ombra che luce; tutto in Lui terso.
    Adoriamo.

  38. natàlia castaldi il 4 agosto 2010 alle 07:49

    bella.

  39. maria(v) il 4 agosto 2010 alle 08:44

    io invece sì che mi infurio, e anche se non è bello questo, penso che se non m’infuriassi amerei tiepidamente

    invece ho amato quel verso così intensamente da averlo trapiantato pari pari nell’UNICA poesia d’amore che abbia mai scritto, da recitare intatto come UNICA preghiera d’AMORE che conosco…(una poesia che non ho mai reso pubblica e che dopo tutto questo casino probabilmente mai lo farò) e se non m’infuriassi amerei tiepidamente

  40. natàlia castaldi il 4 agosto 2010 alle 08:56

    :) non nutro amore viscerale per Hopkins, quindi il mio tiepidamente ci può stare. ma comprendo. … certo che la tua poesia a questo punto diventa una chicca che spero tu ti decida a svelare.. del resto l’amore non è anche questo?
    ciao Maria, buondì a te.

  41. natàlia castaldi il 4 agosto 2010 alle 09:15

    a proposito di cieli e pecorelle, cavolfiari e pannolini…

    NELL’ ARCA (Do arki)

    Comincia a cadere una pioggia incessante.
    Nell’arca, e dove mai potreste andare:
    voi, poesie per una sola voce,
    slanci privati,
    talenti non indispensabili,
    curiosità superflua,
    afflizioni e paure di modesta portata,
    e tu, voglia di vedere le cose da sei lati.

    I fiumi si ingrossano e straripano.
    Nell’arca: voi, chiaroscuri e semitoni,
    voi, capricci, ornamenti e dettagli,
    stupide eccezioni,
    segni dimenticati,
    innumerevoli varianti del grigio,
    gioco per il gioco,
    e tu, lacrima del riso.

    A perdita d’occhio, acqua e l’orizzonte nella nebbia.
    Nell’arca: piani per il lontano futuro,
    gioia per le differenze,
    ammirazione per i migliori,
    scelta non limitata ad uno dei due,
    scrupoli antiquati,
    tempo per riflettere,
    e tu, fede che tutto ciò
    un giorno potrà ancora servire.

    Per riguardo ai bambini
    che continuiamo a essere,
    le favole sono a lieto fine.
    Anche qui non c’è altro finale che si addica.
    Smetterà di piovere,
    caleranno le onde,
    nel cielo riischiarato
    si apriranno le nuvole
    e saranno di nuovo
    come si addiceva alle nuvole sugli uomini:
    alte e leggere
    nel loro somigliare
    a isole felici,
    pecorelle,
    cavolfiori
    e pannolini
    – che si asciugano al sole.

    (W. Szymborska)

  42. lucia cossu il 4 agosto 2010 alle 10:37

    sarà l’età che non tiepidamente fa amare ma fa cercare anche l’universo diverso e forse traditore (e traditore al punto di uccidere anche) di Buffoni e io non mi priverei anche della sua versione. Poi troverei metodologicamente scorretto dare quella come unica traduzione a un lettore ignaro e magari senza originale, mentre sarei felice di averla in aggiunta.

  43. franco buffoni il 4 agosto 2010 alle 21:57

    Scusate, sono stato fuori due giorni. Vi ringrazio, di cuore. La discussione si è accesa: buon segno. Andrea Barbieri e Lucia Cossu hanno efficacemente detto quanto avrei dovuto dire io. Ma il tema è immenso e prometto di riprenderlo in successivi post. Un abbraccio grande a tutti nel nome di Luciano Erba che è mancato ieri. Franco

  44. orsola puecher il 5 agosto 2010 alle 12:35

    il coraggio di una traduzione si muove, e là ha già spazi vatissimi, tra i paletti delle parole del testo originale, se mucca c’e, mucca sia, che, mi pare, già ha una tessituta molto moderna l’immagine di un cielo di mucca pezzata e una difformità sufficiente.

    un esempio di coraggio fra i paletti delle parole e in

    “The windhover”, sempre di Hopkins, pubblicata qualche tempo fa:

    nei primi versi

    I CAUGHT this morning morning’s minion, king-
    …..dom of daylight’s dauphin, dapple-dawn-drawn Falcon, in his riding
    …..Of the rolling level underneath him steady air,

    dove Ottavio Fatica traduce

    Ho colto stamattina il mattutino, ere-
    …..de dell’aurora, il Falco ai primi albori a screzio tratto
    …..a delfino sull’onda d’aria immobile,

    e dove the dauphin – dal doppio significato di erede del regno e cetaceo – spezza la sua influenza in due versi diversi andando, per ambito e assonanza elettiva, a nuotare anche nell’onda d’aria.

