La liberazione di Andromeda

1 settembre 2010
Pubblicato da

ad Antonella Anedda, che ha scritto un mirabile libro di e su scritti ekfrastici, La vita dei dettagli

di Andrea Inglese

Quando la storia d’amore di *** anni, la più importante, la più lunga ed intensa, ha cominciato ad andare in pezzi, e io con lei, a frantumarmi in tante figure probabili, o solo abbozzate, indecise, quando insomma il nostro amore così evidente e saldo diventò un brano improvvisato giorno per giorno, così che nulla era veramente prevedibile, e doveva per ciò essere narrato, spiegato, immaginato ogni minuto di nuovo, perché manifestasse almeno, sotto risoluta ispezione, un qualche senso, proprio in quel momento, in quello straziante intervallo, La liberazione di Andromeda di Piero di Cosimo, la cui riproduzione era rimasta incollata per tre anni almeno nella stanzetta riservata al water – le cosiddette toilettes francesi – sulla parete di fronte alla porta, ebbene quel quadro, che io avevo assorbito nel corso del tempo, come si assorbe un paesaggio dal ritaglio di una finestra, mi offriva una chiave globale e precisa per uscire dalla tenebra, e con chiaroveggenza trovare una diversa e più adeguata trama per mettere in ordine la mia triste storia, la mia storia dolente, finita in pezzi.

Il quadro si presenta stranamente affollato, le figure sembrano molte, addirittura troppe, tanto che si fa presto a dimenticarle, tutte quante è impossibile tenerle a mente, e pur enumerandole, con l’implacabile cadenza matematica, che isola e definisce, anche in tal caso qualcuna sfugge al conto, si sottrae alla somma finale: quante persone ci sono, in definitiva, raccolte sulla spiaggia, e sparse nell’intero paesaggio? Gli agglomerati di persone in primo piano, veri e propri capannelli, non permettono un conteggio sereno, spuntano sulla sinistra dei copricapo, bisogna spiare gambe, piedi e calzari, e sulla destra l’intrusione discreta, parziale, di un viso.

Se escludiamo la coppia di protagonisti, gli spettatori del dramma – che in realtà voltano ad esso le spalle – potrebbero essere ventidue, ma allargando la visuale a colline, promontori, villaggi ancora ben distinguibili, possiamo aggiungere ventidue ulteriori figure (umane, antropomorfe), ma senza dubbio ne tralascio alcune, le più remote, nascoste nelle pieghe della rocca di sinistra, intorno o appena sotto le due grandi fattorie, mentre è difficile discernere i viventi dalle statue, nel gruppo di figure che popolano, sulla destra, il villaggio e i suoi dintorni, soprattutto se, come accade a me, si osserva il dipinto in un’unica riproduzione, grande quanto una mezza pagina A 4. Non vorrei occuparmi troppo di questa folla, che si comporta in modo imprevedibile e disomogeneo, che non sembra appartenere ad un’unica famiglia, e che comunque, più che come clan o comunità, agisce come moltitudine, animata da divergenti passioni e interessi: alcuni, stremati dal dolore, non riescono a mantenersi eretti, piegano le ginocchia, si torcono a terra, e neppure offrono il volto allo spettatore tanto dev’essere sfigurato e avvilito; altri invece, con schietta impudicizia, ballano e suonano, come ignorando qualsiasi calamità, o proprio per sormontare la minaccia e il ricatto dei lutti a venire, lanciando un esuberante motivo di gioia attraverso le note di bizzarri strumenti a corda e a fiato, che qualche musicologo è in grado di riconoscere come emblemi pittorici di arnesi realmente esistiti, e non capricci di un individuo svagato e talentuoso nel tratto e nel colore. Basterebbe in realtà dedicarsi a queste figure, riunite in bande opposte sulla spiaggia, i sofferenti e i gaudenti, gli stremati e i festeggianti, i malcapitati e gli allegri errabondi, basterebbe lasciarsi trascinare da questa faida emotiva, che alterna come una nenia ipnotica tristizia e gioia, lacrime e risa, spasmi nervosi e passi di danza, basterebbe questo ritmo umano, elementare, per calmare la mente che vuole invece intessere storie, biografie, episodi, ruoli. Ma alle spalle del variopinto gruppo dei ventidue, tre decisive figure campeggiano, anzi quattro, dal momento che una di esse appare duplicata: si tratta di una donna seminuda, di un mostro ingombrante e di un guerriero agile e intraprendente. La donna, come in molti sogni erotici, è legata per le braccia, e offre il suo corpo nudo dai fianchi al petto: una veste bianca, o un prosaico lenzuolo, la avvolge accuratamente, coprendole avambracci e gambe. Il suo sesso appare e scompare, è un suggerimento: la stoffa che le cinge i fianchi si piega verso il basso, all’altezza del pube, in modo tale che il pensiero, vorace, vi insista cieco. Ma è la posa, di completo abbandono, con la testa reclinata sulla spalla destra, gli occhi semichiusi (chi può dirlo?), i seni spinti in fuori, il busto lievemente piegato verso terra, è questa condizione di schiava sessuale, ormai arresa alla giostra di sevizie che l’aguzzino le prepara, è questa spossatezza, che la rende in qualche modo intollerabile allo sguardo, non davvero mai a lungo contemplata dallo spettatore, che preferisce spostare l’attenzione al mostro, il quale campeggia terribile e sconfitto, rovesciato di tre quarti, al centro del quadro. E su di esso, quasi in punta di piedi, con discrezione, l’esecutore al lavoro, il giovane killer armato di sciabola: Perseo.

