Lo scandalo delle nuove schiavitù: uno sguardo all’Italia, dalla Cina

31 agosto 2010
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di Ivan Franceschini, foto Veronica Badolin

A volte è il caso di ripetere anche ciò che è ovvio.

Zaher, 18 anni, afgano, clandestino: morto a Mestre nel 2008, schiacciato dalle ruote del camion nel cui cassone si era nascosto dopo essere sceso da una nave arrivata dalla Grecia. Qudrat, 24 anni, afgano, arrivato a Forlì da Patrasso dopo 22 ore nascosto in un camion, permesso di soggiorno di un anno per motivi umanitari: la sua prima esperienza di lavoro in Italia è stata presso una scuderia di Mira, 300 euro per due mesi di lavoro in nero; è stato cacciato non appena il datore di lavoro, italianissimo, ha capito che il ragazzo voleva essere regolarizzato.

E poi Zaidullha, 19 anni, afgano di etnia pashtun, arrivato in Italia dalla Grecia in stato di semicongelamento dopo 36 ore di viaggio su un camion frigorifero, permesso di soggiorno di tre anni per assistenza sussidiaria: da otto mesi lavora in un’impresa edile veronese di proprietà di un italiano, i primi tre mesi a titolo gratuito come “prova”, i cinque successivi in nero. Amir, 18 anni, afgano di etnia azara, permesso di soggiorno sussidiario di tre anni: ha lavorato per due mesi presso un’azienda agricola nei pressi di Mogliano Veneto, otto ore al giorno per circa 200 euro al mese; ora che lo “stage” è finito, continua a lavorare anche dieci ore al giorno, compresa mezza giornata al sabato per uno stipendio di 400 euro, con contratto a chiamata per salvare le apparenze in caso di controlli. Come loro molti altri. I nuovi schiavi.

Vite spezzate, solitudine, salari da fame, violenza, tutto questo in Italia, a pochi passi dalle nostre case.  I giornali italiani sono pieni di storie come queste, al punto che l’ennesima morte sul lavoro di un immigrato ormai non fa più notizia. La settimana scorsa nei pressi di Firenze un lavoratore senegalese, irregolare e impiegato in nero, è morto schiacciato dal muletto che stava manovrando. Invece di soccorrerlo, i compagni per paura si sono dati alla macchia.  Si è scoperto che il macchinario che utilizzava era privo delle più elementari misure di sicurezza. Se ne è stupito qualcuno?

E, nonostante tutto, noi continuiamo a puntare il dito sulla Cina, dipingendola come una terra di frontiera, un luogo desolato senza compassione né legge, il trionfo del darwinismo sociale. I cinesi sono i nuovi barbari, sfruttatori senza pietà né rispetto per la vita umana. Ansiosi di criticare la discriminazione istituzionalizzata dei migranti provenienti dalle campagne in Cina, non ci accorgiamo dei drammi causati dalla miopia delle nostrepolitiche sull’immigrazione. Ci stupiamo del dramma dei lavoratori cinesi malati di silicosi e delle ecatombi nelle miniere dello Shanxi e ogni anno ci troviamo con un’ondata di morti “bianche” che nessuno sa spiegare. Ci indigniamo per le storie di schiavitù nelle fornaci di mattoni clandestine nelle campagne cinesi e ci dimentichiamo della schiavitù per mano dei caporali nelle piantagioni dell’Italia meridionale.

Ma certo! Nonostante tutto noi rimaniamo convinti che tra l’Italia e la Cina ci sia un abisso di differenza. Nell’immaginario collettivo, l’Italia è un paese sviluppato, con uno stato di diritto forte e un apparato di tutele e garanzie perfettamente funzionale e funzionante. I problemi sopra descritti – sempre ammesso che esistano – sono solamente degenerazioni, realtà marginali in un sistema altrimenti perfettamente funzionante. Sempre nell’immaginario collettivo, in Cina invece queste degenerazioni sono il sistema: schiavitù, sfruttamento e morte non sono altro che la regola. È lo stesso orientalismo strisciante cui accennava Flora Sapio qualche tempo fa su questo stesso blog.

