Territori d’oltremare

5 agosto 2010
Pubblicato da

di Luca Baldoni

SPUNK CLUB

In questa grotta metropolitana dietro
all’intricata prospettiva di binari in fuga
di King’s Cross la domenica pomeriggio
gli uomini stanno seduti al bar col
cazzo in mano oppure nudi invitanti
sdraiati su un divano –
e io seppur assorto
attendo il turno tra i compagni
accetto il gioco della rete e della fionda
di questa partita che si semina ogni volta.

*** ***

Uscito da Spunk Club ho visto fissarmi
da un autobus fermo ad un incrocio
un uomo conosciuto prima nel locale:
vestito mi ha fatto un’enorme tenerezza
un’impressione quasi gracile e banale
che accennava dietro il vetro
come a dirmi: “Dai, perché non sali?”

*

ARCHWAY HEIGHTS

Sorelle, non c’è pacco di doni da più calde
latitudini che possa aggirare le pragmatiche
evidenze: viviamo presso un ponte
che chiamano dei suicidi, perché
svetta arcuato venti metri sopra
un perenne fiume grigio
di macchine accodate.

Ieri mattina siamo usciti presto, e per
la strada annunci fosforescenti della polizia
chiedevano testimonianze di cittadini
per identificare gli assassini di una donna
accoltellata il giorno prima in piena luce.

La casa accanto alla nostra era già bruciata
prima che arrivassimo, qualcuno è rimasto
ad abitarla – c’è scritto Archway Heights
sopra l’entrata dissestata, e ancora
ci arrivano le lettere.

In tutto questo sulla finestra della cucina
curiamo una piantina di basilico stentato.
Stiamo saldi in una lontananza condivisa.

*

DIRITTI

1)

Questa sera sono andato al circolo di cultura
omosessuale Mario Mieli per assistere alla
presentazione di un libro-inchiesta, in tutto
dieci racconti riscritti da vite

vissute accompagnati e accompagnanti,
coppie di uomini o di donne che già nella realtà
praticano la giustezza imperfetta di quello che
in genere chiamiamo amore, ciò che altri
intimano per astrazione quale sordo pregiudizio
del creato: Matrimoni dice il
titolo –

tra le due vecchiette che
stanno insieme dal tempo della guerra
e per la prima volta scendono per strada mano
nella mano in occasione di un Gay Pride,
o due ragazzi giovanissimi che sul serio
e con strepito si sono, è il caso di
dirlo, maritati una sera lungo il fiume
festeggiati da amici e genitori,
o tra una donna straziata e la sua
compagna che le sputa addosso e arriva
a detestarla, perché ha una malattia
che la impazzisce –

per la legge tutti profili
di cittadini fuorilegge, stranamori
che si consegnano in una normale
e non troppo fredda sera di dicembre
come sacrosanto (as)saggio a lungo atteso
di un’epopea sommersa e appariscente,
arcobalenata di strappi non voluti e
ritornanti, di adeguate ricuciture
a normalità vissuta,
con molto di più e anche
tutto quello che riuscite
a immaginarvi

sprazzo che si afferma in testimonianza
come dono raro resistente e inaspettato
calato su assenti astanti e preveggenti.

2)

È una complessa discussione.
C’è commozione, e appaiono alzate in su tutte
le vite che occhieggiano dal pubblico.

Ci si ricorda che non abbiamo sempre corso
dietro a istituzionalizzate conversioni,
che siamo nati rivoluzionari, liminali,
diversi nello spirito e nella carne,
che tutto questo, per alcuni, rimane
un crinale dirimente su cui ci giochiamo
l’esistenza di una scienza gaia
e irriverente, del nostro audace
avanguardismo di ventura, delle nostre
forme di relazione scomposte e articolate…

E se questo ancora brucia e spinge a una
più complessa elaborazione che non sia l’equanime
affidarsi a una morale allucinante, certo
anche per noi sono cambiati

i tempi, già trent’anni di storia
allo scoperto, sono un briciolo e sono
un vortice, oggi ognuno si regola in fondo più
a piacere, non campa per una bandiera il che
non vuol dire che sia una banderuola storna,
un po’ meno ideologia, una maggiore
scafatezza – ma siate in ogni caso sicuri
tutti che questo sovrapporsi del consolidato
con gli albori sfranti non vuol dire che
non sappiano più fiutare dove si trova
il ratto,

e infatti per finire nessuno
del pubblico ha dubbi che forse non si chiamerà
matrimonio, ma sarà più importante
della parola nuda:

la scelta che non si può alienare,
che solo a noi compete
e non al prete.