Di tutte le figure, pur essendo la meno accomodante, quella del mostro è di certo la più fedele: essa si fa guardare in continuazione, raccoglie su di sé l’ostinata curiosità dei vivi, l’indiscrezione degli spettatori, la malagrazia di coloro che altrove, oltre loro stessi, cercano un approdo: un disgraziato episodio da rimirare, appena compassionevoli, con la risaputa sete di rivalsa. Il mostro è lì, perfettamente calato nel suo ruolo di obbrobrio, stolido e pericoloso, eppure in qualche modo dimesso: volge al suo carnefice la giugulare, sprofonda su un fianco, si candida ad essere sempre, consensualmente, ammazzato. Il mostro ha delle strane e fulve barbe, che tutte vibrano sulla parte posteriore del profilo, mentre dalle narici schizza filamenti d’acqua e guarda, con presumibile tristezza, Andromeda: sa che non la vedrà più, che mai l’ha posseduta, che non ha avuto tempo, a causa dei suoi fitti impegni di rapitore, di concedersi un attimo di pace con lei. Perseo è discreto e grazioso: uccide con una disarmante eleganza, tutto piegando il braccio verso di sé, come un tennista che prepara un rovescio, così che la sciabola rimanga per un attimo sospesa dietro la sua nuca, prima di calare, secca, sulla gola del drago acquatico.

In questa vicenda per nulla lineare o moraleggiante, ma che di continuo insinua il dubbio, quasi che tutto si fosse svolto troppo facilmente, senza fatica né vero attrito, salvo poi riservare imprevedibili e funeste sorprese, in tutta questa irrisolta tensione, che cresce alla proprio fine invece di scemare per sfogo catartico, le onde, loro, compiono un miracoloso aggiustamento: sanano ogni sospeso, debito, ritardo, danno involontario. Quel ricamo di onde, onirico ed ironico, svagato e scientifico, è un messaggio sempre attuale di possibile calma e padronanza di sé. Ogni onda, infatti, si collega ad una forza tremenda e devastante, che è stata però compiutamente, con classicità, domata, chiusa in una cilindrica espressione d’acque: i serpentoni intorcigliati, che finalmente docili, accasati, costruiscono il luogo proprio del mostro e dell’episodio che intorno a lui si articola e dirama, per rive e promontori, strazi e ludi, seni nudi e piedi alati. Le onde concentriche, solide e ben levigate, tutto infatti tengono assieme, e tendono, come corda d’arco, che spinge ai lati opposti i capannelli e le rive di destra e sinistra, incardinando al centro il mostro, in modo tale che funga, di notte e giorno, con vento e pioggia, da plancia, basamento, spianata d’atterraggio per l’eroe, il Perseo volante, un po’ Flash Gordon, un po’ Yves Klein, tuffandosi ad angelo dalla finestra.

