L’Italia è un paese senza futuro

14 settembre 2010
Pubblicato da

di Christian Raimo

Alle volte, di questi tempi, in fila alle poste incantati dallo scorrere indolente dei numeri di led luminosi rossi sul display in alto sopra gli sportelli, o nella bolla condizionata di una macchina, nelle città che si rianimano a inizio settembre, si può provare una leggera euforia punk, da repubblica di Weimar, da quiete prima della tempesta. Con i rapporti dell’Ocse o degli altri paternalistici organismi internazionali che continuano a declassarci in classifiche dietro stati di cui conosciamo a malapena la collocazione geografica, con le pubblicità di finanziarie dai nomi bambineschi che sulle pagine delle free-press fanno a gara con quelle dei siti di scommesse on line, con i negozi di alimentari che chiudono e lasciano il campo alle sale giochi con le slot machine o ai rivenditori di oro a diciassette euro il grammo, si ha la sensazione di stare in un punto finale: prima o poi le famiglie non ce la faranno più a fare da paracadute sociale, prima o poi i sindacati non riusciranno più a opporre resistenza di fronte a una deregulation darwiniana del mercato del lavoro, prima o poi la scuola pubblica e l’università non avranno più il fiato per reggersi su delle forze sempre più volontaristiche.
Certo, non a tutti il futuro italiano appare così catastrofico. Si respira, per esempio, a leggere le riviste popolari in attesa dal parrucchiere, un altro clima. Su Chi di questa settimana un Piersilvio Berlusconi (chissà che, così per dire, non sia lui o la sorella il prossimo leader del centrodestra) abbronzato e tonico riempie la copertina e ci elargisce consigli quasi-buddisti su come stare bene con se stessi. Sul numero della settimana scorsa invece – negli stessi giorni in cui migliaia di precari con decenni di supplenze alle spalle non ricevevano nemmeno la carità di una chiamata annuale – Maria Stella Gelmini anche lei non si lasciava avvelenare dal pessimismo. E ribatteva in una distesa intervista dalla sua casa di Ischia di non sentirsi schiacciata dalle incombenze del presente, e di avere anzi un progetto ben definito per il futuro: dopo Emma (una bella bimba paffutella, che ha ormai quattro mesi), adesso pensa a un maschietto. È questa, lo ribadiva a chiare lettere, la sua priorità, il centro di tutto – e quest’estate, mentre lavorava certo, si è dovuta occupare di come arredare la sua nuova casa al centro di Roma. Non c’è mica da vergognarsi a pensare un po’ ai cazzi propri; soprattutto non c’è mica da vergognarsi a volerli raccontare anche a chi magari alla stessa età del ministro non si può permettere altra stanza dove dormire che quella della propria adolescenza, con i poster dei Queen ingialliti alle pareti.

[continua qui]

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38 Responses to L’Italia è un paese senza futuro

  1. Domenico il 14 settembre 2010 alle 09:28

    In “marcescenza dell’incultura destrorsa che ha contagiato la nostra società ha fatto sì che, nella convinzione comune, si sia introiettata inconsapevolmente l’idea che il pensiero, la riflessione siano occupazioni depressive, che lo studio non serva, che passare tempo sui libri non sia fondamentale, che i luoghi dell’apprendimento siano le reliquie di un’epoca ormai al tramonto” e in altre sezioni di questo scritto intuisco una cosa: la marcesceza, come definita da Raimo, è vera, evidente, eclatante a volte; tuttavia, la diagnosi della malattia è, secono me, errata: è un tipico meccanismo di individuazione coatta di un fantomatico nemico o di una causa a cui far ricondurre il disastro dell’oggi… meccanismo per un verso comodo e anzi credo proprio sottoprodotto di un pensiero gracile e claudicante su due povere gambe rachitiche… credo che le cose siano molto più complesse, più globali (ogni paese poi integra queste istanze globali con le proprie problematiche locali: forse è qui l’abnormità italiana), scarsamente comprensibili e poco vaticinabili.

