La “critica universitaria” e l’esplosione. Un invito a partire dal lavoro sulla poesia

30 luglio 2010
Pubblicato da

di Giancarlo Alfano

 Cari amici di Nazione indiana, riprendo qui in forma di lettera alcune considerazioni che ho proposto un paio di mesi fa nel corso del festoso e proficuo incontro del 29 maggio. Lo faccio adesso anche perché si discute in questi giorni in Parlamento il disegno di legge cosiddetto “Gelmini”, che, a mio avviso, umilia profondamente la funzione pubblica dell’insengamento e della ricerca universitaria (limitando di fatto l’accesso all’università pubblica) e perché il dibattito sul mondo universitario mi pare povero, stanco, ripetitivo. Occorre invece tenere alta la guardia su quel che sta succedendo e su quel che ci sembra fondamentale per la formazione intellettuale in Italia.

Durante il dibattitto promosso da Andrea Inglese “Alla ricerca del vocabolario perduto” a me è toccato ragionare sulla “critica universitaria”, nel tentativo di rispondere alla domanda del promotore, e cioè se fosse «possibile individuare un vocabolario condiviso per la critica». Personalmente non sono persuaso che esista una cosa come la “critica universitaria” distinta da altri esercizi critici. Credo invece che si debba capire che cosa fa chi lavora all’interno delle istituzioni accademiche (sia o non sia ricercatore, borsista, dottorando, docente, etc.).

Mi pare si possa sintetizzare questa riflessione stabilendo che il “fare” dello studioso universitario è riconducibile a tre pratiche principali: 1) l’analisi del testo; 2) la storia della letteratura; 3) la teoria della letteratura. Queste tre pratiche riguardano probabilmente anche il “critico militante” e il “critico-poeta” (che erano gli altri poli su cui gravitava la nostra discussione), solo che il “critico universitario” lavora (o dovrebbe lavorare) in vista di una progressiva integrazione dei livelli, così da passare dall’analisi alla teoria, ossia a una proposta generale di “che cos’è la poesia”. A questo proposito facevo, e qui ripropongo, l’esempio dell’ottimo libro di Luca Zuliani (Poesia e versi per musica. L’evoluzione dei metri italiani).

È per questo motivo che il “critico universitario” non sempre esprime giudizi di valore, perché il suo compito non è, in prima istanza, quello di stabilire che cosa è valido e che cosa non lo è; egli è invece chiamato a fornire descrizioni accurate di un certo panorama storico, con l’obiettivo ultimo di contribuire a una definizione dello stesso discorso di cui si occupa.

Capisco che questa mia sintesi possa far insorgere qualcuno, che dirà: ma la funzione della critica è innanzitutto “krinein”, distinguere per scegliere, individuare nel presente ciò che varrà ancora nel futuro (secondo un celebre e condivisibilissimo saggio di Jean Starobinski). Ed è per questo che non so bene se il sintagma “critico universitario” abbia senso. L’Università non è un luogo di trasformazione; è, al contrario, un luogo di conservazione: si trasmette un sapere stabilizzato. Ecco perché non bisogna aspettarsi che l’Università contribuisca in forme rivoluzionarie alla trasformazione della società: essa funziona per conservare la società, per “difenderla”, per riprendere il titolo del seminario di Foucault. L’Università, è bene ricordarcelo, produce discorsi interni al sistema di potere nel quale essa esiste.

Tuttavia, anche l’Università seleziona. Lo fa con i corsi, con le lezioni in aula, con la promozione di certi autori anziché altri autori. Ciò accade sia all’interno di uno stesso ambito cronologico (che so, Pascoli e non Carducci; più, molto più Ungaretti e meno, parecchio meno Saba, o Penna, etc.), sia nella concorrenza tra ambiti cronologici diversi (Poesia del Duecento vs. Trecento minore; Petrarchismo cinquecentesco vs. lirica arcadica). La cosa non è banale, perché si ripercuote sulla competenza passiva dei lettori di poesia. E, se è vero che il “pubblico della poesia” sono solo i poeti, anche sulla loro competenza attiva.

