Scuola di calore II

10 settembre 2010
Pubblicato da

di Massimo Rizzante

Mia sorella Rajah

a Essaadia

Mia sorella Rajah si chiama così perché è la regina
dell’attesa. La cosa che ama di più è osservare
ipnotizzata il suo sentimento di impotenza
racchiuso nel flacone mezzo vuoto dello smalto per le unghie

Lo guarda crescere come un feto minuscolo e, quando sta per nascere,
con una forbicina gli taglia il cordone ombelicale e lo lascia
sanguinare per ore. Poi si misura la febbre e se supera i 38 gradi
esce di casa: ha una relazione clandestina con la sua tosse

Quando rientra, la sua voce è diventata roca,
come quella di un palmipede che per tutta la notte ha razzolato
sulla neve. E che le ha perforato l’esofago, l’intestino
e le parole che ha pronunciato nell’ebbrezza del digiuno

Rajah attende che qualcuno scenda nel pozzo dei suoi occhi
e pianga per lei tutti i morti che scricchiolano come radici mendicanti
sotto il freddo inverno dell’Atlante e non la lasciano dormire.
Su quale sponda del letto ti chiederanno “Sognami”?

Io vivo perché Rajah ritorni a questo mondo, perché la proliferazione
di palmipedi sventrati nella neve abbia fine. Spero che il mio essere
così insignificante l’aiuti a vestirsi, a truccarsi, a smettere di succhiare
i vecchi seni di nostra madre. A non evacuare nell’armadio

Dopo aver ripulito, mi chiedo se il bene, il male, la giustizia,
l’ingiustizia, non siano che merda depositata sulla punta delle dita.
E se la povertà, nient’altro che un ramo troppo lungo
che deve essere potato affinché la sua ombra duri in eterno


Cecità e cicogne

a Fatima-Zahra

Io sono Fatima-Zahra e tu sei il mio profeta:
falso e affascinante come tutti i profeti.
Nella mia infanzia non ho avuto un’infanzia.
A tredici anni tu, habibi, leggevi Kafka

Ieri Juan Goytisolo guardava le cicogne da una terrazza di Jamaa el Fna.
La loro casba è un labirinto di rami costruito per noi,
per ostacolarci il cammino verso l’infinito, per ricordarci
che la Terra Promessa non è qui, che viviamo nel deserto

Fra qualche giorno migreranno, dice. Nel frattempo prove di volo. Quale
altro comandamento, mio profeta? Primo: non c’è grazia senza esercizio.
Secondo: non c’è salvezza in nessun luogo. Terzo: l’amore
è non sapere nulla di sé. Quarto: mendicare senza orgoglio

Come il vecchio Hasan. La cecità gli ha tolto lo spettacolo
dei mangiafuoco, dei giocolieri, degli incantatori di serpenti.
Non la grande estraneità. Hasan, che alla scuola del calore
ha imparato la chiaroveggenza dell’insonne

Così le mie gambe sordomute, come le chiamavi,
si affrancheranno dalla schiavitù delle tue parole.
Ma oggi come cicogne mendicanti, alla quinta chiamata,
chiedono tempo, tempo e denaro, denaro e sesso.

Io sono Fatima-Zahra e tu sei il mio profeta:
falso e affascinante come tutti i profeti.
La mia gioventù è stata prostituzione. Come la tua, habibi,
solo che tuo padre, a differenza del mio, la chiamava arte

Metamorfosi

a Kawthar

Sulla strada per Ourika, al Km. 7, un giorno
mancò l’acqua. Così cominciò a piovere. Ma la pioggia
sapeva di zolfo. Qualcosa di violento nei suoi scrosci
mi ricordò i piani abbietti per penetrare nel corpo di un altro

Dovevo difendermi. Dal fuoco della sete? Dalla pioggia? Da chi
mi avrebbe liberata? La parola «incubo», nel pantano del dormiveglia,
cominciò a enfiarsi come un rospo. Mentre reclutavo le ultime forze,
mi accorsi che una larva di nome Larbi setacciava la mia fica