  2. carmelo il 14 settembre 2010 alle 10:06

    ho appena letto questo articolo sulla prima pagina del manifesto:
    vorrei evidenziare un punto che secondo me spiega bene lo stato delel cose qui da noi:

    La marcescenza dell’incultura destrorsa che ha contagiato la nostra società ha fatto sì che, nella convinzione comune, si sia introiettata inconsapevolmente l’idea che il pensiero, la riflessione siano occupazioni depressive, che lo studio non serva, che passare tempo sui libri non sia fondamentale, che i luoghi dell’apprendimento siano le reliquie di un’epoca ormai al tramonto.

  3. Fabiano il 14 settembre 2010 alle 10:22

    Caro Chrisitan
    hai perfettamente ragione e vale la pena leggere l’intero articolo, non solo lo stralcio offerto su N.I..

    Io sono appena tornato dalla Colombia, quel paese noto quasi esclusivamente per il narcotraffico.
    La Colombia non è più ciò che era 10 anni fa ed il governo è 10 anni che investe in biblioteche. Guardiamo -una per citarle tutte- la Bibnlioteca de Espana costruita da Mazzanti, a Medellin. In uno dei quartieri più disgraziati. E’ cosi ovunque, in Colombia, soldi spesi per investire in Biblioteca, eventi, cultura.
    E il governo prende la buona gente disgraziata, la porta in biblioteca, gli insegna ad usarla, gli fa capire che è stata costruita per il popolo e non è una marchetta governativa per fare bella figura, e sorpresa! Le biblioteche sono affollatissime, tutte, sempre.
    Ci si trova il meglio del meglio, PC, libri, spazi.

    Ero a San Francisco: stessa cosa. La Public Library è un gioiello, con addirittura spazi cabina (in vetro) dove uno studioso può sedere (per tutto il tempo desiderato) e leggere o studiare in uno spazio riparato (ma aperto sull’ambiente). Desk di consultazione ovunque. Novità librarie a tutta parete. PC, emeroteca, tutto disponibile al pubblico.

    Ovunque tranne che in rarissime eccezioni, in Italia.
    E’ desolante e se davvero si applicasse quanto è scritto ne LE PIAZZE DEL SAPERE (ottimamente scritto), forse davvero la nazione ne gioverebbe.
    Ma forse non si deve. E’ meglio leggere CHI dal parruchhiere e sapere che quello è la cultura perfetta da offire al popolo.

  4. Valter Binaghi il 14 settembre 2010 alle 10:56

    “invertire quel processo iniziato negli anni ’80 per cui la gente ha preso a ritirarsi dai luoghi pubblici dentro le mura delle proprie case, ha progressivamente evitato il confronto con il resto del mondo, ha imparato a consumare cultura e intrattenimento in forma privata: si è – per farla breve – trasformata da società civile in audience.”

    Bravissimo Christian. Questo è il punto e questa è politica.

  5. Larry Massino il 14 settembre 2010 alle 11:07

    Pasolini da qualche parte scrisse che in una prospettiva di progresso bisognava porsi il problema della produzione di socialità. Penso che i nostri amorevoli governanti, di qualunque etichetta politica, abbiano invece combattuto con tutte le loro forze contro questa terribile prospettiva, che farebbe emergere dal nulla cittadini in concorrenza con loro, con pretese di potere, formati invece che informati. Infatti hanno puntato tutto sull’informazione e sul suo controllo. Perché i cittadini informati sono controllabili, al contrario di quelli formati, che lo sono meno.

    Ma non bisogna ignorare che i cittadini che ‘o sistema teme di più sono quelli totalmente disinformati, perché incontrollabili, soprattutto se formati. Non è un caso che oggi comanda chi controlla l’informazione, né che chi comanda faccia di tutto per impedire la formazione, soprattutto quella che può avvenire fuori dal normativo e mortale circuito Scuola-Cultura, ridotto ad appendice dell’informazione. Contro i disinformati, del resto, si stanno adottando le maniere forti, con i vergognosi CIE, per esempio, che hanno valenza anche sul piano simbolico. Temo che di CIE ce ne saranno sempre di più, ad attendere chiunque osi ribellarsi al regime dell’informazione, che priva di libertà ognuno di noi e rende l’aria irrespirabile in questo maledetto paese.