In fin dei conti, è in virtù di una “funzione Contini” che tanti autori notevoli della poesia italiana intorno agli anni ottanta si sono mossi verso la scrittura espressionista. Intendo dire che il discorso universitario sulla tradizione italiana, privilegiando il Duecento – e cioè una fase “pre-bembesca”, se non “a-bembiana”, cioè di libera concorrenza tra soluzioni poetiche alternative –, ha fatto sì che la riflessione e la pratica poetica contemporanea andasse verso il recupero di esperienze minoritarie (Folengo, se non Jacopone) sentite come più attuali. Ma questo “sentire” era probabilmente impastato delle letture fatte da quegli studenti e poeti dentro le aule universitarie. Proviamo come controprova a farci una domanda: che cosa sarebbe successo nella poesia italiana della fine del Novecento se nelle aule universitarie avessero circolato più i Lirici del Cinquecento di Luigi Baldacci che i Poeti dell’età barocca di Spagnoletti e altri?

Stiamo di nuovo a ragionare del canone? Forse, ma non soltanto. Mi pare infatti che il problema sia più ampio, e riguardi il rapporto tra un certo deposito culturale (la tradizione nel suo complesso o il “canone” vincente) e le pratiche che vi si intrattengono. Da questo punto di vista, credo si possa dire che anche l’Università partecipa a quel movimento duplice che Jury Lotman sintetizzò nel dittico La cultura e l’esplosione (cose simili ha di recente proposto Francesco Erspamer).

In questa coppia polare, l’Università sta dalla parte della cultura, non dell’esplosione. E tuttavia, l’Università, poiché è una istituzione, vive al proprio interno una dialettica, tipica di ogni istituzione, tra ripetizione e differenza. In altre parole, proprio perché l’Università ripete, essa deve convocare (petere) nella attualità qualcosa che appartiene al passato: in questo modo sollecita il presente (il nuovo) sulla base del già-esistente. Questo è quel che fa un “critico universitario”. Egli fa, innanzitutto, lezione. Cioè propone nella forma della affermazione, della constatazione asseverativa, un dato e un valore; ma al tempo stesso egli propone di verificare quel dato e quel valore (fa analisi del testo).

Da questo punto di vista, mi pare, siamo nell’ambito di quel che s’intende con la formula della “comunità degli interpretanti”. E se questa va considerata, secondo alcuni, la formula per eccellenza della democrazia, allora la democrazia è prima di tutto l’esperienza della verifica analitica, del controllo delle procedure, dell’inserimento di un insieme testuale dentro le sue coordinate storiche per risalire al suo fondamento linguistico. E però, poiché uno dei principali inganni della democrazia moderna è di lavorare come se fosse possibile partecipare direttamente alle scelte, allora l’esperienza in aula rientra in questa pratica (e in questo inganno): anzi, ne fornisce il paradigma.

Come ogni istituzione destinata alla formazione, e dunque alla trasmissione dei valori (nel nostro caso questi valori sono dei testi: “beni culturali” oppure oggetti immateriali che siano), l’Università mira alla stabilità. Ogni “critica universitaria” vive la propria contraddizione a partire da questa ambiguità, di essere sul crinale tra cultura ed esplosione. La critica alla ideologia universitaria deve partire da qui. ma tenendo conto del fatto che non vi è esplosione quando non vi è cultura: non vi è “nuovo” se non nell’orizzonte del “vecchio”.

Le parole perdute della critica (comunque essa sia aggettivata) sono esattamente da individuare in questo crinale. E per questo torno a invitare tutti gli animatori di questo sito a ragionare intorno alla questione della testualità. È infatti urgente a mio avviso lavorare in maniera congiunta sopra l’emergenza linguistica, che oggi è soprattutto emergenza della difficoltà a costruire e comprendere “testi”, a percepire e realizzare un’organizzazione compaginata, una disposizione sintattica. Il vocabolario perduto va riacquisito confrontandosi con le pratiche discorsive reali. E la poesia è, tra le forme, sovrana, anche nel suo destrutturarsi.

