Charles Taylor, “Radici dell’io”: una genealogia della modernità (2)

3 agosto 2010
Pubblicato da

[La prima parte di questo articolo si trova qui; questa seconda parte può costituire anche una riflessione sul brano di Bellow e Botsford postato da Massimo Rizzante qui. La questione non è di poco conto: riguarda la non ovvia convivenza di ideali selettivi legati all’opera d’arte e letteraria con ideali propri di una società democratica.]

di Andrea Inglese

L’espressione di sé tra parodia diffusa e sublime elitario

La valorizzazione della svolta espressivista nella modernità ha un ruolo fondamentale nell’argomentazione filosofica di Taylor. Per lui, l’unica possibilità di dare senso al sistema di valori promosso dal liberalismo occidentale, basato sulla difesa di diritti umani universali e sulla giustizia procedurale, consiste nell’esplicitare le premesse antropologiche su cui quel sistema si basa. Queste premesse implicano il riconoscimento di “fonti morali”, ossia di beni nel senso aristotelico del termine, che vanno perseguiti per se stessi. Il rispetto della vita umana e dei diritti fondamentali delle persone non può basarsi su una generica benevolenza verso i miei simili, ma deve fare leva su una concezione dell’integrità della vita umana e dei beni che rappresentano per essa esperienze quali l’autonomia, il possesso, l’espressione di sé. È da individuare qui il contributo filosofico decisivo di Taylor al dibattito contemporaneo sulle questioni morali. Per uscire da un’etica puramente formale, basata sul rispetto della norma e della procedura, bisogna ricollocare la concezione dei diritti universali entro una prospettiva antropologica, che riscopra l’esistenza di quella pluralità di beni in grado di rendere una vita umana integra, degna e piena di senso. Così facendo, però, si è anche trovato il modo di articolare beni collettivi e beni individuali, le richieste della società nei confronti del singolo e quelle del singolo nei confronti della società. Il perseguimento della mia realizzazione personale non appare più in contraddizione con la difesa della dignità per il più grande numero di persone, in quanto entrambi questi valori si sostengono e si sviluppano in modo correlato.

Non è mia intenzione discutere la proposta teorica di Taylor, ma mi è sembrato indispensabile richiamarla seppure in modo sintetico, per mostrare quale ruolo cruciale svolga in essa la concezione espressivistica. Mi interessa, invece, rivelare in quest’ultima alcuni aspetti problematici. In un passo di Radici dell’io, Taylor scrive:

“negli ultimi due secoli si è affermata una distinzione basata sulla potenza espressiva ed evocativa. Si tratta di un insieme di idee e di intuizioni, ancora non sufficientemente comprese, che ci portano ad ammirare artisti e persone creative in genere più di quanto abbia mai fatto qualunque altra civiltà, e che ci inducono a pensare che una vita dedita ad attività creative e artistiche sia sommamente degna.”(1)

Ma questo significa allora che gli ideali espressivisti sono alla portata di tutti? Se l’espressione di sé è una condotta identificata con l’attività artistica e letteraria, non smette per ciò stesso di costituire un modello etico diffuso? Uno dei maggiori interlocutori del pensiero di Taylor in Francia, Vincent Descombes, si è per primo interrogato sulla questione. In un saggio apparso dapprima in lingua inglese nel 1994, e poi ripreso in un volume pubblicato in Francia nel 2007, Descombes riflette sull’idea di una possibile “politica dell’espressivismo”(2).

Per prima cosa, Descombes osserva come Taylor sollevi un problema spinoso: “il posto di un’ideale selettivo in una cultura democratica”(3). Com’è possibile, infatti, diffondere e rendere accessibile a tutti un ideale che è stato sopratutto coltivato dalle élite artistiche e intellettuali? Inoltre, appare evidente, sul piano della storia delle idee, che “l’individualismo della differenza” sia spesso entrato in contrasto con “l’individualismo della libertà”, e che la ricerca di un pieno sviluppo delle proprie caratteristiche singolari si scontri spesso con le preoccupazioni democratiche, che tendono a neutralizzare le particolarità dell’individuo, difendendo statuti di carattere universale, come quello di soggetto autonomo, rivendicabile da qualsiasi persona. L’esaltazione della singolarità, contro l’uguaglianza formale, ha spesso avuto esiti dubbi se non detestabili, come accade con l’esaltazione nicciana dell’eroismo aristocratico. O è sfociata comunque in atteggiamenti conservatori, come nel caso di Baudelaire, poeta della metropoli democratica, ma intollerante nei confronti del gusto popolare e dell’opinione della maggioranza. Nella versione utopica, promossa dal pensiero marxista, l’espressivismo inteso come superamento della divisione del lavoro è riapparso come farsa nella bohème generalizzata di certe correnti culturali post-sessantottine. Ed esso ha il suo compimento grottesco nell’attuale “cultura del narcisismo”.