  6. silvia il 14 settembre 2010 alle 12:12

    Grazie, Christian, è proprio così che funziona.
    Piersilvio dispensa consigli buddisti, Mariagrazia può permettersi il lusso di arredare casa e curare la sua bambina.
    Quasi un mondo fatato.
    Grazie a direttori di tutti i settimanali di gossip, perchè la maggior parte degli italiani vive lì dentro.

  7. silvia il 14 settembre 2010 alle 12:14

    Mariagrazia è Maria Stella

  8. johnny doe il 14 settembre 2010 alle 19:39

    “Il ventennale disastro civil-culturale…”,vorrà dire il cinquantennale…lei sembra avere una memoria corta…Pasolini sulla “mutazione antropologica” ,anni ’70…

    (Paolo Volponi)- “….accusava (Pasolini) la nostra classe dirigente di aver promosso un certo modello di sviluppo, di aver organizzato in un certo modo la nostra vita, di avere inquinato le nostre campagne e le nostre città. E insieme vedeva la sparizione di tanti altri fatti sociali, popolari: certe culture, certe possibilità di intervento democratico, la vita dei paesi e delle province brutalmente violentata dai modelli del centro. ”

    Come vede,quanto lei va dicendo,risale a qualche anno addietro,ed era già molto ben radicato nella società, per la scuola poi dovremmo andar ancor più indietro….

    Magari dagli intellettuale ci si aspetterebbe un maggior equilibrio sulla valutazione dei fatti,a meno che la nota Obsession Papi non

  9. johnny doe il 14 settembre 2010 alle 19:43

    …riduca la storia a cronaca degli ultimi vent’anni,dove tanti altri ci han messo del loro in quest’opera.

  10. federica sgaggio il 14 settembre 2010 alle 19:51

    A me pare impressionante – hai ragione, Christian – l’enorme differenza di luce che c’è tra questo Paese opaco e qualunque altro Paese dove io sia recentemente stata anche per poco.
    Per le strade respiro la ferocia di chi pensa che chiunque gli stia sottraendo qualcosa. Se saluto, nessuno risponde.
    In altri luoghi, invece, il senso di quella socialità minima è presente e vitale. Lavora, opera, scava, illumina di sé il paesaggio delle relazioni personali ma perfino quello fisico, mi viene da dire.

  11. francesco pecoraro il 15 settembre 2010 alle 09:02

    Diciamo che la cultura della biblioteca come luogo ove regni la qualità, come qualità del servizio, dell’accesso, degli spazi, dell’iniziativa culturale, eccetera, vale a dire la cultura della biblioteca come punto di riferimento urbano e di quartiere, non è mai stata molto forte, qui da noi, a cominciare dalla Biblioteca Nazionale, che sembra un ministero Rumeno dei tempi di Ceausescu.
    Se già prima degli anni Ottanta ci andava poca gente (ma certamente molta di più di oggi), non so se abbia senso, nel quadro di un’inversione della tendenza cominciata negli Anni Ottanta, nel quadro del tutto ipotetico di un riavvolgimento del nastro della storia di questo paese, parlare di un «ritorno» alle biblioteche.
    Se la società civile si è trasformata in audience televisiva, allora la battaglia bisogna farla lì, dentro la televisione e sembra strano, a me che non capisco una ceppa di politica, che la così detta sinistra seguiti a far finta di non capire questo e dunque seguiti a buttare giù analisi dove come causa principale della perdita di consensi c’è il «distacco dal territorio» e dove come rimedio si indica e si auspica, appunto, un «ritorno al territorio», al «contatto con la gente».
    In fondo la (sacrosanta) proposta di Raimo rientra in questa categoria, anche se per «ritorno al territorio» qui si intende, più che l’ascolto e la discussione, la fornitura di servizi culturali diffusi e di qualità.
    Sono d’accordo. Ma ho due obiezioni. La prima è: perché mai un programma del genere dovrebbe essere considerato di sinistra? La seconda è: le biblioteche attirano solo (una piccola parte di) quelli che bene o male possiamo considerare come gli scolarizzati, i licealizzati, i laureati: e gli altri?
    Se la frittata è fatta, non si può indicare come rimedio la ricostituzione delle uova, ma occorre prendere atto che si è compiuto un processo che ha SPOSTATO i problemi da un luogo a un altro, da una categoria politica e concettuale a un’altra.
    Dunque in breve (il discorso come al solito è complesso): se è vero che occorre rafforzare e migliorare le biblioteche pubbliche è anche vero che occorre raggiungere quelli che in biblioteca non ci vanno, dandogli una televisione migliore.
    Uno slogan di sinistra?
    No a una televisione demmerda: riappropriamoci dello spazio televisivo!