Ma come tutta questa generosa coreografia sia profondamente impressa in alcuni destini, tra cui il mio, e quello del mio perduto amore, resta da dire, da dimostrare forse, ma così è: per suprema evidenza. Quella storia, così ben disegnata e dipinta, composta e colorata, parla di me, di come ho interpretato, per nove anni, il mio ruolo di amante, e parla di lei, di come lei pure ha interpretato il suo, e come entrambi ci siamo ritrovati, stretti nell’identica vicenda, con un mostro sotto mano, disperazioni e gioie, lacrime e balli, sempre in movimento, accuditi dall’enormità dell’impegno. Il mostro di Andromeda era lo schifo e il terrore per la vita, era la disperazione, che con puntualità sorgeva dalle acque, tutto scuotendo e ribaltando, gonfiando cavalloni e schiantandoli a riva. Di quella immedicabile disperazione, Andromeda era vittima, prigioniera, schiava: il suo corpo docile si offriva allo sguardo sul punto di essere divorata. Andromeda aveva il fascino lancinante della vulnerabilità estrema: legata, spogliata, immobile di fronte al peggiore dei pericoli: il disgusto di vivere. Perseo ero io, ossia l’eroe, convinto del mio mestiere, attrezzato a modo, solerte nei balzi, raramente giungevo in ritardo o saltavo un giro. Avevo dimestichezza con il mostro: sopra e sotto le acque, attraverso le sue orribile barbe, scivolando sulla sua turgida e viscida coda, io stesso avevo ampiamente vagato. Ero familiare con ogni fondale e sprofondo marino, con ogni pozzo e grotta, con ogni buco, squama, tentacolo, con la disperazione nera. Sapevo, con la grazia dell’eroe dal piede alato, avvicinarmi ad essa, laddove eroi più virulenti e solenni avrebbero esitato, atteso troppo, o gli sarebbero andati furiosamente addosso, finendone alla fine inghiottiti. Io andavo e venivo dal mostro, giocando sul tempo lungo, senza fretta di chiudere la partita, ma sicuro che prima o poi non sarebbe più riemerso. Perché lo scopo non era limitato ai ciclici corpo a corpo, ma prevedeva un ferimento a morte, la scomparsa finale dell’antagonista, e il trionfo dei suonatori a riva con le ramaglie sventolanti.

(È d’altra parte risaputo: se c’è un mostro, esso è quasi sempre nostro. È San Giorgio che secerne il drago, tutto San Giorgio è un’apparecchiatura complessa, ad energia animale, con la camera di compressione in metallo, dell’armatura, e il filiforme tubo di scarico, la lancia, da cui sibila, prendendo peso e forma, gonfiandosi d’acchito, lo scaglioso e lutulento drago. Disarmato e scavallato, San Giorgio è indiscernibile dal mostro, se lo porta nelle viscere, il mostro lo segue come ombra, sta incollato ai suoi gesti, ma montato finalmente il solenne apparecchio, con cavalcatura, sella, mantello, maglia metallica, armatura ed elmo, guaina, spada e lancia, finimenti e criniera, tutto l’insieme ben regolato, connesso, avvitato, il mostro è pronto per essere distillato da San Giorgio: di forza espulso, schizza fuori all’esterno, separato e solido, sufficientemente a distanza per essere preso di mira, combattuto e inforcato. L’estroversione del mostro implica nobiltà d’abiti, solenni strofinature di corazza, gonfaloni e cavalli selezionati. Un indigente, senza l’alambicco d’acciaio e il quadrupede, il mostro se lo porta addosso, glielo si legge in faccia: per questo, quando la folla lo piglia, senza troppi distinguo tra dentro e fuori, gli piazza la corda al collo, come a un sol l’uomo, all’indigente e al suo mostro, che nessuno li distingue né da vivi né da morti.)