Insomma, non pare facile mantenere l’ideale dell’espressione di sé entro la sfera di un bene morale, dal momento che esso rischia senza posa di regredire nel più sterile soggettivismo. Taylor è consapevole di tale difficoltà e l’affronta nel capitolo conclusivo del suo libro. Ma i suoi riferimenti permangono i grandi romanzieri e poeti della modernità, Rilke, Proust, Mann, Eliot, Kafka. Ovviamente ci sarebbe una prima distinzione da fare, che Taylor tralascia. Il genere del romanzo e quello della poesia lirica si pongono secondo prospettive diverse nei confronti degli ideali espressivisti. Il romanzo, fedele alle sue caratteristiche di genere, almeno da Rabelais e Cervantes in poi, non ha mai smesso d’intrattenere un rapporto ambiguo nei confronti degli ideali di società. Esso, infatti, da un lato celebra i valori sociali condivisi, ma dall’altro individua stereotipi e chimere, ossia tratta dei rischi che l’uomo corre continuamente di non essere all’altezza dei propri ideali. Il romanzo, insomma, non può a priori rinunciare agli ideali e ai valori, ma nello stesso tempo i suoi caratteri di «genere» gli impongono di mettere alla prova ogni forma di eroismo(4).

Ben diverso, è l’atteggiamento della lirica moderna, che si edifica, per certi versi, a partire dall’ontologia dell’umano elaborata dall’espressivismo. Taylor riconosce che se un ordine cosmico di significati pubblicamente accessibili non è più possibile, non per questo dobbiamo essere condannati ad un atteggiamento puramente distaccato e strumentale, che neutralizza ogni fonte di valore esterna e indipendente rispetto alle mere esigenze dell’io. Taylor, nel solco dell’esperienza lirica della modernità, rivendica invece l’idea che esistano “fonti di moralità esterne al soggetto tramite linguaggi che risuonano dentro di lui”, ossia la possibilità d’individuare “un ordine che è inseparabilmente legato a una visione personale”(6). Ora non è questa l’occasione per analizzare in modo critico e dal versante letterario il rapporto tra espressivismo e generi letterari della modernità. Si tratta senz’altro di un campo d’indagine non ancora sufficientemente esplorato, e da questo punto di vista l’opera di Taylor appare estremamente feconda, seppure non scevra di ambiguità e schematismi.

In conclusione, ciò che ci preme sottolineare è la chiarificazione concettuale proposta da Descombes per metterci in guardia dai rischi di soggettivismo. Una dottrina coerente dell’espressivismo deve presupporre un “potere di autolimitazione”, che va inteso in due sensi.  In primo luogo, se l’opera d’arte nasce da un’esperienza individuale, essa è resa pubblica in un museo, ossia si rivolge a tutti. Ma se tutti possono avere accesso al museo per entrare in contatto con l’opera, non tutti hanno il diritto di esprimersi all’interno del museo. Questo principio impone una limitazione forte: l’espressione non è un diritto di tutti, ma una conquista di pochi. D’altra parte, non esiste un destinatario privilegiato dell’opera: ognuno ha il diritto di valutare quanto essa sia capace di parlargli o meno, quanto sappia far risuonare in lui qualcosa di imprevisto e nuovo.

