Corpo stellare

2 agosto 2010
Pubblicato da

di Fabio Pusterla

LAMENTO DEGLI ANIMALI CONDOTTI AL MACELLO

Guarda: ci portano via. Nella canzone
dei giorni ci stramazzano. E cantiamo
per questa ultima ora: noi cantiamo
la nostra bellezza negata. E siamo vivi.

Vagano spore al vento, ali del cuore
che chiama il sangue a sé, che lo fa scorrere
nei fiumi delle vene, ai venti caldi
dei desideri che ci sono tolti. E siamo vivi.

E sono mari i nostri desideri,
percorriamo foreste di memoria
tra poco incenerite, ed ora splendide.

Cenere i tronchi, i mari in secca. Ma noi vivi,
vivi più vivi della mano che martoria. Chi ci nega
la luce ignora questo: siamo vivi

nella gloria del male che ci è dato,
nel silenzio del colpo che ci è inferto.
Muti, dimenticati.

**

CANI

1.

Il primo cane guaiva tra le tende degli uomini
guardando nell’occhio fisso dei lupi una preistoria selvaggia
inconsapevole. Erano padre, madre,
qualcosa di perduto, foresta, nostalgia,
la lunga epoca muta alle sue spalle.
Quasi nemico, ormai, lacrima persa, libertà
rinunciata per una rischiosa alleanza.

2.

Poi fuggì, tenendo basse le orecchie e la coda,
filando nello spazio insanguinato. Aveva visto
le corde stringere il cranio di Boezio, farlo esplodere,
i bastoni calare sul corpo,
già senza vita forse, dilaniato.

Tutto il sapere non basta se i padroni
decidono disgrazia. Un cane lo sa bene, un uomo no.

3.

Ai piedi della festa e del massacro,
sotto le tavole imbandite e le croci di dolore,
sempre guardando altrove, mesti, forse annusando
l’aria che passa tra i corpi e fugge leggera,
minuscoli cani osservano meditabondi
movimenti che nessuno vedrà mai,
fermi sopra gli affreschi sui muri calcinati
tra gambe nude di umani affaccendati.

4.

L’ultimo kantiano del Reich
era un bastardo chiamato Bobby che abbaiava
ogni mattina fra Hannover e Osnabruck
festoso quando l’appello riportava
alla luce quegli uomini pesti non più umani
ritti di fronte all’alba cinerina
e di nuovo abbaiava la sera fiutando gli spettri
tremuli che tornavano,
i gesti tormentosi degli amici,
odore di pane e fratelli. Poi scacciato
da qualche testa di morto, scomparve per sempre,
ci informa Lévinas, sui terreni ghiacciati del nord,
lasciando forse una traccia di urina sulla neve,
quasi una freccia d’oro verso l’Altro.

5.

Non un re longobardo incarognito
seminatore di ingiustizia. Alboino
era un volpino screziato
uno spirito libero e gentile
sessualmente insaziabile.
Fingeva di stare in un recinto verde
proprio in fondo alla strada,
ma noi lo si sapeva, recitava:
era in grado di uscire
lesto, tranquillamente.
Anche alla fine, cieco,
vagava allegro per le vie,
insidiava cagnette nei villini dei ricchi.

Il mondo era più semplice, modesto,
pareva quasi ci fosse posto per tutti.

6.

Quello che rideva scuotendo le fauci
in un paesino di montagna e si strozzava.
Quello che saltellava senza una gamba
in una pineta francese, mugolando di fatica.
L’occhio umido di un altro,
la sua imbarazzante preghiera di cibo.
Il pastore tedesco infuriato alla catena,
quel gridare frenetico, perso.
La cagna ferita
che trascinava le sue interiora nella polvere.
L’allevato nell’odio e nella guerra,
che cercava le gole.
La bava degli azzuffati, i guinzagli e le fruste.
Quello abbattuto da una fucilata,
sul fondo di un vallone.
I molti di cui non rimane memoria né nome.

Così tristemente simili a noi nella loro afflizione.

**

GALLERIA DELL’EVOLUZIONE*

1

Tozzo, iroso,
accogli chi bussa al cielo dei dispersi.

Hai il corpo di paglia, le piume
di chi è per sempre scomparso, artificiali,
e in fondo all’orbita
l’ultimo lampo di vetro,
un volo affranto.

Tu accogli chi bussa al cielo dei dispersi.

Qui si è sradicato. Qui si è usata violenza.
Per questo fiore reciso
le circostanze hanno deciso una volta per sempre
e tutti hanno riconosciuto le circostanze come legge.

Circostanziatatemente, la colpa
ha cancellato se stessa cancellando
l’oggetto della propria violenza.

