Ogni tre passi

20 agosto 2010
Pubblicato da

di Piero Sorrentino

Parliamo di mia madre. Ha sessantadue anni. Da due mesi non sa più camminare. Dice che lo ha dimenticato. È successo una mattina; stava camminando, nel modo normale che abbiamo tutti di camminare, un passo, un altro passo, un altro ancora e così via; a un certo punto si è fermata e non è più andata avanti. Mio padre era con lei, era lì, dice che non è successo niente di speciale, non ci sono stati segnali allarmanti prima che succedesse; ha fatto solo un movimento con la mano, mia madre, dice mio padre, come quando a tentoni si cerca l’interruttore in una stanza buia. Lei cercava un appoggio. Uno qualsiasi. Ha messo la mano sulla spalliera di una sedia, l’ha fissata a lungo e ha finalmente fatto il passo successivo. Mio padre dice che sembrava un semplice capogiro: cammini, ti gira la testa, ti appoggi a qualcosa per non cadere, stai fermo qualche secondo, poi riprendi a camminare come prima. Invece da quel momento di due mesi fa, mia madre non cammina più da sola.

Si muove solo se qualcuno la porta per mano, come con i bambini in una strada affollata, oppure se, avanzando a passi piccolissimi, appoggia le mani su qualcosa, su qualsiasi cosa le capiti a tiro: la spalliera di una sedia, un muro, il cofano di una macchina parcheggiata, il ripiano di un tavolo, un palo della luce. Come una specie di Spiderman, avanza servendosi di una serie di oggetti disseminati in giro per la città, punti di appoggio urbani, tele di cemento e acciaio, ferro e mattoni che si solidificano prima del suo passaggio con la forma di oggetti di uso quotidiano.
Qualche mattina fa le ho chiesto se le andava di fare due passi assieme. Ha detto di sì. Volevo capirci qualcosa. Non sono molte le occasioni in cui sto in giro con mia madre. L’ultima volta che abbiamo camminato assieme, fianco a fianco, risale a diverso tempo fa, quando eravamo usciti per fare la spesa della settimana al centro commerciale.
Abbiamo preso l’auto. Dall’androne del palazzo di casa mia alla macchina parcheggiata saranno sì e no dieci metri; li ha fatti abbastanza lentamente, ma tutto sommato con regolarità, e senza stare troppo a pensarci su. La città era vuota. Per raggiungere il centro storico ci sono voluti pochi minuti, percorrendo le vie senza automobili; il cielo era nuvoloso, nella foschia intravedevi il sole, come una torcia elettrica accesa dietro un lenzuolo. Ho parcheggiato in una via laterale. Scendendo dalla macchina, mia madre ha detto qualcosa su un divieto di sosta che aveva visto qualche metro prima. Le nuvole si sono dissolte, abbiamo sentito di colpo il caldo sulle braccia e dietro al collo. Da subito ha camminato male. Io la spiavo con la coda dell’occhio. Non sembrava certo la donna che nemmeno venti minuti prima aveva fatto il percorso dall’androne del palazzo alla macchina. Appena fuori dalla macchina ho finto di portarla per mano, per infonderle sicurezza; in realtà le ho solo stretto un braccio, dietro, all’altezza del tricipite, per qualche secondo. Poi le sono rimasto accanto, ma l’ho lasciata andare. Gli occhi strizzati sotto la luce rinvigorita del sole, ho visto mia madre avanzare, con pazienza e tentativi di ritmo, impegnando e allo stesso tempo risparmiando la forza dei muscoli contro l’inerzia di quella gigantesca massa urbana, subdola, scossa da una elettricità placida e incessante, fatta di marciapiedi, basoli di pietra lavica, sconnessure, grumi di asfalto rappreso. Ogni tre passi si fermava per asciugarsi la fronte bagnata; gli occhi spaventati, raccoglieva un mazzetto di dita e le faceva scivolare tra il naso e il labbro superiore, da destra a sinistra. Un’angoscia sorda le appesantiva le spalle, era evidente, tutto il peso di quella massa urbana le schiacciava di colpo il corpo, si attorcigliava alle caviglie rallentando i movimenti, come quei bracciali imbottiti di sabbia o ferro che si usano nelle fisioterapie riabilitative dopo un incidente, per rinforzare gli arti danneggiati e prostrati dai mesi passati immobili a letto. Poi la sua attenzione è stata attirata dalla lunga vetrina di un negozio, una vetrina senza saracinesca, col vetro antiproiettile, dietro la quale vedeva il profilo di una tigre, non so se di ceramica o gesso, seduta sulle zampe posteriori, il profilo alto, lo sguardo fiero. Avvicinandosi al vetro si è fatta schermo al riflesso con le mani a coppa.
