Scuola di calore

19 agosto 2010
Pubblicato da

di Massimo Rizzante

Un incubo chiamato Algeciras

a Ana

Tutto ha inizio e non ha fine in un incubo
chiamato Algeciras, sul molo, fra la bolgia in partenza per Ceuta.
Un uomo, Octavio, la cui lingua per la legge del contrappasso era
ridotta a una poltiglia di fuoco, mi farfugliò: “Arnold… me está… matando”

Non ho mai idealizzato il mondo, né creduto all’inferno.
So, per esperienza, che ci sono giorni in cui la fede nei maestri
si scioglie come merda al sole, mentre, malgrado tutto,
le tredici passioni che governano il mio sesso non fanno scuola

Allora un amante diventa un problema di meccanica celeste. Come
calcolare la stabilità dei sistemi dinamici? Come costruire una teoria delle
singolarità che contempli l’assenza di catastrofi? Ogni singolo uomo non è
forse una parte del sistema dinamico e catastrofico di cui parla Thom?

Octavio era l’ultimo a cui potevo rivelarlo, perché
a lui non tornavano i conti: l’amore ha leggi matematiche
che la matematica non sa calcolare. Ad esempio, il cosiddetto
teorema KAM (Kolmogorov-Arnold-Moser) non c’era verso di risolverlo

Eppure noi tutti qui ad Algeciras,
aspettiamo il nostro turno, siamo l’incubo di Octavio
e il sogno di Arnold: siamo numeri che commentano il prezzo del viaggio,
i sacchetti per il vomito, l’imminente catastrofe sullo Stretto

Neppure oggi, dopo anni di solitudine, mi so dar pace.
Le menti più brillanti sono alle prese con il tredicesimo problema
di Hilbert, e nessuno di loro mi ha mai accarezzato il culo:
qualcuno dovrebbe dire la verità sul valore delle equazioni

Testamento

a Jlham

Il primo presentimento della mia morte
lo ha avuto mia madre sulla statale per Essaouira,
in auto, mentre il seme di uno sconosciuto le sporcava il volto
Nothing, like something, happens anywhere

Il secondo, è stato alcuni anni fa, a una mostra di Barceló,
dopo un breve idillio nei bagni del Prado. C’era un quadro,
Yo, un autoritratto corrotto dal tempo, invaso dalle termiti,
morsicato dai ratti, con macchie di umidità atlantica al posto degli occhi

Una patina terrosa, brunastra, lo faceva assomigliare
a quel selvaggio che è diventato mio padre.
Nei suoi Quaderni africani scrive: “Estoy como un escorpión
en el desierto comiendo mis papeles”

Anche a me uno scorpione, in mancanza di meglio, sta divorando il corpo.
Come chiamarlo diversamente? Desiderio di essere penetrata?
Senso del commercio? Eppure ci sono camere di hotel ancora intatte,
specchi grazie ai quali il dolore se ne va gettandovi un’occhiata

Forse è per questo che, dopo ventiquattro anni, quel Yo
riflesso non è più né mio padre né lo sconosciuto
che con un fazzoletto ripulì il volto di mia madre.
Tanti coiti, piccoli morti, portano a un testamento

A questo punto ci vorrebbe un erede. O che almeno,
giunti in auto a Essaouira, un giorno in cui il colore del mare
fosse quello della labbra di una annegata, violetto, dopo essersi lavati
dell’ultimo incesto, un hotel senza specchi ci accogliesse in eterno

Fiore del deserto

a Amina

Il carcinoma che divora mia madre
ha la forma di un fiore carnivoro che cresce
solo nel giardino di Majorelle, dove Yves Saint-Laurent
cercava ispirazione per il suo pret-à-porter

Quando è morto mi è sembrato un avvenimento.
Oggi tutto mi appare assurdo e ridicolo. Sono maturata, o
forse impazzita, o forse il marabutto, a cui ho chiesto consiglio,
leccandomi a lungo il dito medio della mano mi ha purificata

Ho subito molte punizioni. Di notte il mio sonno
era agitato da uomini nudi che, supini,
ai bordi di una vasca, mi tentavano con le loro carni bianche:
“Amina, perché non ci strofini la schiena e il culo?”