Ala mozzata non vale a volare
vita negata non vive e non parla.

Estinzione, arsura. Nessun testimone. Stomaci
affaticati borbottano sazi.

Ala mozzata è legge.

2

Gli ultimi primi nati,
i biancosporchi: vagiti, erano, piume
tiepide, e movimenti ancora incerti, sinuosi.
Erano tremiti e ombre di candele, luci fioche
soffuse: e che dolcezze, nei nidi,
che fiducia. Gli ultimi,
nati al nulla e alla rapina, sciaguattavano
ancora sulle sabbie: erano corpi
pieni, pulsativi. Spezzarli è stato facile,
indolore.

3

La galleria racchiude
la colpa innominabile dei vivi.
Dentro teche
perfettamente ordinate
i cadaveri
continuano a gridare
in un linguaggio incomprensibile, ferino.

4

L’acqua, si pensa all’acqua che non c’è.
Cercare l’acqua, sempre: abbeverarsi
insieme, anche se in sogno. Spalla a spalla,
grugnendo, e sollevare
il muso verso il sole
che riscalda. Siamo quaggiù,
cocciuti dentro un fiume mentre albeggia,
e sopra l’acqua il nostro corpo esala
del fumo, come un canto silenzioso.

5

E dove andranno, che disegno coreografico
li avrà composti nella forma di un viaggio?

Feroce e mansueto, mite e subdolo,
mascella, ala e proboscide in cammino.

Vanno, ormai senza orme, dentro il buio.
Marcia che chiama, tempo che s’inghiotte.

6

D’altri il futuro, d’altri il passato.
nostro soltanto il presente negato.

Nostra la fame, nostra la sete,
nostra la luce ma d’altri la rete;
nostro l’artiglio, nostra la rabbia,
d’altri l’astuzia che chiude la gabbia
Occhi che guardano l’oro del sole,
mani che strozzano queste parole.
Luna trafitta, cielo impiccato,
legno di lacrima, bosco bruciato.

D’altri la scelta, d’altri il progetto,
nostro il pulsare del sangue nel petto.
Nostro l’odore, nostra la corsa,
d’altri la pinza la frusta la morsa.
Nostro il dolore, d’altri il compianto,
nostra la vita che non ha rimpianto.
Luna magnifica, bosco ululato,
cielo di legno, raggio di prato.

D’altri il futuro, d’altri il passato,
nostro soltanto il presente incantato.

7

Questa è un radura, il sorriso
aperto dell’erba tra gli alberi scuri.
Qui splendeva la luna, alzando gli occhi
correvano stelle, pianeti.

Questa è la nostra radura dove ascolti
il ronzio dello spazio che ti lacera. Vibrazione
della materia oscura, dell’eterno
inerte lavorìo del firmamento. Galleria

senza più luce, bolla di silenzio. Quiete
solo percorsa da lontane onde, indecifrabili.

8

Si accasciavano stremati sui passi? Impazzivano?
O camminavano a lungo, solitari
nelle pianure più sterili? Sterili loro stessi, condannati
a regnare sul vuoto? Erano inseguiti?

E i fiori: come morivano i fiori?

9

Sulle rive, scendendo verso l’acqua, con cautela.
Tra le foglie, occhieggiando. Sui rami.
Il guizzo di ogni tendine, il respiro
di tutto. Sulle rive,
scendendo verso l’acqua. Solo questo.

Sulle rive, tra le foglie, sui rami.

**

ZURIGO HB

La volpe tra i binari ha il colore del ferro,
dei sassi brumosi e dei vetri
sparsi sul terrapieno, dei palazzi.
Forse cerca qualcosa,
forse niente, e il muso basso
sfiora piano i detriti, senza piste.
Non ha paura dei treni. È indifferente
a tutti i rumori del traffico. Sembra giunta
a un punto estremo della propria vita,
perduta oltre ogni dove. E qui cammina.

**

CAVERNA D’INFANZIA

Dal fondo delle notti
salgono dei riflessi: ombre più chiare
che nuotano sul vetro,
le canzoni del buio e dell’infanzia, le torpedini:
c’era una tenda, un letto, una casa di scale,
una caverna cupa sospesa non sai dove,
poi vento, voci lontane e rumori di treni,
odore di giungla e di asfalto bagnato,
e l’occhio intento.

Alte sopra gli orrori dell’armadio,
le luci di luna e di stella.

**

DER FLIEGENDE VOGEL

Die Krähe ist
verscholen. Und wir
haben in hir gefunden.

