I bambini dei romanzi italiani

18 agosto 2010
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Se dio vuole noi romanzieri italiani non viviamo in uno di quei paesi noiosoni in cui non succede mai niente, quegli stati laconici e disciplinati dove il governo rubacchia con puntigliosa discrezione, la gente lavora pedissequa, i calciatori calciano, le mucche sonnecchiano, i treni sfrecciano in orario, senza mai rompersi e senza mai esplodere, la malavita è ancora tutta disorganizzata. Per fortuna da noi al governo ci vanno dei veri delinquenti, e intendono orgogliosamente continuare ad esserlo, si alleano con la fazione dei razzisti e con la mafia, si fanno pubblicamente le ragazzine, dettano i telegiornali, cercano in tutti i modi di schiaffare in prigione i magistrati e di inchiappettare i giornalisti, molti dei quali del resto sono consenzienti. Ne risulta una girandola di affari sesso corruzione crocifissi e ammazzamenti, con ogni giorno un diegetico colpo di scena. Per il comune cittadino non sarà il massimo, ma per noi romanzieri è una pacchia: proprio quello che ci vuole per non fare la fine di Claude Simon, che in ogni romanzo è riuscito a infilare solo un paio di evanescenti e desuete scenette, reiterate stancamente fino alla nausea, e poi ancora più a corto di ispirazione le ha riprese tutte in un esausto romanzo di sintesi. Il nobel poveraccio glielo hanno dato perché gli faceva pena, con quei suoi clorotici quadretti.

Ma anche geograficamente siamo privilegiati: abitiamo uno stivale di terra fieramente sismica e franosa, con lagune maleodoranti e frequenti alluvioni, e recidive siccità estive, anche se purtroppo mancano i tifoni tropicali, notoriamente romanzogenici. E abbiamo cesellate e nobili città, che hanno attirato e continuano a attirare le trame di insigni romanzieri esteri, i quali si comportano come quegli uccelli molto maleducati che si infilano nei nidi di altri uccelli, rovesciandoli senza cerimonie per terra. Per non parlare dei nostri suggestivi e unici paesaggi, anch’essi saccheggiati narrativamente da secoli, e da qualche decennio massacrati ad arte anche nella realtà, il che si addice alla perfezione con certe estetiche più recenti. Cosa potrebbe chiedere di meglio, un onesto romanziere italiano?

Certo, ci manca il Vietnam. Nemmeno il pacifista più incaponito, e sono tra questi, potrebbe negare che la guerra del Vietnam irriga come una linfa poderosa interi squadroni di intriganti romanzi americani. Anche quando non è in primo piano è pur sempre lì, folle e struggente: è come il peperoncino, anche se non si sente c’è, e fa la differenza. In mancanza di meglio noi abbiamo il fascismo, che comincia a datare, ma narrativamente si ricicla ancora egregiamente. Il nostro genocidio non può certo competere con quello tedesco, ma nel nostro piccolo ci siamo difesi bene. E poi abbiamo gli anni di piombo, che sono dietro l’angolo appena svoltato. I romanzieri americani se li sognano gli anni di piombo, con i figli che sparano sui padri e i governanti che tramenano sottobanco. E adesso abbiamo gli immigrati, con i loro danteschi annegamenti, i campi di concentrazione e il trattamento da bestie.

L’annoso dilemma della letteratura italiana, quindi, si pone oggi in una versione due punto zero: come mai nonostante le materie prime comincino in fondo a non mancare non riusciamo a sfornare dei convincenti e potenti romanzi, dei micidiali romanzi – per intenderci – americani? Perché tanti nostri romanzi sono così inoffensivi, così scontati, così stantii? Perché anche quando le trame sono più avvincenti e più efficaci, delle autentiche macchine da guerra, questi romanzi non ci dicono niente che non sappiamo già? Perché ai personaggi sembra mancare la terza dimensione? Perché perfino quando cercano di essere più efferati e più trasgressivi trasudano sentori di minestrina con il dado, di giroscale condominiale, di telefonata alla suocera, di balneare autocompiacimento, di commedia all’italiana? Cosa diavolo ci manca, se gli ingredienti di qualità li abbiamo?