– Ce la fai? – ho chiesto.
– Mi fa male la spalla – ha risposto.
– Quale spalla?
– La destra – ha detto, toccandosi con la sinistra un punto dalle parti delle scapole. Le avevano asportato un neo, l’anno prima, una cosa rapida e indolore con il laser; ma da allora aveva sempre lamentato piccoli dolori, diceva che la spalla le tirava, che probabilmente il laser le aveva segato un nervo.
– Hai preso la medicina stamattina? – ho chiesto. Daparox. Venticinque gocce, tre volte al giorno. Prima di passare alla paroxetina, lo psichiatra che la segue aveva cominciato con una blanda somministrazione di benzodiazepine, ma non aveva ottenuto miglioramenti di nessun tipo.
– Prima di uscire, sì. Subito dopo colazione.
– Hai la febbre?
– No.
– Vuoi tornare a casa?
– No. Andiamo.
Le ho preso la mano, abbiamo camminato assieme per un po’. Le dicevo delle frasi per incoraggiarla. Cose come: “Forza!”, o come “Vedi che non è difficile?”, o come “Cammini da sessant’anni filati, non puoi avere disimparato a farlo da un giorno all’altro”, o come “Ti sembra così complicato? A me no, non mi sembra per niente complicato”. Ma né le mie parole, né la luce spiovente del sole, la perfezione con cui lambiva le pietre delle strade e dei muri, le facciate luminose dei palazzi lontani, mitigavano neppure un secondo la sua angoscia.
– Guarda, è pieno di buche. Ho paura di cadere – ha detto.
– Ci sono io.
– Se cado, ti trascino dietro con me -. Potevamo ruzzolare per strada e essere spiaccicati da un autobus di passaggio, o scaraventati in aria da un’automobile, diceva.
– È agosto, non ci sono macchine in giro.
– Gli autobus coi turisti sì, è pieno – ha detto, chiudendo la questione.
Io l’ho ignorata a lungo. Fingevo che tutto filasse liscio. Anche lei mi ignorava. Non sembrava accorgersi di me, non sembrava accorgersi di niente. Non sembrava nemmeno che mi vedesse: stava solo attentissima a tutto quello che le capitava a un centimetro dai piedi. Non guardava che a terra. Niente turbava il suo assetto, i gruppi di tedeschi o americani coi sandali e le macchine fotografiche che rimbalzavano sui petti sudati, o i cani tenuti al guinzaglio lungo dai padroni che si affrettavano a raccogliere gli escrementi con le palette o infilando la mano in un sacchetto rovesciato e pinzando il mucchietto di cacca protetti dalla membrana sottile della busta. Il suo orizzonte era tracciato dalla linea immaginaria che congiungeva le punte degli alluci. Si trattava di un lavoro di straziante precisione, me ne rendevo conto. Passo. Alluce. Passo. Alluce. Passo. Alluce. Passo. Alluce. La luce filante sopra le nostre teste non le interessava.
– Come ti senti?
– Bene.
– Sicura? Vuoi tornare a casa?
– Bene.
– Bene cosa? Vuoi tornare a casa?
– No.
Ci siamo fermati nella piazza che si apre in fondo alla salita. Dall’ombra che proiettava sulla via, mia madre ha intuito che doveva esserci qualcosa che valeva la pena di essere guardata, e ha finalmente alzato gli occhi verso il grande obelisco che occupa il centro della piazza. Faceva davvero caldo, c’era una brezza lenta che trascinava dal mare gli odori della città consumata dal sole. Stavamo immobili a guardare tutto e niente. Per un po’ un uomo si è attardato accanto a noi, sorseggiando una bottiglia da mezzo litro d’acqua. Tra un sorso e l’altro la richiudeva e guardava la strada. Era curato, sulla sessantina, con un cappello chiaro e una camicia a mezze maniche. Consumata la sua acqua, si è asciugato la bocca con un fazzoletto di flanella depositando la bottiglia vuota in un bidone della spazzatura. Poi si è allontanato di gran carriera, come uno che di colpo si fosse ricordato di aver lasciato le chiavi nel quadro della macchina nuova.
Escluso il cameriere che puliva le macchie di un tavolino, in fondo, sotto un grande ombrellone bianco, io e mia madre siamo rimasti completamente soli nella piazza. Lei ha alzato gli occhi verso la sommità dell’obelisco, le mani appoggiate sui fianchi, piegando la schiena all’indietro, in una specie di semiarco a sesto acuto.
Per qualche minuto è rimasta così, a guardare in alto. Poi, sempre tenendo quella posizione, ha fatto due passi indietro per guardare meglio la punta del monumento.
– Ci dobbiamo tornare – ha detto.