L’altro aspetto dell’autolimitazione riguarda invece la relazione dello scrittore al proprio pubblico. Perché mai l’espressione della mia vita interiore e singolare dovrebbe implicare il riconoscimento da parte di un lettore? La questione non si risolve, ci dice Descombes, facendo semplicemente riferimento alla nozione d’intersoggettività, ossia al fatto che il lettore, come destinatario, è la condizione necessaria del mio artefatto letterario. (Senza un lettore che legge, l’espressione dell’autore non acquisirebbe quella valenza “universale” cui aspira.) Il lettore è necessario perché, in quanto autore, condivido con lui un soggetto, ossia un tema, un’idea, da elaborare in forma letteraria attraverso l’individualizzazione della mia voce narrativa o poetica. I “soggetti” dell’opera si trovano nel mondo e nella storia, non certo nell’io chiuso in se stesso. Si tratta, semmai, di distinguere tra materia e maniera di un’opera. Scrive Descombes:

“è concepibile rendere soggettiva la ‘maniera’, poiché consiste in una individualizzazione dello stile, ma non si può rendere soggettivo l’argomento o la ‘materia’. Ed è per questo motivo che, persino in un’estetica espressivista, l’opera esige una perdita di soggettività da parte dell’artista: l’artista deve in qualche modo rinunciare ad essere se stesso, nel senso volgare o degradato del soggettivista, per arrivare a creare un’opera che lui stesso possa considerare autentica.”(6)

Descombes ci ricorda così che le fonti dell’ispirazione letteraria ed artistica sono sempre sociali, si danno al di fuori della coscienza individuale, e sono costituite non da “idee inaudite, sensazioni rare, esperienze uniche”, bensì dai materiali propri della vita comune e ordinaria, che si tratta di elaborare in maniera singolare. L’espressione di se stessi, in termini letterari ed artistici, si pone allora agli antipodi della cultura del narcisismo, che vede in ogni manifestazione diretta e immediata della propria singolarità un valore. Il lavoro artistico e letterario a cui l’opera costringe l’autore fornisce semmai l’occasione di un distanziamento e di un superamento della propria individualità immediata.

L’espressione di sé ben intesa, dunque, non può essere la semplice generalizzazione di un bisogno di affermare la propria singolarità. Si tratta invece di un ideale esigente e di un itinerario etico complesso, esposto a fallimenti a volte tragici ma più spesso ridicoli. Sebbene esso non si ponga in conflitto con l’ideale democratico dell’autonomia, non possiede la medesima possibilità di quest’ultimo di essere a tutti accessibile. Ciò nonostante, pur essendo un bene da pochi realizzato, esso manifesta nella forma dell’opera artistica e letteraria un’occasione per tutti di considerare altri beni fondamentali per l’umanità, che non siano quelli della benevolenza e della giustizia. L’opera d’arte o letteraria non ci parlerà forse degli ideali di autonomia, del rispetto dei diritti umani, delle difficoltà di estendere il concetto di cittadinanza, ma risponderà ad altri interrogativi altrettanto importanti per la nostra vita: qual è il senso della mia esistenza singolare nell’ordine delle cose, ossia nella società competitiva e  spietata in cui vivo, nello scorrere impietoso del tempo, nelle esperienze erotiche che caratterizzano i miei rapporti con l’altro o con lo stesso sesso?

°

NOTE



1) Charles Taylor, Radici dell’io. La costruzione dell’identità moderna, op. cit., p. 37.

2) Vincent Descombes, “Y a-t-il une politique de l’expressivisme?”, in Le raisonnement de l’ours, Paris, Seuil, 2007.

3) Ivi, p. 207.

4) Sui rapporti tra espressivismo ed evoluzione del romanzo nella modernità, mi permetto di rimandare al mio L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo, Cassino, Edizioni del Laboratorio di Comparatistica, 2003.

5) Charles Taylor, Radici dell’io. La costruzione dell’identità moderna, op. cit., p. 619.

6) Vincent Descombes, Le raisonnement de l’ours, op. cit., p. 223, traduzione mia.

°

[Questo articolo è apparso nell’ultimo numero della rivista “Allegoria”]