  12. alanina il 15 settembre 2010 alle 11:06

    (oddìo, @pecoraro, perchè dici che biblionaz sembra rumena? io ci sono stata di recente, dopo un secolo, e hanno un sistema di tesserini elettronici da urlo, me ne hanno dato uno in picosecondi, con foto e tutto, aggratis, e funzionava, e ho chiesto i miei libri su un computer, e li ho avuti in venti minuti, e adesso li posso chiedere online da casa e andarmeli a prendere quando mi garba, eccetera…?)
    (ero allibita, proprio)
    (poi magari su che razza di libri scelgono di tenere, eccetera)

  13. carmelo il 15 settembre 2010 alle 13:12

    si sia introiettata inconsapevolmente l’idea che il pensiero, la riflessione siano occupazioni depressive, che lo studio non serva, che passare tempo sui libri non sia fondamentale, che i luoghi dell’apprendimento siano le reliquie di un’epoca ormai al tramonto.
    E’ questo il punto.
    Perchè in questo paese, lo studio, la serietà, il sapere, le competenze, non sono mai stati tenuti da conto.
    quale modello di successo si offre ai ragazzi ?
    quello basato sulla capacità di sviluppare relazioni infromali, quello basato sull’apparire.
    L’articolo di Lagioia e’ molto eloquente.
    Perche si chiede una ragazzo che si fa il culo laurendosi in fisica e specializzandosi in fisica astronomica
    io che mi faccio il culo e sono bravo non trovo uno straccio di posto decente mentre per esempio quell’idiota ex picchiatore fascista lavorava all’AMA?
    perche’ io ragazza intelligente e innovativa non trovo uno straccio di possibilita’ di dimostrare le mie capacita’ mentre una che apre le gambe diventa senatrice o forse anche ministro?

    perchè se mio figlio è un asino a scuola io padre invece di protestare pdai professori non invito i professori a bocciarlo?

    i ragazzi crescono sapendo che il loro futuro non dipende dalle loro capacita dallo studio e dall’apprendimento, ma solo dalle capacità relazionali delle loro famiglie, solo dall’accettazione di un ruol odi sudditanza nei confronti dei grandi che comandano anche se sono incompetenti,
    i ragazzi crescono sapendo che i ruoli professionali di maggior prestigio ed economicamente piu’ redditizi si ereditano e non si conquistano con i lmerito.
    vale per tutti tutti destra sinistra e centro.
    come si diventa in questo paese giornalisti, docenti, attori, avvocati,notai,farmacisti,commercilisti, dirigenti d’azienda, politici, docenti universitari ?
    diciamolo una volta per tutte che siamo invischiti in un meccanismo perverso che ci sta portando alla rovina

  14. carmelo il 15 settembre 2010 alle 13:23

    oh dimenticato i medici categoria che meriterebbe un trattato !

    le biblioteche?

    la situazione non è cambiata di molto rispetto ai tempi in cu ifrequentavo l’università e andavo in biblioteca per legegre i libri che non avevo i soldi per comprare.
    A quei tempi si parlava molto si teorizzava la rivoluzione, ma si studiava pochissimo e si leggeva ancora meno
    sto parlando degli anni a cavallo tra i 70 e 80

  15. alcor il 15 settembre 2010 alle 13:58

    «i ragazzi crescono sapendo che i ruoli professionali di maggior prestigio ed economicamente piu’ redditizi si ereditano e non si conquistano con i lmerito.
    vale per tutti tutti destra sinistra e centro.
    come si diventa in questo paese giornalisti, docenti, attori, avvocati,notai,farmacisti,commercilisti, dirigenti d’azienda, politici, docenti universitari ?»

    siccome tutti lo dicono e lo leggo ovunque, immagino che sia vero, io personalmente tuttavia non conosco nessuno – almeno in queste categorie, medici esclusi, non so perché – in cui i figli abbiano fatto il mestiere del padre, né nella mia generazione né in quella dei figli della mia generazione, non lo dico certo per minimizzare il problema, al contrario, il problema non è tanto fare il mestiere del padre, in sé non ci vedo niente di male, il problema è che alcuni possono scegliere, mentre altri non possono, e questo è di nuovo, dopo che si era diffusa la bizzarra impressione che le classi non esistessero più, un problema di classe – di una nuova classe ancora senza nome e alla quale si dovrebbe trovarlo, forse aiuterebbe – cioè, come dice Raimo, è un problema politico.