Tutto quel lungo malinteso che era stata la storia d’amore, che come ogni amore sembrava edificare la sua durata sulla comprensione, non solo ovviamente verbale, e neppure su una semplice affinità di vedute o sintonia di affetti, ma su un bilanciato gioco di fantasmi e desideri, di sogni e aspettative, che trovavano quotidianamente superfici, appigli, sostegni per rilanciarsi, per alimentare la follia reciproca, perché null’altro è l’amore se non una sensuale, erotica, follia reciproca, capace di radicarsi come una pianta infestante in un terreno fertile, di simulare un paesaggio definitivo, quando invece ogni amore è stagionale, ossia un malinteso prolungato, quanto alle risorse oniriche rispetto alle prove del reale, dei venti e dei freddi estremi, delle siccità impreviste, così dopo tempi che possono essere più o meno lunghi ci si guarda da una diversa posizione, come se la felicità erotica, amorosa, non fosse stata che la capacità di mantenersi al proprio posto in un dipinto, immersi pacatamente nella sua coreografia, ognuno soddisfatto della propria posa, giorno dopo giorno, ricreando una circolarità di tensioni, di spinte e controspinte, perfettamente espresse e ciò nonostante contenute, assorbite. Ma quando insensibilmente ognuno scivola altrove, liberandosi dalla sua posa come fosse una astrusa costrizione, e non la curva naturale del corpo e della mente, allora l’equilibrio psicotico va in pezzi, ondate di realtà invadono la scena da ogni parte sotto forma di dettagli abnormi e inquietanti che nessun ordine di linee e fasce di colore può più addomesticare: così è stato, dopo lunghi anni, tra me e Andromeda, quando abbiamo iniziato a navigare nei pezzi, nei detriti, di un quadro che non si teneva, non ci teneva più, assieme.

[Da Materiali per un libro su Parigi]

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Il testo è tratto dal sito DNA projectbox

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11 Responses to La liberazione di Andromeda

  1. fabio teti il 1 settembre 2010 alle 11:37

    incrediibile.

    ma dev’essere sfuggito un tag, nevvero? (“a gamba tesa”!).

  2. sparz il 1 settembre 2010 alle 15:31

    assolutamente visionario, bellissimo, ancora, Andrea. Ciao.

  3. Medusa il 1 settembre 2010 alle 16:34

    Sono stata riuscchiata dentro nel dipinto, anch’io sulla spiaggia. Prego l’autore di liberare pure me, adesso!

  4. Medusa il 1 settembre 2010 alle 16:34

    Scusate: risucchiata…

  5. jan il 1 settembre 2010 alle 21:59

    Molto bello e molto trist per me, lucido, geniale.

    Una buona immagine a media risoluzione, utile per seguire il testo:
    http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/5/58/Piero_di_Cosimo_039.jpg

  6. maria(v) il 2 settembre 2010 alle 12:42

    questo scritto, stavolta, non esito a definirlo onestamente un capolavoro. a migliaia gli spunti, le sollecitazioni, i rimandi che mi verrebbe voglia di associare, irrilevanti però ai fini di una migliore comprensione o fruizione di un’opera che basta a se stessa. significativa, per me, la maturazione stilistica rispetto alle parti di questo stesso progetto di romanzo che ho letto l’altr’anno e forse a volte anche aspramente criticato (senza nemmeno averne i requisiti, ovvio, a parte una certa arroganza o prepotenza che scattavano per riflesso condizionato dopo certe letture
    :-) requisiti che non ho neanche adesso, ma commentando con la solita presunzione, posso dire che
    questo progetto assume, per me, in piena trasparenza la sottigliezza delle sagome deformi di un Robbe-Grillet, “i mostri nascosti nelle ombre del quadro iperrealista” che Barthes preferiva non vedere azzerando ogni vibrazione terrificante e sciame sismico nella solida definizione di universo cosistico piatto, desolato, unidimensionale. non potrebbe essere reso in maniera più esplicita come la vita dei dettagli, dovunque brulicanti, prosegua autonomamente fino a sommergere l’oggetto divorato e tanto più presente e minacciosamente vissuto come suono e come colore deflagrato che sanguina dagli occhi, dalle orecchie, dal naso, nonostante la vena autoironica di certi passi di chi vorrebbe prendersi poco sul serio, e tentando di deridersi riesce solo più straziante e commovente. per me, è una composizione perfetta. a migliaia le cose che mi verrebbero da dire, e mai come in questa caso, sarebbero superflue, direi solo che l’autore, stavolta, è andato talmente a fondo, è stato a tal punto capace di quel raro tocco magistrale, per cui invece di essere poeta, (di tanto più grande e in maniera troppo semplice dell’opera sua) stavolta è riuscito ad essere precisamente una poesia, un romanzo, un quadro.
    Aspetto il seguito.