Una prima risposta, non pretendo certo che sia la più essenziale, e quindi la questione andrebbe ripresa, è che nei nostri romanzi ci sono di gran lunga troppi bambini petulanti e troppe nonne impiccione. Molti nostri romanzi pullulano di protagonistini incompresi e bistrattati dai genitori o da chi ne fa le veci. Questi sventurati ragazzini cercano in tutti i modi di struggerci, approfittando del fatto che sono appunto negletti dai perfidi adulti, e spesso anche battuti, e/o abbandonati, o semplicemente orfani, mettendosi nei pericoli, ferendosi, entrando in coma, vivendo ogni sorta di mirabolanti avventure. Lo fanno beninteso con spigliata naturalezza, con un’arguzia controllata e sicura di sé, con accattivante umorismo e senso delle relazioni sociali: in una maniera cioè sotto tutti gli aspetti accettabile, moderna. A ogni paragrafo ci fanno capire che sono molto meglio dei loro aguzzini, più intelligenti, più lungimiranti, più spiritosi, più etici, e che anzi sono lì proprio per farci vedere il vero truculento volto di questi, per spiegarci cos’è e come funziona la vita. Sanno essere didascalici e molto convincenti, e quindi l’idea che ci facciamo del melodrammatico universo in cui si ritrovano a vivere è fin troppo vivida. Ma appunto un po’ uniforme.

Questi lucidissimi pinocchietti sono capaci delle peggiori spietatezze e assassinii, va da sé, ma sono fondamentalmente buoni. Anche quando non è detto nero su bianco, quando le loro azioni non parlano da sole, lo si capisce da tanti piccoli ma inequivocabili dettagli. Sono esattamente come i letterati del diciannovesimo secolo si immaginavano che fossero i bambini. Quasi sempre amano e si amano di passioni adulte e financo sessualmente mature (nemmeno l’ombra della freudiana fase di latenza!), furori amorosi beninteso in genere ostacolati dall’invariabile ma pur sempre varia malvagità adulta. In qualche caso ci lasciano attoniti discettando dottamente, molto attenti anche al lato formale e per così dire filosofico dei loro dialoghi (è evidente che hanno apprezzato L’uomo senza qualità). Per farci capire che ci considerano dei loro, o forse anche solo per evitare che ci distraiamo, ci danno spesso e volentieri delle aguzze gomitate, o anche solo ci fanno l’occhiolino. In questo, e forse solo in questo, restano dei normali bambini.

In molti casi non hanno nemmeno un ruolo da protagonisti, il che può essere visto come una perfidia quasi peggiore, un maltrattamento ancora più subdolo che devono subire: con la loro saggezza, nobilitata dall’umiltà della posizione subordinata, accettata con stoica benevolenza, con i loro interventi parchi ma precisi e pregnanti, con la loro evidente seppur misconosciuta superiorità umana e intellettuale, riescono pur sempre a tenere sui binari giusti la vicenda e il romanzo. Verrebbe da rimetterli al posto che si meritano, spingendo via quegli egoistoni, spesso quarantenni, che hanno messo le radici nei cerchi di luce dei riflettori.

Qualche volta, anzi spesso, hanno qualche annetto di più, e bazzicano l’adolescenza, ma appunto vista la loro connaturata maturità la differenza si nota appena. Qualche volta sono invece già adulti, o anche anziani, e quindi ci raccontano le loro triste vicende a ritroso, spennellando le piaghe dell’ingiustizia con un più o meno smanceroso unguento di nostalgia. Comunque vada non ci risparmiano alcun dettaglio del mondo truculento che gli adulti si sono costruiti e del quale non sembrano sentirsi responsabili. Comunque vada sanno conquistarsi le simpatie dei giurati dei premi (si veda la lista dei vincitori nell’ultimo decennio del Premio Strega) e del vasto pubblico. Sono contenti, lo si intuisce, quando riescono a farci sentire – noi che apparteniamo pur sempre al campo avverso – un po’diversi, migliori.