Poi il sogno è diventato realtà. E da allora a mia madre
è spuntata una lacrima a forma di isola, l’isola di Sachalin,
dove anch’io, come una deportata, ritorno ogni sera
dopo i lavori forzati negli hamam privati dei nuovi russi

Stretto tra i Tartari e il deserto,
senza le cure di un medico dall’espressione simile alla sua cravatta
che da Nizza o Jalta giunga qui ai piedi della mia piccola foresta,
il fiore di mia madre cresce a dismisura, si infiltra nell’intestino, nell’ano

Un giorno anch’io andrò al Café de France. Indosserò
un vestito Yves Saint-Laurent. Ordinerò per errore un piatto
di ostriche. Senza sapere berrò champagne.
La gente al funerale riderà di me. Sarà tutto assurdo e ridicolo.

Nota
Le poesie qui presentate, “il ciclo di Marrakech”, fanno parte di una più ampia sezione della mia prossima raccolta, intitolata Scuola di calore.

Tag: , , ,

17 Responses to Scuola di calore

  1. carmelo il 19 agosto 2010 alle 15:01

    Io che non sono un gran lettore e tantomeno intenditore di poesia e di poeti; io che per amor di verità e di giustizia, sono ignorante in fatto di poesia; io che sono stato preso dalla fregola e dall’urgenza di leggere poesia dopo aver letto un bellissimo saggio critico (per la verità i saggi critici di massimo Rizzante sono delle mirabili opere di letteratura) di Massimo Rizzante su Roberto Bolano;
    io oso dire che che la poesia di massimo rizzante è grande poesia;
    perchè i suoi versi dopo averli letti, non cadono nell’obblio e ti risuonano dentro. E ritorni alla lettura di quei versi, e le parole non sono solo parole ma cose che rimandano altre cose e disegnano un gioco sottile di echi e di relazioni sempre nuovi.
    Perchè le sue parole sono terse ed essenziali, depurate dall’onnipresente;
    perchè sa guardare il dolore e la morte, dalla giusta distanza, senza restarne abbagliato, senza dover volgere o abbassare lo sguardo.
    perche’ ;
    perchè ha corso il rischio di “vivere altrove” un altrove «sconosciuto per definizione, aperto a tutte le possibilità» riuscendo a “enunciare senza infingimenti ciò che è essenziale.
    Perchè è un poeta “post-statale” , post-nazionale” e “post-mercantile”, luoghi da cui è espatriato;
    perche’ abita la frontiera quasi invisibile tra “bellezza e desoloziane” la frontiera dei poeti che ci salva dal deserto.
    perche’ quando leggo le poesie di Rizzante, mi vengono le vertigini, e quando riesco a svelare le trame nascoste dei suoi versi, quasi mi viene da piangere.

  2. Ares il 19 agosto 2010 alle 15:58

    Perché avrà questo titolo?.. è tipo “corso per imparare ad amare”

  3. Ares il 19 agosto 2010 alle 16:00

    amare/si

  4. natàlia castaldi il 19 agosto 2010 alle 16:16

    belle.

  5. sparz il 19 agosto 2010 alle 19:33

    sottoscrivo verbatim le parole di carmelo, inutile ripetersi, questo è.

  6. Mâred il 19 agosto 2010 alle 20:12

    Una scuola per per uscire dell’eterno presente

  7. viola il 19 agosto 2010 alle 20:25

    tristi tropici anywhere

  8. orsola puecher il 20 agosto 2010 alle 00:25

    è spuntata una lacrima a forma di isola, l’isola di Sachalin,

    per dolore e inquietudine alcuni di questi versi sono davvero qualcosa di profondo e vicino

    ,\\’

  9. Lello Voce il 20 agosto 2010 alle 15:16

    sento aria di casa…

  10. carmine vitale il 20 agosto 2010 alle 15:19

    una scrittura devastante
    bellissime
    c.