  16. gianni biondillo il 15 settembre 2010 alle 14:07

    Alcor io di esempi te ne potei portare a frotte.

  17. alcor il 15 settembre 2010 alle 14:14

    ma lo so Biondillo, infatti visto che tutti lo dicono e l’ho letto ovunque ho detto che ci credo, non occorre convincermi, ma nel dirlo e crederci non vedo nessun passo avanti, solo quel solito miscuglio di denuncia verbale e paralisi di fatto che vedo da troppi anni in cui tutti sono soli, salvo nel momento in cui smadonnano, un ritorno alla politica no?

  18. alcor il 15 settembre 2010 alle 14:16

    quando dico politica intendo politica “organizzata” e non parcellizzata nella piccola azione individuale, tutte queste monadi che agiscono nel particolare non mi rendono ottimista

  19. carmelo il 15 settembre 2010 alle 16:01

    vorrei precisare che anni fa fu fatto uno studio sul tasso di ereditarieta’ in parlamento a partire dall’unita’ di italia;
    ebbene i risultati erano terrificanti.

    Vorrei anche precisare che nel meridione l’accesso alle professioni e/o ai ruoli dirigenziali nelle amm.pubbliche avviene secondo due modalità:

    1) parenatle cioe’ figli nipoti cognati nuore generi amanti etc
    2) clientelare:

    vorrei anche precisare che la politica organizzata per esempio nel meridone procede attraverso centri di “potere” e di raccolta di pacchetti di voti, che dopo vengono scambiati nel mercato politico.
    E’ notorio che in sicilia nei paesi i sindaci son osioprattutto medici che sono in gardo di controllare un rilevante pacchetto di voti.
    E’ notorio anche che i patronati (cisl uil e anche cgl) svolgono analogo ruolo.

    E’ notario che i gerontocratici dirigenti di aziende pubbliche e private realizzano un sitema di scambio reciproco attraverso l’assunzione dei rispettivi figli destinati a prescindere se sono meritevoli o idioti a una sfolgorante carriera.
    queste pratiche medievali all’estero non hanno la rilevanza che hanno qui.
    potrei continuare all’infinito

  20. caracaterina il 15 settembre 2010 alle 16:32

    Il fatto è, alcor, che questa parcellizzazione “nella piccola azione individuale, tutte queste monadi” sono GIA’ politica. Tanto organizzata da essere al governo. Un governo sostenuto da quella metà più tot di italiani che non percepiscono affatto il nostro paese come socialmente immobile. Perchè dal loro punto di vista non lo è. Perchè degli ascensori sociali tradizionali (vedi scuola) se ne fanno assai poco ma ne usano altri, veloci, rischiosi, costruiti in barba a ogni norma di sicurezza ma a portata di mano. Questi ascensori vengono usati magari insieme a quello scolastico, preso giusto per prudenza ma con grande scetticismo. Ho visto qualche sprazzo di miss italia, qualche sera fa, giusto in tempo per farmi colpire da due concorrenti delle quali una voleva entrare in magistratura e l’altra diventare ammiraglio. A me sembrano mostri sociali ma ovviamente non lo sono. Se non come lo è Julien Sorel ne Il Rosso e il Nero, se mi si passa il paragone. Sta di fatto che loro il futuro lo vedono e vanno a incontrarlo per tutte le strade a cui possono accedere. Noi possiamo anche scrivere che sarà una rovina ma intanto loro procedono.
    La televisione, non tanto i reality quanto piuttosto i talent show, sono visti come nuovi ascensori sociali e fra chi li piglia, o ne piglia di equivalenti, ce ne sono moltissimi che, a differenza di quanto si dice e che vale per una metà scarsa di italiani (non pochi, certo, ma minoranza), vivono e vivranno meglio dei loro genitori. O almeno lo sperano e lo sognano. E che votano quello che votano – o se non votano è lo stesso tanto non votano certo la sinistra – perchè vedono che funziona proprio così. E magari intanto studiano perchè non è poi del tutto vero che studio e riflessione siano considerati così depressivi. Solo che poi i ragazzi ti chiedono “Cos’hanno che non vanno questi ascensori sociali?” Vai a fargli capire che sono pericolanti e che ne portano su 1 su 10.000. Loro vedono che anche gli altri, apparentemente più sicuri, li fanno rimanere rinchiusi a soffocare dentro al grattacielo. E cercano le vie di fuga e di crescita che questa politica organizzata offre loro.
    Se sapessi come offrirgliene altre, più aperte, strutturate, ampie e non a collo di bottiglia, forse, ma non è detto, sarei segretario del PD :)