Le nonne di tanti romanzi purtroppo non sono da meno. Ognuna di queste nonne, con la sua fiera monumentalità di albero secolare, le sue imprevedibili e paralizzanti eccentricità, la sua anastomizzata prensilità di grande piovra, la sua inimitabile e carismatica maniera di socializzare, l’autorità di sovrano assoluto sui sentimenti del nipote, perché c’è sempre una nipote o un nipote che racconta, cercano in tutti i modi di ammaliarci. Le nonne dei romanzi italiani sono tutte diverse e tutte uguali, tutte egualmente accentratrici e invadenti. Ci troviamo quindi a allungare il collo sui lati, come quando al cinema capitiamo dietro a un armadio irto di indomiti capelli. A volte queste nonne sono di sesso maschile, ma la sostanza non cambia: lo straripamento egolatrico sembra fatto su misura per compensare la scontatezza che fa capolino dappertutto. Ci si domanda se per caso tutte queste nonne non si siano messe d’accordo con i bambini – e in molti romanzi agiscono in effetti di combutta – per nasconderci gli accadimenti banali e pedissequi, o anche solo opachi, assurdi, e proprio per questo inclassificabili e struggenti, eroici, della cosiddetta realtà. Ma sarebbe forse un lungo discorso.

[Questo articolo è apparso sul n. 1 di “Alfabeta2” (luglio-agosto 2010)]

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23 Responses to I bambini dei romanzi italiani

  1. immondizie riunite il 18 agosto 2010 alle 11:46

    certo indubbiamente per voi romanzieri italiani le cose stanno così. eppure anche se avete tutti questi spunti grazie all’italia, come mai a noi lettori italiani ci fate una uallera così?

  2. Ares il 18 agosto 2010 alle 12:12

    – Susi lei ! si proprio lei..
    – i..io?
    – può premere qui, cortesemente?
    – ma.. ma è una rivoltella..
    – una 9 mm Parabellum per la precisione, semi automatica.. è per questo che ho bisogno di lei.
    – capisco ..è perché non è totalmente automatica..
    – esattamente
    – ma lei così morirà
    – questa è la speranza
    – oh
    – forza che aspetta?
    – l’autobus
    – cosa aspetta a premere il grilletto intendo
    – mi stà chiedendo di ucciderla..
    – non la metterei in questi termini, deve solo premere qui..
    – la posso tenere ?
    – certamente
    – grazie ho sempre desiderato possedere una rivoltella.
    – potrà farne quello che vuole; ora prema qui
    – ok

  3. Ares il 18 agosto 2010 alle 13:02

    Sartori, scusi, sono un pasticcione .. emh ho sbagliato post, puo’ cancellare questo mio commento ?.. scusi tanto ^__^

  4. immondizie riunite il 18 agosto 2010 alle 13:46

    ah scusate anch’io ho sbagliato post

  5. domenico pinto il 18 agosto 2010 alle 14:46

    Bello ‘romanzogenico’, Giacomo.
    (Lessicografo, se ci sei, registra.)

  6. Antonio il 18 agosto 2010 alle 15:22

    Che poi è un po’ lo stesso discorso del Cinema: si lamentano H24 che “In America ci hanno i soldi” e quindi “E’ facile fare dei bei film quando ci hai i soldi” ma intanto – sorvolando che a loro i soldi li dà comunque lo Stato, mentre in America non mi pare – più in là di mogli cornute e mazziate, mariti infedeli, ragazzini insulsi e nullafacenti e macchiette gay da parrucchiera non sanno andare.

  7. Simone Ghelli il 18 agosto 2010 alle 16:40

    A me pare l’ennesimo articolo in cui si parla per generalizzazioni.
    Di quali scrittori stiamo parlando, di quale letteratura?

    @Antonio: vedrai che se li cerchi escono anche film che parlano di altro, solo che bisogna andarseli a cercare fuori dai multisala…

  8. Carlo Capone il 18 agosto 2010 alle 16:51

    Non ci sono le nonne Abelarda di una volta.