È inconcepibile, in questa terra di precetti divini,
che una vedova debba essere sfondata da un membro tanto umano,
così come è impossibile che la carne a cui è stato amputato un seno
non senta ancora i morsi del figlio che ha allattato

Eppure una donna che affitta una stanza di nascosto dai suoi parenti,
è condannata ad abbracciare due continenti
separati da uno stretto vortice di uomini d’affari che le sue cosce
divaricate si ostinano ad accogliere

Ci sono momenti, come questo, in cui penso
che se non avessi incontrato Larbi, la mia vita sarebbe stata un letto
lastricato di date decapitate delle prime due cifre
da una ghigliottina di amplessi privi di corde vocali

Al contrario di Larbi, non ho mai posseduto un mio bozzolo.
Ma, sulla strada per Ourika, dove da non so più quanto tempo
manca l’acqua e una pioggia abbietta scheggia le ossa, ho capito
che non si può per sempre essere nemici dei bachi da seta

Nota
Pubblico qui altre poesie della mia prossima raccolta, Scuola di calore

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28 Responses to Scuola di calore II

  1. carmelo il 10 settembre 2010 alle 14:01

    vorrei chiedere a Rizzante se è giusta la mia sensazione che in questa nuova raccolta (rispetto alla prima) vi sia maggiore attenzione e controllo del ritmo dei versi che mi sembra piu’ “fluido” e “incalzante”.
    Immagino che anche queste poesie facciano parte del ” ciclo di Marrakech “, come le prime tre pubblicate sempre qui:
    luoghi, paesaggi e stati d’animo diversi da quelli che ero abituato a scorgere leggendo la prima raccolta, ma anche si suoi saggi?
    C’e’ un motivo particolare?

    spero di no aver detto stupidaggini, confesso di essere semianalfabeta in fatto di poesia, ma confesso anche di essere attratto dalle sue poesie.

  2. Daniele Barbieri il 10 settembre 2010 alle 14:32

    Belle. Interessanti. Strane per la poesia italiana. Belle.

  3. unpassante il 10 settembre 2010 alle 18:49

    ok. esempio di cose che si trovano solo su NI

  4. viola il 10 settembre 2010 alle 18:55

    dio mio

  5. max rizzante il 10 settembre 2010 alle 19:30

    @carmelo
    le poesie fanno parte della sezione che dà il titolo alla raccolta. Un po’ tutta la raccolta ha a che vedere con il sud della spagna, il marocco, con terre povere e spesso oggetto di nuove colonizzazioni…
    non so bene rispondere alle tue domande. La cosa che caratterizza tutta la raccolta è che le protagoniste sono sempre donne. donne difficili e in difficoltà. ripudiate, emarginate, senza scrupoli e sensibili…
    non chiedermi perché. non so rispondere. ma forse basta leggere i giornali.

  6. sparz il 11 settembre 2010 alle 09:16

    grandi testi. Ho la sensazione istintiva che, come i grandi testi di W. C. Williams, sarebbero piaciuti smisuratamente a Cristina Campo.

  7. carmelo il 11 settembre 2010 alle 12:47

    @Daniele Barbieri
    la tua osservazione è molto interessante perchè spinge a chiedersi se oggi ha senso ancora parlare di “poesia nazionale”. se lo sguardo del poeta non debba situarsi in un “altrove” che sta sempre ai margini per poter cogliere il divenire delle cose e sottarrsi all’immobilià del presente.

  8. fabio teti il 11 settembre 2010 alle 15:19

    io che normalmente vengo calamitato dalle scuole del freddo e del levare, leggo/mi lascio leggere con sorpesa e interesse da questa scuola di calore, dalle arcate del suo discorso. complimenti