Tag: , , , , , , ,

11 Responses to Charles Taylor, “Radici dell’io”: una genealogia della modernità (2)

  1. Massimo Vaj il 3 agosto 2010 alle 20:18

    Si dovrebbe parlare di un “diritto generale”, se ci si riferisce alla specie umana, perché per universale è da intendersi un diritto che legifera tutto l’universo, e questo non può essere altro che la libertà. La morale è costituita dall’intrusione del sentimentalismo, di origine culturale e non principiale, che ha il vezzo di modificarsi al variare della latitudine, nei principi universali che morali non possono essere senza perdere la caratteristica di universalità. Un principio si dice universale quando genera effetti con un raggio di azione che coinvolge l’universalità di un particolare dominio. Così si deve dire che il principio universale del movimento è quella legge che impone al tutto di vibrare e muoversi non potendo cambiare essa stessa, in quanto causa del movimento. Qualità e quantità, per fare un paio di altri esempi, sono due altri principi universali. L’unico modo per interpretare correttamente la realtà deve procedere dalla conoscenza dei principi universali che legiferano l’universo intero, al basso grado di relatività causato dalla loro prossimità alla centralità del principio primo, immagine riflessa dell’Assoluto, compreso l’uomo che ne è la trasposizione analogica individuale. Ogni sistema di pensiero si limita da sé perché, in quanto sistema, deve escludere tutto ciò che della realtà considerata non rientra in quel sistema. Di norma è proprio l’essenziale che viene escluso, e questo perché il centro ineffabile di ogni realtà, sia questa di un ordine particolare o generale, individuale o collettiva, non è individuabile né a spanne e neppure a millimetri. Persino la scienza con tutta la sua boriosa alterigia è costretta a procedere dall’ineffabile punto geometrico privo di estensione e forma, o dall’istante senza durata. L’estensione sarà così misurata dalla distanza che intercorre tra due punti non estesi, e la retta che si otterrà sarà la base per il piano che darà forma al solido delle nostre illusioni. Stessa cosa deve fare il tempo, attraverso l’istante che, allo stesso modo dell’unità matematica, si moltiplica differenziandosi. Quale senso può avere parlare di arte, di io, di etica e di ipotetiche filosofie che non hanno, come base, l’universalità di principi certi dai quali sviluppare conseguenze altrettanto sicure? Si potrà dare una moltitudine di definizioni riferite all’arte e alle sue funzioni, ma il risultato dipenderà da cosa s’intende per arte e cosa per artista. Oggi si vive un’epoca che squalifica ogni tipo di élite, il concetto di democrazia, addirittura, favorisce la maggioranza quantitativa. Con che faccia si possano far procedere, da simili concezioni distorte dei rapporti tra qualità e quantità, altre ipotesi sull’uomo e il senso della sua esistenza lascio ad altri il compito di valutare.

  2. b.georg il 4 agosto 2010 alle 16:20

    gran bel pezzo, andrea. con una certa aria “mazzoniana”, mi pare.

  3. maurizio il 5 agosto 2010 alle 11:01

    Il bel post, interessante, istruttivo, salubre, mi induce a tacere e forse poggia anche su alcune premesse di quel librone della nonna: “Massa e potere”.
    Ricordate il giovane Canetti terrorizzato dai dimostranti? Lo vedo questa volta sfuggire, sempre nel panico, alla massa dei velleitari, degli artisti, dei docenti. Una moltitudine che ha preso la parola e reclama a gran voce l’accesso ai ruoli, all’esercizio delle arti e alla gestione del finanziamento culturale. Come un sol uomo i disgraziati s’ingolfano nei viali della città e spingono il povero Canetti a rintanarsi in un portone. Tengono una specie di libretto rosso tra le mani… ora corrono avanti, ognuno, alzando il proprio romanzo.
    E’ un fatto di quantità, ma la demografia tace un dettaglio. Quelli che nascono oggi non sono semplicemente dei bambini, non saranno per sempre giovani. Sì, lo saranno inizialmente, ma soprattutto, per decenni indefiniti apparterranno alla categoria dei vecchi. Abbasseranno l’età media per un attimo e poi via via, contribuiranno ad alzarla. Metteremo al mondo dunque un miliardo di vecchi intellettuali, decrepiti come il mondo, ed essi lotteranno per il diritto sacrosanto al loro romanzo.
    Se la statistica funziona, oggi che siamo sei o sette miliardi, avremmo in vita cento Platone e altrettanti Dante e Michelangelo, e perché no, un migliaio di Canetti. L’usurpatore però li ha spinti a rintanarsi, oppure, peggio, lì ha costretti a studiare quel suo romanzo/legione dove si “riscopre l’esistenza di quella pluralità di beni in grado di rendere una vita umana integra, degna e piena di senso”. Il risultato è uguale: che ne ce faremmo comunque di un migliaio di Canetti, fosse pure di quelli buoni?