  21. carmelo il 15 settembre 2010 alle 16:49

    credo che caracaterina abbia centrato il punto.

    credo anche che l’operazione dell’Innominato è consistita nel dare legittimità a queste pratiche di cui prima ci si vergognava anche se si praticavano.

    nel manifesto di ieri ida dominianni citava un senatore della repubblica (senatore della repubblica) del pdl che sostenva la leggitimità nell’operato di quelle donne che si sono prostituite per fare carriera politica (si badi bene, carriera politica non televisiva).

    Il consenso nasce dal fatto che i cittadini sono rassegnati all’immobilita’ paludosa di questo paese, pensano hce le cose non cambiano, pensano che i politici sono ladri, che tutti pensano ai propri interessi e quindi anche loro a questo punto attuano comportamenti illegali (abusi di ogni sorta, evasione fiscale, illegalita’ piccole e meno piccole, totale assenza del senso del bene comune ) in cio’ legittimati e in qualche modo protetti dal comportamento del capo.
    per costoro per l’appunto, non sono importanti, l ostudio, le competenze, i meriti, sono importanti ititoli necessari poer poter prendere quegl iascensori di cui parlava caterina

  22. alcor il 15 settembre 2010 alle 17:04

    Capitolo IX: Ove si dice come l’onorevole Motecuhzoma si sia disperato, e come abbiano pianto i Messicani quando seppero della forza degli Spagnoli.

    E Motecuhzoma era angosciato, inquieto; egli era atterrito, sgomento; manifestava pena infinita per le sorti della città.
    E, come lui, tutti i signori erano grandemente atterriti. V’era spavento e stupore, si tradiva l’angoscia, l’inquietudine; gli uni si consultavano con gli altri, ci si riuniva in gruppi, si formavano crocchi. Si piangeva, ci si disperava, si lamentava la sorte dei fratelli. In ogni dove non si vedevano che capi chini come steli, come steli appassiti. Ci si salutava piangendo, si piangeva gli uni con gli altri al salutarsi. Si rincuoravano gli altri, ci si rincuorava gli uni con gli altri; si passava la mano sui capelli degli altri, si lisciavano i capelli dei bambini. I padri dicevano :«Ahinoi, fanciulli carissimi! Come è potuto accadere proprio a voi quello che incombe?»

  23. alcor il 15 settembre 2010 alle 17:09

    scusate, mi è partito l’invio, volevo copiarvelo tutto, se non altro perché è un bellissimo brano, preso dai Racconti aztechi della Conquista curati da Todorov e Baudot e pubblicato da Einaudi nel 1988:–)

  24. caracaterina il 15 settembre 2010 alle 23:31

    Il brano è bello, sì, anche mozzo. Ma questo accostamento iperbolico, alcor, è da considerarsi compassionevole (nel senso alto) o ironico? Per dirla come nel post su Benjamin, fra gli Aztechi e gli Spagnoli, tu, da che parte stai? :)
    La domanda è meno battutistica di quanto sembri. Se davvero siamo alla fine del mondo, come per gli Aztechi, risposte politiche non ce n’é. A fare politica al loro modo restano solo gli Spagnoli. Tu pensi forse che siamo a quel punto? Io no – e spero di non essere un’illusa – ma spazi politici alternativi allo strapotere degli Spagnoli mi sembra che ce ne siano pochini. Oggi come allora. Però: lo sai che questa analogia che hai suggerito fra il XXI e il XVI secolo è davvero suggestiva? Ho la testa che spara confronti a raffica.
    Mi fermo. Stop.