    ,\\’

  45. lucia cossu il 5 agosto 2010 alle 20:20

    “cielo di mucca pezzata e una difformità sufficiente.”, mentre la sciarpa del milan volenti o meno è familiare e tende la trappola del rendersi conto dopo di quello che si è detto e insieme di spostare il senso di difformità che rischierebbe l’esotismo

  46. carmine vitale il 6 agosto 2010 alle 12:43

    i cieli bicolori di mucca pezzata sono NECESSARI
    non per niente il mio nick è doarki
    un caro saluto
    c.

  47. natàlia castaldi il 6 agosto 2010 alle 15:06

    :) lo sapevo Do! ;)*

  48. lucia cossu il 6 agosto 2010 alle 17:17

    cerco di spiegarmi meglio e facendo un esempio musicale forse mi riesce: spesso discuto di Herbert Von Karajan e delle sue interpretazioni, e avendo moltissime incisioni si può avere molto materiale per paragonare la scelta di interpretazione dello stesso pezzo nel tempo. In qualche modo trovo paragonabili traduzione ed esecuzione musicale, hanno lo stesso livello di imperfezione o perfezione, ma noi sappiamo che avendo vero valore solo l’esecuzione dal vivo (e mi spiace per certa musica è assolutamente vero, ma se non conoscete Celibidache al riguardo leggetelo o ne discutiamo in altra sede) siamo anche strutturalmente abituati alla fragilità e grazia di una durata così poco significativamente lunga. Alcuni cercano allora la ripetizione della migliore esecuzione che avevano fatto o alla esecuzione ideale che hanno in testa indipendentemente dal loro mutare e degli strumentisti con i quali collaborano al momento mentre altri cercano sempre e continuano a cercare. Son d’accordo con quasi tutti che da giovane Karajan avesse delle interpretazioni (e qui il registrato è sufficiente a ricordarlo e farlo capire) folgoranti per spesssore e interezza, poi col tempo comincia a scegliere di far vedere solo alcune angolazioni, delle volte una cosa che in partitura è solo lievemente profumata e la rende in modo quasi manierato il tratto che segna completamente quel disco preciso e poi ritrova un’altra piega, anche a costo di divenire lezioso. Io di questi dischi non ne eliminerei nemmeno uno perché avendo avuto già l’interezza è proprio la piega appena percettibile (e che esiste e non inventata da lui) che trovo anche necessaria in aggiunta e solo in aggiunta, e non me ne priverei mai.

  49. Il fu GiusCo il 6 agosto 2010 alle 17:27

    Il gheppio (the Windhover)

    L’ho visto stamattina, questo carissimo
    principe del giorno immerso nella luce
    volare in sospensione, dio in nuce
    lissu’ a spirale in alto, altissimo
    nel suo! Poi giu’, giu’ l’ala che ricuce
    parabole ed arcate in lievissimo
    contrario, cuore mio affannatissimo
    per un uccello – lui, dell’arte il duce.

    Bellezza, valore, coraggio; aria, orgoglio, lignaggio.
    Campione! E quello spirito largo,
    ardente, maestoso. Di te son paggio!

    E’ natura: il solco apre l’embargo
    e brilla, la brace emana il suo raggio
    cadendo e morendo attarda il letargo.

  50. franco buffoni il 6 agosto 2010 alle 23:01

    cara Lucia, grazie! Non potevi portare migliore analogia. Riportando il tutto alla terminologia traduttologica, qui si potrebbe parlare di:
    – traduzioni con funzione sociale / traduzioni con funzione estetica
    – il concetto di ritraduzione in tutte le sue declinazioni
    – il concetto di incontro “poietico” (tra poetica del traduttore e poetica del tradotto)
    – il concetto dello Sprachbewegung (il movimento del linguaggio nel tempo)
    E potrei continuare a lungo.