Tag: , , , ,

10 Responses to Ogni tre passi

  1. Ares il 20 agosto 2010 alle 13:11

    Con la Levodopa mio padre ha avuto un certo miglioramento. Il problema sta nel rialzarsi quando si siede: smadonna come un matto se non c’è nessuno nei paraggi ad aiutarlo; e purtroppo il suo bar preferito, dove va a giocare a carte e a bere il suo caffé corretto sambuca, stà proprio accanto al santuario cittadino.

  2. Carlo Capone il 20 agosto 2010 alle 16:48

    E’ un racconto di una malinconia struggente, che intercetta i diversi piani della solitudine, della malattia, del tramonto di una vita.

    Io, questi piani, mentre leggevo li ho riguardati tutti. E mi è anche venuta in mente ‘Ieri ho incontrato mia madre’.
    Tra i diversi motivi per cui mi secca morire c’è anche questo, non potrò mai più incontrarla. Mai.

  3. Ares il 20 agosto 2010 alle 17:00

    Potrebbe essere un buon motivo per lei, per resistere.

  4. véronique vergé il 20 agosto 2010 alle 17:45

    Un racconto di colore sole, ombrello per occhi vedendo la madre una volta camminava spensierata con il corpo energico della giovinezza.
    Il narratore accompagna il cammino della madre, attento al passo, alla possibilità dell’inceppo, raccoglie pezzi di questa angoscia, la paura di cadere, la città, il sole, il mare, elementi di una memoria nel cammino sgranato, spaventoso. E finalmente il racconto illumina l’affetto di un figlio per la madre. Quando eravamo bambini, c’era sempre il mano della madre per rialzarci.
    Bellissima l’ultima immagine sulla solitudine del figlio e della madre sulla piazza. Un tête à tête con il sole marino e l’obelisco, nel silenzio delle cose che si mettono in ordine.

    Il commento di Carlo Capone è commovente.

  5. nadia agustoni il 21 agosto 2010 alle 06:15

    Come un pugno nello stomaco, questa realtà – che tocca molti – e che ci lascia soli di fronte a qualcosa che raramente nominiamo.

  6. piero sorrentino il 21 agosto 2010 alle 10:08

    Grazie a tutti per le letture e i commenti. Sia qui che nelle mail private, ho letto parole bellissime.

  7. Irene il 21 agosto 2010 alle 14:01

    bellissimo e struggente. attraverso le parole passano le sensazioni vive e vere di un figlio che vede capovolgersi i ruoli: come un tempo era la mano della madre a prendere quella del figlio per guidarlo, spronarlo, proteggerlo, ora il figlio tiene per mano la madre con la stessa amorevole attenzione e anche con un briciolo di smarrimento. mentre la madre tiene per mano il proprio figlio con sicurezza, sapendo in linea di massimo cosa e come fare, un figlio che si trova a diventare “genitore” della propria madre sente un’insicurezza profonda, ha paura di non sapere cosa fare e come fare. ma alla fine, quello che conta, la sola cosa che conta, è che gli anni, la malattia, il cambio di ruoli, le paure nulla tolgono all’amore unico e irripetibile che lega una madre a un figlio. restano da soli al sole nella piazza, ma sono insieme. non ho potuto fare a meno di ripensare a mia madre, di rivederla attraverso queste magnifiche parole. grazie.

  8. lambertibocconi il 21 agosto 2010 alle 14:32

    Molto molto bello. E scritto bene.

  9. betty il 22 agosto 2010 alle 08:53

    questo racconto è bellissimo

  10. carmine vitale il 23 agosto 2010 alle 12:53

    bello per davvero
    c.



indiani