  9. véronique vergé il 18 agosto 2010 alle 17:55

    Non condivido tutto dell’articolo, anche se mi incanta come sempre la scrittura di Giacomo Sartori, a proposito del romanzo italiano. Ho appena finito il romanzo di Helena Janeczek, e dopo la lettura ti rimane nella mente. Il romanzo puo invadere uno spazio di libertà valicando frontiera tra il saggio, la storia, la sociologia, puo giocare sulla creazione poetica: possiede un territorio immenso.
    In realtà si dovrebbe inventare un altro nome al romanzo.

    La presenza dei bambini mi ha sempre piaciuto nei romanzi come sguardo poetico. Il problema non è di evocare un bambino dal punto di vista di un adulto, ma di ritrovare l’anima dell’infanzia, vedere con questi occhi: è molto delicato. Pensare ai racconti di Anna Maria Ortese per sentire la verità con un’anima fedele all’infanzia.

    Ho iniziato Spaesamento di Giorgio Vasta da cui la scrittura poetica mi trasloca, mi fa provare questo sentimento particolare del ritorno in un accento di verità, come la piccola disavventura con il ventilatore.

    Amo anche i romanzi di Milena Agus (la scrittura). Il personaggio della nonna è una figura femminile della storia famigliare, custodia la memoria, il vincolo con la femminiltà, il sangue, il segreto. Si intuisce il desiderio per la nipota di scrivere, di mantenere vivo una storia.

  10. Valentina Demelas il 18 agosto 2010 alle 17:55

    Un Paese pieno di sfighe come il nostro cosa può ispirare? Siamo un popolo di incompresi e di spettatori impotenti, legati alle tradizioni, cascasse il mondo! Ispirare! Se mi guardo attorno o – peggio! – accendo la tv riesco solo a sperare (io, di fatto, non mi dispero mai).

  11. viola il 18 agosto 2010 alle 19:52

    quoto Sartori, e molto

  12. carmelo il 18 agosto 2010 alle 21:17

    forse ha poco senso che il vasto territorio della letteratura sia circoscritto da un romanziere (che in questo caso usa la lingua italiana) nello spazio angusto e fittizio dei confini nazionali (o di cio’ che che resta dello stato-nazione). Non credo poi che le cose che accadono in questo paese siano solo ed esclusivamente quelle elencate da Sartori.
    prendiamo ad esempio un bambino che i genitori riempiono di giocattoli costruiti in Cina da bambini. Oppure prendiamo lo stesso bambino che si nutre a forti dosi di immaginario prodotto in serie negli USA, o in giappone.
    Definirsi scrittoreitaliano è già un atto di resa. come diceva bolano, più europeo di molti “scrittori europei” senza smettere di essere un cileno che viveva nello spazio mitico messicano, confinato in un paesino spagnolo della costa brava:
    la mia patria sono i libri, il mio passaporto è la mia scrittura
    Per il resto esistono gli scrittori che parafrasando unc ritico spagnolo, sono extraterritoriali, e poi ci son o gli scribacchini che farebbero bene a non scrivere.

  13. giacomo sartori il 18 agosto 2010 alle 23:59

    @carmelo
    io ho passato gran parte della mia vita – volendolo o nolendolo, non l’ho capito bene nemmene io – fuori dagli angusti e fittizi confini nazionali; e leggendo e ammirando tanti autori stranieri; e so bene che la storia del romanzo è stata fin dall’inizio un grande va e vieni di influenze tra i vari paesi e culture; e anch’io ammiro tanti scrittori apparentemente – per la loro grandezza – “apolidi” (ma tu fai l’esempio, di Bolano, quando l’America del Sud ispanofona, si sa e lo si respira andandoci, culturalmente è una (gloriosa) succursale dell’Europa);
    poi però uno si mette a scrivere in italiano, e qui si ritrova a battersi con problemi che di extraterritoriale non hanno proprio nulla, e che sono gli stessi di tutte le altre persone che scrivono appunto in italiano, e che sono diversissimi da quelli delle altre maggiori lingue “occidentali”;
    “la mia patria sono i libri, il mio passaporto è la mia scrittura, e la mia maledetta e amata gabbia è l’italiano” direi io;

  14. anna maria papi il 19 agosto 2010 alle 00:19

    Questa è una mia opinione, vissuta da lungo tempo con dispiacere. In base al fatto che la cultura non dovrebbe essere quella di una elite,una sorta di terapia di gruppo tra intellettuali, ma bensì un discorso a fruizione generale. Questo ci manca.