  9. Daniele Barbieri il 11 settembre 2010 alle 19:43

    @Carmelo
    Credo che parlare di “poesia nazionale” non abbia senso da un pezzo. Tuttavia esistono scuole e ricorrenze. e non è difficile spesso assegnare un poeta, anche bravo, all’una o all’altra.
    La questione dell'”altrove” in cui si dovrebbe situare il poeta è che sia un altrove che ci riveli un modo di guardare le cose che non sospettavamo prima, e che, di colpo, ci appare rilevante.
    Quando ho scritto “strane per la poesia italiana” intendevo esprimere, a caldo, questa sensazione molto piacevole. È un po’ come quando, in una città che credi di conoscere ormai bene, scopri una strada che ti era incredibilmente sfuggita, e che aggiunge alla città una sfumatura in più. Una volta scoperta, ti sembra poi normale che ci sia; ma nel momento in cui la scopri quello che provi è comunque un piacevole stupore. Non per questo le strade che già conosci valgono di meno, però quella volta lì la strada nuova vale più di tutte.

  10. carmelo il 11 settembre 2010 alle 21:27

    @daniele barbieri
    ti ringrazio per le tue osservazioni che danno un po’ di senso a cio’ che per me sono solo sensazioni di lettore che non ha una formazione letteraria nè fin ora è stato un gran lettore di poesia.
    La metafora della starda non segnata sulle mappe consuete e comunque “incredibilmente sfuggita” ben si adatta alle sensazioni che provo quando leggo la poesia di rizzante. Io credo che quelle strade quei percorsi che noi abitanti della nostra citta’ non vediamo, ci possono essere rivelati megli odallo sguardo di uno straniero.
    Noto poi che la lettura delle poesie di rizzante è una sfida per il lettore, perchè rimanda altre letture evoca altri paesaggi.

  11. maria(v) il 12 settembre 2010 alle 08:16

    molto belle

  12. Enrico De Vivo il 12 settembre 2010 alle 12:34

    Suggerisco a chi ha letto con piacere le poesie di Rizzante, di leggere anche questo breve testo appena postato, certamente non a caso, dallo stesso R. sul suo blog in http://www.absolutepoetry.org (non so se il link l’ho messo bene). Questa a me sembra poesia antilirica, innanzitutto, poesia che mette in difficoltà in primis il lettore lirico che è nel dna di noi italici. In questo senso, forse, si potrebbe recuperare e impostare una discussione sulla “poesia nazionale” – magari tenendo presente, in parallelo, la “poesia romanzesca” assente ingiustificata dalla prosa nazionale corrente.

  13. enrico de lea il 12 settembre 2010 alle 12:51

    Davvero, mi piacciono tanto. Complimenti.

  14. carmelo il 12 settembre 2010 alle 13:12

    credo che il link giusto sia
    http://www.absolutepoetry.org/Per-Milan-Kundera

    l’argomento di enrico de vivo sulla poesia romanzesca mi interessa molto e mi piacerebbe che s ene parlasse di piu’ anche in relazione alla poesia latinoamericana (parra ?)

  15. carmelo il 12 settembre 2010 alle 13:44

    chiedo scusa volevo dire Nicanor Parra.
    si puo’ dire che la vocazione lirica di noi italici (parlo soprattutto dei lettori) è spiegata anche dal fatto che mentre neruda è straconosciuto e strapubblicato e le sue poesie si trovano persin onei blog piu’ melensi, la poesia di nicanor parra (che io ho conosciuto da pchissimo) è praticamente sconosciuto in Italia (ho verificato che è stato pubblicato solo un libro in italia ) conferma la vocazione al lirismo di noi talici ?
    scusate l’ingenuità delle mie domande, io ho tanta voglia di imparare