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11 Responses to La “critica universitaria” e l’esplosione. Un invito a partire dal lavoro sulla poesia

  1. andrea inglese il 30 luglio 2010 alle 10:41

    Ringrazio Giancarlo Alfano, e ancora una volta tutti coloro che con passione e generosità hanno contribuito a far diventare l’incontro organizzato da NI a Fosdinovo un’occasione viva di discussione e convivialità.

  2. Luigi B. il 31 luglio 2010 alle 20:22

    Caro Giancarlo,
    ho atteso un paio di gg prima di commentare speranzoso di potermi ricredere ed evitare di esprimermi. Ma mi vedo costretto a far notare che la quantità dei commenti al tuo invito è indicativa della capacità ricettiva del “pubblico” e della loro sensibilità sul tema. E la cosa che più preoccupa è che suppostamente questo blogè frequentato da appassionati/protagonisti della letteratura.
    Voglio sperare che sia Agosto la causa.
    Per quel che può servire, sono d’accordo con te.
    A presto
    Luigi B.

  3. Alcor il 31 luglio 2010 alle 21:03

    ma non è affatto vero, io, e suppongo molti altri, lo abbiamo letto, io con attenzione, soprattutto al côté “esplosione”

  4. G. P. il 31 luglio 2010 alle 21:28

    Io non l’ho letto, ma se è per allungare il thread

  5. andrea inglese il 1 agosto 2010 alle 00:50

    Caro Giancarlo,

    mi sembra che tu abbia fatto un’esercizio importante, seppure spesso trascurato, ossia quello di rendere espliciti quali sono i criteri e gli scopi che governano il contesto all’interno del quale prendiamo la parola, produciamo i nostri enunciati.
    E il nesso che tu delinei tra canoni universitari e poetiche contemporanee mi sembra di grande interesse, e anche questo è un discorso che raramente viene fatto.
    Poi scrivi:
    “La critica alla ideologia universitaria deve partire da qui. ma tenendo conto del fatto che non vi è esplosione quando non vi è cultura: non vi è “nuovo” se non nell’orizzonte del “vecchio”.”
    Punto fondamentale, perché se ha senso quello che tu chiami “critica dell’ideologia universitaria” – e io credo che lo abbia – allora essa non puo’ avvenire in termini puramente accademici, da strapaese, da populismo estetico, da liquidazione della memoria e dell’eredità tramandata dalle istituzioni.

    Quando poi parli, alla fine del tuo intervento, di ragionare sulla questione della testualità, sono d’accordissimo. Anche se proprio in contesti come questo blog non è un discorso facile a farsi. E si rischia sempre di scivolare in un’allegra e intuitiva sociologia della letteratura o del mercato letterario. ci abbiamo anche tentato, con Biagio Cepollaro, nella rivista on line “Per un critica futura”. Ma ci è sembrato di parlare un po’ nel vuoto e al vuoto. Ma mi sembra inevitabile, come fai tu, rilanciare la questione.

  6. Luigi B. il 1 agosto 2010 alle 19:33

    “Le parole perdute della critica (comunque essa sia aggettivata) sono esattamente da individuare in questo crinale. E per questo torno a invitare tutti gli animatori di questo sito a ragionare intorno alla questione della testualità. È infatti urgente a mio avviso lavorare in maniera congiunta sopra l’emergenza linguistica, che oggi è soprattutto emergenza della difficoltà a costruire e comprendere “testi”, a percepire e realizzare un’organizzazione compaginata, una disposizione sintattica. Il vocabolario perduto va riacquisito confrontandosi con le pratiche discorsive reali. E la poesia è, tra le forme, sovrana, anche nel suo destrutturarsi.”

    Tutto quello che c’è prima è un preambolo scritto con la “scusa” per poter pronunciare queste ultime frasi, tra cui compare la parola poesia. Quest’uomo ha coraggio e lo ammiro. Tutti quelli che lo hanno letto non ritenendo opportuno sviluppare una discussione da 180 commenti un po’ meno. Ma mi rendo conto che il signor Alfano – nonostante il cognome – non è esattamente immanuel casto…
    Buona letteratura a tutti gli indiani.

    Luigi B.