  25. alcor il 16 settembre 2010 alle 10:17

    beh, intanto è bello, e non mi par poco per una lamentazione, poi gli aztechi consideravano gli spagnoli una manifestazione della divinità, imbattibile, fatale e non vedevano via di scampo, è pericoloso, non vedere via di scampo.

    Quando Mohtecuhzoma scopre che gli spagnoli interrogano i messaggeri su di lui ne è atterrito

    «E quand’egli Motechhzoma ebbe notizia di ciò, quando ebbe notizia che molto si indagava su come egli fosse, che insistentemente lo si cercava, che gli dèi ardentemente volevano vedere il suo volto, era come se si struggesse il suo cuore, come se fosse afflitto il suo cuore. Egli sarebbe fuggito, avrebbe voluto darsi alla fuga, avrebbe voluto darsi alla fuga, correndo. Egli sarebbe fuggito correndo, si sarebbe nascosto, avrebbe voluto celarsi, avrebbe voluto celarsi agli dèi. Si mise a pensare, dal più profondo del cuore, pensò dal profondo del cuore; si mise a concepire il progetto, concepì il progetto; si mise a riflettere, per questo, ancora, fece appello al suo cuore, fece appello al suo cuore; egli disse, egli disse a se stesso: ch’egli si sarebbe nascosto in qualche luogo, in una caverna.»

    E ovviamente finisce male.

    Armi impari? morbillo compreso? sì, ma non solo armi materiali, anche quelle psicologiche, e qua mi pare che regni una depressione di massa, che in parte è giustificata, ma che paralizza, come paralizzò gli Aztechi, e spinge in luoghi che se non sembrano caverne, in realtà lo sono.

    Tutto qui.

  26. carmelo il 16 settembre 2010 alle 13:30

    @alcor
    la metafore puo’ aiutare a reagire al fatalismo e alla rassegnazione

    ma vorrei sottolineare che noi stessi siamo aztechi e spagnoli nello stesso tempo.

  27. caracaterina il 16 settembre 2010 alle 15:37

    Ah ecco. ma che si sia socialmente e culturalmente e psicologicamente depressi noi vedovi di sinistra non ci piove. Sottolinearlo e sorriderci ironicamente addosso mi pare pleonastico, e malinconicamente difensivo, soprattutto non aiuta perché non è politico. Ed è in effetti di politica che necessitiamo. Qualcuno ha un’idea?

  28. carmelo il 16 settembre 2010 alle 15:43

    l’idea è una sola: rompere lo specchio

  29. alcor il 16 settembre 2010 alle 15:49

    E in effetti è verso la politica che non faccio che puntare il dito, non vedo alternativa.

  30. carmelo il 16 settembre 2010 alle 16:53

    e secondo te è sufficiente alcor?
    io ho qualche dubbio

  31. Larry Massino il 16 settembre 2010 alle 16:59

    Caracaterina, hanno sdoganato anche la prostituzione, più onesti di così non potevano essere. Non c’è più nulla da fare, bisognava muoversi prima, quando inizio il processo di degenerazione, 30 anni fa, complici molti intellettuali che vedevano nella spregiudicatezza politica un segno di modernità. Adesso la politica si è abbassata e deformata a tal punto da essere quasi uguale agli orribili italiani. Il risultato è il populismo che ci avvolge tutti. Sono ottimista, continuo a credere che qualche ingegno politico riesca a sottrarci al fascismo formale, ma da quello sostanziale non ci salva più nessuno.

  32. carmelo il 16 settembre 2010 alle 17:15

    io penso che questa deriva inarrestabile possa essere fermata solo se ciascuno di noi ha la forza e l’ottimismo di condurre un’azione di resistenza, e di rivendicazione del “senso del bene comune” nei comportamenti nelle relazioni sociali, nelle relazioni con le istituzioni.
    Se cioè, ritornando alla citazione dell’articolo, i ragazzi, nonostante tutto non smettono di dubitare, che l’impegno, lo studio, la conoscenza, la cultura, la legalità, la responsabilità, devono restare in cima alla scala di valori, sempre e comunque. Che la tentazione di dire “tanto sono tutti ladri” “tanto sono tutti uguali”, tanto non serve a niente” deve essere respinta.