Ma non è tutto qui. La Cina è la nostra grande giustificazione. Guardiamo altrove per non vedere i problemi che abbiamo in casa e così facendo ci illudiamo di vivere nel migliore dei mondi possibili. Proprio la settimana scorsa sul Corriere della Sera un giornalista descriveva drammaticamente le condizioni di lavoro dei lavoratori migranti a Shenzhen, scrivendo con un certo candore che in fondo la città “non si presenta all’occhio come un inferno in terra”. E l’Italia allora? Come si presenta all’occhio?

Ricordando queste cose non intendo unirmi al coro, sempre più forte, di coloro che sostengono il relativismodei valori o esaltano la direzione in cui si sta muovendo la Cina. Non mi propongo di minimizzare la gravità dei problemi del lavoro nella fabbrica del mondo, né di far passare il messaggio che, in fondo, in Cina si sta addirittura “meglio” che da noi, qualunque cosa questo significhi. No, niente di tutto questo. Nessuno vuole fare paragoni al ribasso o al rialzo. Chi mi segue sa che ho sempre scritto in maniera molto critica di quanto accade nella fabbrica del mondo e intendo continuare a farlo ogni volta che mi sembrerà il caso. Ma nel mettere in luce ilimiti dello sviluppo cinese non intendo perdere di vista il problema di fondo, quell’ovvietà che forse a volte è opportuno ripetere, cioè il fatto che anche a pochi passi dalle nostre case esiste lo sfruttamento, la discriminazione e finanche la schiavitù. In fin dei conti, reinterpretando il classico detto del Vangelo, anche nel caso in cui il nostro vicino avesse una trave nell’occhio, forse non dovremmo dimenticarci della pagliuzza nel nostro. Magari non è poi così piccola.

[In questo post parlo soprattutto di ragazzi afgani perché quella è la realtà di cui per ragioni personali ho maggiore conoscenza. Per chi fosse interessato a leggere qualcosa di più sulla situazione degli immigrati clandestini in Italia consiglio il bellissimo libro di Marco RovelliServi, edito da Feltrinelli – IF]

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6 Responses to Lo scandalo delle nuove schiavitù: uno sguardo all’Italia, dalla Cina

  1. mauro baldrati il 31 agosto 2010 alle 11:33

    E’ vero. E tutto sta diventando “normale”. Il nostro paese è pieno di storie di sfruttamento incredibile. Nella Bologna ricca (ex ricca?) un signore rumeno di mia conoscenza ha trovato un lavoro in nero dopo lunghe ricerche presso un artigiano-fabbro (realtà molto diffusa, piccole aziende con 1-3 dipendenti) e 800 euro al mese. Dopo neanche un anno il padrone l’ha licenziato con quattro mesi non pagati. E non li pagherà. Alle sue richieste ha risposto “ora non li ho, domani si vedrà.” Nonostante l’abbia consigliato non ha voluto denunciarlo, per non creare problemi alla moglie.

  2. Ares il 31 agosto 2010 alle 13:11

    Bè, già questo è un esempio normale, che rientra nella quotidianità italiana: molti italiani vivono nel precariato piu’ totale e in nero, anche per meno di 800,00€ al mese. C’è anche chi stà peggio, sfruttato, ricattato, malmenato da italiani o da connazionali. E al governo/opposizione c’è questa manica di minchioni, compresi tutti i loro consulenti lecca-culo.

  3. Ares il 31 agosto 2010 alle 13:12

    Scusatemi… oggi mi gira male.

  4. Mirfet il 31 agosto 2010 alle 14:36

    Aggiungerei che questi schiavi sono anche gli stessi che, all’occhio (cieco) di molti, rubano il lavoro. Questo pensiero – che rubano il lavoro – è così idiota che ho persino vergogna a scriverlo.

    Ares: molto male, direi. Non ti tico “coraggio” perchè quando lo dicono a me divento una furia.

  5. marco il 31 agosto 2010 alle 19:49

    speriamo nel default in salsa greca, con conseguente emigrazione di molti italiani. Magari ritroveranno un pò di umiltà, “rubando il lavoro” all’ estero.

  6. baccarini gustavo il 1 settembre 2010 alle 08:30

    In zona Roma-Castelli Romani l’edilizia è tenuta su da operai rumeni, e dell’est Europa in genere, ingaggiati e pagati a fine lavori; questo se le case, poi, vanno vendute, altrimenti, nisba. Come si spiegherebbe altrimenti, in una fortissima crisi immobiliare, tutte le nuove costruzioni in giro?



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