  16. berta il 12 settembre 2010 alle 18:04

    Lo scambio tra Carmelo ed Enrico De Vivo mi ha fatto riflettere sulla questione lirico/antilirico che solleva. Personalmente, trovo che nelle poesie di Rizzante – queste e il trittico postato qualche settimana fa – la volontà di non usare metro e rime e eufonie “cantabili”, non implichi antilirismo, ma una forma diversa di ricerca poetica che gioca in modo provocatorio con le possibilità combinatorie di registri espressivi antitetici: il registro “basso” della fisicità ostentata e della sessualità volutamente mercificata (da cui i vocaboli osceni o scurrili), e il registro “alto” di immagini elaborate dal punto di vista retorico, che producono universi semantici e scenari poetici imprevisti. Penso, ad esempio, all’effetto sorpresa dato dall’inarcatura di certi versi: Rajah è la regina… di cosa? della casa? no: dell’attesa; terzo comandamento di Fatima: l’amore… no! Non l’amore tout court, ma “l’amore di non sapere nulla di sé”; come sono i continenti di Kawthar? separati; e le sue cosce? divaricate. E poi ci sono i “mostri” generati dalle associazioni fantasiose e scomode, come l’uomo-baco Larbi/larva; o la donna/palmipede, che ammicca nell’aggettivo “rOCA”. E poi ci sono versi facili ed evocativi, come quello del “profeta di Fatima” o della “pioggia di zolfo”. Eccetera. Insomma, mi/vi chiedo: se la definizione che il dizionario (il primo che ho trovato, il Sabatini Coletti) offre di lirismo è: “manifestazione della soggettività del poeta o dell’artista, con prevalenza degli aspetti emotivi e sentimentali su quelli razionali”… si può davvero parlare di antilirismo nel caso di Rizzante?

  17. carmelo il 12 settembre 2010 alle 20:17

    beh mi permetto di dire che riflettendo proprio sulla definizione che hai riportato berta, mi sembra a maggior ragione si nota in questa raccolta una maggiore presa di distanza del poeta che, azzardo e chiedo scusa se dico una stupidaggine, altri non è che hasan che per meglio vedere ha imparato la chiaroveggenza dell’insonne alle illusioni ottiche dell o sguardo:

    Come il vecchio Hasan. La cecità gli ha tolto lo spettacolo
    dei mangiafuoco, dei giocolieri, degli incantatori di serpenti.
    Non la grande estraneità. Hasan, che alla scuola del calore
    ha imparato la chiaroveggenza dell’insonne

    Io non so se “la scuola di calore” è un riferimento letterario.

    curiosamente ho trovato e ascoltato una canzone che si chiama
    escule de calor

    Arde la calle al sol de poniente hay
    tribus ocultas cerca del rio
    esperando que caiga la noche

    hace falta valor, hace falta valor
    ven a la escuela del calor

    se lo que tengo que hacer para conseguir
    que tu estes loco por mi
    ven a mi lado y comprueba el tejido mas
    cuida esas manos chico
    esa paloma sobrevuela el peligro
    aprendio en una escuela del calor

    Vas por ahi sin prestar atencion
    y cae sobre ti una maldicion
    en las piscinas privadas
    las chicas desnudan sus cuerpos al sol

    No des un paso, no des un mal paso
    esto es una escuela del calor

    Deja que me acerce, deja que me acerce a ti
    quiero vivir del aire, quiero salir de aqui

    Arde la calle al sol de poniente hay
    tribus ocultas cerca del rio
    esperando que caiga la noche estoy

    hace falta valor, hace falta valor
    ven a la escuela del calor

  18. berta il 12 settembre 2010 alle 23:32

    Non so se ho capito bene, Carmelo: tu dici che si osserva un maggior distacco in queste poesie rispetto a quelle passate? Sì, certo, la rigenerazione nell’assurdo e l’abisso dell’ironia di cui parlava Manuel Gallego nella puntata precedente segnano una presa di coscienza più disincantata, ma non mi pare più estranea; altrimenti sarebbe come parlare di “scuola di gelo”! Tant’è che qui Rizzante si esprime PER le sue protagoniste, cioè si sostituisce a loro, o meglio, entra dentro di loro per dar loro voce, una voce che altrimenti non avrebbero e che – nelle figure (femminili e non) delle sue raccolte anteriori – era invece sdoppiata, esterna, come di narratore o di osservatore. Dal mio personalissimo punto di vista, il poeta di questi componimenti mi sembra essere non tanto un indovino/profeta ieratico e distante, ma una sorta di “prometeo” terrigno e inquieto che ruba il fuoco della conoscenza del mondo, sperimentando direttamente (e per questo macerandosi) l’aurea finitezza della natura umana.