3)

Tornato a casa prendo il telefono e ti
racconto di libro e discussione.

In questo periodo basta nominarti l’argomento
che tu, nella tua estrema gioventù, voli.
Quasi me lo urli che
mi vuoi sposare, sposiamoci,
sposiamoci, dai ti voglio sposare! è la
litania delle tue parole chiare, della tua
risata argentina, maritiamoci, maritiamoci

magari d’estate al tramonto sulle dune…

E credimi
amore non è che non ci abbia anch’io
pensato da quando hai trafitto ciò che
mi chiude intorno col tuo candore immondo –
ci penso

penso
alle nostre scelte, al peregrinare contemporaneo
di scenari da epoche diverse infrante tutte
in una maculata modernità: Italia o Gran Bretagna
o altrove non è solo una scelta d’occasione
una questione di sole, mangiare o professione,
ma anche a questo punto di matrimoni ed adozioni,
di una nuova scarica del tempo a cui si può
partecipare ma che qui pare annaspata
tra le anse morbide del Tevere, che pure
cova corpi e voci che non puoi sperare
sulle rive del Tamigi…

Vedi, la stratificata anima dell’assemblea
c’è anche in me. A me da buon
rivoluzionario questo Matrimonio un po’
mi puzza: la smania della carta,
della consacrazione, dell’applauso di cani
e di padroni, insomma è questo quello per
cui ci eravamo mossi (mi chiedo), e sento
un’anima che dentro di me ancora rugge

sapendo però allo stesso tempo che non c’è
non ci può essere dubbio sul valore della
disfida in atto, perché un giorno sia pacifico
e legittimo che quello che è mio
è anche tuo, che nella malattia non venga
scacciato dal tuo letto, che tu
non sia esposto a possibili rovesci
di sventura. Amandoti ti voglio
proteggere più di quanto
da solo possa fare.

Per questo sono pronto
a lottare.

*

VIOLENZE

Forse ho l’energia dei buchi neri
è proprio questa la definizione più
calzante: apritevi cieli
e spianatevi orizzonti

inghiotto tutto
in un buio di rancore.

*

ULTIMA DOMANDA

Chiedo a me stesso solo questo:

non dover essere più Sfinge
ai miei riguardi, non più morire
per ripormi ogni volta la domanda,

essere un’immagine sull’acqua.

*

L’APPRENDISTA STREGATO I: INVOCAZIONE

Siamo oltre il finire di stagione.

Si spacca la figura come un frutto, come un costato inferto nella carne non più salda. Non trattiene il succo, che va a aggiungersi ad una rapina cosmica e beffarda. Io mi guardo, senza remissione. Che altro c’è da aggiungere, da sottomettere all’esame? Non sono forse sempre stato idiota?

Ho voluto portare un dorato cappellaccio. Che potenza di stupore sotto la sua ombra! Così è iniziato il passo a cui con ragionevole speranza mi ero destinato. Ho rischiato e incassato – ma poi iniziarono a sfuggirmi le carte dalla mano. C’erano inattesi, formidabili avversari. Nuove costellazioni, e incanti mai trascorsi. Così da altissimi sogni di conquista sono crollato come un folle, sbracciandomi nel vuoto. E chi accorreva! chi accorreva dalla pianura a scansare lo spettacolo!

Ormai sono trascorse le nuvole nel cielo, le onde bambine sulla spiaggia. Si è nascosto il vento dentro al mare. Vedete dunque: non si resta o si cade se non dentro questa traccia.

A voi le palme piene-e-vuote tendo.

*

L’APPRENDISTA STREGATO III: LA SCHIUMA E IL GORGO

Come è stato, quanto è costato questo benedetto apprendistato?