  51. alcor il 7 agosto 2010 alle 09:00

    @lucia

    non sapevo che Karajan avesse introdotto un gingle nell’ouverture del Flauto magico

  52. lucia cossu il 7 agosto 2010 alle 10:07

    @ Alcor
    basta questo a scandalizzare http://www.youtube.com/watch?v=b8zdChimkjQ, e Gustav Mahler riorchestrò delle cose delle sinfonie di Beethoven, ho sentito di recente un pezzo del clavicembalo ben temperato al basso elettrico e io stessa ho trascritto per voci di donna una delle invenzioni a due voci per pianoforte di Bach. E poi basta molto meno da noi per “tradire” ciò che è scritto, Koopman con Bach lo fa sempre. Dipende se è fatto bene o male.

  53. lucia cossu il 7 agosto 2010 alle 11:02

    e poi Alcor la musica è molto meno esattamente scritta di come appare a non musicisti e per esempio Bruno Walter nel suonare al pianoforte i Wesendonk Lieder di Wagner con Kirsten Flagstad nell’ultimo (Träume) fa la scelta di non far arrivare precisamente insieme alle altre una nota ad inizio battuta anche se nello spartito son scritte verticalmente coincidenti, mentre quando dirige (dato che i colori orchestrali bastano a non far confondere quella nota con le altre contemporanee) le fa suonare come son scritte. Tutta la musica è fatta di scelte non innocenti come questa e il cui risultato è anche profondamente diverso, senza arrivare al Rejoice di Haendel battuto come se fosse in tempo ternario o l’inizio della Passione secondo Matteo di Bach fatto in 4/4 terzinato invece che in 12/8 che sono invece grossolani errori e subito percepiti come tali.

  54. alcor il 7 agosto 2010 alle 11:26

    @ lucia

    tu sai che di musica so quel poco che so, ma se fai un parallelo tra sciarpa del milan (e per esser chiara, uso qui la sciarpa non per aprire una discussione sulla provocazione di Buffoni, ma solo sul parallelo) e la libertà interpretativa di Karajan a me, se voglio mantenerlo, questo parallelo, non può che venire in mente l’inserimento di un gingle nella musica di Mozart o chi per lui.

    Pur essendo una semplice e probabilmente rozza ascoltatrice di musica classica, so cosa vuol dire un’orchestrazione per avere avuto amici compositori che hanno orchestrato [et spiegato alla capra che sono di cosa si tratta] mi pare un’operazione diversa. Gli esempi che fai nei tuoi due commenti qui sopra invece sono più convincenti.

  55. lucia cossu il 7 agosto 2010 alle 11:28

    @Alcor
    ho forse solo spiegato meglio, perché le scelte di Karajan di cui parlavo sopra son paragonabili agli esempi ultimi anche se meno appariscenti

  56. lucia cossu il 7 agosto 2010 alle 11:33

    e poi troverai molti musicisti che non son d’accordo con me, ma per me è fondamentale il coraggio dell’interprete di fare una scelta anche vistosamente sbagliata (e se interprete di razza un barlume di vero lo trovi sempre) e non tiepidamente mediare con esigenze di bon ton fedele in media col gusto del momento. E stai sicura che il buon interprete sa quando davvero esagera ma non volendo vendere come il centro perfetto ha il coraggio di decentrarsi per poi forse ripassare per un centro perfetto

  57. lucia cossu il 11 agosto 2010 alle 18:42

    @alcor
    dici “tu sai che di musica so quel poco che so, ma se fai un parallelo tra sciarpa del milan (e per esser chiara, uso qui la sciarpa non per aprire una discussione sulla provocazione di Buffoni, ma solo sul parallelo) e la libertà interpretativa di Karajan a me, se voglio mantenerlo, questo parallelo, non può che venire in mente l’inserimento di un gingle nella musica di Mozart o chi per lui” e io per cercare di spiegarle la cosa arrivo a delle iperboli rispetto al concetto fondamentale più equilibrato. Forse son ancora troppo naive e non è la prima volta che mi spingi in iperboli poi lontane dal mio vero pensiero.In futuro terrò a freno la mia ossessione pedagogica.



indiani