  11. Miguel il 21 agosto 2010 alle 13:43

    Ho appena letto i poemi marroquini di Massimo Rizzante, questa mattina di fine d’agosto nel sud della Spagna. Nella mia camera c’è una aira famigliare e incomprensibile, un colpo di auntenticità, una possibilità. Ho provato un’immaginazione più profonda, più pericolosa (la vera poesia è pericolosa, come le fiere nel camino), il pericolo della compassione totale, della totale ironia su le questione esenziale. Io lego come qualcuno che ha previsto ma non ha visto. Questo nuovo mondo di Rizzzante, chi si regenera nell’assurdo, construisce un futuro di incubo, forse sarà un sonno, dove prima c’eranno delle rovine. Nelle rovine c’è l’Historia, qui si intuisce una immaginazione senza limiti attraverso una forma memorabile, riconoscibile, una forma di futuro per l’uomo che non vuole essere l’ultimo.

  12. Miguel Gallego il 21 agosto 2010 alle 13:44

    Caspisco meglio, sebbene capisca meno, questo “idilio negro”. Intelligere incomprehensibiliter. Penso che questa poesia sia una ribellione. Saremmo all’altezza come lettori, come critici, come intellettuali, come escritori? Forse esagero, forse sonno anche io, questa mattina di fine de agosto, nella strada di Essaouira, nelle stradine che sboccano nella piazza Djmaa El Fna. Insh’Allah

  13. Miguel Gallego il 21 agosto 2010 alle 13:51

    Ho appena letto i poemi marroquini di Rizzante, questa mattina di fine d’agosto nel sud della Spagna. Nella mia camera c’è una aira famigliare e incomprensibile, un colpo di auntenticità, una possibilità. Ho provato un’immaginazione più profonda, più pericolosa (la vera poesia è pericolosa, come le fiere nel camino), il pericolo della compassione totale, della totale ironia su le questione esenziale. Io lego come qualcuno che ha previsto ma non ha visto. Questo nuovo mondo di Rizzzante, chi si regenera nell’assurdo, construisce un futuro di incubo, forse sarà un sonno, dove prima c’eranno delle rovine. Nelle rovine c’è l’Historia, qui si intuisce una immaginazione senza limiti attraverso una forma memorabile, riconoscibile, una forma di futuro per l’uomo che non vuole essere l’ultimo.

  14. carmelo il 21 agosto 2010 alle 17:09

    @miguel gallego
    Me gusteria mucho si Usted quisiera expresar su pensamiento en espanol. Me interesa mucho “el nuevo mundo” de Rizzante, porque yo tambien lo veo, mas bien lo siento despues de leer estos nuevos poemas, aunque no tenga las palabras para expresarlo. Se intuye que usted ha leido el ultimo libro de el, “non siamo gli ultimi” y si no lo ha hecho esta seria una feliz coincidencia. Yo podria traducir si usted lo permite.
    Muchas gracias

  15. Miguel Gallego il 22 agosto 2010 alle 15:56

    @carmelo
    Gacias a ti por tu ofrecimiento y por el interés. La idea, la sensación es esa: un nuevo mundo, una salida a través de la imaginación poética, siempre peligrosa, y aquí el peligro no es una metáfora, es una condición existencial. Imaginación y peligro se alimentan mutuamente y la escuela del calor es una escuela del oído, del murmullo de las vidas y de las formas de lo humano cuando por todas partes decretan la feliz llegada de una mutación.

  16. carmelo il 22 agosto 2010 alle 17:49

    provo a tradurre senza alcuna pretesa (sono autodidatta):

    “”””
    L’idea, la sensazione è questa: un nuovo mondo, una via d’uscita per mezzo dell’immaginazione poetica, sempre pericolosa, e qui il pericolo non è una metafora, è una condizione esistenziale. Immaginazione e pericolo si alimentano mutuamente e “la scuola di calore” è un scuola dell’ascolto, del bisbiglio (mormorio – sussurro ) delle vite e delle forme dell’umano quando in ogni luogo decretano il felice arrivo di una mutazione”””””

    no me asombreria si tu fueras miguel gallego roca que scribio’ entre otros, un ensayo “Le frontiere del romanzo del XXI secolo” cuya traducion de Luigi Grazioli puedes encontra aqui:
    http://www.archiviobolano.it/bol_criti_roca.html

    perdona mi pobre espanol
    mucho gusto de conocerte de parte de un lector apasionado

  17. […] prossimo libro di Massimo Rizzante. Altri testi tratti dalla stessa opera sono leggibili qui, qui, qui e qui. […]



indiani