Ho appreso le poco seducenti tecniche della rassegnazione. Disonestamente e con perizia ho praticato le mie arti. Ma ho voluto scialare – una natura che adorava lo spreco in barba alle formiche, alla follacce.

Queste punitive lezioni – tempo di pietra rigettata contro il corpo – che non portano luce ma cordoglio. Quando cesseranno? Quando finirà l’addestramento? Ci penso con sgomento; al rinvangare nella memoria per fermare il mostro, a una ferma disciplina disamorata nella scoperta di un’enigma svolto.

Ma poi si sa: la schiuma ricade sempre dentro al gorgo.

*

L’APPRENDISTA STREGATO VI: COSÌ L’UMANO

Mi ha sfiorato l’ala della colomba. Ho staccato un ramoscello d’olivo, l’ho masticato lentamente per assimilarne la sostanza. Dov’è la misericordia, se non in questo verde divino così poco appariscente, smorzato verso l’umiltà, la modestia, la riconoscenza? In quel volo c’era anche il tuo respiro, ne ho sentito l’argentato tintinnare. Impazzisco al ricordarti pure se ti odio perché non mi hai riconosciuto. Disdetta che macero in un impasto di verde e di saliva per farmi dis/umano, refrattario alle miserande perturbanze che mi invadono.

Così l’umano.

*

CAMERETTA CON VISTA

Abito al primo piano di una casa stretta
nel centro di Firenze con due finestre che
danno sull’antica via animata di negozi
passanti traffico e locali – e stando al
davanzale a fumare una sigaretta così
come si suole mi godo questa prospettiva
aerea sulle persone che mi trovo ad osservare
in particolare quelle che passano proprio davanti
al mio portone scorte dall’alto scorciate
quasi perpendicolarmente così che il viso scompare
sotto la corona dei capelli, il busto rientra e solo con
le spalle sporge un poco dai due lati, le gambe
si schiacciano a soffietto
mentre i piedi si stampano
con la nettezza di orme sull’asfalto.

Secondo le ore della giornata è fitto o scema il
movimento, ma tra le svirgolate del fumo e i miei
pensieri feriscono lo sguardo geometrie fisiche
sempre nuove e commuoventi.

Così guardando abitualmente il via vai dalla finestra
sento come impercettibile passi il mondo
in questo moto allegro e senza fondo
giorno dopo giorno.

Testi tratti da: Territori d’oltremare (Firenze: Edizioni della Meridiana, 2008)

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14 Responses to Territori d’oltremare

  1. Marco Simonelli il 5 agosto 2010 alle 20:38

    Per chi leggesse per la prima volta Luca Baldoni vorrei suggerire di fruire della suite DIRITTI fonetizzandola ad alta voce, piuttosto speditamente ed intuitivamente. La si apprezza di più.

  2. Massimo Vaj il 5 agosto 2010 alle 20:48

    Penso sia un talento sprecato quello che mostra arte senza che questa si dia una finalità diversa dal piangersi sulle suole.

  3. natàlia castaldi il 5 agosto 2010 alle 22:24

    narra, racconta crudamente il vero e lo fa splendidamente.
    [la pianta di basilico sul davanzale è proprio decameroniana.]
    bravo. approfondirò.

  4. Luciano Mazziotta il 5 agosto 2010 alle 22:43

    Guarda un pò! Avevo letto velocemente le poesie ed avevo notato delle affinità con il Simonelli. E poi il Simonelli stesso mi commenta per primo il post…ne deduco che non era dunque solo una mia intuizione. Le poesie non le conoscevo prima. Mi sembrano veramente “contemporanee”, colgono il mondo – con una sottila patina di ironia – e lo manifestano, con la maestria del verso. Da rileggere.

  5. fabio casadei turroni il 6 agosto 2010 alle 10:58

    grande Luca Baldoni!