  19. carmelo il 13 settembre 2010 alle 00:24

    Berta,
    i tuoi interventi dinmostrano una conoscenza del linguaggio poetico delle strutture formali che ammiro e…invidio (in senso buono) perchè io ahimè non le possiedo anche se ho tanta voglia di imparare. perciò rischiando a ogni mio intervento di essere ridicolo cerco di esprimere con un linguaggio non appropriato quelle che sono sensazioni che tento faticosamente di razionalizzare anche grazie ai vostri interventi. Grazie anche ai tuoi di cu iti sono grata.
    Io non so bene cosa sia il lirismo e la tradizione lirica nella nostra poesia. Ma se usiamo la definizione che ne da Milan kundera nell’intervista citata di Rizzante
    il poeta lirico, affascinato dalla sua anima, lascia parlare il suo “io” interiore per risvegliare nel lettore gli stessi sentimenti.
    io mi sento di dire che Massimo rizzante non mi sembra un poeta lirico.

    A me hanno colpito molto le parole di Miguel Gallego quando parlava
    di
    un’immaginazione più profonda, più pericolosa (la vera poesia è pericolosa, come le fiere nel camino), il pericolo della compassione totale, della totale ironia su le questione esenziale. ….
    Nelle rovine c’è l’Historia …

    e poi quando dice
    Imaginación y peligro se alimentan mutuamente y la escuela del calor es una escuela del oído,

    Insomma secondo me Miguel vede l’altissimo rischio che corre l’autore che avvicinandosi troppo al dolore cada nella “compassione” e nella contemplazione del dolore, e ne rimanga incantato.
    Ma è un rischio che bisogna correre, che deve correre la letteratura che come diceva bolano la scrittura
    ” non significa scrivere bene, perché questo lo può fare chiunque, e neppure scrivere meravigliosamente bene, perché anche questo lo può fare chiunque. Allora, che cosa è la qualità della scrittura? È quello che è sempre stato: essere in grado di cacciare la testa nel buio, essere capaci di saltare nel vuoto, sapere che la letteratura è essenzialmente un mestiere pericoloso “.

    secondo me queste poesie danno la misura di una scommessa rischiosa ma vinta.

  20. carmelo il 13 settembre 2010 alle 00:28

    volevo dire un’altra cosa:
    Sarebbe molto bello se Miguel gallego intervenisse in questa discussione.
    Por favor Miguel si estas leyendo, nos interesa mucho tu opinion sobre los asuntos que hemos discutido.

  21. carmelo il 13 settembre 2010 alle 01:03

    òberta le tue osservazioni sono feconde per me perche’ m icostringono a riflettere.
    Prima dia ndare a dormire vorrei dire un’ultima cosa sula parola Estraneità che è impiegata nei versi che ho citato e che tu citi a tua volta.
    Io non credo che venga usata nel senso di indifferenza.
    Sto leggendo un libretto di Ceserani intitolato lo straniero.
    li si dice che “lo straniamento” per Sklovskij è
    un procedimento artistico di base, che consente a ogni vera opera d’arte di rappresentare il mondo in modo nuovo e fresco, guardandolo quasi con gli occhi di un ostraniero
    Oviamente Cesarani prosegue dicendo che dop oi formalisti russi il termine viene ripreso da Brecht che lo intende
    come effetto, sugli spettatori del suo teatro, di distacco critico, di distanziamento emozionale dalla vicenda ………

    ecco mi pare che sia pure come dici tu l’autore entra visceralmente dentro le donne narranti delle poesie, mantiene un distanziamento emotivo.

    beh buenas noches !