(Scritta anonima nei boschi)

Nell’ombra dei pini deposta da mano infantile,
sotto il vento ora giace, con ali
infine ricomposte. Il suo volo calcinato
planerà nelle schiume del tempo
tra fonde caverne, e le vaste
pianure dell’ade, le voci glaciali; sfiorando
muschi sepolti, ossami, pietre laviche,
toccherà d’una sua piuma nera i capelli di Ettore,
le lacrime dei padri e dei figli, e nel becco di fumo
accoglierà le parole non dette di chi è transitato
per terra e per mare, millenni.
La cornacchia dei boschi, già altrove, traversa le notti,
le spiagge erose, sorvola i campi di battaglia,
colonne di uomini in marcia, rovine;
non ha più corpo né penne, non ha più fame o gioia:
come un occhio sbarrato guizza nel cuore dei sogni,
sopravvive nelle memorie, volteggia inesausta
nel sonno di chi con un gesto innocente le ha dato riposo
e sussurra, non vista,
alfabeti. Nell’alba scompare, e nell’alba
rimane qualcosa di lei, come un segno
sottile, intangibile, un guscio socchiuso,
una luce lunare. E il giorno si annuncia più grande.

**

SCENDENDO NELLA VALLATA

Il fondovalle apparve dalla curva, improvviso
luogo basso, diroccato,
dove macchie di case esistevano incerte,
unite e separate, tra sbuffi di fumo
e strade minime, minacciose. Si annunciava
la fatica dell’attraversamento, il passaggio
da libertà a comune giustizia, sempre ardua,
luce sporca condivisa.

*

Un discorso si apriva come un’ombra. Laggiù
tutto sarebbe stato più difficile,
più vivo e più precario.
Muri d’ossa o parole,
il mistero degli altri. Occhi
rivolti a un’altra vita che ti ignora
e per questo ti libera, forse.

*

Giù verso il basso verso
quello che intorbida e pesa,
che non salva e non apre. Ancora senza
nome, lo straniero ti attende col suo sguardo
limpidamente alieno che rivela
te stesso a te, il tuo limite e la cosa
che davvero desideri e ti muove e non puoi avere.

*

Terrai la tua miseria nella mano
come un piccolo fuoco che rischiara.
E quanti punti di luce nella notte,
quanto possibile bene. Quanti volti
irraggiungibili.

*

Scendere per salire:
insieme agli altri, forse? E quella luce,
quella luce alta che fugge e che ci chiama
saprà aspettarci? Tersa,
si manterrà?

*

Cerchi imperfetti. Legni,
piccole ossa animali, pietre e scarti
o simboli, segnali misteriosi.
Villaggi nella notte, focolari.

Pesante e cieco, il sonno. E la fatica.

*

Nei boschi e sui versanti più scoscesi
qualche traccia. Dissimulato,
un segno di avventura. E i punti dove
è possibile bere. La corteccia di un tronco
che una mano ha intaccato.

*NOTA

Galleria dell’evoluzione: nel parigino Muséé d’Histoire Naturelle, di fronte al Jardin des Plantes, un corridoio separato e quasi oscuro ospita le vetrine dedicate alle specie animali minacciate o estinte. Accoglie i visitatori di questa vasta penombra, come un lugubre maggiordomo, un esemplare di Dodo (Didus ineptus), goffo e tragico.

Poesie da Corpo stellare (Milano: Marcos y Marcos, 2010)

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6 Responses to Corpo stellare

  1. véronique vergé il 3 agosto 2010 alle 14:27

    Lettura strana. Il titolo scomparso del primo canto/ lamento: leggo con occhi umani, siamo vivi, varcando “foreste di memoria”, foreste ancestrale, foreste morte come mari, solo linea del presente sacrificio e del passato della bellezza. “Una bellezza negata”.

    Si stanzia la magia della personnification attribuendo l’umanità persa agli animali di un museo reale, ma immaginario.

    Il paesaggio urbano condivide il mondo con la volpe.

    La volpe, ultimo segno della nostra fama selvatica, si spoglia. Senza meta.
    In questa poesia mi piace il senso di cammino rotto.

  2. Low il 3 agosto 2010 alle 16:13

    ‘Esplosioni’, a proposito di volpe, di Mo Yan. Ho preso ‘mane Corpo stellare, a Modica.

  3. carmine vitale il 3 agosto 2010 alle 17:21

    adoro questa poesia
    il suo correre tra le parole
    il formare immagine miste a lontane malinconie
    pensieri dei non ascoltati
    grazie a Pusterla
    e a Francesca Matteoni per lo splendido post
    un caro saluto
    c.

  4. stalker il 3 agosto 2010 alle 20:53

    splendido canto.
    davvero un piacere leggerti.

  5. gianni montieri il 4 agosto 2010 alle 16:47

    è un libro bellissimo

  6. viola il 4 agosto 2010 alle 19:28

    ben costruite



indiani