Colonia Alpina Ferranti Aporti Nava

4 settembre 2010
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di Marino Magliani

Mio padre aveva 55 anni più di me. L’estate faticava in Francia nei ristoranti della Costa Azzurra.

Mia madre lavorava la terra e l’aspettava. La casa dove abitavamo aveva un’entrata buia. Dalla finestra della camera d’estate si sentivano le rane.

Era un paese lungo, con un torrente che passava sotto il ponte di pietra, paese piantato al selvatico, come si intende da noi quando il sole se ne va presto. Ci sono modi di dire che in dialetto non si usano più, non si menzionano più oggetti, campagne crollate, franate dopo secoli di alluvioni, inghiottite da incendi e rovi, nomi scomparsi, anche di persone andate via e mai più tornate. Ma il buio dei fondovalle non si può estirpare da una lingua.

Sarebbe come togliere l’umidità alla nebbia di questa costa del Nord, dove vivo ora, la sabbia alle dune.
Allora era tutto quel buio a intristire ulteriormente i portici e i budelli che attraversavo per entrare in casa.

Non posso dire di essere stato un bambino precoce, e se ricordo bene, anche a fare il chierichetto ci andai tardi. La domenica mattina davo la mano a mia madre e insieme si risaliva il carruggio. A metà cammino lei cominciava a darmi dolci strattoni per non arrivare a messa finita. Io allungavo in cima, dove iniziava il rettilineo. Dopo la doppia curva apparivano in dirittura la chiesa e gli alberi.

Un giorno mi liberai della mano con uno strattone e attraversai la strada… Stridore di gomme e grida.
Un’utilitaria che poi mi dissero essere azzurrina mi allontanò nuovamente una dozzina di metri dalla chiesa. Rimasi all’ospedale un mese. Mi andò bene. La gente quand’ero bambino mi diceva sempre ti è andata bene. Oppure: ti è andata mezzo bene, puoi essere contento.

[questo è l’inizio del racconto lungo di Marino Magliani “Colonia Alpina Ferranti Aporta Nava”, pubblicato da Senzapatria (2010), con prefazione di Giulio Mozzi]

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5 Responses to Colonia Alpina Ferranti Aporti Nava

  1. véronique vergé il 4 settembre 2010 alle 12:27

    Scrittura scorre in un torrente, con parole creando un paesaggio disfatto,
    sotto la malinconia del dialetto acquattato, una svolta e il racconto evoca l’incidente.

    Un inizio promettente…

  2. riccardo ferrazzi il 4 settembre 2010 alle 14:45

    La prosa di Marino è speciale. Ha la capacità di tenere incollati alla pagina e di far viaggiare con la fantasia. Dovrebbero farlo tutti, e invece sono pochi quelli che lo sanno fare.

  3. franz krauspenhaar il 6 settembre 2010 alle 10:55

    in piena sintonia con quanto dice ferrazzi.

  4. cf05103025 il 6 settembre 2010 alle 16:45

    Ben l’ho letto!
    Questo racconto lungo è una delle più intense, e anche sottili, narrazioni di Marino! Molto bello:
    MarioB.

  5. […] Un libro che non muore mai. Potete leggerne l’incipit sul blog letterario Nazione Indiana. […]



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