  6. Sivi Bianchi il 6 agosto 2010 alle 12:57

    Caro amico mio, sempre ti penso col cuore e ti leggo con grande entusiasmo, mi piace come pensi e i tumulti che racconti e ancora mi tornano alla memoria i tempi trascorsi e vissuti, Firenze, Dublino, Brx, Londra, i nostri 25 e spiccioli anni … e solo io ti custodisco in me, un sigillo. Ciao! Sivi

  7. Eleonora Pinzuti il 6 agosto 2010 alle 15:23

    Luca Baldoni scrive una poesia colta, dotta, ricca di intertestualità, sapiente (si noti per esempio il “rugge” foscoliano, qualche cauda penniana…). Eppure raramente si leggono testi più sorgivi, dove l’esserci politico (della “minoranza”, della “differenza”, dell'”amore im-previsto” derridianamente dell’altro) diviene discorso pre-grammaticale che si fa prassi testuale e dove l’interrogazione sul circostante sfugge ai facili metricismi tattici o all’iperconsunto immaginario (post/ultra)consumistico attuale (magari recitato ad ipotesto). In Luca (preferisco chiamarlo per nome) c’è il racconto, una narrazione fatta di contenuti, di polis e di politica, di testi e sottotesti, di immagini e di perimetri mossi sul crinale del segno. Lo “stigma” di questi versi è la conoscenza della tradizione [vetero ]poetica, rinnovata, masticata e trasformata nell’attualissimo de-scrivere un certo vagare morale e linguistico, mai separato dalla carne, stretto, direi, alla stessa carne.

  8. Massimo Vaj il 6 agosto 2010 alle 16:04

    È proprio quello stringersi alla carne che definisco un “piangersi sulle suole”. La Tradizione, quella con la T diversa dalle sagre popolari di paese, è quella metafisica della consapevolezza spirituale, non l’altra del sincretismo culturale dotto.

  9. Mariella Bettarini il 6 agosto 2010 alle 16:57

    Grazie, carissimo Luca, per questi tuoi meravigliosi testi poetici, che – come dice bene Eleonora – hanno un “certo vagare morale e linguistico, mai separato dalla carne”. Che hanno insieme forza e tenerezza, coraggio e “pudore”: la forza, la tenerezza, il coraggio, il pudore di una verità, che è insieme propria e comunitaria, individua e collettiva. Tutto questo rivelato attraverso il mezzo (che è anche un “fine”) della poesia.
    Grazie per tutto questo, e un affettuoso augurio e saluto

  10. Vincenzo Errico il 6 agosto 2010 alle 17:46

    Leggere questi Territori è stato come scendere in un’inaspettata grande grotta che però apre su un mare ampio. Conoscevo i versi Diritti anche per averli pubblicati qualche anno fa su Aut del Circolo Mario Mieli (curo la rubrica di poesia sul magazine) e rileggerli insieme ad altri per me nuovi è stata una ri-scoperta. La tua scrittura ha un ritmo cadenzato che sostiene un racconto duro e puro e questo me la fa piacere molto.
    Complimenti.
    Vincenzo

  11. gianni montieri il 9 agosto 2010 alle 20:35

    luca baldoni è ancora bravo. ottimo

  12. Arnold de Vos il 10 agosto 2010 alle 11:17

    Caro Luca,
    il tuo matrimonio con la poesia
    andrà contro il sordo pregiudizio
    di altre creature, dotati di più ‘diritti’
    fruiti alla meno peggio. Per superarlo
    essere bravi non basta, essere seducenti
    aiuta: fa’ cadere in tentazione
    la loro resistenza con i mezzi che ti sono stati dati,
    lo strumento della voce e l’intelligenza che hai.

    Un astante preveggente che si firma
    Arnold de Vos

  13. Arnold de Vos il 10 agosto 2010 alle 14:02

    ERRATUM CORRIGE:

    Caro Luca,
    il tuo matrimonio con la poesia
    andrà contro il sordo pregiudizio
    di altre creature, dotate di più ‘diritti’
    fruiti alla meno peggio. Per superarlo
    essere bravi non basta, essere seducenti
    aiuta: fa’ cadere in tentazione
    la loro resistenza con i mezzi che ti sono stati dati,
    lo strumento della voce e l’intelligenza che hai.

    Un astante preveggente che si firma
    Arnold de Vos

  14. Made in Caina il 13 agosto 2010 alle 04:01

    cazzate, in italia gli unici poeti sono Donne.



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