    Il pizarro della situazione non è venuto da marte, al contrario di colombo.

    Quando lui (leggevo sul fatto q. on line) in mezzo a un congresso grida senza pudore e senza vergogna: ehi guarda che fica toccagli il culo”
    lui sta dicendo: ecco io sono come voi verreste essere, io sono lo specchio dei vostri vizi (che qualcuno scambia per virtu’):
    bisogna rompere lo specchio.
    Non aspettare che arrivi il salvatore.
    Perche’ se l ospecchio non si rompe, è il paese che va in frantumi e quanti ora pensano che la cuccagna continuerà all’infinito, quando si accorgeranno che siamo a un passo della catastrofe forse sarà troppo tardi.

  33. caracaterina il 16 settembre 2010 alle 18:05

    Alcor, cosa significa, QUI DENTRO, puntare il dito verso la politica? Hai forse tu qualche osservazione politica da fare? Allora falla. Sembra che ti aspetti che a farla sia sempre qualcun altro. Visto che mi sembra difficile che da qua dentro esca quell’ingegno politico di cui parla Larry Massino, il tutto si riduce a una conversazione alla “signora mia”. Il che è stigmatizzabile, certo, e alla lunga produce una discreta noia nei conversatori, soprattutto i più brillanti e arguti. Meglio tacere, dunque, farsi più in là e, aspettando che la politica (di sinistra) si decida per conto suo a esistere, non rovinarsi la digestione. In attesa, parliamo del tempo, noi che l’ascensore l’abbiamo già preso.
    (anche i malinconici, nel loro piccolo, s’incazzano)

  34. alcor il 16 settembre 2010 alle 18:36

    no, caracaterina, intendo dire – senza voler irritare nessuno, e poi chiudo – che spesso vedo in rete molti sfoghi, molti frasi di indignazione, e spesso ho l’impressione che una volta scritte il loro estensore si senta, se non soddisfatto, almeno in pace con la parte indignata di sé, la politica va fatta fuori dalla rete, va, – come dire – FATTA, ognuno naturalmente a suo modo e con i suoi strumenti.
    Sto pesando le parole, perciò mi ripeto, OGNUNO a suo modo e con i SUOI strumenti, tra i quali però non ci sono ancora i commenti in rete, spesso massimalisti e impraticabili, oltre che inefficaci, né le osservazioni politiche, che mi guardo bene dal fare.
    Il che non impedisce che io abbia fatto volentieri quattro chiacchiere qui e che continuerò a farle, ma forse avrei notato che non mi indigno né mi lamento molto.
    Avendone fatta tanta e per molti anni, mi pare di aver imparato che non si può farla in modo “virtuale”, e anche che più se ne fa, a parte quelli che i discorsi devono farli per ruolo, meno astratta e incomprensibile diventa.
    Io posso senz’altro farla ancora, come ho detto l’ho fatta per tanti anni, ma sarebbe meglio che la facessero i giovani, che hanno nuovi bisogni, nuove necessità e anche, mi auguro, nuove idee, mentre le mie, essendo io vecchia, non possono che essere vecchie e offrire vecchie prospettive, vecchie modalità, vecchie abitudini di pensiero.
    Ci sono parecchie sedi in cui farla, fuori, se uno vuole.

  35. sergio il 17 settembre 2010 alle 16:54

    ennesimo grido di…………dolore…!!!!….la riflessione più triste è che noi stiamo togliendo il futuro alle nuove generazioni……e lo facciamo noi ‘grandi’ protetti dai ‘privilegi’ che in qualche modo abbiamo ottenuto mentre scaviamo attorno a noi una fossa sempre più profonda………
    dove lasciamo sprofondare i nostri figli, nel baratro di una crisi economica ormai strutturale , nel vuoto di modelli / valori etico-culturali.

  36. Egidio il 18 settembre 2010 alle 02:38

    non ho capito chi sarebbe in fila alle poste? cioè voi andate ancora in posta a far cosa?

  37. […] Recenti testi e discussioni in rete sull’argomento qui, qui, qui. […]

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