  4. Stefano Cavotta il 5 agosto 2010 alle 11:48

    Ciao Andrea,
    pezzo interessantissimo che mi ha ridato qualche fiducia nell’uomo in questo fottuto e vacuo agosto.
    Da ammirare sempre e comunque la tua voglia di condividere studi e approfondimenti, nonostante la natura belluina di qualche parassita che, senza proporre alternative dello stesso peso, punta solo a screditare il lavoro altrui. Ma so che sei un combattente…

  5. Stefano Cavotta il 5 agosto 2010 alle 12:28

    @maurizio

    mi sembrava già chiaro dal testo di Inglese che la possibilità di dare voce all’espressione non può essere un risultato raggiungibile per tutti. Pertanto l’attenzione andrebbe posta sull’opera più che sull’autore, perché è dalla condivisione di questa che si trarrebbero i vantaggi migliori per il maggior numero possibile di persone.

  6. Massimo Vaj il 5 agosto 2010 alle 14:55

    L’unica alternativa alla superficialità è costituita dall’intelligenza che individua princìpi dai quali far procedere conseguenze ordinate nella non contraddizione a questi princìpi, e non dev’essere un’intelligenza che ha solo la forza di aspettarsi piatti pronti. La mia è una critica al fatto che in quell’articolo non sono presentate questioni che siano aderenti a princìpi che sottendano la precedenza della qualità sulla quantità, in una eventuale gerarchia di valori. Definirmi “parassita” soltanto perché non è possibile scrivere, almeno in questa sede, un tomo di cinquecento pagine di metafisica, mostra il grado di comprensione di chi, anche se quelle cinquecento pagine potesse leggere… non avrebbe la minima possibilità di capirne una sola riga. Ho sufficientemente spiegato le ragioni del mio criticare la supponenza culturale che non procede da princìpi universali, null’altro era necessario aggiungere. In ogni caso io non ho insultato nessuno. Darmi del parassita indicherebbe che non ho detto null’altro che stupide cose al fine di metterci il mio nome sotto, oppure che chi mi ha dato del parassita non è stato in grado di capire nulla di ciò che ho scritto.

  7. Stefano Cavotta il 5 agosto 2010 alle 15:18

    @Massimo Vaj

    Non ti scaldare giovanotto! Il mio era un riferimento ad alcuni commenti alla prima parte dell’articolo. Punto e basta. Buone Vacanze!

  8. Massimo Vaj il 5 agosto 2010 alle 16:33

    Allora dovevi specificarlo, per evitare fraintendimenti inutili, considerato che ti riferivi alla prima parte di un articolo che non è riportata in questa seconda parte. Grazie per l’irrispettoso “giovanotto”, che avresti dovuto utilizzare al plurale, perché la mia età è data dalla somma di quella di tre giovanotti maggiorenni che tengono in braccio il fratellino di quattro anni. È buona norma, quandi si fanno critiche, dire esattamente chi si sta criticando e perché. Tu hai utilizzato il termine “parassita” credendo che questo ti esentasse dal dovere ineludibile che impone di esporre le ragioni di quel parassitismo.

  9. Stefano Cavotta il 5 agosto 2010 alle 16:58

    @Massimo Vaj

    Scusa, hai perfettamente ragione, mio attempato amico.
    Chiedo venia, sono nuovo alla netiquette.

  10. Massimo Vaj il 5 agosto 2010 alle 18:17

    Venia concessa solo a patto che mi si presenti questa signorina Netiquette, che ha l’aria di darla via facile anche ai vecchi…

  11. Massimo Vaj il 7 agosto 2010 alle 13:59

    Le radici dell’io

    Dove volete che siano le radici dell’io?
    Quale sarà la matrice centrale della realtà che genera le individualità particolari?
    Se l’io è ciò che ci fa sentire identici a noi stessi, e centrali al cambiamento continuo del nostro organismo, quale natura dovrà avere la Centralità universale, sempre identica a se stessa, nonostante il variare incessante delle proprie manifestazioni?
    L’essere è un microcosmo analogo al macrocosmo universale, e l’io di ogni individuo è il riflesso della Centralità universale che tutto permea, così che le radici dell’io sono necessariamente legate al loro principio. Tanto quanto ogni io è diverso da ogni altro, l’affondare le sue radici in Ciò che è uguale per ognuno è l’obbligo dato dall’universalità che si deve riflettere nella molteplicità di ogni sua forma particolare. L’uomo chiama Sé spirituale questa centralità, che non è in opposizione all’io individuale, perché universale non si oppone all’individuale, ma lo comprende avendolo generato.



indiani