  7. giacomo sartori il 4 settembre 2010 alle 00:57

    sembra anche a me che il nostro inglese or prosatore – visto che si è messo in capo di prosare (così Cordelli sarà ancora più disperato, perchè ce n’è uno in più) – si avvicini all’intensità dell’inglese poeta; lo stesso raziocinare tagliente che porta a una sospensione del tempo, a una epifania della fisicità dell’angoscia, peraltro mai nominata nemmeno di striscio, come quando si parla per non avere paura; ma appunto qui con un fiato più ampio e più vario, che va a toccare anche altre corde;
    trovo qui un’essenzialità che non vedevo nelle sue altre prose (per quello che ho letto io), e che appunto mi faceva rimpiangere le sue poesie;

  8. Fabrizio il 4 settembre 2010 alle 15:27

    Associazioni libere: mi ricorda da un lato i passi di Artaud, ne Il teatro e il suo doppio, sui maestri quattrocenteschi, dall’altro il Calvino ermeneuta di S. Giorgio e il drago ne Il castello dei destini incrociati, forse tra le pagine migliori dell’ultimo Calvino (che io non amo)… Ho sempre pensato all’ecfrasi, ma in generale alla parola che si mette in rapporto con un immagine, o una serie di immagini – come ad un importante principio di “generazione verbale” (soprattutto prosastica, evviva la prosa, evviva Inglese prosatore…). La parola si mette in rapporto con l’immagine, tentando così di uscire da se stessa, di mancarsi. Ma l’autre monde dell’immagine è di fatto mai del tutto raggiungibile, e così la parola è costretta a ritornare su se stessa, a ingoiarsi, a scuoiarsi di nuovo in solitudine. Il pezzo è bello, ma non rende a mio parere che in parte l’angoscia dell’ermeneutica (benché di un altro tipo di angoscia ce ne sia in abbondanza). C’è molta, forse troppa intelligenza. C’è un’ansia di “chiudere”, di far tornare i conti nonostante tutto. C’è una certa fretta di esplicitare (il mostro ‘è’ lo schifo della vita, sic et simpliciter). O no? Sono solo impressioni. Comunque come sempre complimenti ad Inglese, questo libro sembra davvero qualcosa di molto importante.

  9. andrea inglese il 4 settembre 2010 alle 15:51

    a fabrizio,

    un giorno mi sono imbattuto in quelle pagine di Calvino che citi, e che sono davvero tra le sue migliori – e anch’io non sono un patito di Calvino -; e mi hanno creato un grande godimento; ma mio altro riferimento, è “Atena” di Banville.

    sul pezzo qui sopra; si tratta di un frammento in un duplice senso, che fa parte di un libro di frammenti (che però diventeranno alla fine altro, insomma non saranno più percepiti come tali; ma ora non essendo compiuto il libro lo sono ancora) e che è stato ritagliato da un testo più lungo, e ancora in via di elaborazione; diciamo che qui ho messo qualcosa che penso si possa anche leggere isolatamente;

    che cosa è rimasto fuori? parecchio e – direi anche – i conti che non tornano; o meglio, qui sopra vi è un primo strato eremeneutico, ma nello sviluppo del pezzo-capitolo ci si addentra ulteriormente, e la lettura si complica, così come la vicenda di cui il quadro è chiave… Perseo ad esempio ne esce maluccio, alla fine. Ma questo in un’atra puntata…

  10. elio_c il 5 settembre 2010 alle 07:17

    Molto bello, molto vero.

  11. Blog, commenti e lettori – Nazione Indiana il 7 settembre 2010 alle 17:23

    […] mettendo a confronto due articoli assai diversi usciti da pochi giorni, Pubblicare per Mondadori? e La liberazione di Andromeda, presi a caso tra i primi che ho trovato […]



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