    L’Italia ha un contesto in prevalenza più paesano che cittadino,e anche i paesaggi ” cittadini ” italiani sono permeati di folclori regionali. Tutto questo poco corrisponde ad un taglio “disinvolto ” di appartenenza, in un epoca di cosmopolitismo generale.Se ne ha che già per il fatto di ambientare un racconto in un paese od in una città italiano, il contesto ambientale ” schiaccia ” la fluidità delle intenzioni dello scrittore. Ho letto libri di autori americani di solito spigliati ed avvincenti nella trama e nello stile, che quando ambientano un loro romanzo in Italia, perdono di freschezza.Salvo dei supremi,o considerati tali, che ( vedi Hemingway ),vengono in qualche modo perdonati di averlo fatto….

    L’Italia è diventata talmente provinciale e paesana- ( non so come era prima ma non a questi punti ) in tutte le sue dinamiche socioculturali, che l’odore di casereccio trapela da troppe fessure.

    Vorrei tanto che queste impostazioni generali cambiassero:sarebbero il segno di una ripresa del paese,o perlomeno di un suo “incivilimento”.

    Allora forse anche il linguaggio degli scrittori sarebbe meno condizionato dall’inespugnabile “Italian way di essere”, cioè chiusi dentro le proprie mura.

  15. stefano gallerani il 19 agosto 2010 alle 02:26

    “Per il comune cittadino non sarà il massimo, ma per noi romanzieri è una pacchia: proprio quello che ci vuole per non fare la fine di Claude Simon, che in ogni romanzo è riuscito a infilare solo un paio di evanescenti e desuete scenette, reiterate stancamente fino alla nausea, e poi ancora più a corto di ispirazione le ha riprese tutte in un esausto romanzo di sintesi. Il nobel poveraccio glielo hanno dato perché gli faceva pena, con quei suoi clorotici quadretti.”
    è una barzelletta? una battuta? perché se è così – e non può essere altrimenti – non fa proprio ridere

  16. giacomo sartori il 19 agosto 2010 alle 09:06

    @gallerani
    adoro, o comunque ho molto amato, Simon;
    come dire, degli ottimi romanzi – se parliamo di “contenuti” – si possono fare anche con “molto poco”;
    volevo dire, senza essere troppo pesante, questo, parandomi dall’accusa di considerare solo la via mimetica; non sono un teorico;

    @papi
    concordo al 100%, la casareccità è davvero un muro contro il quale gli scrittori italiani (e quindi “italiani” è utilizzato principalmente in questo senso, non come compartimentata appartenenza nazionale) sbattono; perchè appunto è dappertutto, a cominciare dalla lingua che usiamo;

  17. Larry Massino il 19 agosto 2010 alle 11:44

    Penso che dietro al grande macchinario raccontativo che tutto veicola ci sia dietro un burlone che ogni generazione azzera il contatore. Forse per andare incontro al mercato? O al bisogno politico di oscurare il tempo, innerendo le ali più che può, nel passato e nel futuro, lasciando visibile solo un ristretto tempo presente che rende tutto facilmente controllabile? Cosicché tutto si degrada e bisogna ricominciare da zero, come se gente come Tozzi, Svevo, Pirandello, Gadda, Delfini, D’Arrigo e Manganelli, per fare solo i nomi più eclatanti, non fosse mai esistita, come se romanzi importanti anche recenti come “ La Troga “ o “ Petrolio “ o “ Di questa vita menzognera “ fossero testimonianza della letteratura di Marte, come se scrittori complessi come Malaparte e Sciascia… E gli scrittori pensatori? Che vogliamo dire, per fare dei nomi a caso, di Cristina Campo, Elemire Zolla, Rodolfo Wilcock, Cesare Garboli, Pietro Citati?

    Però, alla fine alla fine, lasciatemi dire, quello che mette malinconia non è tanto il fatto che il sistema editoriale tenda a degradare per puro interesse economico (e politico!), che la cosiddetta cultura faccia anche peggio, ma il fatto che tanti di quelli che scrivono ben inseriti nel sistema nascono degradati, come si dice, IMPARATI.