  22. berta il 13 settembre 2010 alle 09:56

    !Buenos dìas a todos! Carmelo (anche le tue osservazioni offrono molti spunti!!!), credo che più o meno stiamo dicendo le stesse cose; d’altra parte le definizioni – lirico/antilirico, in questo caso – tendono spesso a creare ambiguità, perché è difficile che diano conto di realtà complesse. Secondo me, se si usa un linguaggio simbolico, che mira ad un’espressività esorbitante dal quotidiano, che trasfigura il dato reale, si è già nel campo “lirico” (Gianni Brera scriveva di sport ma era a suo modo lirico; i quadri di Edward Hopper sono più-che-realisti, ma sono lirici; i soggetti da obitorio fotografati da Joel Peter Witkin sono lirici). Dopodiché, il risultato poetico può essere più o meno musicale, più o meno (soggettivamente) gradevole, più o meno stilisticamente riuscito, più o meno comunicativamente efficace, e così via; ma – mi viene in mente Baudelaire, ‘La morte degli artisti’ – c’è sempre quel “desiderio infernale di smantellare l’armatura dell’anima e far sbocciare i fiori del cervello”.

  23. carmine vitale il 13 settembre 2010 alle 12:28

    P O E S I A !
    c.

  24. carmelo il 13 settembre 2010 alle 13:56

    buenos dias a todos !
    Berta le tue osservazioni sono per me stimolanti e motivo di riflessione.
    Tra le cose che ho imparato è che……ho ancora un bel po’ da imparare.

    Mi piacerebbe che qualcuno sviluppasse per l’occasione, qui o altrove, la discussione su /lirico/antilirico e anche i’invito di Enrico de Vivo
    forse, si potrebbe recuperare e impostare una discussione sulla “poesia nazionale” – magari tenendo presente, in parallelo, la “poesia romanzesca” assente ingiustificata dalla prosa nazionale corrente.

  25. max rizzante il 13 settembre 2010 alle 14:35

    @Carmelo e @Berta: vi ringrazio. Carmelo, il tuo entusiasmo è contagioso, ma
    c’è troppa carne al fuoco!
    In ogni caso, aggiungo qui sotto un pezzo di un testo (“Storie di scoperte”, in “La scoperta della poesia”, Metauro, Pesaro 2008) che ho scritto qualche anno fa e che esprime abbastanza bene quello che provo a fare. Forse può aiutare.

    … Così scoprii uno dei miei paradossi fondamentali: sulla soglia della stanza del drago, dove ha residenza fissa la mia parte poetica, c’è un usciere maligno, pieno di lusinghe, tentazioni, ricordi osceni, imprevedibili banalità, il quale pensa che ogni individuo è intoccabile in virtù della sua infima diversità rispetto a tutti gli altri individui. In altre parole, il custode della mia stanza poetica è un uomo prosaico.
    Nel mio breve cammino di poeta ho incontrato quasi esclusivamente grandi romanzieri non italiani. Questo la dice lunga sul nocciolo prosaico della mia poesia, sul fatto che io non mi ritengo un puro scopritore di versi (una parte di me, solo una parte) e sul mio contrastato rapporto con l’Italia: «vivaio di gerarchetti e pater nostri/paradiso terrestre per chiunque cammini a quattro zampe». Sono un poeta che legge soprattutto romanzi non italiani e scrive saggi, la cui prima redazione è sempre in francese.
    Per quanto non possegga alcuna certezza su quello che scrivo, mi sento di dire che i miei versi tendono a una storia e a una geografia molto ampie. La mia poesia ambirebbe a coniugare il colloquio con il passato – riuscire a descrivere un orizzonte dove tutto il passato è presente – all’«investigazione dei luoghi», a una sorta di scoperta poetica dei luoghi, che è spesso scoperta di voci poetiche. Ciò significa da una parte mettersi in una prospettiva storicamente millenaria e per forza di cose escatologica (esiste una poesia non escatologica?), dall’altra rinunciare a scavare dentro la miniera della sola tradizione italiana, atto che comporta molti rischi, non ultimo quello dell’eclettismo. Imitazioni, omaggi, traduzioni, commenti posti all’interno di un’opera poetica hanno per me proprio questa funzione: estinguere quel ridicolo monarca chiamato io, estinguere quella specie di monarchia chiamata letteratura nazionale. Resto eliotiano (sebbene di un Eliot illuminato e tradotto da Seferis, un poeta-chiave per me): «Il sentimento dell’arte è impersonale». E resto gombrowicziano: nel suo Diario, scritto quasi tutto durante il suo esilio in Argentina tra gli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, affermava che la cultura polacca doveva, per emanciparsi dalla sua «polacchità», abbandonare ogni culto nazionale. Borges, non proprio un poeta e scrittore amato da Gombrowicz, nella stessa epoca pronunciava una conferenza intitolata Lo scrittore argentino e la tradizione nella quale si domandava: «Qual è la tradizione argentina? […] Credo che la nostra tradizione sia l’intera cultura occidentale». Queste parole furono pronunciate nel 1953. Più di cinquant’anni dopo, nel nostro mondo che si vuole così emancipato e «multiculturale», non hanno forse assunto un significato ancora maggiore?