    P.S.: se il signor Alfano a piacere, può contattarmi al mio indirizzo email (link nome): avrei piacere di metterlo a conscenza di un progetto che partirà a settembre spero nella direzione da lui indicata.

  7. Luigi B. il 1 agosto 2010 alle 19:34

    ovviamente intendevo dire, nel PS, HA piacere…

    Luigi B.

  8. carmelo il 2 agosto 2010 alle 18:10

    fa molto piacere leggere dei testi che nonostante la complessità e la specialità del tema trattato riescono a mantenere una sufficiente chiarezza ecomprensibilità anche per chi come me, non è accademico nè studioso di letteratura, nè scrittore e nemmeno ha una formazione classica.
    Per chi è insomma un semplice lettore con molta passione e un po’ meno di volontà.
    Vista dal mio punto di vista la situazione è drammatica ed è molto ben evidenziata da una tua frase interlocutoria che fa accapponare la pelle:
    E, se è vero che il “pubblico della poesia” sono solo i poeti ..

    Se è vero, come è vero che il pubblico della poesia sono solo i poeti, allora la poesia è destinata a morire.
    Perchè leggere è più importante che scrivere e un’opera più dirsi compiuta finchè ha un lettore.

    Allora , io penso, che l’interesse, l’obiettivo e il dovere primario di voi critici, accademici e studiosi, sia quello di ricreare un pubblico, di avvicinarlo aiutarlo ed educarlo alla lettura della poesia.

    Tanto più urgente dovreste sentire questo compito Voi, che comunciate anche attraverso la rete e quindi in qualche modo vi rivolgete a un pubblico potenzialmente più vasto non sol odi critici poeti e accademici.

    Il problema non è facile, ma non è nemmeno difficile. Ci vuole molta passione e un po’ di coraggio.

    Mettere da parte le griglie interpretative, i modelli e e il linguaggio specialistico, che certo sono necessari in ogni disciplina (nella fisica come nella sartoria) per lo studio l’analisi, i giudizi e le interpretazioni, ma che sono anche rassicuranti e non espongono .

    Mettere da parte l’immancabile (e forse inevitabile) vezzo di esibire la propria erudizione

    Insomma avere il coraggio e l’immaginazione di parlare al lettore fuori dal canone, con profondità ma senza perdere la leggerezza, creare un percorso di lettura possibile dove il lettore possa avventurarsi e leggere (non sfogliare come dice Biagio Cepollaro su Alfabeta 2) e capire attraverso le differenze e le somiglianze le assonanze e le dissonanze.
    Una critica personale, davvero personale.
    Se è possibile che dei fisici riescano a parlare dell’universo ai lettori comuni, perchè non debbono i poeti o i critici riuscire a parlare di poesia educando i lettori a capire e conoscere l’armonia dei suoni delle parole, gli echi e i significati che quelle parole evocano a riconoscere e sentire il loro peso specifico come dice Biagio Cepollaro:
    il peso specifico delle parole di cui faremo esperienza ad essere, per noi lettori, significativo. Solo che il peso specifico della parola poetica vive, per così dire, nell’interstizio tra la superficie del testo e la sua latenza profonda: tocca a ciò che il lettore ha raggiunto nella sua evoluzione complessiva (emotiva, intellettuale, spirituale) provare ad attualizzare quella latenza e a darle voce.
    http://www.alfabeta2.it/2010/07/29/amleto-dopo-wittgenstein-la-poesia-letta/comment-page-1/#comment-280

    Insomma non riducete le vostre analisi e le vostre riflessioni a Voi stessi e medesimi. E date il vostro contributo affinchè la poesia venga letta dai lettori più che dai critici e dai poeti

  9. viola il 2 agosto 2010 alle 19:28

    gesù

  10. Stefano Jossa il 2 agosto 2010 alle 21:51

    Caro GC,

    bellissimo articolo, che affronta nodi fondamentali, come la funzione politica dell’università e il senso sociale delle pratiche intellettuali.

    Ci sono alcuni punti che non condivido e vorrei proporli al tuo approfondimento.