  18. stefano gallerani il 19 agosto 2010 alle 11:57

    scenette – a corto di ispirazione- nausea – poveraccio – pena….
    è detto male…anche per un non teorico

  19. robertobugliani il 19 agosto 2010 alle 12:46

    Be’, consoliamoci col fatto che prossimamente leggeremo squadroni di (intriganti?) romanzi yankee sull’Afghanistan.
    PS: caro Sartori mi permetta di dissentire sul fatto che l’America del Sud ispanofona sia una gloriosa succursale culturale dell’Europa. Semmai la è il Cono Sud, ma nemmeno. Gli scrittori latinoamericani, quasi tutti per vari anni in esilio in Europa per via delle dittature militari, hanno saputo trarre linfa creativa dalla letteratura europea in una Europa oramai culturalmente esaurita, ma ci hanno aggiunto poi il loro “realismo magico”, il meraviglioso proprio dell’America Latina. E qui sta la differenza.

  20. rotowash il 19 agosto 2010 alle 16:55

    comunque però bisogna dire che anche se qualche volta non sono eccezionali poi però nel momento giusto sanno dire cose interessanti dimostrando comunque la loro classe di scrittori cioè il loro talento. come per esempio oggi su repubblica dove hanno chiesto a novi di milano che ne pensava di quando si perdono le cose e lui ha spiegato con delle frasi veramente interessanti che quando uno dimentica il cellulare è l’effetto della cultura usa e getta e io questo devo ammettere che non l’avevo mai capito. cioè lui spiega che gli oggetti hanno perso valore e che automaticamente quando perdi un cellulare subito te ne ricompri un’altro sbagliando mentre per esempio molti hanni fa il cellulare non esisteva. tra l’altro spiega pure che proprio ultimamente ha perso il cellulare che oltretutto conteneva la sua agenda dove sicuramente c’erano tutti gli impegni che doveva fare. io avrei voluto che intervistavano anche saviani su questo problema e secondo me poteva dire cose ancora più interessanti di novi. ma purtroppo non c’era anche se comunque c’era un piccolo passo dove saviano spegava che non parteciperà al film non sulla camorra l’era glaciale. poi c’era addirittura anche uno scritto della parrella ma meno interessante.

  21. Enrico Macioci il 19 agosto 2010 alle 21:09

    Le generalizzazioni sono sempre pericolose. Quello che dice Sartori c’è, ma c’è anche parecchio altro. Qualche giorno fa sul Corriere Barilli, unendosi a Berardinelli, sosteneva che il genere/romanzo è giunto al capolinea per via del web e dei nuovi linguaggi. Leggevo e restavo basito. Come se il romanzo non fosse già morto e risorto mille volte, come se non fosse già accaduto che un improvviso capolavoro ribalti completamente i termini della questione (penso a INFINITE JEST in America dopo i tantissimi epigoni del minimalismo carveriano, per es.). Credo che gioverebbe a tutti rileggere il PARINI OVVERO DELLA GLORIA di Leopardi. Emettere sentenze sulla contemporaneità è un rischio che si deve correre, ma non bisogna abusarne.
    ps: poi non sottovaluterei Rotowash, alias Immondizie Riunite: è geniale.

  22. tri il 19 agosto 2010 alle 21:11

    poi non dimenticare che su la repubblica di oggi- diciannove agosto- nelle cosiddette (è bernhard che ripete sempre questo aggettivo, io ci provo a fare come lui) pagine culturali, c’è l’ennesimo articolo dell’invidioso tahar ben jallou che se la prende con houellebecq.
    ammazza che cacacazzi di democratico !

  23. sergio soda star il 20 agosto 2010 alle 11:22

    c’è innanzitutto un problema d’immaginario. a partire dalla splendida polo saint-laurent. per non parlare del fatto che houellebecq è veramente uno scrittore. non un testimonial democratico (giornalista democratico o ex scrittore democratico). cioè lui scrive proprio i libri. non va col microfonino nei teatri o da fazio a fare il catechismo scemodemocratico.



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