  26. carmine vitale il 13 settembre 2010 alle 22:11

    Nel mio breve cammino di poeta ho incontrato quasi esclusivamente grandi romanzieri non italiani. Questo la dice lunga sul nocciolo prosaico della mia poesia, sul fatto che io non mi ritengo un puro scopritore di versi (una parte di me, solo una parte) e sul mio contrastato rapporto con l’Italia: «vivaio di gerarchetti e pater nostri/paradiso terrestre per chiunque cammini a quattro zampe». Sono un poeta che legge soprattutto romanzi non italiani

    Meno male aggiungerei
    non avremmo scoperto una poesia altissima
    c.

  27. carmelo il 13 settembre 2010 alle 23:45

    @max rizzante
    ti ringrazio per il testo che hai voluto “postare” che definisce meglio la tua poetica (si puo’ dire così ? ) e che conferma in parte le mie sensazioni.
    Il mio entusiasmo nasce dall’avere scoperto il mondo della poesia, e dalla gioia che mi restituisce la lettura della poesia.

    Quello che mi ha da subito sorpreso nel leggere i tuoi saggi (non siamo gli ultimi) è la loro singolrità nel panorama letterario italiano.
    Almeno questo avverto come lettore.
    Facendo un rapido confronto, non dico delle riviste specializzate o dei testi accademici ( sarei sciocco se non ammettessi la mia ignoranza ) ma delle riviste italiane che si possono trovare nelle edicole, delle pagine culturali dei giornali italiani, (dei dibattiti pubblici tra intellettuali), con analoghe pubblicazione estere,
    certe questioni ormai dibattute da anni negli paesi sono assenti da noi.
    L’idea che non esista una letteratura nazionale (esiste una letteratura italiana ci mancherebbe, ma la lingua non coincide con “la nazione”, e credo che forse saranno gli stranieri che porteranno qualcosa di nuovo, e già ce ne sono che scrivono in italiano), concetti come “letteratura extra-territoriale, transgenere, ibridazione dei generi (il garnde poeta Nicanor parra diceva che il miglior romanzo è scritto in endecasillabi), vengono discussi da anni, vengono sperimentati da anni.
    Nessuno tra i grandi scrittori (ovviamente stranieri) crede che nel terzo millennio si possa parlare di una “cultura nazionale” cui attingere.
    Io ho l’impressione che la nostra è rimasta una cultura provinciale, chiusa, sterile, refrattaria alle contaminazioni.
    Io trovo che il dibattito culturale in questo paese è deprimente.
    Io non so se massimo Rizzante é un grande poeta (per me, lettore e non critico, lo è)
    probabilmente carmine vitale non lo ritiene un poeta particolarmente bravo, e ha tutto il diritto di pensarlo e magari ha piu’ argomenti di quanti non ne abbia io per dirlo.
    Ma l’ironia su quanto scritto da rizzante è fuori luogo.
    Forse che lui trova aberrante che si leggano romanzi non italiani?
    (beh allora anch’io sono un lettore aberrante perchè 9 su 10 sono stranieri?
    Trova lui aberrante che uno scrittore sperimenti la sua letteratura in una lingua che non sia la madrelingua?

    noi italiani dovremmo imparare quello roger bartra (antropologo messicano) chiama la “otredad” (cioè l’essere altro).

  28. […] prossimo libro di Massimo Rizzante. Altri testi tratti dalla stessa opera sono leggibili qui, qui, qui e qui. […]



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