    Scrivi:

    “L’Università non è un luogo di trasformazione; è, al contrario, un luogo di conservazione: si trasmette un sapere stabilizzato. […] L’Università, è bene ricordarcelo, produce discorsi interni al sistema di potere nel quale essa esiste.”

    Io sono cresciuto con l’idea che la critica avesse la funzione di spostare il punto di vista rispetto a ciò che è già noto. Non la conservazione, ma lo spostamento, costante e progressivo, era il valore dell’università in cui sono cresciuto. Un mito, forse, ma, come tutti i miti, con un suo contenuto di verità. Un’università che riproduce il già noto è puro gestore diprassi politiche e sociali determinate altrove. Fondamentalmente inutile. Basti pensare al mito del riscatto sociale, con cui siamo cresciuti: mito che ha prodotto quasi sempre aggressività, da un lato, e arruolamento, dall’altro. Il riscattato non solo perde la sua identità originaria per assumerne un’altra, il che può non essere un male, ma diventa più realista del re, il nuovo ideologo del vecchio, affiancatore e omologato anziché critico, appunto, cioè capace di continuare a dialogre col vecchio, ma cambandolo continuamente per il solo fatto di ri-dirlo, ri-peterlo, ri-formularlo.

    La funzione di trasmissione è quindi pù importante di quella di conservazione. Il dialogo fra le generazioni è meno importante dello sguardo verso la generazione futura.

    Altro problema: la funzione di mediazione. L’universitario non è un burocrate che agisce dentro a un sistema di potere già dato, ma un tassello critico, disomogeneo a quel potere, perché è sempre in bilico, tra privilegio (di un lavoro molto comodo, ben retribuito e socialmente riconosciuto) e disagio (di un lavoro contraddittorio, raramente influente e più spesso solitario). Per cinquant’anni siamo vissuti nel paradosso che la critica si potesse fare dall’interno del sistema, senza capire che quella critica era solo funzionale al sistema. Però oggi che il sistema di potere entro il quale l’università esiste è cambiato, cioè non si fonda più sul patto cultura idealistica/borghesia capitalistica, ma su una progressiva tecnicizzazione dei ruoli universitari ai fini dell’autonomia del capitale e dei media dai luoghi dell’elaborazione del pensiero critico, l’università dovrebbe raccogliere la sfida, elaborare nuove prassi, istituire nuovi codici: richiesta minima, lo ribadisco da un po’, la laurea in lettere per tutti coloro che lavorano in televisione. Un deontolgia professionale, che consenta di definire, flessibili ma senza sbavature, gli standard del lavoro e i criteri del merito, è l’altra urgente richiesta.

    Infine: l’intellettuale, che per storia e tradizione in Italia è l’universitario in primis, ha una funzione di mediazione, che è diffusione, ma anche elaborazione del sapere. Non può fare, insomma, né solo il ricercatore, come vogliono alcuni, né solo l’insegante, come vogliono altri, magari separando le due figure. Deve essere, necessariamente, l’uno e l’altro insieme, per superare l’inganno della democrazia che “è prima di tutto l’esperienza della verifica analitica, del controllo delle procedure, dell’inserimento di un insieme testuale dentro le sue coordinate storiche per risalire al suo fondamento linguistico”. Fai pratica e scelgono altri. Ti viene detto che sei bravo e il lavoro non ti viene dato.

    La chiarezza delle regole, in uno stato di diritto, viene prima di ogni idealismo delle pratiche (che sono le uniche su cui le regole si fondano e che confermano le regole). Modello di prassi, quindi, sì, ma solo alla condizione di favorire un’analisi che sia anche metodo di un’etica sociale. Tanto più utile, perciò, non solo sulla poesia, nelle ormai inutili facoltà di lettere, ma sul diritto, sui progetti, sulle provette, sui libri contabili, ecc.

    Di qui, ritornare alla formazione, alla funzione delle facoltà di lettere, al rapporto con la scuola… ma il discorso si allarga troppo e non è questa la sede.

  11. […] permetto di presentare le risposte di Alfano, nate da questo thread, in forma di post autonomo. I punti toccati mi sembrano davvero […]



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